<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516</id><updated>2012-01-28T10:39:20.851-08:00</updated><category term='La lezione del 1992'/><category term='Ambientalismo assassino'/><category term='Einaudi tradito'/><title type='text'>Il blog di Antonio Martino</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default?start-index=101&amp;max-results=100'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>123</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-2961665584338839332</id><published>2012-01-18T01:44:00.000-08:00</published><updated>2012-01-18T01:45:48.032-08:00</updated><title type='text'>Siamo alla fine?</title><content type='html'>Euro, un esperimento fallito&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Robert Barro, professore di economia a Harvard e uno degli economisti americani più stimati, si è occupato dell’euro e del suo futuro in un editoriale del Wall Street Journal (“An Exit Strategy From the Euro”, 10 gennaio). La sua conclusione è molto simile a quella da me espressa su queste colonne: “L’euro è stato un esperimento nobile, ma è fallito. Invece di sciupare risorse per tentare di salvarlo, per esempio con la creazione di fondi di soccorso, sarebbe preferibile che l’Unione Europea e gli Stati studiassero il sistema migliore per tornare alle monete nazionali.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Barro parte da una considerazione: sette paesi membri da poco dell’UE (Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania) hanno annunziato che intendono rivedere gli impegni presi per adottare la moneta comune. Due membri dell’UE che non hanno scelto l’euro (UK e Danimarca), che hanno la possibilità di restare fuori dall’euro, hanno assistito a un notevole cambiamento delle loro pubbliche opinioni in senso contrario alla moneta europea. Quanto alla Svezia, un recente sondaggio ha svelato che l’ottanta per cento degli svedesi sono contrari all’euro, solo l’undici per cento si è detto favorevole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Stando così le cose, sostiene Barro, anch’io ho cambiato idea. Negli anni ’90 ero convinto che il Regno Unito dovesse adottare la moneta europea perché ciò avrebbe favorito i movimenti di beni, servizi e capitali con l’Europa continentale. Oggi Barro è convinto che la moneta comune da sola non possa reggere e che i tempi non siano maturi per trasformare i paesi membri dell’UE in un unico Stato. “Una moneta comune richiede una banca centrale con poteri di prestatrice di ultime istanza con importanti implicazioni di natura fiscale.” Le condizioni per realizzare un’unica politica fiscale affidata a un governo unico non sono oggi presenti, molto meglio quindi rinunziare all’euro e tornare alle monete nazionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fin qui Barro non dice nulla che non sia stato già sostenuto. Conservo una lettera di Milton Friedman nella quale, dopo avere espresso la sua sorpresa per la rapidità della convergenza delle politiche fiscali dei paesi dell’eurozona, mi raccomanda di suggerire alla Banca d’Italia di mantenere intatta la sua capacità di stampare le lire! Quello che distingue l’analisi di Barro da quelle più diffuse è che egli suggerisce anche come passare dall’euro alle monete nazionali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Germania, essendo il paese più grande, dovrebbe guidare il processo creando una moneta parallela, il “nuovo marco”, e fissandone il valore a un euro. I possessori di titoli di Stato tedeschi in euro avrebbero la garanzia di poterli convertire al nuovo marco fino a una certa data. I contratti privati potrebbero essere completati in euro o in nuovi marchi entro lo stesso periodo. Per un certo periodo nuovo marco ed euro circolerebbero in parallelo, poi l’euro scomparirebbe per lasciare il posto al solo marco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Analogamente, gli altri paesi dovrebbero fare altrettanto: non a caso l’Italia è il primo dei paesi considerati dall’economista americano. Egli è convinto che l’affidabilità di titoli italiani denominati in lire anziché in euro sarebbe maggiore, perché l’Italia troverebbe più semplice fare fronte alle sue obbligazioni se in moneta nazionale invece che in euro. Barro non ha in mente la monetizzazione del debito (cioè l’inflazione) ma la maggiore fiducia che i risparmiatori avrebbero nei titoli di nuova denominazione e il migliore funzionamento del sistema complessivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I paesi oggi inclusi nell’eurozona disporrebbero della sovranità monetaria e potrebbero correggere eventuali squilibri nei conti con l’estero con variazioni del tasso di cambio. Queste ultime non godono oggi di buona stampa perché evocano le giustamente deprecate svalutazioni competitive. Ma le due cose sono molto diverse: le svalutazioni imposte dalle autorità monetarie per accrescere il vantaggio delle nostre esportazioni rispetto a quelle di altri paesi sono un fatto molto negativo perché inducono gli altri paesi a fare lo stesso in un processo destinato a durare con danno per tutti. Le variazioni del cambio che il mercato determina per correggere squilibri di bilancia dei pagamenti sono ben altra cosa: è molto più facile che il cane scodinzoli anziché sia la cosa a fare muovere il cane. Voglio dire che la variazione del cambio è molto meno penosa della variazione di tutti i prezzi e redditi interni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prendere una decisione del genere non significherebbe per nulla un arretramento del processo europeo: una volta curati gli enormi problemi creati dalla moneta unica, potremmo – finalmente! – concentrarci sugli autentici obiettivi europei: politica estera e di difesa, spianando così la strada per andare verso gli Stati Uniti d’Europa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, da Il Tempo, 18 gennaio 2012&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-2961665584338839332?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/2961665584338839332/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2012/01/siamo-alla-fine.html#comment-form' title='32 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2961665584338839332'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2961665584338839332'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2012/01/siamo-alla-fine.html' title='Siamo alla fine?'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>32</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-4557953428905200219</id><published>2011-12-31T02:10:00.000-08:00</published><updated>2011-12-31T02:12:21.259-08:00</updated><title type='text'>Una risposta a Emanuele Macaluso sul futuro dell'Europa</title><content type='html'>Caro direttore,&lt;br /&gt;Ti ringrazio per la cortese attenzione che hai voluto dedicare al mio articolo. Temo di essere stato frainteso: sono convinto, infatti, che per rilanciare il progetto europeo, come da Te auspicato, sia necessario “tornare indietro”, cioè disfare quanto di sbagliato è stato fatto e ripartire col piede giusto.&lt;br /&gt;Mi duole doverlo ammettere: l’ipotesi di mio padre e degli altri padri fondatori – che cioè la moneta unica avrebbe portato inevitabilmente all’unione politica – si è dimostrata infondata. Se, quindi, vogliamo ripartire dobbiamo abbandonare l’euro che è un ostacolo insormontabile all’unità dell’Europa.&lt;br /&gt;Il quesito da cui prendere le mosse è semplice: quali Stati membri sono disposti a rinunciare alla sovranità in politica estera e di difesa? Se sono più d’uno, hanno titolo a dare vita agli Stati Uniti d’Europa. Altrimenti, questi non possono esistere: non c’è mai stato uno Stato senza politica estera o difesa. Forse sono ottimista ma credo che sarebbero più d’uno gli Stati disposti a fare questo passo fondamentale. A questo punto essi si darebbero una vera Costituzione, chiara e composta di pochi articoli, nella quale si enumerano i compiti del governo dell’Unione e, implicitamente, tutto ciò che resta di competenza degli Stati membri. La Costituzione sarebbe sottoposta a referendum popolare e, se approvata, entrerebbe in vigore.&lt;br /&gt;Il Presidente dell’Unione, eletto dai popoli dei paesi membri, farebbe il suo governo, i cui membri dovrebbero avere l’approvazione del Parlamento dell’Unione, anch’esso eletto dai popoli dei paesi membri.&lt;br /&gt;Ai paesi che non hanno rinunciato alla sovranità in politica estera e difesa si potrebbe offrire di accettare la Costituzione e diventare membri dell’Unione o federarsi con essa.&lt;br /&gt;Utopia? Forse, ma molto più realistica dell’idea di una moneta senza Stato e di uno Stato con svariate politiche estere e di difesa. Non ti sembra?&lt;br /&gt;Il Tuo amico,&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino (Il Riformista, 25 novembre 2011)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-4557953428905200219?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/4557953428905200219/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/12/una-risposta-emanuele-macaluso-sul.html#comment-form' title='33 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/4557953428905200219'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/4557953428905200219'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/12/una-risposta-emanuele-macaluso-sul.html' title='Una risposta a Emanuele Macaluso sul futuro dell&apos;Europa'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>33</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-8874991810446270851</id><published>2011-12-31T02:07:00.000-08:00</published><updated>2011-12-31T02:09:18.131-08:00</updated><title type='text'>Tornare indietro per andare avanti</title><content type='html'>Intervista di Olivia Posani, La Nazione, 31 /12/2011 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, economista liberale, ex ministro durante i governi Berlusconi, non ha mai nascosto la sua allergia per la moneta unica. Ora invoca la modifica dei trattati e uno stop alla politica del rigore con la quale, dice, «Ci stiamo auto infliggendo recessione». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• Che bilancio fa di dieci anni con l’euro in tasca? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• Guadagnai la reputazione di euroscettico perché avevo grosse perplessità su questa nuova moneta. Le perplessità sono state confermate più di quanto pensassi». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• Che cosa non la convinceva? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• Il modo con cui la moneta è stata introdotta, la costituzione monetaria e quella fiscale. Sul primo punto va ricordato che il valore dell’euro è bastato sulla fiducia che in esso ripongono coloro che la devono usare. Questo avrebbe dovuto far comprendere l’insensatezza di introdurre una moneta che non aveva mai circolato e ritenere di poterle imporre a priori il potere d’acquisto. Se si potesse, la povertà scomparirebbe dal mondo. In Germania l’euro viene chiamato teuro,  rincaro». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• Alcuni economisti hanno calcolato oggi la lira varrebbe il 30% in meno dell’euro. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• «Congetture da analfabeti monetari. Con due milioni al mese una famiglia viveva decorosamente. Con mille euro non ci vive nemmeno una coppia».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;•  Non sarà perché Berlusconi e Tremonti hanno abolito i comitati di controllo provinciali che dovevano evitare speculazioni?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;•  «Ritiene che i prezzi si possano controllare d’autorità? Questo è un altro dei miti duri a morire. I prezzi li fanno le nostre decisioni, li fanno compratori e venditori». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• Secondo lei dovevamo rimanere con la liretta? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• «No, dovevamo dare il tempo alla gente di abituarsi all’euro. Dovevamo seguire lo schema proposto dagli inglesi: usare questa moneta in parallelo a quelle nazionali. Dopo due o tre anni l’avrebbero padroneggiata anche le massaie e avremmo saputo con esattezza il suo valore di mercato». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• Dunque non ce l’ha con l’euro? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• Assolutamente no. Sono contrario al modo in cui è stato introdotto. Einaudi era favorevole alle istituzione di una moneta europea perché avrebbe evitato la più iniqua delle imposte che è l’inflazione. L’idea è stata recepita dal trattato di Maastricht, che prevede che la Bce debba pensare a evitare inflazioni e deflazioni, mentre non può comprare titoli del debito pubblico». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• La Bce non dovrebbe comprare Btp nemmeno sul mercato secondario? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• «Assolutamente no. Tutti i cinquanta stati americani hanno la stessa moneta, ma la condotta fiscale dei singoli stati è autonoma. Né la Fed né il governo intervengono per salvare uno stato troppo spendaccione. Lo fanno fallire». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• La Grecia andava fatta fallire? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• «Certamente. E non si doveva pensare di imporre all’Irlanda di aumentare l’aliquota sulle società. Non ha senso far pagare le stesse tasse a chi è ricchissimo e a chi è poverissimo. Le aliquote che si può permettere la Germania non se le può permettere né la Grecia né il Portogallo. L’idea di Monti e degli altri eurocrati di armonizzare le aliquote è folle». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• Contrario all’unificazione delle politiche monetarie e fiscali?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;•  «Maastricht dice che se un Paese sfora i parametri gli s’impone una multa. Le sembra sensato che un paese che non riesce a pagare i suoi debiti sia anche multato? Oggi, per salvare questo tipo di euro, corriamo rischio di far sprofondare l’Europa. E’ assurdo costringere i paesi a raggiungere al più presto il pareggio di bilancio. L’Italia è descritta da tutti sull’orlo del baratro. Non è vero. E’ la fissazione per lo spread». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• Ma se lo spread sale il nostro debito pubblico aumenta... &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• «La Banca d’Italia sostiene che la situazione sarebbe gestibile anche con tassi d’interesse all’8%». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• Che cosa andrebbe fatto?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• «Dobbiamo tornare indietro per andare avanti. Riscrivere subito il trattato di Maastricht. Al primo posto si mette che ogni stato è responsabile della sua condotta di bilancio e che la Bce non può salvarlo se ha speso troppo». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• Ma l’euro ce lo teniamo?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• «Sì, dopo 10 anni  ognuno sa quanto vale». &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• E se i trattati restano così? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• «Entrerà in discussone il futuro dell’Europa. L’idea che la moneta unica avrebbe portato inevitabilmente all’unione politica si è dimostrata infondata. Arriverà solo quando, e se, ci saranno paesi disposti a rinunciare alla sovranità nazionale in materia di politica estera e di difesa» &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• E un’unica politica economica si può realizzare? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• «Non possiamo avere una politica economica e ventisei politiche estere».&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-8874991810446270851?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/8874991810446270851/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/12/tornare-indietro-per-andare-avanti.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8874991810446270851'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8874991810446270851'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/12/tornare-indietro-per-andare-avanti.html' title='Tornare indietro per andare avanti'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-4975539727609215844</id><published>2011-12-17T08:46:00.001-08:00</published><updated>2011-12-17T08:46:56.827-08:00</updated><title type='text'>Risposta ad Andrea Volani</title><content type='html'>Caro Volani,&lt;br /&gt;Scusi il ritardo con cui rispondo alla sua mail datata 23 novembre e inviata al mio indirizzo della Camera. Sono stato lontano dall’ufficio per varie ragioni e solo ora posso risponderle. Lei mi chiede di chiarire, inserendo la risposta sul blog, la mia opinione sul ruolo della BCE come prestatrice di ultima istanza.&lt;br /&gt;Una banca centrale viene creata per svolgere appunto quel ruolo: in presenza di una temporanea crisi di liquidità delle banche, determinata per esempio da panico bancario (i depositanti, avendo dubbi sulla solvibilità della loro banca, si presentano in massa a ritirare i loro depositi e la banca, non avendo la liquidità necessaria, rischia di fallire), fornire alle banche il contante necessario a restare solvibili fino a quando la situazione non si sia normalizzata.&lt;br /&gt;Ma non è a questo che fanno riferimento quanti vogliono che la BCE funga da prestatrice di ultima istanza. Vorrebbero che la BCE salvi le banche che hanno acquistato titoli pubblici diventati carta straccia per l’insolvenza dello Stato emittente, oppure che addirittura monetizzi direttamente il debito degli Stati insolventi, acquistando i loro titoli.&lt;br /&gt;Mentre la prima interpretazione, quella tradizionale, è assolutamente coerente con la natura della BCE, le altre due non lo sono affatto e, se venissero adottate (direttamente o indirettamente), incentiverebbero l’irresponsabilità nella gestione delle finanze degli Stati nazionali e inonderebbero l’Europa di quantità crescenti di euro, minandone la stabilità.&lt;br /&gt;L’introduzione dell’euro, come ho più volte scritto, è stata viziata da tre errori gravissimi, che vanno corretti se non vogliamo la fine della moneta comune e/o quella dell’Europa. Se si vuole andare avanti, si deve tornare indietro e riscrivere dal principio i Trattati. Le alternative sono tutte gravissime o addirittura catastrofiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 17 dicembre 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-4975539727609215844?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/4975539727609215844/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/12/risposta-ad-andrea-volani.html#comment-form' title='19 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/4975539727609215844'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/4975539727609215844'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/12/risposta-ad-andrea-volani.html' title='Risposta ad Andrea Volani'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>19</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-4229810889868892421</id><published>2011-12-17T03:34:00.000-08:00</published><updated>2011-12-17T03:36:13.061-08:00</updated><title type='text'>Dichiarazione di voto sulla manovra Monti</title><content type='html'>PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l’onorevole Antonio Martino. Ne ha facoltà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, per allentare la tensione internazionale sull’Italia responsabilmente Silvio Berlusconi ha rassegnato le dimissioni. È una decisione che rispetto. Tuttavia, alcuni amici ed io non voteremo questa manovra (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Del resto, non ho votato le due manovre precedenti. È vero che in questa manovra c’è una novità, ossia abbiamo ridotto il numero di «monti» al Ministero dell’economia e delle finanze di un terzo, ma la musica è la stessa. Per il resto, nulla è cambiato, anzi vi è qualche elemento peggiore rispetto alle due manovre precedenti. Amico Monti, abbiamo avuto non meno di una manovra all’anno per moltissimi decenni. Avevano tutte lo scopo di risanare i conti pubblici. Hanno tutte sortito il risultato opposto. L’Italia non ha bisogno di manovre, ha bisogno di riforme (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania).&lt;br /&gt;L’esistente non deve essere gestito, deve essere cambiato. Altrimenti questo decreto-legge non salva l’Italia ma l’affossa (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;16 dicembre 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-4229810889868892421?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/4229810889868892421/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/12/dichiarazione-di-voto-sulla-manovra.html#comment-form' title='11 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/4229810889868892421'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/4229810889868892421'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/12/dichiarazione-di-voto-sulla-manovra.html' title='Dichiarazione di voto sulla manovra Monti'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>11</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-7912029912703707773</id><published>2011-12-04T03:59:00.000-08:00</published><updated>2011-12-04T04:02:02.730-08:00</updated><title type='text'>Testo del mio discorso a Asti</title><content type='html'>Luigi Einaudi:&lt;br /&gt;Un cavourriano all’opera nel XX secolo&lt;br /&gt;Antonio Martino, Asti 3 dicembre 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Molto si potrebbe dire di Luigi Einaudi nel cinquantesimo anniversario della morte, ma a me sembra che nel momento attuale vada sottolineata soprattutto una delle sue memorabili lezioni di politica economica: il principio del pareggio del bilancio e l’articolo 81 della nostra Costituzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’articolo 81&lt;br /&gt;Il 24 ottobre 1946, alle ore 17, si riunì la Sottocommissione all’Assemblea Costituente. La riunione fu molto breve il che può essere spiegato in un solo modo: erano tutti d’accordo sul significato di quello che stavano facendo, specie per l’ultimo comma dell’articolo 81 che, come voi sapete, recita “Ogni altra legge che imponga nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”. &lt;br /&gt;A quella riunione partecipavano due personaggi fra loro molto diversi, uno piemontese e l’altro lombardo, uno liberale e l’altro democristiano, uno liberista e l’altro fautore della programmazione, ma che avevano in comune la stessa tradizione culturale incorporata negli studi italiani di scienza delle finanze e che concordavano assolutamente su questo punto. I due personaggi si chiamavano Luigi Einaudi ed Ezio Vanoni.&lt;br /&gt;Luigi Einaudi in quella riunione disse che l’ultimo comma dell’articolo 81 costituisce “il baluardo rigoroso ed efficace voluto dal legislatore allo scopo d’impedire  che si facciano nuove o maggiori spese alla leggera senza avere prima provveduto alle relative entrate”. &lt;br /&gt;Questa tesi fu appoggiata dall’onorevole Ezio Vanoni, il quale precisò che la norma è una garanzia della tendenza al pareggio del bilancio e che è opportuno che, anche dal punto di vista giuridico, il principio sia presente sempre alla mente di coloro che propongono spese nuove. Il governo deve avere la preoccupazione che il bilancio sia in pareggio e la stessa esigenza non può essere trascurata da una qualsiasi forza che si agiti nel paese e che avanzi proposte che comportino maggiori oneri finanziari.  &lt;br /&gt;Vorrei sottolineare il fatto, particolarmente significativo, che a volere il principio del pareggio del bilancio fosse Ezio Vanoni il quale credeva nella necessità della programmazione. &lt;br /&gt;Ora programmare significa distribuire risorse date a scopi alternativi secondo una certa scala di priorità. Programmare è però impossibile quando non si tiene presente il vincolo delle risorse. Se ogni esigenza viene discussa separatamente, in modo indipendente dalle altre, non è affatto detto che le esigenze meglio soddisfatte siano anche le più urgenti e quindi la programmazione della spesa pubblica, in assenza di un pareggio del bilancio, diventa impossibile. &lt;br /&gt;Il principio del pareggio del bilancio, ripeto, oltre che per questa ragione attinente alla programmazione, era soprattutto voluto come principio di trasparenza e correttezza nella gestione della cosa pubblica.&lt;br /&gt;Facciamo ora un passo indietro di dieci anni. &lt;br /&gt;Nel 1936 fu pubblicata la “Teoria generale dell’occupazione, interesse e moneta” di Keynes. Grazie a quest’opera si passa dalla concezione costituzionale che era stata propria della destra storica e anche della sinistra e che è propria del legislatore costituente e quindi dell’articolo 81 della nostra costituzione, ad una visione discrezionale del saldo del bilancio pubblico.  &lt;br /&gt;Mentre, dal punto di vista della visione costituzionale, non ci si proponeva il quesito se quella fosse la soluzione ottimale, dal punto di vista delle esigenze economiche di breve periodo, Keynes sposta il livello e trasforma il saldo del bilancio pubblico in uno strumento di politica economica discrezionale. &lt;br /&gt;Keynes sostiene esplicitamente che col crescere del reddito aumenta la percentuale di reddito risparmiata. Siccome non è detto che gli investimenti aumentino nella stessa misura, è possibile che la spesa privata si riveli insufficiente e inadeguata a mantenere il reddito di piena occupazione. &lt;br /&gt;Allora la spesa pubblica deve sopperire a questa carenza di spesa privata ed è opportuno che sia una spesa in disavanzo. Il bilancio pubblico dovrebbe assumere un deficit quando c’è una fase di congiuntura calante per stimolare l’occupazione e l’attività economica; un saldo attivo quando invece c’è un’espansione accelerata, per evitare l’inflazione. &lt;br /&gt;In pratica Keynes sosteneva che: “Non più il pareggio su base annua,  come credevano quelli della destra storica e come credevano Luigi Einaudi ed Ezio Vanoni, ma semmai il pareggio su base ciclica, con passivi quando le cose vanno male e attivi quando le cose vanno bene. Così facendo il bilancio si pareggerebbe sopra un certo numero di anni”. &lt;br /&gt;Quello che è importante è che cambia la prospettiva; i primi si ponevano un problema di correttezza nella gestione della cosa pubblica, Keynes si pone un problema di convenienza dal punto di vista della politica economica. &lt;br /&gt;Non starò qui a ricordare tutte le critiche che sono state mosse alla teoria keynesiana, perché sarebbe una chiacchierata di storia del pensiero economico che interessa fino a un certo punto.&lt;br /&gt;Quello che invece, è interessante notare è che le conseguenze non intenzionali della visione keynesiana del bilancio sono state tali che se Keynes fosse oggi vivo sarebbe orripilato dal danno prodotto dalle sue idee. Oggi viene confermata solo una sua  profezia, cioè quella che le idee degli economisti e dei filosofi politici, sia quelle giuste che quelle sbagliate, sono importanti. Nel paragrafo in cui Keynes parla dell’importanza delle idee, tra l’altro, profetizza il fatto che la sua teoria non si realizzerà subito, ma dopo parecchio tempo. Infatti 25 anni dopo, nel 1961, anno centenario della morte di Cavour ed anno della morte di Einaudi, è arrivata in Italia una versione di comodo della teoria keynesiana, con le conseguenze che dirò.&lt;br /&gt;Prima di passare a parlare delle conseguenze, vorrei però cercare di rispondere a questo quesito: come mai, dieci anni dopo la teoria di Keynes, cioè nel 1946, due studiosi di economia come Luigi Einaudi ed Ezio Vanoni di fatto suggerivano che non si dovesse tener conto di quell’impostazione, ma bisognasse mantenere viceversa, la prospettiva costituzionale in tema di bilancio pubblico. &lt;br /&gt;Forse non avevano letto Keynes? No di certo, tant’è vero che Einaudi aveva recensito la teoria generale sulla sua rivista. Ciò nonostante, invece di rifarsi alla visione discrezionale del saldo del bilancio pubblico suggerita da Keynes, introdussero nella nostra costituzione una norma che voleva imporre, quantomeno, la tendenza al pareggio del bilancio. &lt;br /&gt;Perché Vanoni ed Einaudi, pur essendo post-keynesiani, preferirono l’ortodossia costituzionale pre-keynesiana? La risposta va trovata negli studi di finanza pubblica tipici della tradizione del nostro paese, studi di tale importanza che, quando è stato attribuito il premio Nobel per l’economia a James Buchanan nel 1986, egli si è rifatto esplicitamente alla saggezza della tradizione italiana di scienza delle finanze.&lt;br /&gt;Ora cercherò di semplificare in modo quasi caricaturale, dogmatico, quello che è un problema complesso; però questa presentazione semplificata e schematica non tragga in inganno perché le conclusioni non sarebbero diverse anche se facessi un discorso più complesso e meno certo. &lt;br /&gt;Einaudi e Vanoni erano contrari alla visione discrezionale del bilancio perché si rendevano conto che: primo, in assenza di regole costituzionali in materia di bilancio, il gioco degli incentivi politici nella concorrenza democratica fra partiti diversi conduce alla crescita illimitata e irrazionale delle spese; secondo, Einaudi e Vanoni erano convinti che, in assenza di regole costituzionali, la possibilità di dar vita a deficit di bilancio avrebbe favorito e rafforzato quella crescita illimitata ed irrazionale delle spese.&lt;br /&gt;Mercoledì 30 novembre scorso, mentre ero a New York alle Nazioni Unite, la Camera ha inserito l’obbligo del pareggio del bilancio nella nostra Costituzione. Questa decisione è inutile, perché quell’obbligo c’era già, vergognosa perché non spontanea ma impostaci “dall’Europa”, pericolosa perché non fissa un limite né alle spese né al prelievo fiscale, equivalendo quindi a una “licenza di uccidere” a favore dello Stato e ai nostri danni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le conseguenze del keynesianismo&lt;br /&gt;Nel 1961 arrivò in Italia una versione di comodo della teoria keynesiana confermando la profezia di Keynes secondo cui le idee arrivano con venticinque anni di ritardo.&lt;br /&gt;Un autorevole responsabile della politica monetaria dichiarò che il principio dell’articolo 81 era un principio arcaico; giuristi compiacenti dissero che non era affatto vero che esso imponesse il pareggio del bilancio e  che bastava che ci fosse la copertura per il primo anno di vigenza perché il principio fosse rispettato anche se la legge di spesa era pluriennale, e quindi il principio dell’articolo 81 cominciò ad essere aggirato ed abbandonato. &lt;br /&gt;Dal 1961 al 1989, che io sappia, non c’è stato neanche un rinvio formale di leggi prive di copertura finanziaria, alle Camere. Tutto questo con il risultato che siamo passati da 357 miliardi di deficit nel ’61 (1,5%); a 3.222 miliardi di deficit nel ’70 (5,1%); a 34.508 miliardi di deficit nell’80 (989%); 153.780 miliardi di deficit nel 1993 (9,9%). Se il nostro paese rischia la bancarotta finanziaria, questo è dovuto anche alle idee degli economisti, in questo caso quelle sbagliate.&lt;br /&gt;Dal punto di vista della finanza pubblica è importante anche lo stock di debito. Nel 1950 il debito pubblico complessivo, in rapporto al prodotto interno lordo, era pari al 52%; nel 1980 era il 55%, cioè in trent’anni il rapporto debito sul P.I.L. aumentò di soli tre punti.&lt;br /&gt;È grazie alla saggezza di Vanoni ed Einaudi che dal ’50 fino alla metà degli anni ’60 l’incidenza è andata diminuendo; poi, quando hanno cominciato a manifestarsi le conseguenze della teoria keynesiana, il rapporto del debito sul P.I.L. è iniziato ad aumentare in conseguenza dei maggiori deficit. Nel 1980 il rapporto era del 55%, nel 1993 ha superato il 120%, cioè dal ’50 all’’80 l’incidenza è aumentata di tre punti e dall’’80 al ’93 è di sessantacinque punti: tre punti di P.I.L. in più in trent’anni e sessantacinque punti di P.I.L. in poco più di tredici anni. &lt;br /&gt;Voglio anche ricordare che non è vero che quest’aumento del debito sia stato dovuto a carenza di entrate. Le entrate totali del settore pubblico si sono più che quintuplicate fra l’80 ed il ’93: in quegli anni, mentre il reddito reale aumentava del 2,5% all’anno, le entrate totali del settore pubblico, in termini reali, aumentavano del 5,5% all’anno. E ancora, dal 1990 al 1993 l’aumento delle entrate ha assorbito l’ottanta per cento dell’aumento del prodotto.&lt;br /&gt;La spiegazione di ciò è molto semplice: la crescita incontrollata della spesa pubblica, come prevedevano Einaudi e Vanoni. Se dal 1980 al 1993 le spese del settore pubblico fossero in aumento in modo da proteggerne il valore reale, ovvero in misura proporzionata alla crescita del reddito ma non oltre, nel 1993 il bilancio avrebbe avuto un saldo attivo e il debito pubblico avrebbe rappresentato il 16% del P.I.L., anziché oltre il 120%. Una misura modestissima, di contenimento non del livello assoluto della spesa, ma della sua rapidità di crescita, sarebbe bastata per eliminare del tutto il problema dell’indebitamento in Italia in soli tredici anni. Non sarebbe stato necessario licenziare nemmeno un dipendente pubblico, ridurre lo stipendio a nessuno, né rinunciare a nessuna delle tante iniziative del nostro settore pubblico, sarebbe bastato un minimo di continenza nella rapidità di crescita della spesa.  Questo non è accaduto e certamente la colpa non è del contribuente italiano.&lt;br /&gt;Nel 1976 Milton Friedman propose l’introduzione di una festa nazionale, che io poi ho suggerito in Italia, a data variabile, che festeggi il “Giorno dell’Indipendenza personale”, cioè il giorno in cui l’italiano medio smette di lavorare per lo Stato e comincia a lavorare per sé e per la sua famiglia. &lt;br /&gt;Nel 1960 lavoravamo per lo stato dal 1° gennaio al 29 aprile, nel 1970 fino al 12 maggio, nel 1980 fino al 7 giugno, nel 1990 fino al 20 luglio e nel 1993 fino al 4 agosto, adesso siamo andati persino oltre!&lt;br /&gt;Grazie alla straordinaria parsimonia delle nostre famiglie, che sono tra le più risparmiatrici del mondo, siamo riusciti fino a ora finanziare, in modo non inflazionistico e sull’interno, un disavanzo enorme, il cui danno maggiore è stato il calo degli investimenti e la fine dello sviluppo. Il risparmio delle famiglie che è servito a finanziare il deficit non ha potuto essere investito. I privati, infatti, prendono a prestito soprattutto per investire, invece in Italia il disavanzo pubblico è stato destinato soprattutto a spese correnti, a consumi: quando c’è un disavanzo, si sposta il risparmio dall’investimento verso il consumo e ciò riduce il tasso di sviluppo.&lt;br /&gt;Quest’anno, cade l’ottantacinquesimo anniversario di un famoso scritto di Keynes “La fine del lasciar fare”. A me sembra che dopo tutti questi anni abbiamo imparato che è pericoloso lasciar fare al governo e che bisogna abbandonare la prospettiva discrezionale in tema di bilancio e recuperare la saggezza della prospettiva costituzionale.&lt;br /&gt;Per dirla con Thomas Jefferson: “In questioni di potere smettiamola di parlare di fiducia negli uomini, ma mettiamoli in condizioni di non nuocere con le catene della costituzione. Se mi fosse possibile, mi affiderei a un solo emendamento per ricondurre il potere del governo federale a quello che è suo costituzionalmente: gli toglierei il potere di indebitarsi”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Manovre e riforme&lt;br /&gt;La lezione di Minghetti, di Einaudi, di Vanoni resta valida ancora oggi. Tuttavia, essa è legata anche al livello della spesa pubblica: il pareggio del bilancio è sacrosanto quando le spese totali sono inferiori al 10% del reddito nazionale, come ai tempi di Minghetti, pari al 10%, com’erano nel 1900, al 30%, come nel 1946, ma non lo è affatto quando superano il 52%, com’è oggi. Il finanziamento di questi livelli di spesa pubblica è questione del tutto secondaria: non importa se con l’indebitamento o con le imposte. L’imperativo oggi non è il pareggio del bilancio, ma la drastica riduzione delle spese pubbliche. &lt;br /&gt;Luigi Condorelli, maestro di clinica medica, sosteneva che la condizione di malato non è stabile. Difficile dargli torto: prima o poi finisce la malattia oppure il malato! Ora immaginate un malato cui il medico curante prescrive un farmaco salvavita. Il paziente lo prende, ma la malattia continua. Il medico decide che la dose era insufficiente e ne prescrive una maggiore. Niente, il malato non solo non guarisce, ma peggiora. Imperterrito il medico continua a prescrivere lo stesso farmaco e continua a prescriverlo, diciamo, per diversi anni. Il malato continua a esserlo, apparentemente smentendo la tesi del professor Condorelli. Per quanto mi riguarda, se fossi stato io al posto del malato, avrei immediatamente cambiato medico, sperando di trovarne uno meno maledettamente cocciuto del primo.&lt;br /&gt;Fuor di metafora, a partire almeno dagli anni Settanta il malato (i conti pubblici italiani) ha ricevuto dai medici la stessa medicina (manovre) in dosi sempre più massicce ma la malattia, lungi dall’essere curata, ha continuato a peggiorare. Non sarebbe il caso di cominciare a prendere in considerazione la possibilità che la cura non sia proprio quella adatta al caso? Eppure, il coro unanime dei padroni del vapore continua a recitare la stessa, immutabile, solfa: occorre una manovra, occorre subito, anzi forse non basta, dovremo presto farne almeno un’altra o forse due.&lt;br /&gt;Questa logora sceneggiata si protrae da oltre quarant’anni ma gli attori sono instancabili, ripetono la stessa farsa senza battere ciglia. Credo che il momento di finirla sia giunto ormai da troppi anni e mi rifiuto di prestarmi a protrarre questo indegno accanimento terapeutico, forse il caso più eclatante di malasanità, in un Paese in cui tanti altri casi continuano a sottolineare l’inefficienza del nostro sistema sanitario nazionale.&lt;br /&gt;Le amministrazioni pubbliche – governo centrale, amministrazioni locali, enti previdenziali, autorità autonome e quant’altro – sono in realtà un sistema di trasferimenti: si finanziano prelevando quattrini dalle tasche di alcuni italiani per trasferirli in quelle di altri italiani. Come detto, le dimensioni di questi trasferimenti sono aumentate enormemente nel corso del tempo.&lt;br /&gt;Cosa giustifica questa spaventosa crescita? Certamente non la lotta alla povertà: eravamo più poveri nel 1900 che non negli anni Cinquanta e più poveri nei Cinquanta che non adesso. Del resto, chi crede che le spese delle amministrazioni pubbliche abbiano davvero lo scopo di alleviare il disagio dei nostri concittadini meno fortunati? Se il 51% del reddito nazionale andasse al 20% più povero della popolazione, lo renderebbe immediatamente agiato.  &lt;br /&gt;Le cose sono assai meno semplici, bisogna considerare altri elementi. Primo: quanto la collettività riceve ammonta a molto meno di quanto la collettività deve versare all’apparato di trasferimenti pubblico, per via dei costi di trasferimento (burocrazia, politica, corruzione, eccetera). Secondo: Chi paga non necessariamente appartiene alle fasce di reddito più alte, chi riceve non necessariamente a quelle più basse. Il finanziamento dell’università, della sanità, e degli enti locali molto spesso proviene dalle tasche di contribuenti a reddito medio - basso o basso, e va in quelle di persone non indigenti, e la redistribuzione diventa regressiva.  Terzo: i costi dell’apparato pubblico non vanno ai compiti essenziali dello Stato (per Difesa ed Esteri spendiamo soltanto poco più dell’uno per cento del pil). L’indennità parlamentare mi colloca nell’uno per cento più ricco dei contribuenti (ineffabile efficienza del nostro sistema tributario!) eppure ricevo “gratis” i servizi e le medicine fornite dal sistema sanitario nazionale: tassiamo il 99% meno abbiente per dare all’uno per cento più ricco!&lt;br /&gt;Infine, ma non meno importante, la percentuale di spesa pubblica sulla quale il governo ha, a legislazione invariata, potere d’intervento rappresenta una percentuale molto ridotta del totale. Le spese per interessi, per i dipendenti pubblici, per le “prestazioni sociali” (assai deludenti e niente affatto sociali) sono incomprimibili e rappresentano oltre i quattro quinti del totale. Ha senso tentare di ridurre il 100% agendo solo sul 20%? A me non sembra.&lt;br /&gt;L’Italia non ha bisogno di manovre ma di riforme: non possiamo permetterci l’insensato numero di livelli di governo locale né il loro irragionevole numero, non possiamo continuare a mandare in pensione gente in età lavorativa, non possiamo continuare a bruciare cifre astronomiche in un servizio sanitario nazionale inefficiente, pletorico e corrotto, e così via. Non serve a nulla gestire l’esistente, bisogna cambiarlo.&lt;br /&gt;L’Europa e noi&lt;br /&gt;Spero mi perdonerete se torno su un tema che ho già più volte trattato: l’euro e il suo (e nostro) futuro. Ho sempre criticato la moneta unica europea fondamentalmente per tre ragioni: il modo in cui è stata introdotta, la mancanza di una vera costituzione monetaria e di un credibile statuto fiscale.&lt;br /&gt;Cominciamo dagli ultimi due motivi della mia opposizione: I trattati di Maastricht dicono che la Bce è indipendente (da chi?) e che deve garantire la stabilità dei prezzi ma nulla dicono su cosa accade nel caso in cui fallisca nel perseguimento del suo obiettivo istituzionale. Evidentemente gli estensori erano convinti che il responsabile della politica monetaria europea dovesse rispondere soltanto a Dio del suo operato.&lt;br /&gt;Quanto allo statuto fiscale, i trattati prevedono salate multe per quegli Stati membri che non rispettano i parametri previsti per lo stock di debito e per il deficit annuo. Al momento dell’introduzione dell’euro un solo Stato rispettava quei parametri: il Lussemburgo! Quasi tutti gli altri avevano sia un debito sia un deficit superiori al consentito o avevano truccato i conti per fare finta di essere in regola. Nata all’insegna di questa “elasticità” d’interpretazione delle norme dei trattati, la costituzione fiscale non aveva prospettive di un glorioso futuro. Infine, infliggere multe a un paese insolvente non è certo il modo migliore per trarlo fuori dai guai.&lt;br /&gt;Il modo d’introduzione dell’euro è stato semplicemente insensato: prendere un pezzo  di carta che non è mai stato usato prima come moneta, imbrattarlo con figure e cifre, e decretare che il suo potere d’acquisto è esattamente pari a 1936,27 lire oggi e per l’eternità è idea che può albergare soltanto nella mente di un analfabeta di economia monetaria. I tecnocrati erano caduti nella trappola cara ai sovrani medioevali, quella del valor impositus, che il valore di una moneta possa a essa venire imposto dal sovrano. Purtroppo per noi, quella luciferina presunzione ha fatto la fine del mito medioevale, venendo smentita dalla realtà.&lt;br /&gt;La moneta unica europea, secondo i suoi fautori, avrebbe dovuto tenere unita l’Europa; la realtà contemporanea dimostra che ha fatto la cosa opposta. Se la signora Merkel continuerà nel suo caparbio tentativo di salvare l’euro (che i tedeschi chiamano “teuro” cioè rincaro), imporrà all’Europa una recessione che la disgregherà, se invece vuole salvare l’Europa deve accettare il fallimento della moneta unica.&lt;br /&gt;La cancelliera non ha titolo per impartire lezioni di ortodossia fiscale a nessuno: anche la Germania ha pesantemente barato sui conti. Lo denuncia un articolo del Monde: ”Non è che la Germania sia proprio questo modello di virtù.” Il debito, infatti, supera il tetto del 60% di Maastricht, e il dato ufficiale è truccato, per via del modo in cui Berlino ha contabilizzato i miliardi immessi dopo la crisi del 2008. Queste somme, secondo Il Foglio (22 novembre), sono state collocate fuori dal bilancio in un fondo speciale. “Senza quest’astuzia, secondo il Monde, il deficit tedesco non sarebbe stato del 3,2% ma del 5,1%, cioè superiore a quello francese.”&lt;br /&gt;Lasciando la cancelliera ai suoi trucchetti, il vero problema è un altro. L’Italia, adottando la moneta unica, ha delegato la sua sovranità monetaria alla Bce, ma non ha delegato a nessuno la sua sovranità di politica economica e fiscale. Nessuno, men che meno la Bce, ha il diritto di dirci cosa possiamo e cosa non possiamo fare, né tanto meno imporci l’agenda di politica economica.&lt;br /&gt;So che non è politicamente corretto citarlo, ma sono pienamente d’accordo con l’eurodeputato inglese Nigel Farrage che al Parlamento europeo si è rivolto a Barroso (presidente della Commissione), Rehn (commissario economico) e Van Rompuy con queste parole: “Di chi è la responsabilità del disastro attuale? La risposta è nessuno, perché nessuno di voi è stato eletto. Nessuno di voi ha una legittimazione democratica per il ruolo che ricopre in questa crisi. (…) E devo dire, signor Van Rompuy, che quando ci siamo incontrati per la prima volta un anno e mezzo fa mi ero sbagliato sul suo conto. La definii un assassino silenzioso delle democrazie degli Stati nazionali. Non è più così, lei è piuttosto rumoroso nel suo operare. Lei, non eletto, è andato in Italia e ha detto: ‘Questo non è il tempo di votare, è il tempo di agire’. Ma chi le dà il diritto, in nome di Dio, di dire queste cose agli italiani?”.&lt;br /&gt;Farrage ha ragione ed è triste che sia un inglese a difendere la sovranità dell’Italia, mentre noi ci siamo astenuti dal farlo. L’Europa, si sostiene, ci ha chiesto di darci un governo di tecnici sostenuto da larghe intese. Confesso la mia ignoranza: non mi risulta che mai nessun paese, con una sola eccezione, si sia dato un governo tecnico. L’eccezione è nota: l’Italia nel 1995 si diede (più corretto sarebbe dire che si vide imporre dal capo dello Stato) un governo tecnico, guidato dal ministro del Tesoro del governo precedente, Lamberto Dini. Ho cercato invano di immaginare cosa accadrebbe negli Stati Uniti d’America se venisse proposto un presidente tecnico e sono sempre arrivato alla conclusione che l’ipotesi avrebbe scatenato 300 milioni di pernacchie. Lo stesso vale per l’Inghilterra, la Francia, la Germania e il resto del mondo. Decisamente siamo in presenza di una creazione della sconfinata fantasia italiana.&lt;br /&gt;Diceva Chesterton che governare è come scrivere una lettera d’amore o soffiarsi il naso: dobbiamo farlo noi, anche se lo facciamo male, non possiamo certo delegarlo ad altri. Noi italiani, invece, riteniamo che altri possa soffiarci il naso, scrivere per noi alla nostra donna o governarci. Il fatto è che democrazia non significa governo dei più qualificati; se fosse questo il suo significato nessuno ricorrerebbe alle elezioni che non garantiscono affatto che saranno scienziati, tecnici o vincitori del Nobel a risultare i primi. Tutte le democrazie, per essere certe che a vincere sarà il più qualificato, invece di costosissime elezioni, bandirebbero pubblici concorsi per titoli ed esami ai posti di governo. Solo così avremmo la ragionevole speranza che non andranno al potere persone prive dei requisiti tecnico-scientifici per utilizzarlo al meglio.&lt;br /&gt;Personalmente sono sempre stato dell’idea che “I governi cosiddetti amministrativi o tecnici sono sempre stati i governi più seriamente e pericolosamente politici che il Paese abbia avuto. Il loro preteso agnosticismo è servito sempre e soltanto a coprire, a consentire o a tentare le più pericolose manovre contrarie alle necessità e agli sviluppi di una corretta vita democratica. (…) Governo di affari, dunque, e dopo di esso un mutamento non nel senso limpidamente indicato dalla consultazione elettorale, ma nella direzione opposta.” Queste parole sono state pronunciate alla Camera da uno che aveva un rispetto per la sovranità popolare che manca ai suoi epigoni: Palmiro Togliatti (9 luglio 1963).&lt;br /&gt;Una cosa è certa: questa Europa, l’unione dei Van Rompuy, delle direttive sulla curvatura delle banane e la lunghezza dei preservativi, non ha nulla da spartire con l’Europa nella quale credevano i padri fondatori. Per questo grido, senza paura di scomuniche, quest’Europa non mi piace, rivoglio l’Italia!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;P. S. Come vedete, è il frutto di un "taglia e incolla" che ha riciclato testi a voi già noti.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-7912029912703707773?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/7912029912703707773/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/12/testo-del-mio-discorso-asti.html#comment-form' title='27 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7912029912703707773'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7912029912703707773'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/12/testo-del-mio-discorso-asti.html' title='Testo del mio discorso a Asti'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>27</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-7504120508903640880</id><published>2011-12-02T09:05:00.000-08:00</published><updated>2011-12-02T09:13:07.315-08:00</updated><title type='text'>Antonio Martino ricorda Luigi Einaudi a 50 anni dalla scomparsa</title><content type='html'>Sabato 3 Dicembre 2011 alle ore 10:30 al Salone del Municipio di Asti, Antonio Martino interverrà in occasione del convegno "L'Attualità di Cavour", ricordando Luigi Einaudi a 50 anni dalla scomparsa. L'evento è organizzato dall'Associazione Europa Duemila e dal Comitato Cavour 2010.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-7504120508903640880?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/7504120508903640880/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/12/antonio-martino-ricorda-luigi-einaudi.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7504120508903640880'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7504120508903640880'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/12/antonio-martino-ricorda-luigi-einaudi.html' title='Antonio Martino ricorda Luigi Einaudi a 50 anni dalla scomparsa'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-2524408761430707384</id><published>2011-11-23T02:14:00.000-08:00</published><updated>2011-11-23T02:15:56.566-08:00</updated><title type='text'>Rivoglio l'Italia, questa Europa non va</title><content type='html'>I lettori di questo giornale mi perdoneranno se torno su un tema che ho già più volte trattato: l’euro e il suo (e nostro) futuro. Ho sempre criticato la moneta unica europea fondamentalmente per tre ragioni: il modo in cui è stata introdotta, la mancanza di una vera costituzione monetaria e di un credibile statuto fiscale.&lt;br /&gt;Cominciamo dagli ultimi due motivi della mia opposizione: I trattati di Maastricht dicono che la Bce è indipendente (da chi?) e che deve garantire la stabilità dei prezzi ma nulla dicono su cosa accade nel caso in cui fallisca nel perseguimento del suo obiettivo istituzionale. Evidentemente gli estensori erano convinti che il responsabile della politica monetaria europea dovesse rispondere soltanto a Dio del suo operato.&lt;br /&gt;Quanto allo statuto fiscale, i trattati prevedono salate multe per quegli Stati membri che non rispettano i parametri previsti per lo stock di debito e per il deficit annuo. Al momento dell’introduzione dell’euro un solo Stato rispettava quei parametri: il Lussemburgo! Quasi tutti gli altri avevano sia un debito sia un deficit superiori al consentito o avevano truccato i conti per fare finta di essere in regola. Nata all’insegna di questa “elasticità” d’interpretazione delle norme dei trattati, la costituzione fiscale non aveva prospettive di un glorioso futuro. Infine, infliggere multe a un paese insolvente non è certo il modo migliore per trarlo fuori dai guai.&lt;br /&gt;Il modo d’introduzione dell’euro è stato semplicemente insensato: prendere un pezzo  di carta che non è mai stato usato prima come moneta, imbrattarlo con figure e cifre, e decretare che il suo potere d’acquisto è esattamente pari a 1936,27 lire oggi e per l’eternità è idea che può albergare soltanto nella mente di un analfabeta di economia monetaria. I tecnocrati erano caduti nella trappola cara ai sovrani medioevali, quella del valor impositus, che il valore di una moneta possa ad essa venire imposto dal sovrano. Purtroppo per noi, quella luciferina presunzione ha fatto la fine del mito medioevale, venendo smentita dalla realtà.&lt;br /&gt;La moneta unica europea, secondo i suoi fautori, avrebbe dovuto tenere unita l’Europa; la realtà contemporanea dimostra che ha fatto la cosa opposta. Se la signora Merkel continuerà nel suo caparbio tentativo di salvare l’euro (che i tedeschi chiamano “teuro” cioè rincaro), imporrà all’Europa una recessione che la disgregherà, se invece vuole salvare l’Europa deve accettare il fallimento della moneta unica.&lt;br /&gt;La cancelliera non ha titolo per impartire lezioni di ortodossia fiscale a nessuno: anche la Germania ha pesantemente barato sui conti. Lo denuncia un articolo del Monde:”Non è che la Germania sia proprio questo modello di virtù.” Il debito, infatti, supera il tetto del 60% di Maastricht, e il dato ufficiale è truccato, per via del modo in cui Berlino ha contabilizzato i miliardi immessi dopo la crisi del 2008. Queste somme, secondo Il Foglio (22 novembre), sono state collocate fuori dal bilancio in un fondo speciale. “Senza questa astuzia, secondo il Monde, il deficit tedesco non sarebbe stato del 3,2% ma del 5,1%, cioè superiore a quello francese.”&lt;br /&gt;Lasciando la cancelliera ai suoi trucchetti, il vero problema è un altro. L’Italia, adottando la moneta unica, ha delegato la sua sovranità monetaria alla Bce, ma non ha delegato a nessuno la sua sovranità di politica economica e fiscale. Nessuno, men che meno la Bce, ha il diritto di dirci cosa possiamo e cosa non possiamo fare, né tanto meno imporci l’agenda di politica economica.&lt;br /&gt;So che non è politicamente corretto citarlo, ma sono pienamente d’accordo con l’eurodeputato inglese Nigel Farrage che al Parlamento europeo si è rivolto a Barroso (presidente della Commissione), Rehn (commissario economico) e Van Rompuy con queste parole: “Di chi è la responsabilità del disastro attuale? La risposta è nessuno, perché nessuno di voi è stato eletto. Nessuno di voi ha una legittimazione democratica per il ruolo che ricopre in questa crisi. (…) E devo dire, signor Van Rompuy, che quando ci siamo incontrati per la prima volta un anno e mezzo fa mi ero sbagliato sul suo conto. La definii un assassino silenzioso delle democrazie degli Stati nazionali. Non è più così, lei è piuttosto rumoroso nel suo operare. Lei, non eletto, è andato in Italia e ha detto: ‘Questo non è il tempo di votare, è il tempo di agire’. Ma chi le dà il diritto, in nome di Dio, di dire queste cose agli italiani?”.&lt;br /&gt;Farrage ha ragione ed è triste che sia un inglese a difendere la sovranità dell’Italia, mentre noi ci siamo astenuti dal farlo. Una cosa è certa: questa Europa, l’unione dei Van Rompuy, delle direttive sulla curvatura delle banane e la lunghezza dei preservativi, non ha nulla da spartire nell’Europa nella quale credevano i padri fondatori. Per questo grido, senza paura di scomuniche, quest’Europa non mi piace, rivoglio l’Italia!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, da Il Tempo, 23 nov. 11&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-2524408761430707384?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/2524408761430707384/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/11/rivoglio-litalia-questa-europa-non-va.html#comment-form' title='22 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2524408761430707384'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2524408761430707384'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/11/rivoglio-litalia-questa-europa-non-va.html' title='Rivoglio l&apos;Italia, questa Europa non va'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>22</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-6988980757800465402</id><published>2011-11-15T01:39:00.000-08:00</published><updated>2011-11-15T01:40:21.485-08:00</updated><title type='text'>Cose italiane</title><content type='html'>Confesso la mia ignoranza: non mi risulta che mai nessun paese, con una sola eccezione, si sia dato un governo tecnico. L’eccezione è nota: l’Italia nel 1995 si diede (più corretto sarebbe dire che si vide imporre dal capo dello Stato) un governo tecnico, guidato dal ministro del Tesoro del governo precedente, Lamberto Dini. Ho cercato invano di immaginare cosa accadrebbe negli Stati Uniti d’America se venisse proposto un presidente tecnico e sono sempre arrivato alla conclusione che l’ipotesi avrebbe scatenato 300 milioni di pernacchie. Lo stesso vale per l’Inghilterra, la Francia, la Germania e il resto del mondo. Decisamente siamo in presenza di una creazione della sconfinata fantasia italiana.&lt;br /&gt;Diceva Chesterton che governare è come scrivere una lettera d’amore o soffiarsi il naso: dobbiamo farlo noi, anche se lo facciamo male, non possiamo certo delegarlo ad altri. Noi italiani, invece, riteniamo che altri possa soffiarci il naso, scrivere per noi alla nostra donna o governarci. Il fatto è che democrazia non significa governo dei più qualificati; se fosse questo il suo significato nessuno ricorrerebbe alle elezioni che non garantiscono affatto che saranno scienziati, tecnici o vincitori del Nobel a risultare i primi. Tutte le democrazie, per essere certe che a vincere sarà il più qualificato, invece di costosissime elezioni, bandirebbero pubblici concorsi per titoli ed esami ai posti di governo. Solo così avremmo la ragionevole speranza che non andranno al potere persone prive dei requisiti tecnico-scientifici per utilizzarlo al meglio.&lt;br /&gt;Personalmente sono sempre stato dell’idea che “I governi cosiddetti amministrativi o tecnici sono sempre stati i governi più seriamente e pericolosamente politici che il Paese abbia avuto. Il loro preteso agnosticismo è servito sempre e soltanto a coprire, a consentire o a tentare le più pericolose manovre contrarie alle necessità e agli sviluppi di una corretta vita democratica. (…) Governo di affari, dunque, e dopo di esso un mutamento non nel senso limpidamente indicato dalla consultazione elettorale, ma nella direzione opposta.” Queste parole sono state pronunciate alla Camera da uno che aveva un rispetto per la sovranità popolare che manca ai suoi epigoni: Palmiro Togliatti (9 luglio 1963).&lt;br /&gt;Oltre tutto, se siamo veramente convinti che ciò di cui l’Italia ha bisogno è una sospensione della democrazia e un governo di tecnici, perché mai sprecare tempo sottoponendolo all’insulto di fargli dare (o negare) la fiducia di quell’associazione a delinquere di stampo politico che è il Parlamento. Monti è persona d’onore, qualificatissimo, elegante e amato da tutti quelli che contano nei settori bancario, finanziario, industriale ed eurocratico. Il suo concorso l’ha già vinto molti anni fa, non ha bisogno di provare niente a nessuno, men che meno ad assemblee piene persino da non laureati, e non importa se siano stati persino loro chiamati alla presidenza del Consiglio o al ministero degli Esteri.&lt;br /&gt;Il mio amico Mario Monti non me ne vorrà se mi permetto di ricordargli che non basta essere stati commissari europei per avere diritto a commissariare l’Italia. Non votai sedici anni orsono la fiducia a Lambertow, non voterò nemmeno a favore del mio amico Mario; se anche fosse miracolosamente tornato fra noi dall’aldilà Milton Friedman, non avrebbe il mio voto. Né me lo chiederebbe, aveva una concezione quasi sacra della democrazia: quando rifiutai di fare il segretario generale della Nato, mi scrisse: “Hai fatto la cosa giusta, quella non è una carica elettiva”!&lt;br /&gt;Gli italiani non hanno eletto Draghi alla Bce né Lagarde al Fmi né Monti a palazzo Chigi; Sarkosy e Merkel non hanno avuto nemmeno un voto italiano. Non si vede quindi perché questi signori si ritengano autorizzati a dirci cosa possiamo o non possiamo fare del nostro destino. Celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia è esercizio sterile se ci manca poi la consapevolezza dell’enorme fortuna che abbiamo avuto nascendo italiani e svendiamo la nostra autonomia e la nostra dignità al primo venuto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;da Il Tempo 15 novembre 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-6988980757800465402?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/6988980757800465402/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/11/cose-italiane.html#comment-form' title='23 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/6988980757800465402'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/6988980757800465402'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/11/cose-italiane.html' title='Cose italiane'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>23</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-2186749351257969035</id><published>2011-11-12T02:16:00.000-08:00</published><updated>2011-11-12T02:19:10.192-08:00</updated><title type='text'>Tenici e democrazia</title><content type='html'>Richiesto dal Foglio di un parere su Mario Monti, ecco quanto ho scritto:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono amico di Mario Monti da oltre quarant’anni: nel 1976 mi privò del piacere di essere il più giovane economista in cattedra (vincemmo lo stesso concorso, ma lui ha tre mesi meno di me) e nel 1994 ebbi la responsabilità di fare il suo nome come commissario europeo e dovetti faticare per oltre quindici giorni per convincerlo ad accettare. Gode di diffuso e meritato prestigio, ma non è mai stato eletto da nessuno. Non vedo perché dovremmo sottrarre agli elettori quella sovranità che la nostra Costituzione attribuisce loro. Se fossero i più qualificati a meritare di governare, le elezioni sarebbero il metodo sbagliato per sceglierli; dovremmo ricorrere a pubblici concorsi per titoli ed esami.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mario Monti ha occupato cariche importanti sia nel mondo bancario (Banca Commerciale) sia in quello industriale (consiglio di amministrazione della Fiat) e non c’è alcun dubbio che sia molto amato dall’establishment, dalla gente che conta. I suoi articoli, non frequentissimi, sono pubblicati dal Corriere in prima pagina. Non c’è niente di male in tutto questo, ma non costituisce una credenziale democratica e solleva dubbi sui limiti che le sue conoscenze potrebbero imporre alla sua indipendenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non credo sia portato per riforme innovative, è fin troppo politicamente corretto e non solo nel linguaggio. Inoltre temo che il periodo trascorso a Bruxelles lo abbia fortemente influenzato e temo pertanto che non farebbe mai qualcosa che potesse spiacere agli eurocrati o all’asse franco-tedesco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;da Il Foglio, 11 novembre 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-2186749351257969035?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/2186749351257969035/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/11/tenici-e-democrazia.html#comment-form' title='18 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2186749351257969035'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2186749351257969035'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/11/tenici-e-democrazia.html' title='Tenici e democrazia'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>18</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-2779547014809226617</id><published>2011-11-10T01:49:00.000-08:00</published><updated>2011-11-10T01:50:58.819-08:00</updated><title type='text'>Un'eredità duratura</title><content type='html'>La decisione di Silvio Berlusconi di dimettersi dopo l’approvazione della legge di stabilità e non ricandidarsi sembra preludere alla fine di un ciclo ventennale. Tuttavia, se l’uomo Berlusconi lasciasse la politica resterebbe comunque quanto egli lascia alla politica italiana. A me sembra che l’eredità duratura del ventennio berlusconiano possa essere sintetizzata in tre punti. Vediamo.&lt;br /&gt;Anzitutto, Berlusconi con la sua discesa in campo ha dimostrato aldilà di ogni ragionevole dubbio che la maggioranza degli elettori italiani è di centrodestra, le sinistre, anche se complessivamente considerate, sono solo una minoranza. Questo è provato non solo dalle vittorie elettorali del centrodestra (1994, 2001 e 2008) ma anche dalle “sconfitte”. Nel 1996, come riconobbe persino D’Alema, il centrodestra prese più voti del centrosinistra e, quanto alla “vittoria” di Prodi nel 2006, non credo che definirla funambolica sia fazioso.&lt;br /&gt;Il secondo e più importante lascito dell’era berlusconiana è che la maggioranza degli italiani non ama l’esistente, non vuole che sia gestito, vuole che sia cambiato e vuole un cambiamento liberale, che riduca l’invadenza pubblica, le tasse, le spese e il potere enorme attribuito dall’esistente alla classe politico-burocratica. Il tema di Berlusconi è sempre stato lo stesso sia quando ha vinto sia quando ha perso: meno pubblico, più privato, meno spesa pubblica più spesa privata, meno sprechi pubblici più investimenti privati. Una rivoluzione liberale appunto. La maggioranza degli elettori ha sempre detto sì a questa scelta. Che poi non si sia non dico realizzata ma nemmeno avviata è un altro discorso, ma resta lì come agenda per i governi avvenire.&lt;br /&gt;La terza eredità è solo indirettamente attribuibile a Berlusconi, che l’ha solo fatta emergere. L’alternativa al centrodestra non esiste. Gli altri sono fin qui stati tenuti dall’antiberlusconismo ma non hanno nulla in comune: nel 1996 – 2001 hanno cambiato presidente del Consiglio quattro volte (Prodi, D’Alema 1, D’Alema 2 e Amato) … per poi candidare un quinto, Rutelli. Niente leader condiviso  quindi, né tanto meno un programma comune. Oggi all’opposizione stanno Fini, Casini, Di Pietro, Bersani, Vendola, Pannella e chi più ne ha più ne metta. E’ pensabile che quest’ assortito arcipelago di anti - Berlusconi possa avere punti programmatici comuni? A me non sembra: coesistono proporzionalisti e maggioritari, talebani cattolici di destra e di sinistra, mangiapreti, riformisti e velleitari. Uscito Berlusconi di scena cosa mai potrebbe tenerli assieme?&lt;br /&gt;Lo dico con dolore perché credo che non è l’esistenza di un governo a rendere democratico un paese (i governi esistono anche nelle dittature) ma l’esistenza di una opposizione; quanto più è coesa, alternativa e credibile l’opposizione tanto più democratico è il paese. Questo non è purtroppo il nostro caso e la colpa non è di Berlusconi ma dei miti otto e novecenteschi che si rifiutano di lasciarci: siamo ancora ricchi di nostalgici di Stalin, orfani di Mussolini, nostalgici di De Gasperi e craxiani irriducibili, che non possono certo mettersi assieme e governare un grande Paese nel XXI secolo.&lt;br /&gt;Il futuro quindi richiede anzitutto un centrodestra che continui (o inizi?) la rivoluzione liberale promessa, che riesca a essere credibile e coeso e vinca le elezioni. Ma richiede anche la nascita di una vera opposizione libera dai pregiudizi del passato, unita attorno a un leader e a un programma comune e condiviso a fondo che si prepari a prendere il posto del centrodestra alla guida del governo alle prossime elezioni.&lt;br /&gt;Possibile? Certamente sì. Probabile? Non lo so, ma l’imprevedibilità del futuro è condizione necessaria (e forse anche sufficiente) per rendere la vita meritevole di essere vissuta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da Il Tempo, 10 novembre 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-2779547014809226617?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/2779547014809226617/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/11/uneredita-duratura.html#comment-form' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2779547014809226617'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2779547014809226617'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/11/uneredita-duratura.html' title='Un&apos;eredità duratura'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-904907494788645199</id><published>2011-11-07T02:13:00.001-08:00</published><updated>2011-11-07T02:14:58.169-08:00</updated><title type='text'>Un non improbabile scenario da incubo</title><content type='html'>Le considerazioni che seguono mi sono state suggerite dalla lettura di un articolo del mio amico Gerald O’ Driscoll sul Wall Street Journal (3 novembre). Le riprendo senza imbarazzo perché si tratta di considerazioni evidenti, che sono sotto i nostri occhi da tempo e che non abbiamo ancora metabolizzato. Il tema di O’ Driscoll è semplice e sconvolgente: la crisi finanziaria dell’Europa riguarda anche gli Stati Uniti e non solo indirettamente.&lt;br /&gt;Il meccanismo è noto: lo Stato fa promesse “sociali” ai suoi cittadini – pensioni generose erogate in età lavorativa, assistenza sanitaria gratuita per tutti, inamovibilità dell’impiego – che a un certo punto scopre di non potere mantenere per mancanza di soldi. Avendo già spremuto tutto il possibile dal settore privato e non potendo aumentare ancora il prelievo fiscale senza stroncare l’economia, ricorre all’indebitamento; quando i privati non assorbono più le cambiali dello Stato, questi si rivolge alle banche, promettendo in cambio che ne garantirà la solvibilità. E’ uno schema truffaldino che nemmeno Bernie Maddoff avrebbe potuto concepire: le banche comprano titoli di Stato in cambio della promessa di salvataggio in caso di difficoltà.&lt;br /&gt;Tuttavia, un “salvatore” smette di essere tale quando resta senza soldi e comincia l’incubo: lo Stato non può salvare le banche e queste non possono permettersi di lasciarlo fallire pena il loro stesso fallimento. E’ la storia della Grecia, secondo O’ Driscoll non nuova a esperienze del genere già occorse nel XIX e XX secolo, ma è la stessa storia in Francia, dove lo sviluppo si è arrestato e le banche sono in possesso di una grande quantità di titoli pubblici greci. Un fallimento della Grecia si ripercuoterebbe inevitabilmente anche sulle banche di Francia e Germania. Da qui l’altruismo franco-tedesco pronto a sacrificarsi per “salvare” la Grecia! &lt;br /&gt;Non basta. Banche e istituzioni finanziarie americane sono esposte in molti modi diversi nei confronti delle banche europee: le difficoltà di queste quindi non resterebbero senza conseguenze sull’economia e la finanza americane. Inoltre, e notevolmente più importante, la Fed (banca centrale degli USA) ha fornito alla Banca Centrale Europea grandi quantità di dollari in cambio di euro o attività denominate nella moneta comune europea. La Bce promette di restituire alla Fed i dollari con interesse ma la promessa non è per nulla garantita: la Bce può stampare euro, non dollari, né si capisce perché abbia preso a prestito dalla Fed quando il mondo è sommerso da un’enorme quantità di dollari.&lt;br /&gt;La spiegazione suggerita da O’ Driscoll è che le banche europee abbiano gravi problemi di liquidità. Se la Bce non onora i suoi impegni con la Fed, il costo delle perdite della banca centrale americana sarà sopportato dai contribuenti americani, non certo da quelli europei.&lt;br /&gt;Il problema vero è che nell’Unione Europea non ci sono i fondi per onorare le promesse “sociali” fatte dai governi nazionali. E’ questa la ragione per cui si parla di introdurre una nuova imposta sulle transazioni finanziarie europee. La Grecia, prima o poi, fallirà ma non sarà che la prima di una serie di nazioni dell’UE. A quel punto l’unica scappatoia possibile sarà una generalizzata monetizzazione dei debiti sovrani per opera della Bce, come già sostenuto su queste colonne. L’espansione monetaria produrrà inizialmente effetti benefici, stimolando la crescita, ma a lungo andare non potrà non tradursi in inflazione. Come l’alcol, l’espansione monetaria è piacevole all’inizio, poi arriva il mal di testa.&lt;br /&gt;Gli americani hanno poco da compiacersi per i guai dell’Europa sia perché sono anche loro (basti pensare al Fondo Monetario Internazionale, impegnato a “aiutare” Paesi europei, che prima o poi chiederà fondi ai Paesi membri, specie agli USA) sia perché, grazie alle follie di Obama, si avviano ad avere esattamente lo stesso tipo di problemi dell’Europa: “Se volete sapere come la crisi del debito americano si svilupperà, sostiene O’ Driscoll, guardate l’Europa.&lt;br /&gt;Dobbiamo attenderci quindi una crisi su entrambe le sponde dell’Atlantico, destinata a divenire mondiale? Forse no, ma certamente le turbolenze sui mercati finanziari sono destinate a durare perché gli operatori, non sapendo che pesci pigliare, continueranno a muovere ingenti quantità d’investimenti da un tipo di attività a un altro, con conseguente volatilità dei prezzi.&lt;br /&gt;Di fronte a questo scenario le blaterazioni della politica italiana appaiono in tutta la loro misera provincialità: “La nave affonda, ma a noi non importa, tanto non è nostra”!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;da Il Tempo, 7 novembre 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-904907494788645199?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/904907494788645199/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/11/un-non-improbabile-scenario-da-incubo.html#comment-form' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/904907494788645199'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/904907494788645199'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/11/un-non-improbabile-scenario-da-incubo.html' title='Un non improbabile scenario da incubo'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-629497789403583063</id><published>2011-10-31T01:59:00.000-07:00</published><updated>2011-10-31T02:00:48.450-07:00</updated><title type='text'>Berlusconi, Monti e l'euro</title><content type='html'>Una “Lettera al premier” di Mario Monti sul Corriere (30 ottobre) merita forse qualche parola di commento. Premetto che sono amico di Mario Monti da un numero indecoroso  di anni: nel 1976 mi privò del piacere di essere il più giovane economista in cattedra (vincemmo lo stesso concorso, ma lui ha tre mesi meno di me) e nel 1994 ebbi la responsabilità di fare il suo nome come commissario europeo e dovetti faticare per oltre quindici giorni per convincerlo ad accettare. Premetto anche che quanto scriverò non è “spintaneo”, suggerito direttamente o indirettamente da altri, ma assolutamente autonomo.&lt;br /&gt;Questa premessa si rende necessaria perché, mentre dovrò esprimere dissenso su alcune affermazioni di Mario, non sono spinto a farlo per difendere Silvio Berlusconi dalle sue, come sempre, garbate, rassicuranti, ragionevoli e sussiegose critiche. Monti concentra la sua attenzione sull’affermazione di Berlusconi, secondo cui “L’euro è la nostra moneta, la nostra bandiera. E’ proprio per difendere l’euro dall’attacco speculativo che l’Italia sta facendo pesanti sacrifici. Il problema è che l’euro è l’unica moneta al mondo senza un governo comune, senza uno Stato, senza una banca di ultima istanza. Per queste ragioni è una moneta che può essere oggetto di attacchi speculativi.”&lt;br /&gt; Secondo Monti, alcune affermazioni del premier sono fondate, altre infondate e “Nell’insieme fanno sorgere, accanto ad una remota speranza, serie preoccupazioni. Mi auguro – conclude il presidente della Bocconi – che, con le parole e ancor più con i fatti, Lei riesca a rafforzare quella speranza e a sgombrare il campo dalle preoccupazioni, così vive in Italia e in Europa. Non solo – La prego di credermi – presso i suoi &lt;nemici&gt;”.&lt;br /&gt;Monti riconosce che l’euro è una moneta strana perché non ha dietro uno Stato né una Banca centrale che dia “garanzia d’interventi illimitati in caso di difficoltà”. Omette di menzionare che non solo illimitati interventi non sono consentiti alla Banca Centrale Europea, ma le è anzi fatto divieto esplicito di monetizzare i debiti degli Stati membri. Nella misura in cui ciò è accaduto si è trattato di una violazione delle regole di Maastricht. Ma andiamo oltre.&lt;br /&gt;Monti sostiene che l’euro, malgrado tutto, “ci ha portato negli ultimi 12 anni un’inflazione ben più bassa (di quella che abbiamo avuto con la lira).” L’euro non è in crisi, secondo l’economista monetario (ma non “monetarista”, come tiene sempre a precisare), perché è stabile in termini di beni e servizi e anche troppo forte in termini di cambio col dollaro.&lt;br /&gt;Monti sa bene che non è affatto vero che la bassa inflazione degli ultimi anni significhi che l’euro non ha perso potere d’acquisto in termini di beni e servizi: con 1936,27 lire si comprava ben più di quanto si acquisti con un euro. Con uno stipendio mensile di due milioni di lire si viveva, anche se non agiatamente, con mille euro certamente no. L’inflazione non c’entra, la colpa è della luciferina presunzione di chi ha ritenuto di potere stabilire a priori il potere d’acquisto esatto di una moneta fiduciaria mai prima esistita. E’ questa la ragione per cui da sempre mi sono battuto contro questa aberrazione logica, conquistandomi le critiche del mio amico Mario Monti, che non ha mai nemmeno lontanamente pensato che chi ragionava in modo diverso dagli euro-bacchettoni potesse avere ragione.&lt;br /&gt;Monti correttamente sostiene che la speculazione non è contro l’euro ma contro quei Paesi che non hanno fatto le necessarie riforme strutturali: è una tesi che ho più volte ribadito su queste colonne ed è ineccepibile. Non può astenersi, tuttavia, dall’impartire a Berlusconi una lezione di correttezza politica: “In Europa e nei mercati, affermazioni di questo tipo accrescono i dubbi sulla convinzione e determinazione del governo italiano.” Facendole, Berlusconi “finisce per imporre sacrifici ancora maggiori agli italiani.” “Anche le parole non sorvegliate hanno il loro costo.” Amen.&lt;br /&gt;E veniamo alla remota speranza: “La Sua (di Berlusconi) diagnosi è in linea con la migliore tradizione dell’europeismo italiano. Come Lei, forse con qualche turbamento, ha visto a Bruxelles alcuni giorni fa, il governo economico si sta creando”.&lt;br /&gt;Monti è convinto che le blaterazioni di Bruxelles siano il preludio alla creazione di un governo economico. Mi sia permesso di dissentire: non solo non è mai esistita una moneta senza Stato, ma è anche non impossibile ma impensabile un governo economico senza Stato. E’ giusto che una moneta comune a Stati con finanze pubbliche autonome e divergenti è impossibile – i problemi che hanno afflitto l’unione monetaria del Belgio col Lussemburgo lo provano ampiamente – ma è ancora più vero che imporre le stesse regole tributaria a Paesi diversissimi è semplicemente insensato. Sarebbe più facile fare indossare a Renato Brunetta e Giuliano Ferrara abiti della stessa taglia che non imporre lo stesso livello e tipo di tassazione al Portogallo e alla Germania.&lt;br /&gt;Come ha recentemente dichiarato Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, “I legislatori debbono scegliere fra due modelli: un modello con membri autonomi, che non rispondono dei problemi degli altri e vengono disciplinati dal mercato, e un modello caratterizzato da una maggiore integrazione. Non esiste una terza possibilità.” Il primo modello di Weidmannn è quello scelto dagli USA, Mario Monti crede nel secondo. La realtà gli farà cambiare idea.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, da Il Tempo 31 ott. 11&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-629497789403583063?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/629497789403583063/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/10/berlusconi-monti-e-leuro.html#comment-form' title='15 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/629497789403583063'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/629497789403583063'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/10/berlusconi-monti-e-leuro.html' title='Berlusconi, Monti e l&apos;euro'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>15</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-4718341162040456377</id><published>2011-10-19T11:17:00.000-07:00</published><updated>2011-10-19T11:18:53.425-07:00</updated><title type='text'>Intervento alla Camera 19 ottobre 2011</title><content type='html'>PRESIDENTE. Alleanza per l'Italia. Anche perché sarebbe stata una cessione di copyright!Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Martino. Ne ha facoltà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, le confesso che trovo il dibattito vagamente surreale, perché da molti degli interventi ho ricavato la distinta impressione che non si sappia esattamente di che cosa di parla quando si parla di mercato. Un distinto collega della sinistra, l'onorevole Ermete Realacci, ha citato opportunamente un passo di Luigi Einaudi nel quale si dice che il mercato non conosce valori, giustizia o altro ancora. Einaudi diceva una cosa sacrosanta, ma non per invocare l'irreggimentazione del mercato da parte dello Stato perché il mercato, in quanto tale, è neutrale. Se vi è una domanda di prostitute vi sarà un'offerta di prostitute. Il mercato non esprime giudizi di valore, ma consente agli scambisti di fare ciò che vogliono (Commenti dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non avrei fatto questa riforma della Costituzione, ma avrei soltanto aggiunto un articolo 140 alla Costituzione recitante: «La legge non impedirà mai atti di capitalismo fra adulti consenzienti».&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-4718341162040456377?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/4718341162040456377/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/10/intervento-alla-camera-19-ottobre-2011.html#comment-form' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/4718341162040456377'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/4718341162040456377'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/10/intervento-alla-camera-19-ottobre-2011.html' title='Intervento alla Camera 19 ottobre 2011'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-8916118363200149256</id><published>2011-10-19T03:11:00.001-07:00</published><updated>2011-10-19T03:11:52.436-07:00</updated><title type='text'>Pericolo scampato, però...</title><content type='html'>&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Antonio Martino, 17 ottobre 2011&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;I recenti episodi di guerriglia urbana e dissennata violenza mi avevano fatto pensare che certamente qualcuno avrebbe finito con attribuirne la responsabilità a Berlusconi ma, per quanto cercassi, la mia ipotesi non trovava riscontro nemmeno sui più trinariciuti organi di stampa. Stavo già per arrendermi quando, come la cavalleria degli Stati Uniti nei film western di una volta, in mio soccorso non è arrivata la senatrice Barbara Contini che ha dichiarato: “Tutto ciò non sarebbe successo se Berlusconi si fosse dimesso.”&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Sono amico di Barbara: è una donna intelligente, sensibile e colta e parla perfettamente un numero indecoroso di lingue. Il suo commento dimostra che mentre chiunque, persino un idiota incolto, è in grado di dire una semplice sciocchezza, per spararne una megagalattica è necessario scomodare una persona intelligente che si è preparata in lunghi anni di duro lavoro.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Venendo all’attualità politica, il voto di fiducia al governo ha rappresentato una schiacciante sconfitta per le opposizioni. Il governo ha avuto la maggioranza assoluta e ha garantito da solo il numero legale, sconfiggendo la strategia aventiniana suggerita da Pierferdinando Alcide Casini e rendendo comico il commento di Pierluigi Bersani: “La maggioranza perde pezzi.” Come se non bastasse, il comportamento irreprensibile dei radicali, presenti in aula da soli a sinistra per la dichiarazione del premier e votanti la sfiducia al governo, ha dimostrato, come se ce ne fosse bisogno, di quanto poco senso dello Stato e rispetto del Parlamento abbiano le altre formazioni di opposizione. Infine, le reazioni volgari e scomposte al loro comportamento venute da famigerati esponenti del Pd, oltre che infondate (il numero legale non è stato assicurato dalla presenza dei deputati radicali), misura l’eleganza e la tolleranza di costoro.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Solo un irresponsabile avrebbe potuto auspicare una crisi di governo in questi tempi di bufera finanziaria e d’incombente grave crisi economica. Sarebbe stato come versare benzina sul fuoco della speculazione contro i nostri titoli pubblici. Il fatto che la crisi di governo sia stata scongiurata, quindi, rappresenta un autentico caso di scampato pericolo. Tutto bene, quindi? Non esattamente.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Siamo alla fine di un ciclo politico: nel 2013 dalla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi saranno passati vent’anni, la durata tipica dei cicli politici in Italia (Giolitti e Mussolini confermano). I posteri giudicheranno meglio di quanto non potremmo fare noi l’eredità di questa esperienza. Una cosa, tuttavia, credo di potere affermare senza tema di essere smentito: Berlusconi ha dimostrato in modo limpido che la maggioranza degli italiani non è di sinistra. Ci sono molte anime nel centrodestra ma è indiscutibile che, complessivamente considerato, si tratta della larga maggioranza degli italiani.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Sarebbe quindi usare violenza all’elettorato imporre, grazie alle divisioni interne al centrodestra, alla legge elettorale, o alla delusione dell’elettorato, un governo di sinistra. Tuttavia, quella possibilità esiste a dispetto dell’inconsistenza delle sinistre, prive di un programma condiviso, di un leader credibile e di un collante ideale. Il nostro dovere oggi è quindi quello di adoperarci perché ciò non accada.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Dobbiamo lavorare per rincuorare i nostri elettori, offrire loro un sistema elettorale che possa sia motivarli ad andare alle urne sia riflettere correttamente le loro scelte e tentare il possibile per ricucire le divisioni del centrodestra. Dirò subito che dei tre obiettivi l’ultimo è di gran lunga il più difficile, anche se una legge elettorale nuova, che renda poco conveniente il frazionismo, potrebbe forse ottenere quel risultato.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Della riforma elettorale mi occuperò, forse, in altra occasione. Ora mi concentrerò sulla delusione dei nostri elettori e sulla possibilità di rimediarvi. Non è necessaria grande immaginazione per individuare le cause della delusione: in tutte le tornate elettorali, sia quelle vinte (1994, 2001, 2008) sia quelle perse (1996, 2006), il programma di Berlusconi per il centrodestra è stato liberale: prometteva una “rivoluzione liberale”, un “partito liberale di massa”, la riduzione dell’ingerenza dello Stato nella vita dei cittadini, la riforma fiscale con l’abbattimento delle aliquote e l’alleggerimento del carico complessivo, liberalizzazioni e privatizzazioni e il ripristino della divisione dei poteri con una riforma della giustizia.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;I governi da lui presieduti hanno fatto molte cose buone, hanno saputo far fronte a eventi drammatici (l’undici settembre 2001, la crisi del 2007 e l’attuale), ma non hanno realizzato neanche una delle riforme promesse. L’intrusione dello Stato nelle nostre vite è aumentata sia sotto il profilo economico (spesa pubblica al 52% del pil, fiscalità aumentata) sia sotto quello delle libertà civili (i “lacci e laccioli” sono cresciuti enormemente in tutti i campi). Se vuole essere ricordato con gratitudine e ridurre la delusione degli elettori, Berlusconi deve realizzare almeno una delle riforme promesse. Altrimenti rischia per essere ricordato non per i suoi indubbi successi ma per avere sciupato un’irripetibile occasione per cambiare l’Italia.&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Antonio Martino, 17 ott. 11&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-8916118363200149256?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/8916118363200149256/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/10/pericolo-scampato-pero.html#comment-form' title='8 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8916118363200149256'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8916118363200149256'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/10/pericolo-scampato-pero.html' title='Pericolo scampato, però...'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>8</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-3781994791396636131</id><published>2011-10-01T08:27:00.000-07:00</published><updated>2011-10-01T08:29:56.499-07:00</updated><title type='text'>Dichiarazione di voto sulla sfiducia al ministro Romano</title><content type='html'>PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l’onorevole Antonio Martino. Ne ha facoltà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, io, a dispetto della sentenza della Corte costituzionale sul caso Mancuso, considero la votazione che sta per avere luogo come manifestamente anticostituzionale. L’istituto della revoca del Ministro esisteva nello Statuto Albertino. I padri costituenti dibatterono se mantenerla nella Costituzione repubblicana e decisero di non farlo perché la responsabilità è collegiale del Governo e mai del singolo ministro. Questa sfiducia individuale è anticostituzio- nale.&lt;br /&gt;Naturalmente parteciperò alla votazione, ma è una violazione della Costituzione (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-3781994791396636131?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/3781994791396636131/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/10/dichiarazione-di-voto-sulla-sfiducia-al.html#comment-form' title='18 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/3781994791396636131'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/3781994791396636131'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/10/dichiarazione-di-voto-sulla-sfiducia-al.html' title='Dichiarazione di voto sulla sfiducia al ministro Romano'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>18</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-2338713379756979270</id><published>2011-09-18T04:40:00.000-07:00</published><updated>2011-09-18T04:41:25.581-07:00</updated><title type='text'>In Onda, La7 con Antonio Martino</title><content type='html'>Cari Amici,&lt;div&gt;qui trovate la registrazione della puntata di In Onda:&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;a href="http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50231335"&gt;http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50231335&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-2338713379756979270?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/2338713379756979270/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/09/in-onda-la7-con-antonio-martino.html#comment-form' title='31 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2338713379756979270'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2338713379756979270'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/09/in-onda-la7-con-antonio-martino.html' title='In Onda, La7 con Antonio Martino'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>31</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-7888002977533467591</id><published>2011-09-15T04:21:00.000-07:00</published><updated>2011-09-15T04:22:29.361-07:00</updated><title type='text'>Dichiarazione in dissenso, Camera 14 settembre 2011</title><content type='html'>PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l’onorevole Antonio Martino. Ne ha facoltà, per due minuti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghe e colleghi, i motivi che mi hanno indotto a non votare la manovra di luglio sono gli stessi che mi inducono oggi a non votare, a maggior ragione, questa manovra. Ci sono state propinate manovre una o anche più volte l’anno per almeno 25 anni. L’obiettivo di queste manovre era sempre il risanamento dei conti pubblici. Nel 1986, il debito pubblico ammontava a circa 450 miliardi di euro, l’85,5 per cento del PIL. Quest’anno – la notizia è di questa mattina –, il debito pubblico ammonta 1.911 miliardi di euro, il 120 per cento del PIL. Chiaramente, le manovre non hanno sortito il risultato sperato: il debito pubblico è quadruplicato.&lt;br /&gt;Onorevole Casini, lei ha detto una cosa che apparentemente sembrerebbe sensata, ma non lo è affatto. Non è vero che una cattiva manovra sia meglio di nessuna manovra: nessuna manovra è meglio di una cattiva manovra ed è anche meglio di una buona manovra, perché questo Paese non di manovre ha bisogno. L’esistente non può essere gestito, deve essere riformato: noi abbiamo bisogno di riforme, non di manovre (Applausi di deputati dei gruppi Futuro e Libertà per il Terzo Polo e Italia dei Valori)!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le manovre, se perseguite, continueranno a portarci ad una spesa pubblica sempre maggiore – siamo al 52 per cento del PIL –, ad una fiscalità sempre maggiore, ad una crescita zero e alla morte dell’economia italiana (Applausi di deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo, Futuro e Libertà per il Terzo Polo e Italia dei Valori).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto finale.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-7888002977533467591?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/7888002977533467591/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/09/dichiarazione-in-dissenso-camera-14.html#comment-form' title='27 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7888002977533467591'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7888002977533467591'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/09/dichiarazione-in-dissenso-camera-14.html' title='Dichiarazione in dissenso, Camera 14 settembre 2011'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>27</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-5891058794845077918</id><published>2011-09-14T01:19:00.000-07:00</published><updated>2011-09-14T01:23:14.849-07:00</updated><title type='text'>Una comunicazione di servizio!</title><content type='html'>&lt;p class="p1"&gt;Cari Amici del blog,&lt;/p&gt; &lt;p class="p1"&gt;in seguito a commenti gratuitamente offensivi abbiamo deciso di effettuare una moderazione preventiva. Da adesso in poi contiamo di riaprire i commenti, senza moderazione preventiva, solo per gli utenti registrati al sito &lt;a href="http://blogger.com/"&gt;&lt;span class="s1"&gt;blogger.com&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;, così da declinare ogni responsabilità personale e del curatore.&lt;/p&gt; &lt;p class="p2"&gt;Cogliamo inoltre l'occasione per ringraziare tutti per la crescente e vivace partecipazione alle discussioni!&lt;/p&gt; &lt;p class="p1"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-5891058794845077918?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/5891058794845077918/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/09/una-comunicazione-di-servizio.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5891058794845077918'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5891058794845077918'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/09/una-comunicazione-di-servizio.html' title='Una comunicazione di servizio!'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-8185678682344300766</id><published>2011-09-10T08:56:00.000-07:00</published><updated>2011-09-10T08:59:56.457-07:00</updated><title type='text'>Intervista di Antonio Martino del 10 Settembre 2011, da Linkiesta.it</title><content type='html'>&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Helvetica, Tahoma, Arial, 'DejaVu Sans', sans-serif; "&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Allora Professore, soddisfatto della manovra?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Faccio prima una premessa. Sono a dir poco 25 anni che ogni anno immancabilmente ci viene proposta una o più di una manovra con lo scopo di risanare i  conti pubblici. In questo quarto di secolo, malgrado le moltissime manovre, il debito pubblico è cresciuto e non poco…&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;E dunque?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Dunque sarebbe venuto il momento di chiederci se lo strumento della manovra non sia sbagliato rispetto al fine che si intende conseguire. Perché le manovre correttive quand’è che si fanno? Se si ha un sistema economico sano, in crescita ed accade qualcosa di imprevisto, che lo fa dirottare dal cammino di crescita, si fa una manovra correttiva per rimettere il sistema stesso in carreggiata. La manovra correttiva dovrebbe essere utilizzata quindi eccezionalmente ed in presenza di eventi straordinari… Non può diventare un’abitudine, una costante di tutti gli anni!&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Ma fino ad oggi la “narrazione”, indipendentemente da chi fosse al Governo, è stata differente…&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Vede il fatto è che le cosiddette manovre correttive comportano fondamentalmente due cose: tagli e tasse&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Anche quella di Tremonti?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Anche questa, certamente, porta con sè tagli e tasse.&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Stava dicendo dei tagli…&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Ora i tagli incidono su quella parte della spesa che il Governo può controllare a legislazione invariata. Questa parte della spesa è una frazione molto piccola del totale della spesa e la maggior parte delle spese pubbliche, a legislazione invariata, non possono essere fatte variare. Quindi l’Italia non ha bisogno di manovre, cioè di gestire l’esistente.&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Mi sta dicendo che le manovre all’italiana, diciamo così, sono un’anomalia. Ma allora di cosa ha bisogno l’Italia?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Ha bisogno di riforme, cioè di cambiare l’esistente!&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Per esempio?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;La riforma del Sistema Sanitario Nazionale, tanto per citare un primo esempio, che non è stato affatto menzionato in queste settimane. Il nostro sistema è totalmente, assolutamente indifendibile, e da un punto di vista funzionale e dal punto di vista economico e dal punto di vista dell’equità sociale. A lei sembra corretto tassare tutti i contribuenti, anche quelli meno abbienti, in modo che Sivio Berlusconi ed io possiamo avere le medicine gratis?&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Di che ordine di grandezza parliamo?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;La spesa ufficiale è 107 miliardi all’anno. A questo deve aggiungere che, siccome l’80% per cento di spesa delle regioni è di spesa sanitaria,  i 4/5 di spese per il funzionamento delle regioni – parlamenti regionali, governi regionali, burocrazie regionali ed altro ancora – sono spese per la sanità. Se oltre a questo, aggiungiamo anche ciò che i privati spendono per procurarsi cure che il sistema sanitario non riesce ad offrire, si arriva ad una spesa complessiva vicina ai 200 miliardi di euro all’anno.&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Ci hanno provato in tanti a riformare il sistema sanitario nazionale…&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Guardi riformare il sistema sanitario significa sì pestare i piedi ad una serie di interessi costituiti. Ci sono gli amministratori di nomina politica, i politici coinvolti, i burocrati anche quando sono inutili, gli intrallazzatori che specie nel mondo farmaceutico combinano cose indicibili. Ma pestiamoglieli i piedi a tutti questi e facciamo un sistema sanitario selettivo, non universale. I ricchi si possono far curare a spese loro: perché mai dobbiamo, come ho detto, fornir loro le medicine gratis?&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Cosa intende esattamente per sistema sanitario selettivo?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Penso ad un sistema che garantisca anche ai meno abbienti la possibilità di farsi curare, ma aperto alla concorrenza vera, in modo che ci sia un maggior controllo sui costi ed un incentivo a fornire prestazioni accettabili ai clienti-pazienti.&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;E quanto immagina si risparmierebbe in termini di spesa pubblica?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Facendo un’operazione di questo tipo – che mi rendo ben conto sia complicata, ma è fattibile e deve essere fatta – si potrebbero risparmiare qualcosa come 70–80 miliardi di euro, che sono un’infinità di quattrini.&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;E sul sistema pensionistico, marginalmente toccato dalla manovra, cosa mi dice?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Premetto, quando venne introdotta, per la prima volta, la pensione di stato – 17 novembre 1881 ad opera di Bismarck – l’età pensionabile era 70 anni, ma la speranza di vita a quel tempo era inferiore a 70 anni. Ora l’aspettativa di vita è, credo, 84 anni per le donne e 80 per gli uomini: se noi continuiamo a mandare in pensione i nostri concittadini a 60 anni, li dobbiamo mantenere per almeno 20 anni!&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;E in che direzione dovremmo andare?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Col fatto che la denatalità ha ridotto la base dei contribuenti, mentre il naturale prolungamento della vita ha reso l’Italia il Paese più vecchio dell’Occidente – 1 italiano su 4 ha più di 60 anni – non è pensabile poter mantenere il 30% della popolazione per almeno 20 anni, senza considerare tutti quelli che mandiamo in pensione in età lavorativa e poi continuano a lavorare in nero. L’unica strada è l’innalzamento della età pensionabile.&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Di grandi riforme nella manovra non c’è però traccia. Quindi le rifaccio la domanda: il suo giudizio sulla finanziaria rimane totalmente negativo?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Veda in alcuni punti è migliorata; non è che io sia soddisfatto, ma mi fa piacere il fatto che le critiche e le proposte dei cosiddetti frondisti sono state, almeno in parte, ascoltate e recepite. Penso a temi di cui fino a poche settimane fa non si poteva neppure parlare, come la revisione parziale del sistema pensionistico, l’abolizione delle province.&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Un’altra vittoria dei frondisti è stata pure la revisione del contributo di solidarietà…&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;È stata in parte superata quella assurdità, che era rappresentata dal contributo di solidarietà, fra l’altro un classico caso di etichettatura fraudolenta, perché il contributo è tale se è volontario, se non è volontario non è un contributo! E poi contributo di solidarietà verso chi, verso chi dilapida i nostri patrimoni? Ma lei lo sa che la spesa pubblica nel nostro Paese supera il 52% del reddito nazionale? Nessun paese al mondo è mai cresciuto quando la spesa pubblica è superiore al 40 per cento. Stiamo  cercando di perseguire un obiettivo dubbio – la parità di bilancio – a costo di ammazzare l’economia! Io voglio che il paese sia indirizzato verso la crescita,non verso la recessione.&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Anche sul fronte delle misure tese a favorire la crescita non c’è granchè nella manovra. &lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Assolutamente, non c’è niente. Vede, le faccio un esempio banalissimo: tutte le imposte dirette (Ire, Ires, Irap) hanno reso nel 2010 il 14,6% del Pil, il che significa, paradosso, che l’aliquota unica del 15% avrebbe reso di più!&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Riformare il fisco per stimolare l’economia?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Certo, una riforma fiscale può stimolare la crescita e lo sviluppo specie se riduce le aliquote più alte che sono quelle che più scoraggiano gli investimenti, il risparmio, la creazione di posti di lavoro, e così via. Ma perché ha reso così poco il nostro sistema tributario? Per una ragione molto semplice. Non è solo l’evasione, che è un reato e va perseguito, ma  soprattutto l’elusione e l’erosione, che sono forme perfettamente legali per non pagare le tasse. Chi è già ricco, non sa nemmeno quanto paga di tasse; quello che fa è mettere tutti gli incartamenti nelle mani dello studio tributarista, che troverà diecimila modi per far pagare il meno possibile di tasse, evadendo base imponibile ed eludendo le imposte.&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Tutto si spiega, Professore. Inutile nutrire l’aspettativa che il fisco venga riformato nella direzione da lei auspicata da chi, come Tremonti, ha una glorioso passato da tributarista.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Come tributarista Tremonti è bravissimo, ma fare il Ministro è un'altra cosa. Lui, non so bene perché, è convinto che la riforma fiscale debba comportare necessariamente una diminuzione del gettito. Io invece sostengo che una riforma fiscale fatta bene produrrebbe un aumento enorme del gettito perché la riduzione delle aliquote alte renderebbe più conveniente ai ricchi pagare le imposte che pagare tributaristi!&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Senta, professore, ma lei non ha l’impressione che le riforme non si riescano a fare perché il Paese è ostaggio di un equilibrismo di interessi che nessuno, né a destra, né a sinistra, ha il coraggio di rompere?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Noi abbiamo oggi due gruppi di conservatori: all’interno, il gruppo, espressione del consociativismo catto-comunista a cui lei ha alluso, di chi vuole mantenere inalterato lo stato sociale che ha creato. Poi a livello internazionale è presente un gruppo ultra-conservatore, rappresentato in particolare dalla Germania, che non ha capito come l’euro, nella forma attuale, è condannato. Perché cosa fa il meccanismo di Maastricht quando un paese non rispetta i parametri? Gli commina una multa. Ora, se un Paese non riesce a pagare i suoi debiti, dargli una multa lo aiuta a pagare i suoi debiti?&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Invoca maggiore flessibilità dunque?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Quello che in Europa avrebbero dovuto stabilire che chi non rispetta i parametri è escluso dall’euro. Invece vogliono continuare a mantenere l’euro nella situazione attuale e quando voglio esser più cattivo dico che stanno tentando di far indossare lo stesso vestito a Piero Fassino ed a Giuliano Ferrara.&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Torniamo alla politica interna: anche lei ritiene conclusa la parabola di Berlusconi?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Guardi è quasi fisiologico in Italia il ciclo ventennale, Giolitti durò venti anni, Mussolini durò venti anni e nel 2013 scadono i 20 anni di Berlusconi. Quindi non ci vedrei nulla di strano se nel 2013 Berlusconi lasciasse. Potrebbe lasciare anche prima, ma sta a lui decidere.&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Però il segretario del suo partito ha recentemente candidato Berlusconi a candidato premier nelle elezioni del 2013.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Ma abbia pazienza, Angelino Alfano, oggi, questo è il meno che possa fare, visto che è stato incoronato da Berlusconi. La decenza, non la gratitudine, impone ad Alfano di non poter dire altro che il candidato premier nel 2013 sarà Berlusconi. Ma non sarà Alfano a decidere il candidato premier: lo deciderà in primo luogo Berlusconi, in secondo luogo se lui decidesse di non candidarsi, io vedrei bene qualche meccanismo di selezione a cui partecipano tutti e non solo i vertici del partito.&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Una sorta di primarie?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Questo sarebbe l’ideale. Le primarie sono uno strumento valido, dipende da come si organizzano. Certo se devono essere una farsa, come stavano per essere quelle che hanno portato alla candidatura alla Presidenza del Consiglio Romano Prodi, che inizialmente non voleva nessun altro candidato, meglio lasciare perdere.&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 1em; margin-right: 0px; margin-bottom: 1em; margin-left: 0px; "&gt;&lt;strong&gt;Un’ultima domanda: voterà sì alla fiducia sulla manovra?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;No, io non voterò, come non ho votato la manovra a luglio. In quell’occasione, come ricorda, ho dichiarato che non avrei potuto votare la manovra e sono uscito dall’aula. Farò lo stesso la settimana prossima.&lt;/p&gt;&lt;span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Leggi il resto: &lt;a href="http://www.linkiesta.it/tassiamo-i-poveri-regalare-le-medicine-silvio#ixzz1XZ8Op1Ne" style="cursor: pointer; color: rgb(0, 51, 153); "&gt;http://www.linkiesta.it/tassiamo-i-poveri-regalare-le-medicine-silvio#ixzz1XZ8Op1Ne&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-8185678682344300766?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/8185678682344300766/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/09/allora-professore-soddisfatto-della.html#comment-form' title='10 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8185678682344300766'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8185678682344300766'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/09/allora-professore-soddisfatto-della.html' title='Intervista di Antonio Martino del 10 Settembre 2011, da Linkiesta.it'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>10</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-8313988407505590272</id><published>2011-08-23T04:16:00.000-07:00</published><updated>2011-08-23T04:17:05.151-07:00</updated><title type='text'>Intervista di Antonio Martino del 23 Agosto 2011, da Il Tempo</title><content type='html'>&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Tahoma; line-height: 24px; background-color: rgb(255, 255, 255); "&gt;&lt;p style="margin-top: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; "&gt;«Sì, è vero: sono un frondista. E lo sono perché mi hanno insegnato che, se una cosa è sbagliata, anche se tutti dicono che è giusta, rimane sbagliata». L’ex ministro Antonio Martino continua la sua battaglia. A essere sbagliata - l'ex ministro, ora deputato del Pdl, lo ripete da giorni - è la manovra. «Per dare risposte vere alla crisi - ammette - non c'è più molto tempo».&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Onorevole Martino cosa fare, allora, per scongiurare il peggio?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«Dobbiamo riconquistare le fiducia dei cittadini. Viviamo un momento di crisi nel quale comprensibilmente quanti stanno male, o in condizioni peggiori rispetto al passato, e disapprovano i contenuti di una manovra il cui costo ricadrà sulle loro spalle, sono portati a ritenere che le ragioni delle loro ristrettezze risiedono nel trattamento di favore che hanno i privilegiati: politici, calciatori e quant'altro».&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;I politici, la cosiddetta casta, sono il primo bersaglio...&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«Sì, ma è una tesi priva di fondamento. Tipica di quasi tutte le crisi. In questa situazione la classe politica ha il dovere di trovare legittimità e mettersi al riparo da questa potenziale follia eversiva».&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Come?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«La prima cosa da fare è cambiare la legge elettorale. Dobbiamo restituire ai cittadini il potere di scegliere chi li debba rappresentare. La legge attuale, semplicemente, non lo consente ed è giustamente accusata di aver prodotto un parlamento di nominati. E non più di eletti»&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Da qui l'indignazione della gente...&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«Precisamente. Il rischio che corriamo è enorme. Potenzialmente siamo in uno stadio prerivoluzionario. È una magra consolazione il fatto che le folle infuriate non hanno mai ottenuto quel che volevano. I francesi che chiedevano "Liberté, Égalité, Fraternité" hanno avuto Robespierre e Napoleone. I russi che volevano cacciar via lo Zar si sono ritrovati Stalin. Generalmente si passa dall'oclocrazia, il governo delle masse, alla dittatura».&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Il momento è grave, insomma...&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«Già. Ecco perché non è il momento di pensare alla legge ideale, che avrebbe bisogno di larghi consensi. Basterebbe tornare al Mattarellum. È di gran lunga migliore rispetto alla legge attuale. Il 75 per cento di collegi uninominali faceva sì che il popolo fosse sovrano, che decidesse i propri rappresentanti. Il rapporto elettore/eletto era più forte e la legittimazione della classe politica non era in discussione».&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Secondo lei basterebbe tornare al Mattarellum per placare la rabbia che si è scatenata nei confronti della casta?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«No, non sarà questo a placare l'eversione, ma almeno servirebbe a restituire dignità al parlamento. Il Mattarellum, in questo momento delicato, è la soluzione "meno peggio". Si potrebbe fare in un'ora, abolendo la legge elettorale esistente. Basterebbe una maggioranza semplice per abrogare quella che il suo stesso ideatore, Roberto Calderoli, ha definito una "porcata"».&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Anche la manovra presentata dal governo è una "porcata"?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«Questa manovra, semplicemente, è indifendibile. Non può essere presentata agli italiani. Per trenta anni abbiamo detto loro che avremmo messo in ordine i conti e invece il debito è sempre aumentato. La spesa pubblica è arrivata ad essere il 52 per cento del reddito nazionale, la fiscalità è alle stelle».&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Cosa fare, allora?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«Dobbiamo sradicare il consociativismo cattocomunista. Il sistema sanitario nazionale va smantellato: costa troppo, è inefficiente e non fa che creare corruzione. Dobbiamo riformarlo. Dobbiamo adeguare l'età pensionabile agli standard europei. Alcune persone percepiscono la pensione in età lavorativa e poi lavorano in nero, fregando l'Erario due volte. Dobbiamo ridurre gli enti locali».&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Anche lei è un sostenitore della battaglia de &lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&lt;i&gt;Il Tempo&lt;/i&gt;&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt; «Via le Province», allora?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«Assolutamente sì. Le Province vanno abolite. Ma non basta. Bisogna ridurre il numero dei Comuni di almeno un terzo e ripensare il sistema delle Regioni. La Lombardia con i suoi 9 milioni di abitanti non è un ente locale».&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Questa la sua ricetta anti-crisi. Il governo che fa?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt; «Ho parlato con Berlusconi. Finalmente mi ha richiamato lui, dopo che io per giorni l'ho chiamato invano. Gli ho detto: "Non posso più salvare la tua faccia, ma posso ancora salvare la mia". Sa che non voterò mai una manovra che va nella direzione diametralmente opposta a quello che sia io che lui abbiamo detto negli ultimi 18 anni».&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;E lui?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«Mi ha detto che sa che io non farei mai niente strumentalmente contro di lui. Che sono un amico. Che si sta adoperando per correggere la manovra, ma che gli hanno detto che è l'unica cosa da fare».&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ed è così?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«Assolutamente no. Nessuno potrà convincermi. Lui si è lasciato convincere da persone che hanno fama di essere competenti. Ma è una fama usurpata».&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Berlusconi, però, ha il problema della Lega...&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«Io credo che la Lega oggi abbia un problema. Non che sia un problema. Non è più monolitica come in passato. Al suo interno ci sono posizioni diverse sulla manovra. La leadership di Bossi si è incrinata, non è più in grado di garantire l'omogeneità dell'intero partito. Molti leghisti la pensano come me sulla manovra. Non è un caso che alle scorse elezioni in Lombardia hanno perso voti sia il Pdl sia la Lega. Le tasse fanno male ai nostri elettori: sono il popolo delle partite iva, massacrati dall'iperfiscalità di Tremonti».&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 10px; margin-right: 0px; margin-bottom: 10px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Come giudica l'intervento di Napolitano su questi temi?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«Nutro molto rispetto per il capo dello Stato. Secondo me, però, dovrebbe astenersi dall'esprimersi su temi che riguardano la politica vera e propria. Riconosco che ci sono stati dei problemi di leadership interna e lui ha fatto da garante. Adesso, però, spero faccia il presidente della Repubblica e lasci al governo le responsabilità che spettano al governo».&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-8313988407505590272?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/8313988407505590272/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/08/intervista-di-antonio-martino-del-23.html#comment-form' title='77 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8313988407505590272'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8313988407505590272'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/08/intervista-di-antonio-martino-del-23.html' title='Intervista di Antonio Martino del 23 Agosto 2011, da Il Tempo'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>77</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-8301714892151484541</id><published>2011-08-14T12:37:00.000-07:00</published><updated>2011-08-14T12:40:50.255-07:00</updated><title type='text'>La crisi, l’euro e l’ennesima inutile stangata</title><content type='html'>&lt;div&gt;Le radici dell’attuale crisi mondiale vanno, a mio parere, cercate nel sistema monetario internazionale. Cominciamo con quella che era (e forse ancora è) la moneta regina degli scambi internazionali: il dollaro americano. Dopo la svalutazione della sterlina di fine 1967 e il successivo scioglimento del Consorzio dell’oro (Gold Pool, l’organismo che avrebbe dovuto mantenere fisso il prezzo dell’oro a $35 l’oncia), il sistema monetario internazionale smise di essere un Gold Exchange Standard (sistema a cambio aureo) e divenne un dollar standard, un sistema basato sul dollaro. La decisione di Nixon del 15 agosto 1971 di abolire la convertibilità del dollaro in oro fu solo un atto notarile, l’attestazione che le riserve auree degli Stati Uniti non erano sufficienti a garantire la convertibilità in oro di tutti i dollari in circolazione. Comunque sia, da quasi mezzo secolo il dollaro è il principale strumento di riserva delle banche centrali e il mezzo di pagamento internazionale più diffuso.&lt;br /&gt;La creazione della moneta unica europea ha gradualmente eroso la supremazia internazionale del biglietto verde. Come già ricordato, il dollaro ha perso il 15% rispetto all’euro negli ultimi 12 mesi e il 10% rispetto a tutte le altre monete. Questo calo del dollaro ha avuto conseguenze benefiche sull’economia americana: anche se le esportazioni degli USA rappresentano solo il 10% del pil americano, la loro crescita ha rappresentato il 50% del tasso di sviluppo di quel paese nello stesso periodo. D’altro canto, il tasso d’inflazione interno americano negli ultimi dieci anni è rimasto inferiore al 3%; si può quindi avere una moneta forte all’interno e debole all’esterno.&lt;br /&gt;Il discorso sull’euro è diametralmente opposto: si è notevolmente apprezzato sull’estero (non solo nei confronti del dollaro), con danno notevole per le esportazioni di quasi tutti i paesi dell’eurozona, e continua ad avere un potere d’acquisto interno molto al di sotto di quello previsto dalle parità di Maastricht. Non credo ci sia una persona in Italia disposta a sostenere che un euro ha lo stesso potere d’acquisto che avevano 2.000 lire; a voler essere di manica larga, un euro “vale” non più di mille lire. Con due milioni di lire al mese si campava anche decorosamente, con mille euro certamente no.&lt;br /&gt;Entrambi i fattori – alto valore esterno, basso valore interno – sono recessivi: il primo penalizza le esportazioni e incoraggia le importazioni, il secondo, deprimendo il potere d’acquisto delle famiglie, riduce i consumi. Aumentare le tasse in questa situazione è semplicemente demenziale perché rende ancora meno probabili le possibilità di crescita e, invece, rende molto più plausibile la possibilità di un ristagno se non addirittura di una recessione.&lt;br /&gt;I tedeschi, che sono i maggiori beneficiari dello spostamento della domanda di riserve dal dollaro all’euro, orgogliosi della solidità dei loro titoli di Stato, si ritengono autorizzati ad imporre una bigotta e stolta politica “di rigore” agli altri membri dell’eurozona, indebolendo la credibilità dell’intera costruzione monetaria europea attraverso l’acquisto di titoli pubblici degli stati membri e la creazione di moneta.&lt;br /&gt;Sono stati organi europei a imporre la vergognosa, inutile e iniqua manovra che il governo ha annunciato e lo hanno fatto per salvare le capre dell’euro e i cavoli dell’assistenzialismo di Stato.&lt;br /&gt;Stando così le cose, non mi vergogno affatto per avere sempre avversato, con considerazioni “tecniche” non “politiche”, l’introduzione dell’euro: salvo la Germania, questa moneta comune sta uccidendo l’economia di quasi tutti gli altri paesi. Il governo italiano si ripromette di difendere l’assistenzialismo di stato fino alla morte dell’ultimo contribuente, quello tedesco vuole salvare l’euro forte anche se ciò dovesse comportare il fallimento della maggior parte dei paesi che lo usano! C’è solo da sperare che entrambi questi sciagurati propositi vengano frustrati dagli eventi.    &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-8301714892151484541?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/8301714892151484541/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/08/la-crisi-leuro-e-lennesima-inutile.html#comment-form' title='134 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8301714892151484541'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8301714892151484541'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/08/la-crisi-leuro-e-lennesima-inutile.html' title='La crisi, l’euro e l’ennesima inutile stangata'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>134</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-3222496506005107638</id><published>2011-08-13T10:59:00.000-07:00</published><updated>2011-08-13T11:01:24.602-07:00</updated><title type='text'>Altruisti e virtuosi con i soldi degli altri, da Il tempo 13 Agosto.</title><content type='html'>Sembrerebbe che ancora una volta gli «altruisti» stiano vincendo. Com’è noto sono altruisti coloro che vogliono fare del bene con soldi altrui, se volessero farlo con soldi propri li chiamerebbero «propristi»! Gli altruisti da alcuni decenni stanno difendendo quanto avevano faticosamente (per noi) costruito: uno Stato sociale che si prende cura di tutti e ognuno non solo dalla culla alla tomba, ma dall’erezione alla resurrezione.&lt;br /&gt;Cosa ci sia di sociale nella faraonica struttura del welfare all'italiana non è del tutto chiaro: tassiamo i meno abbienti per fornire gratuitamente (sic) i farmaci ai benestanti, graviamo di balzelli l'artigiano per consentire al futuro dentista di non sopportare per intero il costo della sua istruzione universitaria, tartassiamo i volenterosi che aspirano a, e sono in grado di procurarsi, un futuro migliore, col risultato di impedirglielo e di condannarli a restare ai più bassi gradini di reddito, in modo da fornire un reddito alle burocrazie comunali, provinciali, regionali e statali. Chi è già ricco non ha motivo di temere l'esosità del fisco, deve solo liquidare la parcella di un buon tributarista che trova il modo di fargliela fare franca in modo perfettamente legale.&lt;br /&gt;I difensori di questo capolavoro di spreco, inefficienza, corruzione e iniquità sostengono che la colpa di tutto è dei contribuenti italiani che si rifiutano di comprendere che pagare le tasse è bellissimo, come opportunamente aveva loro cercato di far capire il compianto Tommaso Padoa-Schioppa. Sembrano credere che se il gettito di tutte le imposte dirette - Ire (già Irpef), Ires (già Irpeg) e Irap - è pari solo al 14,6% del prodotto interno lordo la colpa è degli evasori e che, se solo la lotta all'evasione avesse successo, tutto andrebbe nel migliore dei modi nel migliore dei mondi possibile. Perdonatemi se mi ripeto: il costo dell'apparato pubblico non è misurato da quanto esso incassa, ma da quanto spende. La spesa pubblica è finanziata con denaro proveniente da tasche private, dalle quali viene prelevato con tutte le imposte possibili e con l'indebitamento. Se l'apparato pubblico spende, come adesso, il 51,2% del reddito nazionale, il suo costo è pari al 51,2% del nostro reddito. Ognuno di noi mente quando dice di essere avvocato, giornalista o artigiano, siamo tutti prima di tutto contribuenti - la nostra attività principale è pagare tasse dalla mattina alla sera - e, nel tempo residuo, svolgiamo un'attività che ci consente anzitutto di mantenere il pubblico e, con quel che resta, noi e le nostre famiglie. Questo sistema è condannato dalla logica delle cifre, come hanno capito persino gli svedesi, e gli altruisti non potranno evitare che venga, prima o poi, abbandonato. Continuano, tuttavia, a tentare di impedire l'inevitabile e, così facendo, stanno sistematicamente distruggendo l'economia italiana. Una guerra persa non ci messo a terra, ci siamo rimboccate le maniche e abbiamo ricostruito l'Italia; ma, se gli altruisti continuano a fare inseguire una spesa pubblica fuori controllo dalla crescita esponenziale delle tasse, non avremo la stessa opportunità.&lt;br /&gt;Un sistema sanitario costosissimo, caratterizzato da frequenti incredibili episodi di malasanità, corrotto e indebitato fino al collo; un'amministrazione della giustizia che nelle graduatorie internazionali si colloca dopo quella dell'Uganda; una scuola che, a parte le meritevoli eccezioni, sforna un gregge di fanatici ignoranti cui non ha saputo insegnare neanche a leggere, scrivere e far di conto; una università ricca di facoltà e materie di insegnamento che servono solo a far avere un reddito agli insegnanti, condannando gli studenti alla disoccupazione (un laureato non può accettare un lavoro manuale o comunque non all'altezza del suo titolo di studio); un sistema pensionistico che consente a persone in età lavorativa di percepire una pensione e di svolgere un lavoro in nero, frodando così due volte l'erario e distorcendo la concorrenza (le imprese che assumono in nero hanno costi più bassi delle altre); ferrovie che servono più a quanti vi lavorano che non ai viaggiatori; poste, rese del tutto obsolete dal progresso tecnico, che hanno solo l'obiettivo di dare da vivere ai dipendenti, e così via all'infinito.&lt;br /&gt;La strenua resistenza degli altruisti al cambiamento, tuttavia, volge alla fine: fra non molto avranno spremuto a morte anche l'ultimo contribuente, a meno che gli italiani non si rendano conto che la pazienza dei popoli è la mangiatoia dei tiranni e si decidano una buona volta a ribellarsi. È un esito pericoloso, come potrebbero confermare Giorgio III e Luigi XVI (per una rivolta fiscale il primo perse la sua migliore colonia e il secondo la testa), ma è sempre meglio che continuare a dargliela vinta.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-3222496506005107638?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/3222496506005107638/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/08/altruisti-e-virtuosi-con-i-soldi-degli.html#comment-form' title='16 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/3222496506005107638'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/3222496506005107638'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/08/altruisti-e-virtuosi-con-i-soldi-degli.html' title='Altruisti e virtuosi con i soldi degli altri, da Il tempo 13 Agosto.'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>16</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-3490820844951147610</id><published>2011-08-08T00:47:00.000-07:00</published><updated>2011-08-08T00:48:26.624-07:00</updated><title type='text'>La Lezione di Twain, da Il Tempo</title><content type='html'>Mark Twain era convinto che fosse una diversità di opinioni a far correre i cavalli. Aveva perfettamente ragione: solo se uno è convinto che vincerà il cavallo bianco, mentre l'altro è favorevole al nero, la scommessa ha luogo e i cavalli dovranno correre. Se, invece, i due scommettitori hanno la stessa opinione, la scommessa non può avere luogo e i cavalli resteranno nella stalla. La battuta di Twain è in realtà un principio economico fondamentale e molto utile per comprendere quanto sta accadendo di questi tempi. Solo se il venditore è convinto che quanto gli offre il compratore vale più di quanto gli cede, e il compratore che quello che ottiene vale più di quanto gli costa lo scambio ha luogo. Se, invece, i due hanno la stessa valutazione, lo scambio non avviene. Nel mercato dei titoli vale lo stesso principio: perché uno possa vendere un altro deve comprare; il primo è convinto che il prezzo dell'azione sia destinato a scendere, l'altro a salire. Ma se entrambi credono che scenderà, cercheranno di vendere ma, in assenza di compratori (cioè di persone che non la pensano come loro), non potranno farlo, e il prezzo dell'azione diminuirà senza che abbia luogo alcuno scambio. Il calo delle borse di quasi tutto il mondo è la conseguenza del fatto che i pessimisti sono molto più numerosi degli ottimisti: la quantità di azioni offerte è superiore a quella domandata e il loro valore diminuisce. A questo punto, non credo di peccare di faziosità dicendo che Berlusconi non c'entra: sarà anche molto bravo ma non fino al punto di riuscire a condizionare i mercati azionari del mondo. Se questo è vero, non si vede quale problema verrebbe risolto dalle dimissioni di Berlusconi, conseguente crisi politica e varo di un non meglio specificato altro governo. È assai probabile, invece, che l'instabilità politica equivarrebbe a versare benzina sul fuoco del pessimismo. Quanto all'Italia, consentitemi di ripetermi, dato che non mi è riuscito finora di farmi capire. Primo: il debito privato è anche un credito privato, i privati in genere prendono a prestito da altri privati, come le banche. Secondo: il debito pubblico è un credito privato, sono stati privati ad acquistare i titoli del debito pubblico; questi acquirenti delle obbligazioni statali sono per il 55% italiani, per il 45% stranieri. L'Italia nel suo insieme, quindi, è debitrice verso soggetti (banche e altre istituzioni finanziarie, nonché privati) di Paesi terzi in misura pari al 45% del debito pubblico totale. Questo non significa affatto che non esista un grave problema di finanza pubblica, né che tutto vada bene, madama la marchesa, significa solo che le formiche private sono riuscite finora a finanziare gli sperperi delle pubbliche cicale. Ci si propone di inserire in Costituzione l'obbligo del pareggio del bilancio su base annuale. L'intento è certamente lodevole ma le conseguenze prevedibili non necessariamente lo sono. Diciamo anzitutto che il terzo comma dell'articolo 81 della Costituzione è stato introdotto proprio per imporre il pareggio del bilancio. È vero che la formulazione lascia margine a interpretazioni diverse - «Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte» - ma è anche vero che, come emerge chiarissimamente dagli atti dell'apposita sottocommissione dell'Assemblea Costituente, l'intento dei promotori del principio intendevano esattamente il suo significato. Sia Luigi Einaudi sia, ancora più esplicitamente, Ezio Vanoni, dissero che il loro scopo era quello di spingere a pareggiare il bilancio. Quel principio, anche grazie alle regole di Maastricht, è tornato di moda, ma per quasi mezzo secolo è stato disatteso. Un celebrato giurista, Valerio Onida, pubblicò nei primi anni Sessanta un poderoso volume: «Le leggi di spesa nella Costituzione». In esso Onida sosteneva che la Costituzione non imponeva affatto il pareggio del bilancio che oltre tutto era anche in contrasto con la «moderna teoria keynesiana». Quella pubblicazione spianò a Onida la strada per la cattedra universitaria prima, la Corte Costituzionale poi, per la sua presidenza infine! Un noto e stimabile governatore della Banca d'Italia nella Relazione sull'esercizio 1963 sostenne che il pareggio del bilancio era «principio arcaico». E fu così che il disavanzo annuo che era pari all'1,3% nel 1960, grazie a questi illuminati pareri e alle velleità dei primi governi di centrosinistra, prese a crescere rapidamente, contribuendo ad alimentare la crescita del debito pubblico. Quest'ultimo era pari al 54% del pil nel 1980, al 123% nel 1993. Tuttavia, l'introduzione di una articolo alla Costituzione che imponga esplicitamente il pareggio del bilancio su base annua potrebbe essere cosa utile ma solo ad una condizione. Intendo dire che fra una spesa pubblica pari al 30% del pil con un deficit del 5% ed una spesa del 60% del pil con bilancio in pareggio, preferirei di gran lunga la prima. Il pareggio è cosa buona se la spesa pubblica è ridotta ma se è ai livelli attuali (oltre il 51%) non lo è affatto. Il danno a noi privati non lo fa il modo in cui le spese sono finanziate, se con tasse o con debiti, ma il suo ammontare. Quanto maggiore è la spesa pubblica rispetto al reddito nazionale tanto minore sarà il nostro reddito disponibile. Se il settore pubblico si prende il 30% del reddito, a noi resta il 70%, se se ne prende il 51%, come fa oggi, a noi resta il 49%. Per questo ritengo che al principio del pareggio del bilancio dovrebbe essere abbinato un tetto alla pressione tributaria; se questi due principi venissero rispettati anche il livello delle spese sarebbe determinato. Se lo Stato preleva il 35% del Pil e deve pareggiare il bilancio, non può spendere più del 35%. Il tetto all'indebitamento che vige negli Usa non ha impedito che il debito pubblico continuasse a crescere anno dopo anno fino ai livelli stratosferici determinati dalle follie di Obama. L'unico risultato che abbia raggiunto è stato quello di coinvolgere l'opposizione nella responsabilità per la crescita del debito. Per evitare il default, la cui responsabilità verrebbe addebitata all'intransigenza dell'opposizione, questa finisce per accettare un compromesso che, se non assolve la maggioranza né tanto meno il presidente, la discredita agli occhi dell'opinione pubblica. I vincoli costituzionali sono importanti ma, come ci insegna Anthony de Jasay (forse il più grande filosofo politico vivente) «Con la chiave a portata di mano, la cintura di castità può solo ritardare l'inevitabile»!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-3490820844951147610?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/3490820844951147610/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/08/la-lezione-di-twain-da-il-tempo.html#comment-form' title='49 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/3490820844951147610'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/3490820844951147610'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/08/la-lezione-di-twain-da-il-tempo.html' title='La Lezione di Twain, da Il Tempo'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>49</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-9204442320184723100</id><published>2011-08-06T07:58:00.000-07:00</published><updated>2011-08-06T08:01:42.190-07:00</updated><title type='text'>Attualità di Friedman, da Il Giornale</title><content type='html'>Milton Friedman è stato il più grande economista del XX secolo e il più grande studioso di problemi monetari di tutti i tempi. A dirlo non sono soltanto io, suo allievo e amico per quaranta anni, ma anche moltissimi studiosi di scienze economiche delle più disparate tendenze. L’ho incontrato la prima volta nel 1966 quando studiavo economia all’università di Chicago e andai a presentarmi. L’ho sentito l’ultima volta il 31 luglio 2006 quando gli telefonai per fargli gli auguri di compleanno e lui, che sapeva che le elezioni avevano portato Prodi e i sinistri al governo, mi accolse con queste parole: “Antonio, you are out of business”! Due settimane dopo ci ha lasciato. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi chiedo spesso quale sarebbe il suo parere sugli avvenimenti del nostro tempo e giungo invariabilmente alla conclusione che ci avrebbe stupito, sostenendo una tesi apparentemente scontata alla quale, tuttavia, nessuno aveva pensato. Il suo pensiero continua a essere di grande attualità. Limitandomi ad alcune sue tesi di politica economica, ricorderei l’importanza della stabilità monetaria – solo se il metro (la moneta) rimane stabile, il calcolo economico può essere razionale e i mercati funzionare – e le sue tesi in materia di politica tributaria e quelle concernenti l’importanza del tasso di cambio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quanto alla politica monetaria, quanti accusano Friedman di sostenere che “solo” la moneta ha importanza fraintendono il suo pensiero in modo clamoroso. Friedman ha sempre detto che la moneta ha importanza ma che la sua manipolazione per scopi di politica economica produce risultati spesso contrari alle intenzioni. Per dirla brutalmente, la sua tesi era che la moneta più che onnipotente fosse impotente a curare i problemi reali dell’economia. Con la politica monetaria non si può creare occupazione né aumentare la produzione, si può porre soltanto l’obiettivo di consentire il funzionamento del mercato garantendo la stabilità dei prezzi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In materia di tasse, Friedman ci ricorda anzitutto che servono a finanziare le spese pubbliche giustificate, non certo a punire il successo e indennizzare il fallimento. E’ stato, credo, il primo in tempi recenti a sostenere l’opportunità di adottare un’aliquota unica (flat tax), che garantirebbe un aumento di gettito anche per via dello stimolo fornito all’investimento e alla produzione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In materia di bilancio, ha appoggiato il movimento favorevole all’introduzione di un emendamento costituzionale che imponesse un tetto al prelievo fiscale e l’obbligo del pareggio del bilancio su base annua. Se adottato, tale emendamento imporrebbe implicitamente anche un tetto alla spesa pubblica. Se il tetto al prelievo fiscale fosse, diciamo, del 25% del reddito nazionale e il governo avesse l’obbligo di pareggiare il bilancio, le spese non potrebbero eccedere il 25%.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Veniamo così alla tesi sul cambio, molto rilevante in questi giorni. Friedman è stato il primo ad auspicare che le banche centrali rinunziassero a mantenere il tasso di cambio a un livello predeterminato. Secondo lui, molto meglio che l’aggiustamento degli squilibri della bilancia dei pagamenti sia effettuato da una variazione di un solo prezzo, il tasso di cambio appunto, che non dalla variazione di tutti i prezzi e redditi interni. Molto meglio una svalutazione di una recessione; meglio che sia il cane a muovere la coda che non la coda il cane!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La Grecia di oggi, utilizzando l’euro, non può fare ricorso alla svalutazione e sta tentando di fare l’aggiustamento attraverso la riduzione di prezzi e redditi interni, con le proteste diffuse di quanti vedono ridotti i propri redditi. Se avesse usato la dracma, avrebbe potuto svalutare, cioè ridurre un solo prezzo (il cambio) anziché tutti i prezzi e redditi interni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 31 luglio dell’anno prossimo avrebbe compiuto cento anni e, per distinguersi dai liberals americani che sono statalisti di sinistra, si definiva un liberale del XIX secolo, un liberale classico. Sembrerebbe, quindi un economista del passato, non certo del presente. La modernità del suo pensiero, invece, ci induce a una conclusione molto diversa: Friedman non è stato un liberale del XIX o del XX secolo, a buon diritto egli appartiene a questo secolo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-9204442320184723100?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/9204442320184723100/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/08/attualita-di-friedman-da-il-giornale.html#comment-form' title='10 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/9204442320184723100'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/9204442320184723100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/08/attualita-di-friedman-da-il-giornale.html' title='Attualità di Friedman, da Il Giornale'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>10</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-3441807259167054644</id><published>2011-08-02T00:41:00.000-07:00</published><updated>2011-08-04T01:39:06.573-07:00</updated><title type='text'>Miti immortali, da Il Tempo del 2 Agosto 2011</title><content type='html'>Nel nostro paese prevale da molti decenni l’idea che la politica è la causa dei nostri guai e che solo i tecnici possono rimediare ai guasti combinati dagli eletti dal popolo. Questa tesi è stata recentemente (Corriere, 1° agosto) bollata per la sua insensatezza da Angelo Panebianco in un editoriale molto bello. Per la verità, come lo stesso Panebianco ricorda, se la tesi non è nuova, anche le sue stroncature hanno una lunga storia.&lt;br /&gt;Persone di diverse opinioni ne hanno indicato l’insensatezza. Per esempio, se Luigi Einaudi metteva in dubbio l’esistenza del tecnico imparziale, privo di opinioni politiche, Croce sosteneva che “L’idea di un governo tecnico alberga da tempo nella mente degli imbecilli.” Forse la più esplicita condanna è stata fatta con queste parole: “I governi cosiddetti amministrativi o tecnici sono sempre stati i governi più seriamente e pericolosamente politici che il Paese abbia avuto. Il loro preteso agnosticismo è servito sempre e soltanto a coprire, a consentire o a tentare le più pericolose manovre contrarie alle necessità e agli sviluppi di una corretta vita democratica. (…) “Governo di affari, dunque, e dopo di esso un mutamento non nel senso limpidamente indicato dalla consultazione elettorale, ma nella direzione opposta.” Queste parole sono state pronunziate da Palmiro Togliatti alla Camera il 9 luglio 1963.&lt;br /&gt;L’idea che i problemi dell’Italia abbiano cause politiche ma possano essere risolte magari in un campeggio estivo da esperti indicati dal governo e dalle “parti sociali” indica la spaventosa incomprensione della natura dei nostri problemi. Cominciamo con un’ovvietà assolutamente indiscutibile: nessun paese al mondo ha mai avuto i conti pubblici in ordine ed un tasso di crescita soddisfacente quando la spesa pubblica supera il 40% del reddito nazionale. Noi siamo a oltre il 51%.&lt;br /&gt;Esiste una letteratura e un’impressionante mole di documentazione empirica che dimostrano aldilà di ogni ragionevole dubbio che tassi di crescita pari o superiori al 5% sono possibili quando la spesa pubblica non supera il 35% del reddito nazionale (la nostra esperienza negli anni Cinquanta - sessanta del secolo scorso lo conferma).&lt;br /&gt;Quando la spesa delle amministrazioni pubbliche supera il 40% del prodotto interno lordo, il tasso di crescita si riduce fino a livelli insignificanti (anche in questo caso l’esperienza italiana è conforme). Chi crede davvero nella necessità di rilanciare l’economia italiana e di riprendere la via della crescita, quindi, ha il dovere di indicare come si possa ricondurre il pubblico al di sotto del 40% del pil, in modo di consentire al 60% privato di investire, risparmiare, assumere e produrre.&lt;br /&gt;Come altra volta indicato da queste colonne, per ridurre le spesse pubbliche le manovre correttive non servono, sono necessarie riforme. Il vero contrasto oggi è fra chi vuole tenere in piedi senza modifiche il welfare all’italiana – costosissimo, inefficiente e corrotto . e chi invece ritiene che lo sviluppo dell’Italia sia ben più importante del mantenimento in vita di un apparato degno del peggior cattocomunismo, un’autentica farneticazione statalista.&lt;br /&gt;Fomentare l’invidia tentando di far credere a chi non ha che la colpa dei suoi problemi sono i privilegi di chi ha troppo, cioè i politici, è semplicemente privo di senso: stiamo parlando di quantità e, così come non è possibile prosciugare un oceano usando un secchio, non saranno certo i “sacrifici” dei politici a risanare le pubbliche finanze, lasciando in piedi un marchingegno che dilapida oltre la metà del reddito nazionale.&lt;br /&gt;Quanto a chi paventa che le riforme del welfare siano “macelleria sociale” abbia la compiacenza di dire con chiarezza cosa l’espressione significa e perché guai incalcolabili alla società dovrebbero scaturire dalla drastica riduzione delle amministrazioni locali, dall’innalzamento dell’età pensionistica per tutti, o dallo sbaraccamento di quell’indifendibile mostro che è il servizio sanitario nazionale.&lt;br /&gt;Dal lato della conservazione sta gran parte delle sinistre, che si trastullano con l’illusione che un’imposta patrimoniale a carico dei ricchi possa consentire il mantenimento dello status quo, e l’establishment  della grande industria, ansiosa di predicare libertà e concorrenza per gli altri ma praticare interventi pubblici e sussidi a favore proprio, e il grande sindacato che ha interesse a conservare lo status quo fatto di pensionati in età relativamente giovane da loro rappresentati e giovani disoccupati non rappresentati da nessuno.&lt;br /&gt;Vorrei ricordare ai conservatori che non si può sempre vivere a spese degli altri … perché gli altri prima o poi finiscono! Abbiamo già superato quel limite, è ora di tornare indietro verso una società meno burocratizzata e più libera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 2 agosto 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-3441807259167054644?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/3441807259167054644/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/08/miti-immortali.html#comment-form' title='30 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/3441807259167054644'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/3441807259167054644'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/08/miti-immortali.html' title='Miti immortali, da Il Tempo del 2 Agosto 2011'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>30</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-1670266445779717052</id><published>2011-07-25T04:18:00.000-07:00</published><updated>2011-07-25T04:21:31.905-07:00</updated><title type='text'>Commento di Gennaro Malgieri all'intervista al Giornale</title><content type='html'>Chi fosse interessato può forse trovare gradevole la lettura del commento di Gennaro Malgieri alla mia intervista di oggi al Giornale. (La trovate su l'Occidentale: www.loccidentale.it)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-1670266445779717052?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/1670266445779717052/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/commento-di-gennaro-malgieri.html#comment-form' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/1670266445779717052'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/1670266445779717052'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/commento-di-gennaro-malgieri.html' title='Commento di Gennaro Malgieri all&apos;intervista al Giornale'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-7264936853520306551</id><published>2011-07-23T07:40:00.001-07:00</published><updated>2011-07-23T07:40:34.407-07:00</updated><title type='text'>Chiarimento sullo spacchettamento</title><content type='html'>Cari commentatori,&lt;br /&gt;dato che continuano ad arrivare commenti basati sull’incomprensione del problema, ritengo doveroso darvi un chiarimento. Come sostenuto in un articolo che ho inserito sul blog, nella nostra Costituzione non esiste l’istituto della revoca, che esisteva nello Statuto Albertino. Il presidente del Consiglio sottoponeva al Re un decreto di revoca di un ministro e, se il Re firmava, il ministro era revocato. Il legislatore costituente decise di non inserirlo nella Costituzione repubblicana perché la responsabilità delle decisioni di un ministro doveva essere collegiale, cioè di tutto il governo.&lt;br /&gt;L’indirizzo politico delle decisioni del governo veniva dato dal presidente del Consiglio. La separazione del ministro della spesa (Tesoro) da quello delle entrate (Finanze) dava luogo a una dialettica cui partecipavano con pari dignità tutti i ministri. Infine, il governo nella sua collegialità operava la sintesi in base all’indirizzo del suo capo.&lt;br /&gt;La riforma Bassanini ha creato un mostro: il ministro dell’Economia possiede i poteri che erano dei ministri del Tesoro, delle Finanze, del Bilancio, delle Partecipazioni statali e del Mezzogiorno. Al governo non si muove foglia che il titolare dell’Economia non voglia. Tutti gli altri ministri, compreso il presidente del Consiglio sono solo protesi posticce di un organo monocratico, il ministro dell’Economia appunto.&lt;br /&gt;Come visitatori del mio blog devo supporre che siate all’incirca liberali, sapete quindi benissimo cosa diceva David Hume: “Quando disegnate un costituzione partite dall’ipotesi che al potere andranno i malvagi, non perché ciò sia inevitabile ma perché è possibile”.&lt;br /&gt;Lord Acton, dal canto suo, ci ha messo in guardia: “Il potere corrompe sempre, il potere assoluto corrompe in modo assoluto!” I liberali sanno che il potere è tanto più pericoloso quanto più accentrato e che la dispersione del potere è condizione necessaria, forse persino sufficiente, di libertà.&lt;br /&gt;Quanto allo spendere e spandere, l’articolo 81 (voluto da Einaudi e Vanoni), oltre ai vincoli di Maastricht, sono ormai un deterrente efficace alla dilatazione del deficit. Molto mi spiace dover fare queste considerazioni, che a me sembrano assolutamente ovvie, mi auguro solo di non aver offeso il vostro amor proprio e di aver chiarito definitivamente la questione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;am&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-7264936853520306551?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/7264936853520306551/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/chiarimento-sullo-spacchettamento.html#comment-form' title='12 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7264936853520306551'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7264936853520306551'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/chiarimento-sullo-spacchettamento.html' title='Chiarimento sullo spacchettamento'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>12</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-8216844046487008256</id><published>2011-07-21T06:36:00.000-07:00</published><updated>2011-07-21T06:38:22.598-07:00</updated><title type='text'>Un Disegno di legge per spacchettare il MEF</title><content type='html'>Antonio Martino è il primo firmatario del disegno di legge illustrato nell'agenzia che segue:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(AGENPARL) - Roma, 21 lug - Spacchettare le competenze del Ministero dell’Economia per istituire un dicastero del Tesoro e uno delle Finanze. Ripristinare, in sintesi, la dialettica tra il ministro dell'entrata e quello della spesa, in modo che l'unificazione venga fatta dal governo nella sua collegialità, secondo l'indirizzo che da il Presidente del Consiglio. Questo l’obiettivo del disegno di legge presentato oggi a Montecitorio a firma dei parlamentari Antonio Martino (Pdl), Pippo Fallica (Forza del Sud), Giuseppe Moles (Pdl), e altri, tra i quali l’intera compagine di Forza del Sud. Lo fa sapere l'Ufficio stampa di Forza del Sud.&lt;br /&gt;“La legge Bassanini, che ha accorpato al ministro dell 'Economia le competenze che a suo tempo erano dei ministri del Tesoro, delle Finanze, del Bilancio, delle Partecipazioni statali e del Mezzogiorno– si legge nella relazione che accompagna il testo di legge –, avrebbe dovuto portare a dei risparmi di spesa per l'amministrazione pubblica e ad una maggiore razionalizzazione di essa, e invece, a distanza di più di 10 anni, si può decisamente affermare che non ha destato gli effetti sperati. Fintanto che – prosegue – ci sarà questa situazione, la collegialità del governo di fatto non esisterà e il presidente del Consiglio non sarà in grado di fornire alcun indirizzo di politica economica all'esecutivo”.&lt;br /&gt;Secondo i firmatari, bisogna “spacchettare le competenze del Ministero dell'Economia e tornare ad avere un ministro del Tesoro e uno delle Finanze. Al primo competerebbero la politica economica e finanziaria; le politiche, processi e adempimenti di bilancio; la programmazione economica e finanziaria, coordinamento e verifica degli interventi per lo sviluppo economico; l’amministrazione generale, servizi indivisibili e comuni del Ministero, con particolare riguardo alle attività di promozione, coordinamento e sviluppo della quantità dei processi dell' organizzazione e alle gestione delle risorse, affari generali, programmazione generale del fabbisogno del Ministero, reclutamento del personale del Ministero. Al secondo, invece – spiegano –, spetterebbero le politiche fiscali; le funzioni di indirizzo, vigilanza, e controllo sui risultati di gestione delle agenzie delle entrate, dogane, territorio; l’amministrazione generale, servizi indivisibili e comuni del ministero, con particolare riguardo alle attività di promozione, coordinamento e sviluppo della qualità dei processi e dell' organizzazione e alla gestione delle risorse, affari generali, programmazione generale del fabbisogno del Ministero e reclutamento del personale del Ministero”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-8216844046487008256?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/8216844046487008256/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/un-disegno-di-legge-per-spacchettare-il.html#comment-form' title='8 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8216844046487008256'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8216844046487008256'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/un-disegno-di-legge-per-spacchettare-il.html' title='Un Disegno di legge per spacchettare il MEF'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>8</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-5326215449121734799</id><published>2011-07-19T03:40:00.001-07:00</published><updated>2011-07-19T03:41:21.135-07:00</updated><title type='text'>Socialisti e liberali. Da Il Tempo 19 luglio 2011</title><content type='html'>Prima Stefania Craxi, con una lettera al Corriere, poi il mio amico Francesco Damato, con una al Tempo, si dolgono perché Mario Sechi, Francesco Perfetti ed io avremmo diffamato il socialismo considerando ispirata a tale ideologia la manovra e sostenendo (io, non gli altri) che questo è un governo socialista e pieno di socialisti.&lt;br /&gt;Francesco Damato ed io scrivevamo sul Giornale di Montanelli, poi lui fu allontanato perché ritenuto troppo filo-craxiano. Io ho perso la mia collaborazione alla Stampa perché bollato come anti-craxiano. Abbiamo, quindi, qualcosa in comune! Dato, tuttavia, che la differenza di opinioni non è meramente semantica ma ha anche un’enorme rilevanza pratica, varrà forse la pena cercare di chiarire le cose.&lt;br /&gt;Liberale, secondo Cavour (che di liberalismo s’intendeva non poco) è chi crede “nel principio di libertà, nel principio della libera concorrenza, del libero svolgimento dell’uomo morale e intellettuale”. Sempre secondo il grande conte è socialista chi ritiene che “le miserie dell’umanità non possano venire sollevate, che la condizione delle classi operaie non possa essere migliorata se non col restringere ognora più l’azione individuale, se non coll’allargare smisuratamente l’azione centrale del governo, nella concentrazione generale delle forze individuali”.&lt;br /&gt;Se si sta a queste definizioni,che a me sembrano sempre valide, mentre per i socialisti la soluzione va cercata nell’intervento pubblico, per i liberali quest’ultimo è il vero problema, l’unica vera minaccia alla libertà individuale. Socialista era Mussolini, non solo quando dirigeva l’Avanti, socialisti erano quelli che lasciarono il Psi nel 1921 a Livorno e fondarono il Pci. Infine, a costo di apparire provocatorio, il caporale austriaco era a capo del partito nazionalsocialista!&lt;br /&gt;Socialista era Riccardo Lombardi, che insistette per la nazionalizzazione dell’energia elettrica “per ragioni politiche, anche se dannosa sotto il profilo economico”, e sempre socialista era Francesco De Martino che voleva nazionalizzare tutto, tranne i saloni dei barbieri!&lt;br /&gt;Quanto a Bettino Craxi, che ho ammirato pur non condividendone le idee, è certamente vero che era anticomunista forse più di me e che non potrebbe in alcun modo essere assimilato a De Martino o Lombardi (per non parlare di comunisti, fascisti o nazisti), ma è anche vero che, per via del “consociativismo” (l’accordo sotto banco di democristiani e comunisti), gli anni Ottanta sono stati disastrosi per la finanza pubblica: il rapporto debito su prodotto interno lordo era del 54% nel 1980, schizzò al 123% nel 1993.&lt;br /&gt;Quanto al Pli di Malagodi, Zanone e Altissimo, non aveva nulla di liberale tranne il nome. Vi aderii solo per continuare la tradizione familiare, ma ho sempre fatto parte di una minoranza composta da una sola persona! Malagodi era molto orgoglioso di essere presidente dell’Internazionale liberale e non mi perdonava per avere io definito quell’organizzazione come “un insieme di partiti che hanno in comune solo due cose: si dicono liberali e perdono tutte le elezioni!” &lt;br /&gt;Se posso ripetermi, esistono solo quattro tipi di governo. Il primo è uno che parla liberale e governa da liberale (Reagan, Thatcher, Roger Douglas); il secondo è uno che parla socialista e governa da liberale (Blair); il terzo parla socialista e governa da socialista (i governi svedesi quando guidati dai socialisti); l’ultimo, e peggiore, è un governo che usa retorica liberale e governa da socialista. Non certo per colpa o per volere di Berlusconi, è questo il caso del nostro governo. Non bossista, cara Stefania Craxi, né comunista, caro Francesco Damato, semplicemente statalista. Dal momento che lo statalismo nella versione moderna è una creazione del socialismo ottocentesco, non credo che qualificare socialista questo governo, oltretutto composto in gran parte da ex militanti del Psi, sia tanto errato.&lt;br /&gt;A chi fosse interessato ad approfondire la questione mi permetto di segnalare La via della schiavitù di Hayek (che lo dedicò a “i socialisti di tutti i partiti”), appena ristampato nella versione ridotta da liberilibri (16 euro), e Socialismo di Ludwig von Mises. Basteranno queste due letture a far comprendere ai miei amici socialisti la differenza profonda che intercorre fra un liberale e un socialista? Temo di no: si può portare un socialista all’acqua ma non lo si può costringere a bere!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-5326215449121734799?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/5326215449121734799/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/socialisti-e-liberali-da-il-tempo-19.html#comment-form' title='22 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5326215449121734799'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5326215449121734799'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/socialisti-e-liberali-da-il-tempo-19.html' title='Socialisti e liberali. Da Il Tempo 19 luglio 2011'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>22</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-5063317964731963318</id><published>2011-07-17T08:23:00.000-07:00</published><updated>2011-07-17T08:25:18.066-07:00</updated><title type='text'>Intervista a Radio Free Europe</title><content type='html'>Chi fosse interessato la trova al seguente indirizzo:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;http://www.rfel.org/content/interview_italy_has_inherited_e...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;am&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-5063317964731963318?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/5063317964731963318/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/intervista-radio-free-europe.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5063317964731963318'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5063317964731963318'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/intervista-radio-free-europe.html' title='Intervista a Radio Free Europe'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-7715143121147422789</id><published>2011-07-16T01:41:00.000-07:00</published><updated>2011-07-16T01:42:21.502-07:00</updated><title type='text'>Dichiarazione in dissenso, Camera 15 luglio 2011</title><content type='html'>PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto finale, per le quali è stata disposta la ripresa televisiva diretta.&lt;br /&gt;Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l’onorevole Antonio Martino. Ne ha facoltà per un minuto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, come liberale non amo i dittatori di nessun tipo, ma c’è un tiranno al quale credo dovere, come tutti noi, obbedienza assoluta ed è la piccola voce silenziosa, che sta dentro di me e mi dice cosa è giusto e cosa non è giusto fare.&lt;br /&gt;Ho votato « sì » alla fiducia al Governo, perché ovviamente la stabilità politica è nell’interesse dell’Italia: la stabilità dell’esecutivo in questo particolare momento ha un’importanza enorme, superiore a quanta ne abbia in tempi normali. Tuttavia, per la stessa obbedienza che devo alla mia coscienza, non voterò questa manovra.&lt;br /&gt;Non la voterò perché ritengo che essa faccia male all’Italia e non faccio riferimento ai contenuti, ma faccio riferimento ad un dato storico inoppugnabile: questa non è la prima manovra. Da un quarantennio abbiamo, ogni anno, una o due manovre correttive, che hanno l’obiettivo di risanare la finanza pubblica. Quindi non è una medicina nuova, inventata oggi...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PRESIDENTE. La prego di concludere, onorevole Antonio Martino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ANTONIO MARTINO. ... ha una lunga storia alle spalle, ma non ha funzionato, signor Presidente, per un’ovvia ragione, ovvero che questo Paese non ha bisogno di manovre: ha bisogno di riforme !&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PRESIDENTE. Deve concludere, onorevole Antonio Martino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ANTONIO MARTINO. Infatti, la parte della spesa che il Governo può controllare a legislazione invariata è minima rispetto al totale (Applausi di deputati dei gruppi Futuro e Libertà per il Terzo Polo, Partito Democratico e Italia dei Valori).&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-7715143121147422789?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/7715143121147422789/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/dichiarazione-in-dissenso-camera-15.html#comment-form' title='31 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7715143121147422789'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7715143121147422789'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/dichiarazione-in-dissenso-camera-15.html' title='Dichiarazione in dissenso, Camera 15 luglio 2011'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>31</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-4101788075950511111</id><published>2011-07-15T10:07:00.001-07:00</published><updated>2011-07-15T10:08:11.791-07:00</updated><title type='text'>Riformatori e manovratori Da il Tempo 15 luglio 2011</title><content type='html'>Luigi Condorelli, maestro di clinica medica, sosteneva che la condizione di malato non è stabile. Difficile dargli torto: prima o poi finisce la malattia oppure il malato! Ora immaginate un malato cui il medico curante prescrive un farmaco salvavita. Il paziente lo prende, ma la malattia continua. Il medico decide che la dose era insufficiente e ne prescrive una maggiore. Niente, il malato non solo non guarisce, ma peggiora. Imperterrito il medico continua a prescrivere lo stesso farmaco e continua a prescriverlo, diciamo, per diversi anni. Il malato continua a esserlo, apparentemente smentendo la tesi del professor Condorelli. Per quanto mi riguarda, se fossi stato io al posto del malato, avrei immediatamente cambiato medico, sperando di trovarne uno meno maledettamente cocciuto del primo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fuor di metafora, a partire almeno dagli anni Settanta il malato (i conti pubblici italiani) ha ricevuto dai medici la stessa medicina (manovre) in dosi sempre più massicce ma la malattia, lungi dall’essere curata, ha continuato a peggiorare. Non sarebbe il caso di cominciare a prendere in considerazione la possibilità che la cura non sia proprio quella adatta al caso? Eppure, il coro unanime dei padroni del vapore continua a recitare la stessa, immutabile, solfa: occorre una manovra, occorre subito, anzi forse non basta, dovremo presto farne almeno un’altra o forse due.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa logora sceneggiata si protrae da oltre quarant’anni ma gli attori sono instancabili, ripetono la stessa farsa senza battere ciglia. Credo che il momento di finirla sia giunto ormai da troppi anni e mi rifiuto di prestarmi a protrarre questo indegno accanimento terapeutico, forse il caso più eclatante di malasanità, in un Paese in cui tanti altri casi continuano a sottolineare l’inefficienza del nostro sistema sanitario nazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le amministrazioni pubbliche – governo centrale, amministrazioni locali, enti previdenziali, autorità autonome e quant’altro – sono in realtà un sistema di trasferimenti: si finanziano prelevando quattrini dalle tasche di alcuni italiani per trasferirli in quelle di altri italiani. Le dimensioni di questi trasferimenti sono aumentate enormemente nel corso del tempo: se posso ripetermi, nel 1900 rappresentavano il 10% del prodotto interno lordo, negli anni Cinquanta a circa il 30%, oggi superano il 51%. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa giustifica questa spaventosa crescita? Certamente non la lotta alla povertà: eravamo più poveri nel 1900 che non negli anni Cinquanta e più poveri nei Cinquanta che non adesso. Del resto, chi crede che le spese delle amministrazioni pubbliche abbiano davvero lo scopo di alleviare il disagio dei nostri concittadini meno fortunati? Se il 51% del reddito nazionale andasse al 20% più povero della popolazione, lo renderebbe immediatamente agiato.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le cose sono assai meno semplici, bisogna considerare altri elementi. Primo: quanto la collettività riceve ammonta a molto meno di quanto la collettività deve versare all’apparato di trasferimenti pubblico, per via dei costi di trasferimento (burocrazia, politica, corruzione, eccetera). Secondo: Chi paga non necessariamente appartiene alle fasce di reddito più alte, chi riceve non necessariamente a quelle più basse. Il finanziamento dell’università, della sanità, e degli enti locali molto spesso proviene dalle tasche di contribuenti a reddito medio-basso o basso, e va in quelle di persone non indigenti, e la redistribuzione diventa regressiva.  Terzo: i costi dell’apparato pubblico non vanno ai compiti essenziali dello Stato (per Difesa ed Esteri spendiamo soltanto poco più dell’uno per cento del pil). L’indennità parlamentare mi colloca nell’uno per cento più ricco dei contribuenti (ineffabile efficienza del nostro sistema tributario!) eppure ricevo “gratis” i servizi e le medicine fornite dal sistema sanitario nazionale: tassiamo il 99% meno abbiente per dare all’uno per cento più ricco!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine, ma non meno importante, la percentuale di spesa pubblica sulla quale il governo ha, a legislazione invariata, potere d’intervento rappresenta una percentuale molto ridotta del totale. Le spese per interessi, per i dipendenti pubblici, per le “prestazioni sociali” (assai deludenti e niente affatto sociali) sono incomprimibili e rappresentano oltre i quattro quinti del totale. Ha senso tentare di ridurre il 100% agendo solo sul 20%? A me non sembra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per queste ragioni, se darò la fiducia al governo, non la darò alla manovra, che considero dannosa inutile e punitiva per gli italiani che producono e che non riescono a sopportare le assurde pretese di questo Stato pletorico, ingordo e sprecone.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-4101788075950511111?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/4101788075950511111/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/riformatori-e-manovratori-da-il-tempo.html#comment-form' title='15 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/4101788075950511111'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/4101788075950511111'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/riformatori-e-manovratori-da-il-tempo.html' title='Riformatori e manovratori Da il Tempo 15 luglio 2011'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>15</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-8236625037442342785</id><published>2011-07-12T08:31:00.000-07:00</published><updated>2011-07-12T10:09:50.608-07:00</updated><title type='text'>Ripensare l'euro, Da Il Tempo 12 Luglio 2011</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La attuali turbolenze dei mercati e la grave crisi finanziaria di alcuni paesi dell’Unione Europea mi suggeriscono di riandare a monte delle vicende contemporanee e ripetere alcune considerazioni che mi sembrano di notevole attualità. Mi sono occupato del tema dell’unione monetaria europea da non meno di quattro decenni (il mio primo saggio sull’argomento “La politica monetaria e il piano Werner” risale al maggio 1971). Da economista monetario sono intervenuto a più riprese sull’argomento, ma mentirei se dicessi di essere riuscito a richiamare l’attenzione dei miei colleghi; la stessa sorte ebbero gli articoli sulla stampa quotidiana che scrissi dal 1976.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Nel 1979 venni chiamato alla cattedra di Storia e politica monetaria, succedendo a Paolo Baffi che teneva l’insegnamento per incarico. Dal 1979 al 1992 ho avuto molte richieste di tesi; quasi sempre insistevo perché fosse il laureando stesso a indicare l’argomento ma, almeno in un caso, fui io a suggerirlo, indicando come tema l’unione monetaria belgo-lussemburghese. Come noto, infatti, quei due paesi, simili per dimensioni, livello di reddito, sistema politico, cultura e struttura produttiva, avevano adottato la stessa moneta, il franco. Avevano però governi diversi e situazioni di finanza pubblica diametralmente opposte: il Belgio aveva un debito molto elevato in rapporto al prodotto interno lordo, il Granducato aveva un debito irrisorio e un saldo di bilancio sostenibile.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Malgrado le grandi somiglianze fra i due paesi, l’unione monetaria aveva conosciuto diverse crisi e in qualche occasione aveva corso il rischio di naufragare. Da qui il mio dubbio: se due paesi che hanno molto in comune non riescono ad adottare un’unica moneta senza problemi, com’è possibile sperare che tutto filerà liscio quando l’intera Europa, composta da paesi molto diversi adotterà una sola moneta? La tesi sull’unione monetaria belgo-lussemburghese perveniva a conclusioni che rafforzavano i miei dubbi.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Tuttavia, finché rimasi all’interno del mondo universitario le mie idee non solo non suscitarono scalpore, vennero semplicemente ignorate da tutti o quasi i miei colleghi. Quando, nel 1994, entrato in politica, divenni ministro degli Esteri, apriti cielo! Sono stato immediatamente etichettato come euroscettico se non addirittura anti-europeo. L’accusa nella prima formulazione era in realtà un grande complimento: anche senza riandare alla filosofia del mondo classico, lo scetticismo ha annoverato alcuni fra i più grandi pensatori dell’umanità. Nella sua seconda formulazione – anti-europeo – era semplicemente grottesca se riferita al figlio di Gaetano Martino, il promotore della Conferenza di Messina del 1955 e dei relativi accordi, della Conferenza di Venezia del 1956, e firmatario dei Trattati di Roma del 1957.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Oltre tutto, io non mi sono mai professato contrario all’integrazione dell’Europa o all’adozione di una moneta comune, ma ho sempre criticato l’adozione immediata di una moneta unica perché non ritenevo che fosse realizzabile senza gravi contraccolpi per ragioni squisitamente tecniche. Come ricordato in un precedente articolo, ero d’accordo con Einaudi che auspicava l’adozione di una moneta europea per privare gli stati nazionali di sovranità monetaria, impedendo loro di finanziare le spese con l’inflazione, che egli giudicava la “più iniqua di tutte le imposte”.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L’indipendenza di Belgio e Lussemburgo in materia di pubblico bilancio era stata alla base dei problemi della comune moneta, il franco. L’euro non ha privato i paesi che l’hanno adottato di sovranità finanziaria, ha solo dettato delle regole, considerate “stupide” dal Grande Bolognese. Quelle regole, tuttavia, prevedono come sanzione per il mancato rispetto salatissime multe, sanzione assolutamente risibile: se un paese, come ad esempio la Grecia, non riesce a finanziare il suo deficit, una multa onerosa non renderà certo più rosee le sue prospettive di risanamento! Non solo, ma per impedire il fallimento dei paesi insolventi, cosa sta facendo l’UE? Compra i loro debiti, monetizzandoli in vario modo, tradendo così proprio la ragione per cui Einaudi voleva la moneta europea. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La storia monetaria dell’Europa ci fornisce numerosi esempi di come la volontà politica sia impotente in questa materia. La Repubblica di Weimar, monetizzando il debito, diede vita alla Grande Inflazione del 1923-24, splendidamente raccontata dal nostro Costantino Bresciani-Turroni. “Quota novanta”, il velleitario tentativo di Mussolini di fissare a quel livello il cambio della lira con la sterlina inglese, venne bollata da Keynes con le immortali parole: “Per fortuna per il contribuente italiano e l’industria italiana, la lira non obbedisce nemmeno a un dittatore, e non le si può somministrare l’olio di ricino”! Infine, il tentativo di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi di impedire la svalutazione della lira ci costò in un solo giorno, il 16 settembre 1992, ben sessanta mila miliardi di lire di riserve ufficiali!&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Quanto ho finora scritto non è politicamente corretto, ma a me sembra ineccepibile sotto il profilo economico. Se l’UE vuole salvare l’euro, deve ripensarlo: chi viola i criteri imposti per la gestione del pubblico bilancio deve essere espulso dall’unione monetaria. L’alternativa è il futile e assurdo tentativo di imporre un vestito della stessa taglia a Piero Fassino e Giuliano Ferrara!&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-8236625037442342785?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/8236625037442342785/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/ripensare-leuro.html#comment-form' title='31 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8236625037442342785'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8236625037442342785'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/ripensare-leuro.html' title='Ripensare l&apos;euro, Da Il Tempo 12 Luglio 2011'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>31</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-6491495059332476012</id><published>2011-07-06T04:00:00.001-07:00</published><updated>2011-07-06T04:01:01.431-07:00</updated><title type='text'>Verso la bancarotta?</title><content type='html'>Antonio Martino, 6 luglio 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Standard &amp; Poor’s ha espresso un giudizio negativo sulla manovra, bocciandola venerdì scorso. Il fatto che gli analisti abbiano espresso questo giudizio a mercati aperti è imperdonabile, così come risulta abbastanza singolare che il responso sia venuto da chi non aveva avuto modo di leggere i trentanove articoli della manovra che solo lunedì sono stati consegnati al presidente della Repubblica. S&amp;P, tuttavia, non è sola nel pronunciare preoccupazioni sulla solidità finanziaria del nostro Paese; ieri anche l’autorevole The Wall Street Journal, che peraltro cita l’opinione assai ben argomentata di Mario Baldassarri, esprime apprensioni non dissimili da quelle di S&amp;P.&lt;br /&gt;E’ opinione assai diffusa fra gli economisti che l’indebitamento divenga pericoloso quando non si genera abbastanza reddito da pagare gli interessi. Vediamo quindi come sta la situazione. Nel 2010 la spesa per interessi è stata pari a 70.152 milioni di euro, pari al 4,53% del prodotto interno lordo. Non abbiamo tassi di crescita di quel livello da tempo immemorabile. Tuttavia, nelle ultime aste di titoli del debito pubblico la domanda ha superato l’offerta, anche se in misura inferiore al passato. I risparmiatori italiani, quindi, continuano a ingurgitare quantità enormi di debiti pubblici, rendendo possibile, almeno per ora, la politica di spesa del governo.&lt;br /&gt;Finora va bene, quindi, proprio come sosteneva a ogni piano quello che era caduto dall’ultimo piano di un grattacielo! Tra quest’anno e il prossimo, infatti, dovremo pagare 180 miliardi di euro, mentre da adesso a fine 2012 scadono 600 miliardi di titoli. E’ pertanto abbastanza evidente che, nonostante la parsimonia delle formiche private, le cicale pubbliche non potranno continuare a scialacquare i loro soldi. I giudizi severi di S&amp;P e del Wall Street Journal, quindi, non sono per nulla campati in aria.&lt;br /&gt;Veniamo così al punto: nel 2010 le amministrazioni pubbliche hanno speso 793.513 milioni di euro, il 51,2% del pil. Di questo totale la spesa per interessi costituisce soltanto l’8,84%, mentre la spesa per “prestazioni sociali” rappresenta il 43,3% delle spese totali, e i redditi da lavoro dipendente il 21,7%. Queste ultime due categorie di spesa sono incomprimibili a legislazione invariata e, rappresentando quasi i due terzi delle spese totali, sottolineano una tesi che non mi stancherò mai di ripetere: l’Italia non ha bisogno di manovre ma di riforme. &lt;br /&gt;I nostri problemi non sono la patologia accidentale di un sistema di trasferimenti sano ma l’esito fisiologico, prevedibile e previsto, di un sistema sbagliato. Pensare che si possa crescere quando lo Stato e le altre amministrazioni pubbliche assorbono oltre il 51% del reddito nazionale è semplicemente donchisciottesco e del tutto irrealistico. Mai nessun paese al mondo ha avuto uno sviluppo sostenuto quando la spesa pubblica supera il 40% del reddito nazionale. La Svizzera è quasi priva di risorse naturali, non ha una popolazione omogenea, avendo lingue nazionali, religioni ed etnie diverse, eppure è il paese più ricco in Europa. Perché?&lt;br /&gt;E’ l’unico paese europeo nel quale la spesa pubblica non supera il 35% del pil e ha un federalismo cantonale vero, non l’orrendo scimmiottamento che ne abbiamo perpetrato in Italia, dove vengono considerati enti locali la Lombardia e la Sicilia, rispettivamente con 9,5 e 5 milioni di abitanti. La Confederazione Elvetica, con sette milioni di abitanti, ha ben ventisei canoni autonomi. Quello è vero federalismo, il nostro non lo è.&lt;br /&gt;Ma torniamo al quesito di partenza: dobbiamo preoccuparci per il nostro futuro. La risposta è, sfortunatamente, positiva. La manovra, testé completata, contiene fra le altre bellurie anche una norma che sembra studiata apposta per punire i risparmiatori (rei di avere consentito alla pubblica finanza di sopravvivere alle sue larghezze) e terrorizzarli. Secondo Francesco Forte (il Giornale, 5 luglio) “l’aumento bifase del tributo di bollo sui documenti dei depositi bancari ... introdotto di soppiatto per colpire i risparmiatori, che investono i soldi in titoli, ricorrendo alle banche o alla posta, non a proprie società.” Si tratta, secondo l’illustre studioso di Scienza delle Finanze di un “tributicolo” ispirato dalla fissazione di “spaventare la massa dei risparmiatori” proprio come fece Giuliano Amato nel giugno del 1992, quando derubò i titolari di conti correnti sottraendo loro una parte del deposito.&lt;br /&gt;Il nostro prodigioso e prestigioso ministro dell’Economia dovrebbe tenere in considerazione le idee del professore Forte (succeduto a Luigi Einaudi alla cattedra di Torino) ed evitare di passare alla storia come un emulo di Giuliano Amato. Essendo Forte e Amato entrambi socialisti, dare retta a Forte e ignorare Amato non avrà conseguenze sulla sua collocazione politica.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-6491495059332476012?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/6491495059332476012/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/verso-la-bancarotta.html#comment-form' title='30 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/6491495059332476012'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/6491495059332476012'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/verso-la-bancarotta.html' title='Verso la bancarotta?'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>30</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-5771394385071017221</id><published>2011-07-05T11:46:00.000-07:00</published><updated>2011-07-05T11:47:44.227-07:00</updated><title type='text'>Interventi alla Camera, 5 luglio 2011</title><content type='html'>PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Antonio Martino. Ne ha facoltà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, vorrei fare mie le considerazioni espresse poc'anzi dall'onorevole Valducci. Solo che, essendo nato io prima di lui, il mio ricordo non va al 1998 ma agli anni Sessanta.&lt;br /&gt;Quando vennero istituite le regioni, Luigi Einaudi valutò in mille miliardi il loro costo annuo. La sinistra ed i fautori del regionalismo ribatterono che il Presidente aveva fatto male i conti perché non si rendeva conto che loro avrebbero abolito le province e che, quindi, il costo delle regioni sarebbe stato molto minore. È passato mezzo secolo, le province, non solo sono ancora lì, ma sono cresciute di numero.&lt;br /&gt;Abbiamo un sistema di governance locale che è assolutamente indifendibile perché articolato su troppi livelli e con troppi enti locali. Abbiamo i municipi, i comuni, le province, le regioni, le comunità montane, i parchi nazionali, le aree metropolitane. Non possiamo permetterci tutti questi livelli di Governo che si sovrappongono e confondono le loro competenze, né possiamo permetterci oltre ottomila comuni laddove mille basterebbero (Applausi di deputati del gruppo Popolo della Libertà).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Martino. Ne ha facoltà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, care colleghe e cari colleghi, ritengo che per il credente la sua vita appartenga a Dio. Chi non ha la fortuna di avere la fede è convinto che la sua vita appartenga a lui stesso. Ma su una cosa entrambi concordano: nessuna persona o gruppo di persone ha il diritto di interferire nel rapporto fra loro e la loro vita (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico). E non importa che questo gruppo di persone sia il Parlamento, perché - anche se questo Parlamento all'unanimità votasse una norma che interferisce nel rapporto con la mia vita - quella norma sarebbe illegittima e contraria a qualsiasi senso di umanità (Applausi di deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Partito Democratico).&lt;br /&gt;Coloro che sostengono la necessità di questa legge sono preoccupati che, se non si intervenisse, si correrebbe il rischio di scivolare verso la eutanasia. Mi permetto di ricordare loro il dettato dell'articolo 25 della Costituzione, secondo il quale qualsiasi fattispecie penale deve essere definita dalla legge. Il concetto di eutanasia non è definito dalla legge e il vago richiamo alle fattispecie di omicidio e di omicidio di consenziente e quant'altro non è una definizione di eutanasia.&lt;br /&gt;Volete lasciare che sia un'altra persona, magari con la toga, un magistrato ad interpretare il mio comportamento o il comportamento di persona a me vicina come colpevole del reato di eutanasia (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico)?&lt;br /&gt;Volete affidare la mia vita alle mani di un magistrato? È questo quanto vi apprestate a fare ed è per questa ragione, per la luciferina presunzione che ispira i fautori di questo provvedimento che io, tentato di uscire dall'Aula, resterò qui e mi asterrò su tutto (Applausi di deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Partito Democratico).&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-5771394385071017221?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/5771394385071017221/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/interventi-alla-camera-5-luglio-2011.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5771394385071017221'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5771394385071017221'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/interventi-alla-camera-5-luglio-2011.html' title='Interventi alla Camera, 5 luglio 2011'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-138969873921332755</id><published>2011-07-05T01:28:00.000-07:00</published><updated>2011-07-05T01:29:30.473-07:00</updated><title type='text'>Link a un'intervista</title><content type='html'>http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2011/7/5/SCENARIO-2-Martino-Pdl-ecco-perche-la-finanziaria-e-inutile/191766/&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-138969873921332755?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/138969873921332755/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/link-unintervista.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/138969873921332755'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/138969873921332755'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/link-unintervista.html' title='Link a un&apos;intervista'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-203242813098907519</id><published>2011-07-05T01:26:00.000-07:00</published><updated>2011-07-05T01:27:50.616-07:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2011/7/5/SCENARIO-2-Martino-Pdl-ecco-perche-la-finanziaria-e-inutile/191766/&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A questo indirizzo, se interessati, troverete una mia intervista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;am&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-203242813098907519?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/203242813098907519/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/httpwww.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/203242813098907519'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/203242813098907519'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/httpwww.html' title=''/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-1271893405703848297</id><published>2011-07-04T09:30:00.000-07:00</published><updated>2011-07-04T09:31:13.946-07:00</updated><title type='text'>Europeismo o interessi nazionali?</title><content type='html'>La strategia europea nei confronti della crisi greca sembra consistere nel guadagnare tempo nella speranza che si risolva. Almeno, questo è quanto appare in superficie. In realtà, potrebbe benissimo valere un’altra interpretazione. Gli “aiuti” europei alla Grecia altro non sono altro che il tentativo di salvare quelle banche, specie francesi e tedesche, che, avendo investito in titoli pubblici grechi, rischiano di fallire se la Grecia è costretta a non onorare i suoi debiti. Gli aiuti vanno cioè in Francia e Germania, passando per così dire dalla Grecia.&lt;br /&gt;Secondo un vecchio scampolo dell’umorismo inglese, “se devi mille sterline alla tua banca sei nelle sue mani, se gliene devi un milione è lei a essere nelle tue”! Ma non è questo il punto. Anche ammettendo che nel caso della Grecia (come prima nel caso dell’Irlanda per altre ragioni) sia nazionale non europeo, il problema importante diventa: “salvare” la Grecia è nell’interesse anche dell’Europa? La mia risposta, come i lettori di questo giornale sanno, è negativa. Vale la pena tornare sul tema perché è essenziale anche per noi italiani.&lt;br /&gt;Sul tema interviene The Wall Street Journal (30 giugno) con uno splendido editoriale che, anzitutto, dà le cifre del problema: il debito pubblico greco è in questo momento pari al 155% del pil ed è destinato a raggiungere il 170% l’anno prossimo, il che significa che è quasi impossibile che il problema possa risolversi da solo. Anche se l’UE e il Fondo monetario internazionale versassero miliardi nelle casse dell’erario greco e se il governo di Papandreu riuscisse a fare tutte le riforme necessarie, le prospettive di evitare il fallimento sarebbero minime o nulle.&lt;br /&gt;Secondo l’autorevole quotidiano finanziario, le ripercussioni di un fallimento della Grecia sulle banche di altri paesi sarebbero contenute. Le banche che detengono la maggiore quantità di obbligazioni greche fuori dalla Grecia sono francesi e tedesche, che ne hanno per ventotto miliardi di euro. Ma, persino se perdessero la metà di questa cifra, non ne sarebbero distrutte. BNP Paribas, che è la maggiore detentrice di titoli greci, ammette che, anche se perdesse il 30% dei suoi crediti con la Grecia, il rendimento delle sue azioni diminuirebbe soltanto del 3%.&lt;br /&gt;Invece Sarkosy vorrebbe che fosse accettato un piano di salvataggio che si tradurrebbe nel raddoppio del debito greco, anche se la sua scadenza sarebbe allungata a trenta anni, nell’intento di evitare il fallimento del paese e il danno alle banche francesi. &lt;br /&gt;L’ideale dei fautori della moneta comune, da Luigi Einaudi in poi, era di porre fine alla monetizzazione del debito, cioè al finanziamento dei disavanzi pubblici con l’inflazione. Fu per questa ragione che i Trattati di Maastricht posero a base dell’autonomia della Bce il divieto di acquistare titoli di Stato dei paesi membri. E fu sempre per la stessa ragione che furono imposte regole, magari stupide per un noto genio bolognese, ma rigide per la condotta fiscale dei governi: un tetto al rapporto deficit/pil e uno a quello del debito.&lt;br /&gt;Queste regole, già gravemente compromesse in passato, sono ora state abbandonate: l’UE compra di fatto titoli pubblici (prima irlandesi, ora greci e portoghesi, domani spagnoli)  e, anche se l’entità è finora modesta, opera una monetizzazione del debito, violando lo spirito e la lettera del trattato. Il fatto che, a quanto pare, l’intervento europeo invece di risolvere il problema abbia scatenato un’ondata di speculazione, conferma la mia tesi: gli speculatori, a differenza degli eurosauri, vedono aldilà del loro naso. Se a questo si aggiunge che è assai dubbio che gli aiuti europei riescano a risolvere i problemi dei paesi insolventi, non è esagerato temere che sia i paesi interessati sia le banche francesi e tedesche che detengono le loro obbligazioni saranno costretti a fallire.&lt;br /&gt;Per fortuna questo esito non riveste carattere di assoluta necessità e potrebbe darsi che sia scongiurato, ma se così non fosse tutti i paesi della zona dell’euro si troverebbero a dover fronteggiare una sorta di tsunami monetario e finanziario.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-1271893405703848297?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/1271893405703848297/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/europeismo-o-interessi-nazionali.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/1271893405703848297'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/1271893405703848297'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/07/europeismo-o-interessi-nazionali.html' title='Europeismo o interessi nazionali?'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-5108469176692735674</id><published>2011-06-28T04:20:00.001-07:00</published><updated>2011-06-28T04:21:30.701-07:00</updated><title type='text'>Lettera aperta al Presidente della Repubblica</title><content type='html'>Signor Presidente,&lt;br /&gt;i sentimenti di ammirazione e di amicizia che nutro nei Suoi confronti e che, risalendo a molti anni addietro, quindi a tempi non sospetti, Lei sa disinteressati e sinceri, mi spingono a scriverLe questa lettera aperta. Ricordo ancora quando, il primo giorno del mio ingresso a Montecitorio, Lei ebbe la cortesia di accogliermi con queste parole: “Sono lieto che tu sia stato eletto. Da Presidente della Camera mi sono ispirato a tuo padre che, da vicepresidente, ne dirigeva i lavori in modo esemplare.” Ricordo anche il dibattito che avemmo a Londra sull’euro: io ne criticavo la procedura d’introduzione, Lei lo difendeva. Pur non condividendo le Sue idee, restai ammirato per l’eleganza del Suo argomentare e la correttezza del Suo inglese. Infine, in occasione della mostra al Quirinale su Luigi Einaudi, il colloquio che avemmo mi convinse che, probabilmente, Lei ne conosceva gli scritti quanto o più di me!&lt;br /&gt;Non è mia intenzione cedere al malcostume diffuso del “tirare il Presidente per la giacchetta” chiedendogli di fare quanto non è nei suoi poteri costituzionali. Le scrivo perché convinto che Lei possa, ricorrendo alla moral suasion, porre rimedio a una mostruosità politica e costituzionale. Faccio riferimento alla riforma Bassanini e alle sue, anche se non intenzionali, conseguenze. Come ho avuto modo di scrivere, il nostro governo non è più un organo collegiale ma monocratico. Accentrando nella stessa persona i poteri del ministro del Tesoro, delle Finanze, del Bilancio, delle Partecipazioni Statali e del Mezzogiorno, ha di fatto sancito che il governo è il ministro dell’Economia, gli altri, presidente del Consiglio incluso, sono solo superflue comparse. Non si muove foglia che il ministro dell’Economia non voglia. &lt;br /&gt;Le dichiarazioni dell’onorevole Guido Crosetto, persona di notevole spessore culturale, anche se appaiono rivolte più alla persona che alla carica, sono in realtà la conferma che lo strapotere accentrato nelle mani di una sola persona è incompatibile col corretto funzionamento delle nostre istituzioni. Senza una dialettica fra il ministro delle spese e quello delle entrate, la sintesi che dovrebbe essere fatta dal Consiglio nella sua collegialità e l’indirizzo che ne dovrebbe dare il suo Presidente sono superflui. La collegialità dell’organo svanisce: la politica dell’esecutivo investe la responsabilità del suo capo ma è, in effetti, decisa da altri che non ne risponde.&lt;br /&gt;Mi permetterei, quindi, di suggerirLe di esercitare, con la discrezione che Le è propria, pressioni sui leader di maggioranza e di opposizione perché procedano allo “spacchettamento” del ministero dell’Economia, ripristinando la separazione fra i ministri della spesa e dell’entrata e rinvigorendo il ministero dello Sviluppo economico, cui quello dell’economia ha sottratto poteri che erano prima del ministero dell’Industria e poi di quello delle Attività produttive.&lt;br /&gt;La prego, caro Presidente, di perdonare il mio ardire e di credere ai sensi della mia più alta considerazione.&lt;br /&gt;Suo,&lt;br /&gt;Antonio Martino&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-5108469176692735674?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/5108469176692735674/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/06/lettera-aperta-al-presidente-della.html#comment-form' title='17 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5108469176692735674'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5108469176692735674'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/06/lettera-aperta-al-presidente-della.html' title='Lettera aperta al Presidente della Repubblica'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>17</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-2269526309980797584</id><published>2011-06-24T08:49:00.000-07:00</published><updated>2011-06-24T08:56:43.166-07:00</updated><title type='text'>Un vecchio articolo riproposto</title><content type='html'>ANCORA SULLA FLAT TAX&lt;br /&gt;Antonio Martino&lt;br /&gt;30 set. 07&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho partecipato ad un convegno organizzato a Milano da Daniele Capezzone e dedicato alla flat tax, alla possibilità di adottare un’aliquota unica per le imposte sui redditi delle persone fisiche, arrivandoci gradualmente in quattro anni. In quell’occasione ho ribadito tesi ben note ai lettori, avendole più volte enunciate su queste colonne. Ho voluto anche rendere merito a chi per primo in tempi recenti ha lanciato la proposta, Milton Friedman, ed ho citato alcune delle sue argomentazioni. Credo che il lettore le troverà interessanti e gliele ripropongo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1956, in una conferenza tenuta a Claremont College in California e dedicata alla distribuzione del reddito (“The Distribution of Income” ristampata nel 1962 in Capitalism &amp; Freedom), Milton Friedman lanciò una proposta che allora appariva provo-catoria: passare da un sistema tributario basato su molte aliquote rapidamente progressive ad un sistema fondato su una sola aliquota (flat tax). Nel 1959 negli USA le aliquote di imposta sul reddito andavano dal 20 al 90 per cento, raggiungendo il 50 per cento a partire da imponibili superiori ai 18 mila dollari per il contribuente singolo e da 36 mila dollari per una coppia sposata che firmava una dichiarazione congiunta. Milton Friedman dimostrò che un’unica aliquota del 23,5 per cento avrebbe fruttato lo stesso o poco più della pluralità di aliquote in vigore. Non solo, ma abolendo tutte le “scappatoie” fiscali, tranne le detrazioni per le spese sostenute per la produzione di reddito, il gettito sarebbe stato molto superiore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una flat tax secondo Friedman, anche senza alcuna altra modifica alla legislazione esistente, avrebbe prodotto un maggiore gettito per l’erario perché il reddito dichiarato si sarebbe elevato per tre ragioni:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1. si sarebbe ridotto l’incentivo ad adottare misure legali ma costose per ridurre le dimensioni dell’imponibile (elusione ed erosione);&lt;br /&gt;2. ci sarebbe stato un minore incentivo a dichiarare meno del dovuto (evasione);&lt;br /&gt;3. l’impiego delle risorse sarebbe divenuto più razionale perché si sarebbero rimosse le distorsioni introdotte dalla pluralità di aliquote.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il punto di partenza dell’analisi di Friedman è dedicato a quanti credono che le tasse debbano servire a ridistribuire il reddito: “Se il gettito delle aliquote attuali altamente progressive è così basso, altrettanto basso sarà il loro effetto ridistributivo. Questo non significa che non facciano danno. Al contrario. Il gettito è così basso in parte perché alcuni fra i più competenti professionisti del paese dedicano le loro energie alla individuazione di modi per tenerlo basso; e perché altri individui organizzano la loro attività con l’occhio alle conseguenze tributarie che ne conseguono. Tutto ciò rappresenta spreco allo stato puro. E cosa otteniamo in cambio? Al massimo un senso di soddisfazione da parte di alcuni nel sapere che lo Stato sta ridistribuendo il reddito. E anche quella soddisfazione è fondata sull’ignoranza degli effetti concreti della struttura fiscale progressiva ed evaporerebbe immediatamente se i fatti fossero noti.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Le attuali alte aliquote nominali sulle fasce alte di reddito e quelle di successione non possono essere giustificate, se non altro perché rendono così poco. Come liberale non riesco a considerare giustificata la tassazione progressiva solo perché ridistribuirebbe il reddito. Questo mi sembra un caso chiaro di usare la coercizione per prendere ad alcuni in modo di potere dare ad altri, in evidente scontro frontale con la libertà individuale.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma il punto fondamentale è il seguente: “E’ molto diverso il caso in cui il 90 per cento della popolazione decide di tassarsi e di esentare il restante 10 per cento da quello in cui il 90 per cento approva imposte punitive sul restante 10 per cento, che è quanto in realtà accade negli Stati Uniti. Una flat tax proporzionale comporterebbe esborsi assoluti più alti per quanti godono di redditi più alti come contropartita dei servizi resi dallo Stato (…) ma eviterebbe la possibilità che una maggioranza approvi l’imposizione di tributi sulla minoranza, lasciando inalterato il carico gravante su di essa.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A distanza di mezzo secolo, credo che le idee di Friedman conservino intatta la loro validità e mi sembra anche che le condizioni per la realizzazione delle sua proposta siano oggi molto più favorevoli che allora. Naturalmente se ne potrà riparlare solo dopo che l’incubo dell’attuale malgoverno sarà finito, con grande gioia di tutti gli italiani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;P. S. Quest'articolo fu scritto nel 2007; l'incubo del malgoverno Prodi è finito da tre anni, ma di arrivare alla flat tax non si parla. Per questo ripropongo questo scampolo di archeologia martiniana e continuerò a ripetermi ad nauseam.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-2269526309980797584?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/2269526309980797584/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/06/un-vecchio-articolo-riproposto.html#comment-form' title='10 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2269526309980797584'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2269526309980797584'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/06/un-vecchio-articolo-riproposto.html' title='Un vecchio articolo riproposto'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>10</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-6964418946934497982</id><published>2011-06-22T10:47:00.001-07:00</published><updated>2011-06-22T10:53:48.141-07:00</updated><title type='text'>Intervento alla Camera dei Deputati</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Mercoledì 22 giugno 2011&lt;/div&gt; &lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt; &lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Signor Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, cari colleghi, il suo discorso, Presidente, di stamane mi ha fatto riandare con il pensiero al 1994. In quell'anno, come lei ben ricorda, dovetti fare una scelta per me difficile. Avevo partecipato attivamente alla stesura del programma di Forza Italia. Era il programma più radicalmente liberale mai presentato in Europa e questo non lo dico io, che avevo contribuito a scriverlo, ma lo hanno detto anche osservatori stranieri. Avevo partecipato a molte trasmissioni televisive non solo sulle reti Mediaset ma, come la presidente Bindi ricorda, anche in trasmissioni della RAI, in ambienti non sempre particolarmente favorevoli per questo nuovo movimento politico.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Avendo, quindi, investito il mio nome, le mie idee e la mia faccio in questo nuovo movimento politico, lei usò, per convincermi a cambiare mestiere, un'argomentazione alla quale non seppi rispondere. Mi disse: «Ma se lei, professore, non si candida alle prossime elezioni la gente dirà che prende le distanze da noi e questo ci indebolirà». Non seppi rispondere e abbandonai quello che ritengo essere il mestiere più bello del mondo: l'insegnante universitario.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Quanto si è realizzato di quel programma? Quanto abbiamo fatto nella direzione indicata da quel programma? Quel programma, Presidente, è stato da lei seguito sempre in tutti i suoi discorsi. È stato in base a quella ispirazione che abbiamo vinto - che lei ha vinto - le elezioni del 1994, del 2001 e del 2008. Vi è continuità tra i suoi discorsi del 1994, del 2001 e del 2008. Le parole sono quasi identiche. Questo è stato indicato da taluno, a sinistra, come un difetto. A me sembra, invece, un grande pregio. Significa che quella ispirazione era davvero la sua e che lei sinceramente credeva - e continua a credere - che quella fosse la direzione verso cui muovere. Se dicessi che abbiamo realizzato per intero quel programma direi una cosa del tutto falsa.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;In alcuni campi, abbiamo fatto dei passi avanti, in altri no, ma mai abbiamo fatto un passo indietro rispetto a quella ispirazione ideale. Colleghi, gli ideali politici hanno la caratteristica di non essere realizzabili perché, una volta realizzati, diventano inutili. L'ideale politico è come la bussola: indica la direzione, ma così come la bussola è inutile al polo nord magnetico anche l'ideale politico, se realizzato, diventa inutile. L'ideale politico deve indicare la direzione verso cui muovere: le nostre società possono progredire perché sono imperfette e sono capaci di cambiare. Una cosa, tuttavia, a me sembra certa, signor Presidente, ossia che gli elettori hanno avuto fiducia nelle nostre idee, nelle sue idee e hanno avuto fiducia soprattutto perché non promettevamo loro di gestire l'esistente, ma di cambiarlo. Non ci hanno mandato al Governo per mantenere invariate le cose, ma perché si aspettavano una profonda trasformazione del nostro Paese. Questo dovrebbe continuare ad essere il nostro impegno prioritario. Vorrei dire però qualcosa anche ai colleghi della sinistra o meglio - se mi consentite - agli amici della sinistra perché avere idee diverse, a volte anche contrapposte, non vedo perché debba determinare sentimenti di inimicizia. La presidente Bindi potrà testimoniare che le nostre idee certamente non collimano, ma che questo non impedisce a me - e credo anche a lei - di nutrire reciprocamente stima, rispetto e simpatia. La democrazia, onorevoli colleghi, è opposizione: un Paese non è democratico quando ha un Governo perché anche i Paesi non democratici hanno un Governo, ma solo i Paesi democratici hanno un'opposizione e, quanto più è vigorosa credibile e autorevole l'opposizione, tanto più democratico è il Paese.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L'onorevole Bertinotti, quando Romano Prodi non voleva che egli competesse nelle primarie, gli rispose: «La democrazia comincia da due». Si tratta di un'osservazione assolutamente ineccepibile; infatti che democrazia vi sarebbe con un solo concorrente contro nessuno? Necessariamente, se il concorrente è uno solo, non può che arrivare primo e ultimo al tempo stesso. Tuttavia ritengo che la democrazia finisca anche con due perché, laddove i partiti sono più di due e sono molti, la democrazia non aumenta, ma diminuisce. Un Paese basato sul multipartitismo sottrae la scelta del Governo alla sovranità popolare e l'affida ai leader di partito, che prenderanno una decisione dopo che le elezioni hanno avuto luogo. Per questo, credo nel bipolarismo e nel bipartitismo.Mi dispiace che non sia qui tra noi il mio amico, il presidente, onorevole Pier Ferdinando Alcide Casini - non so se Alcide sia il suo secondo nome, ma credo che gli farebbe piacere avere questo nome - perché gli vorrei ricordare che ho una sua lettera, nella quale mi rimprovera di aver messo in dubbio la sua sincera credenza nel bipolarismo, ossia nella contrapposizione di due poli. Egli non è qui fra noi, ma non mi sembra che ultimamente abbia espresso idee di questo genere.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Onorevole Bindi, il mondo è cambiato moltissimo dal 1994, ma per tutte le parti dello schieramento politico. Una volta a sinistra sedevano i libertari: uno di questi è diventato sindaco di Milano; si tratta di Giuliano Pisapia, che espresse qui in Parlamento opinioni che io, da liberale, interamente condivido sul problema della giustizia. A destra sedevano i giustizialisti, o addirittura i forcaioli. Oggi mi sembra che avvenga il contrario: a sinistra ci sono alcuni libertari, ma sono confinati in «piccionaia»: si tratta dei pochi radicali eletti nel Partito Democratico, altrove vedo giustizialisti e forcaioli. Una volta, a sinistra vi erano quanti credevano fortemente nella democrazia e nella sovranità popolare. Citerò un caso per tutti: Palmiro Togliatti, nell'ambito della Costituente, si dichiarò contrario all'istituzione della Corte costituzionale, argomentando che, dal momento che il Parlamento è eletto dal popolo sovrano, nessuno può censurare la volontà del Parlamento. A sinistra si credeva nella democrazia.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;A destra, viceversa, c'erano coloro i quali erano scettici sulla saggezza delle scelte popolari e provavano una certa simpatia per i Governi autoritari, per non dire per i golpisti. Oggi i golpisti stanno a sinistra. Un autorevole intellettuale dal cognome palindromo, Alberto Asor Rosa, palindromo perché può essere letto in entrambi i sensi, recentemente ha auspicato un golpe realizzato da carabinieri e polizia per abbattere il Governo Berlusconi. Conoscendo i carabinieri, un po' meno la polizia, ritengo assai poco credibile un'ipotesi del genere. Onorevole Bindi, se l'avesse sostenuto un ex missino che cosa avreste detto a sinistra? Che ci sia un intellettuale di sinistra che chiede un golpe, a me sembra veramente bizzarro, o no?&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ho molto ammirato l'onorevole Bersani, che è presente e che saluto - lei sa che le ho telefonato per farle gli auguri e le congratulazioni, quando è diventato segretario del Partito Democratico - per la sua «lenzuolata» di liberalizzazioni. L'espressione «lenzuolata» deve essere tipica della provincia di Bologna, perché a me non risulta usata in politica economica.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;RENATO CAMBURSANO. Piacenza.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;ANTONIO MARTINO. Piacenza, chiedo scusa. Ho sbagliato la provincia, ma suppongo che siamo sempre in Emilia. Sa io sono nato più vicino a Tunisi che a Roma, quindi per me questo è l'estremo nord. Ebbene, con quelle «lenzuolate», lei mi perdonerà, mi sembrò proprio che la montagna avesse partorito il topolino. Soprattutto mi stupisce davvero, onorevole Bersani, che lei abbia potuto dichiararsi favorevole ai due referendum che impediscono ai privati di rientrare come soci di minoranza nelle società di gestione degli acquedotti pubblici. È una cosa vergognosa e contraddittoria. Soprattutto a sinistra c'erano i fautori del cambiamento, anche rivoluzionario. A destra c'erano i conservatori, i quali volevano mantenere l'esistente e non cambiarlo. Oggi è il contrario, a destra ci sono quelli che vogliono cambiare l'esistente e a sinistra i più feroci difensori dello status quo. Onorevole Bindi, è questa la sinistra che lei sognava? Io non credo. La concorrenza sprona tutti al miglioramento. Quando un'impresa sa di avere concorrenti credibili e aggressivi cerca di migliorare la sua produzione per conquistare fette di mercato. La concorrenza fra l'opposizione e la maggioranza è il più importante elemento della democrazia. Nel Regno Unito, fino a non molti anni fa, il capo dell'opposizione di Sua Maestà percepiva uno stipendio superiore a quello di Primo Ministro. Evidentemente la Costituzione inglese non scritta ritiene il ruolo dell'opposizione più importante di quello della maggioranza.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Onorevoli colleghi della sinistra, non voglio scaricare su altri responsabilità che dovrebbero essere attribuite a noi, ma non fate il contrario. Una parte delle manchevolezze che voi, a torto o a ragione, attribuite al Governo sono dovute al fatto che non ha di fronte a sé un'opposizione coesa, credibile, alternativa e che offra davvero la possibilità di cambiare formula governativa rispetto a questo Governo. Voi non rappresentate un'alternativa fattibile a questo Governo ed è da questo che nascono quasi tutti i problemi della nostra democrazia.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-6964418946934497982?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/6964418946934497982/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/06/intervento-alla-camera-dei-deputati.html#comment-form' title='13 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/6964418946934497982'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/6964418946934497982'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/06/intervento-alla-camera-dei-deputati.html' title='Intervento alla Camera dei Deputati'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>13</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-4711243085645634111</id><published>2011-06-15T08:15:00.000-07:00</published><updated>2011-06-15T08:18:47.346-07:00</updated><title type='text'>Il momento del coraggio</title><content type='html'>Le due risorse più scarse a questo mondo sono il tempo, che non basta mai, ed il coraggio, che manca soprattutto ai politici ma anche alla gente normale. Il tempo dei leader come Churchill, Reagan o Thatcher sembra essere tramontato; i nostri leader sono convinti di poter risolvere a chiacchiere (il “dialogo”) qualsiasi problema e rifuggono dall’assunzione di responsabilità. La grave crisi finanziaria in corso richiede, a mio parere, il coraggio sia di ognuno di noi sia del governo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa dovremmo fare noi. Ho altra volta ricordato che per guadagnare bisogna fare il contrario di quanto fanno gli altri: se tutti comprano bisogna vendere, se vendono comprare. L’esempio più noto di questa regola è John Paul Getty: nel 1929 quando tutti, presi dal panico, cercavano di sbarazzarsi delle azioni a qualsiasi prezzo, Getty acquistò massicciamente. Quella decisione coraggiosa ne fece uno degli uomini più ricchi d’America.&lt;br /&gt;Non siamo al 1929 ma la situazione è simile, caratterizzata da un gran numero di venditori che cercano di liberarsi di azioni nella convinzione che siano destinate a diminuire ulteriormente. Facendo il contrario di quanto sta facendo la maggioranza ed effettuando acquisti selettivi, potremmo arricchirci: non c’è dubbio, infatti, che molti titoli siano grossolanamente sottovalutati e destinati a recuperare in tutto o in parte le perdite subite.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Naturalmente si tratta di un’operazione rischiosa perché non è affatto certo che il prezzo di una determinata azione sia davvero destinato ad aumentare, ma sono convinto che ciò sia vero in molti casi: bisogna sapere scegliere. Né si tratta di un consiglio valido per quanti, pur disponendo di un buon patrimonio,  hanno bisogno di reddito. Ma per chi è giovane, non ha molti beni di fortuna e dispone di risparmi accumulati in passato, questa potrebbe un’occasione unica per accrescere il proprio gruzzolo.&lt;br /&gt;Cosa dovrebbe fare il governo. Anche per il governo questo è il momento del coraggio: dovrebbe cogliere l’occasione della crisi per varare al più presto provvedimenti che sarebbero comunque utili ma che, data la situazione, potrebbero rivelarsi provvidenziali. Berlusconi l’ha intuito quando ha accennato alla possibilità di ridurre le tasse; dobbiamo andare in quella direzione con una profonda riforma fiscale e l’adozione di un’unica aliquota d’imposta sul reddito. Solo se faremo dell’Italia un ambiente favorevole agli investimenti e alle attività produttive potremo sperare di contrastare la crisi produttiva che inevitabilmente seguirà l’attuale crisi finanziaria. Questo va fatto subito, prima che i problemi divengano gravi ed intrattabili. L’economia italiana ha bisogno di uno shock che la stimoli e la svegli, che faccia ripartire lo sviluppo prima dell’arrivo della recessione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il premier non ascolti i benpensanti, i prudenti, gli indecisi ma dia quella scossa fiscale di cui il nostro sistema produttivo da troppo tempo ha inderogabile bisogno. Dovrà anche mettere mano a quelle riforme che consentano di tagliare le troppe spese pubbliche improduttive, che costituiscono un insopportabile fardello per la nostra economia. E’ troppo chiedere, anche in vista dei propositi federalisti, l’abolizione delle province, il dimezzamento dei comuni, l’abolizione della maggior parte delle comunità montane e la semplificazione drastica di tutto il nostro sistema di governo locale?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Queste sono solo due delle tante cose che un leader coraggioso e dinamico dovrebbe fare per mettere l’Italia in condizione di affrontare l’imminente burrasca con sicurezza. E non escluderei che, così come chi saprà avere coraggio nell’impiegare i propri risparmi finirà col trarre profitto dalle difficoltà del momento, un leader coraggioso che desse all’Italia, grazie ad illuminate riforme, la capacità di fronteggiare gli eventi traendone anche profitto, verrebbe ricordato nella storia, come è accaduto a Churchill, Reagan, la Thatcher e i pochi altri politici audaci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;P.S. Nel 2010 il gettito delle imposte dirette è stato pari al 14,6% del prodotto interno lordo. Un'aliquota unica non inferiore al 15% renderebbe molto di più.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-4711243085645634111?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/4711243085645634111/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/06/il-momento-del-coraggio.html#comment-form' title='30 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/4711243085645634111'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/4711243085645634111'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/06/il-momento-del-coraggio.html' title='Il momento del coraggio'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>30</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-1459725474261796957</id><published>2011-06-07T10:08:00.000-07:00</published><updated>2011-06-07T10:09:31.174-07:00</updated><title type='text'>Una proposta forse immodesta</title><content type='html'>“Quando scrivete una Costituzione, partite dall’ipotesi che al potere andranno i malvagi, non perché ciò sia inevitabile ma perché è possibile.” L’avvertimento di David Hume è, dopo quasi tre secoli, sempre valido. Il rimedio forse più efficace all’abuso del potere è la sua dispersione. Un dittatore dispone di un incontrastato potere di fare del bene – una democrazia non avrebbe mai potuto realizzare le opere pubbliche che il fascismo produsse fra il 1922 e il 1938 – ma anche di un ugualmente incontrastato potere di fare danno. E’ questa l’obiezione più forte alla desiderabilità di una dittatura illuminata.&lt;br /&gt;Sono necessari pesi e contrappesi, “checks and balances”, per dirla con gli anglosassoni, che si controllino reciprocamente, si contrastino ove necessario, neutralizzino le rispettive capacità di nuocere. La dispersione del potere è condizione necessaria, e forse anche sufficiente, di tutela delle libertà personali. Ma veniamo alla mia proposta che, a differenza di Jonathan Swift, definirei immodesta. Credo di essermene già occupato, anche su queste colonne ma vale la pena tornarci.&lt;br /&gt;Il legislatore costituente non volle mantenere nella Costituzione repubblicana l’istituto, che esisteva nello Statuto albertino, della revoca di un ministro. Il presidente del Consiglio poteva sottoporre al Re la revoca di uno dei suoi ministri; se controfirmata, il ministro veniva sostituito. I padri della nostra Costituzione decisero di non mantenerla per sottolineare la responsabilità collegiale dell’esecutivo. Le decisioni assunte per iniziativa di un ministro erano responsabilità di tutto l’esecutivo: se sbagliate, non veniva sostituito il ministro, cadeva tutto il governo. Simul stabunt simul cadent.&lt;br /&gt;La decisione della Corte costituzionale che avallò la sfiducia individuale ai danni del ministro di Giustizia Filippo Mancuso è vergognosamente, platealmente contraria alla lettera e allo spirito della nostra Costituzione. Del resto, per sostenere che fosse ammissibile, Andrea Manzella, che nel suo manuale aveva sostenuto il contrario, dovette arrampicarsi sugli specchi, sostenendo che incostituzionale per un ministro “politico” era da ritenersi ammissibile per uno “tecnico” (sic)!&lt;br /&gt;La riforma Bassanini ha cambiato, inintenzionalmente, tutto questo: il nostro governo non è più un organo collegiale ma monocratico: accentrando nella stessa persona i poteri del ministro del Tesoro, delle Finanze, del Bilancio, delle Partecipazioni Statali e del Mezzogiorno, ha di fatto sancito che il governo è il ministro dell’Economia, gli altri, presidente del Consiglio incluso, sono solo superflue comparse. Non si muove foglia che il ministro dell’Economia non voglia. La “golden rule” (regola d’oro) viene interpretata nel senso che chi ha l’oro (gold) comanda; dal momento che i cordoni della borsa sono a disposizione di una sola persona, tutte le decisioni governative dipendono dal suo assenso.&lt;br /&gt;Non nutro viscerale ammirazione per l’operato del mio amico Giulio Tremonti come titolare dell’Economia e non ho mai taciuto le mie riserve, ma fosse anche Milton Friedman e fossi entusiasta del suo operato, continuerei a sostenere, da liberale convinto, che è sbagliato e pericoloso attribuire tanto potere ad una sola persona. Unificare Tesoro e Bilancio è possibile, ma la dialettica fra il ministro della spesa e quello delle entrate deve rimanere e deve trovare la sua composizione nelle decisioni di chi ha istituzionalmente il compito di dettare l’indirizzo della politica nazionale: il presidente del Consiglio, capo del governo.&lt;br /&gt;Per questo mi sembra indilazionabile una riforma semplice e indolore: tornare alla dialettica fra ministro del Tesoro e ministro delle Finanze, conferendo al ministro dello Sviluppo economico le decisioni relative alle partecipazioni statali  e al Mezzogiorno. Torneremmo così alla lettera e allo spirito della nostra Costituzione, avremmo un governo effettivamente guidato dal suo capo e collegialmente responsabile. Oltre tutto, le nostre libertà non potrebbero che avvantaggiarsi dalla dispersione di un potere immenso, anomalo e incontrollato. Perché aspettare? Facciamolo subito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 7 giu. 11&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-1459725474261796957?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/1459725474261796957/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/06/una-proposta-forse-immodesta.html#comment-form' title='13 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/1459725474261796957'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/1459725474261796957'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/06/una-proposta-forse-immodesta.html' title='Una proposta forse immodesta'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>13</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-912261863001469347</id><published>2011-06-04T03:23:00.000-07:00</published><updated>2011-06-04T03:24:07.129-07:00</updated><title type='text'>It's the economy, stupid!</title><content type='html'>Lo slogan “It’s the economy, stupid!” (il problema è l’economia, stupido!) fu molto popolare nella campagna delle presidenziali americane del 1992, quando i sostenitori di Clinton sintetizzarono a questo modo la ragione per cui George H. Bush non meritava la rielezione. Bush padre, infatti, nella campagna elettorale che vinse nel 1988 affermò solennemente: “Guardate le mie labbra: niente nuove tasse”! Poi, stipulò il famigerato accordo sul bilancio con i democratici che si sostanziò in un aumento della pressione fiscale. Le conseguenze furono, come sempre da che mondo è mondo, una minore crescita e un deterioramento della situazione economica. L’avere vinto la prima guerra del Golfo l’anno prima, liberando il Kuwait, non servì a nulla: fu sconfitto da Clinton proprio sul tema della politica tributaria.&lt;br /&gt;Azzardo una congettura, anche se sono consapevole che dovrebbe essere corroborata da dati di cui non dispongo: la sconfitta del Pdl a Milano e forse anche altrove è in larga parte dovuta agli stessi motivi che portarono alla cacciata di George H. Bush nel 1992, pur essendo reduce da un clamoroso successo di politica internazionale. Anche la nostra maggioranza, come Bush padre, ha promesso meno tasse: nel 1994, nel 2001 e nel 2008. Gli elettori hanno creduto a quella promessa e ci hanno mandato al governo. In cambio, non hanno ottenuto meno tasse e meno vincoli ma al contrario una maggiore esosità e un inasprimento degli oneri e delle vessazioni connesse agli adempimenti fiscali.&lt;br /&gt;Questi balzelli e oneri non danneggiano chi è già ricco né i percettori di redditi fissi, colpiscono con conseguenze drammatiche i ceti produttivi emergenti: commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, che grazie alla loro laboriosità e impegno potrebbero diventare ricchi, crescere nella scala dei redditi, ma ne vengono impediti dall’eccessiva rapacità del fisco. Chi è già ricco si rivolge a un tributarista esperto che individuerà moltissimi espedienti per evitare di pagare in modo perfettamente legale. Esistono innumerevoli “scappatoie” legali che consentono di eludere imposte ed erodere la base imponibile. Il gettito delle imposte è basso non per colpa di chi si sottrae al fisco violando la legge – gli evasori sono meno numerosi di quanto generalmente si creda e strappano alle grinfie dell’erario meno di quanto viene stimato. Il gettito è basso perché è possibile non pagare senza violare alcuna norma, in maniera assolutamente legale. Questo spiega perché secondo l’Agenzia delle entrate io, in quanto percettore dell’indennità parlamentare, appartenga all’uno per cento più ricco dei contribuenti italiani.&lt;br /&gt;Siamo alla farsa: è credibile che in Italia i redditi superiori all’indennità parlamentare siano meno dell’uno per cento? Non ho ville, né yacht, né macchine di lusso e non credo proprio che me le potrei permettere; possibile che i fortunati possessori di questi beni siano tutti meno agiati di me? Ovviamente no ma, a differenza di me, possono apparirlo agli occhi del fisco e magari lasciarsi andare a geremiadi contro i dannati evasori che non fanno il loro dovere di contribuenti mandando in malora l’Italia.&lt;br /&gt;La situazione del nostro sistema fiscale è simile a quella degli acquedotti: le perdite di questi ultimi si traducono nello spreco del 60% dell’acqua in essi immessa, per due miliardi e mezzo di euro all’anno. Il sistema fiscale riesce a perdere per strada un’alta percentuale d’imponibile che resta immune da qualsiasi tributo. Si spiega così come il gettito delle imposte dirette rappresenti soltanto un misero 19% del reddito nazionale.&lt;br /&gt;Le conseguenze distributive sono socialmente inaccettabili, perché i già ricchi restano tali eludendo imposte ed erodendo imponibile, coloro che non riescono a sottrarsi all’avidità del fisco sopportano carichi insostenibili e il nostro ministro dell’Economia continua a recitare giaculatorie sul fatto che non ci possiamo permettere di cambiare le cose.&lt;br /&gt;La verità è l’esatto contrario: non possiamo permetterci di non cambiarle per ragioni di equità sociale (un fisco che fa gli interessi dei ricchi e penalizza il lavoro, il risparmio e gli investimenti è immorale), per ragioni economiche (se continueremo a non crescere non risaneremo un bel niente) e per ragioni politiche, perché questa non è una politica di rigore ma di punizione dei nostri elettori che ci renderanno pane per focaccia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 4 giugno 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-912261863001469347?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/912261863001469347/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/06/its-economy-stupid.html#comment-form' title='13 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/912261863001469347'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/912261863001469347'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/06/its-economy-stupid.html' title='It&apos;s the economy, stupid!'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>13</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-1701979603642263893</id><published>2011-05-27T09:17:00.000-07:00</published><updated>2011-05-27T09:18:17.161-07:00</updated><title type='text'>Missione insensata</title><content type='html'>L’attacco terroristico del quale sono state vittime nostri militari ripropone con drammaticità un quesito finora irrisolto: qual è l’obiettivo della nostra massiccia presenza all’interno di Unifil, la missione delle Nazioni Unite? Quella missione, come il mulo, non ha motivo di essere orgogliosa dei suoi ascendenti né speranza di avere discendenti. Nasce, infatti, per una ragione assai poco commendevole: il ministro degli esteri del governo Prodi, infatti, per farsi perdonare la precipitosa fuga dall’Iraq si adoperò con tutte le sue forze per dar vita a una missione, forte di una massiccia presenza italiana, in Libano.&lt;br /&gt;Il ministro, forte di ben sette sottosegretari, aveva dovuto immediatamente cancellare la seconda fase della missione irachena, venendo meno agli impegni assunti dall’Italia con le Nazioni Unite, per compiacere i pacifisti violenti che sostenevano il suo governo. La missione concordata era civile, organizzata dal Ministero degli Esteri su mandato dell’Onu e guidata da un funzionario italiano delle Nazioni Unite.&lt;br /&gt; L’italico Talleyrand post-comunista, per motivare la decisione di scappare dall’Iraq, fece ricorso al mendacio intenzionale. Rilasciò, infatti, un’intervista a La Stampa nella quale sosteneva che la prosecuzione della presenza italiana in Iraq sotto forma di missione a scopi civili era frutto di un accordo segreto fra Berlusconi e Martino con gli americani, senza informarne il Parlamento. Quando gli ricordai che quella decisione corredata di tutti i dettagli era stata da me presentata alle commissioni congiunte esteri e difesa di Camera e Senato, pur essendo stato colto con le mani nel sacco, rifiutò di scusarsi per la sua grossolana menzogna.&lt;br /&gt;Ma il debutto del nostro ministro degli Esteri (uno dei due a non essersi laureato nella storia d’Italia), non fu caratterizzato solo dalla spudorata menzogna. Perché fosse chiara la sua competenza internazionale, in occasione di una visita a Teheran, tenne a dichiarare che il diritto dell’Iran al nucleare era “inalienabile” (sic). Seguì la nota passeggiata per le strade di Beirut a braccetto di un caporione di Hezbollah e la dichiarazione di “equivicinanza” (sic) fra Israele e i palestinesi.&lt;br /&gt;La nostra missione in Libano, quindi, è nata male, per ragioni di politica interna e senza alcuna seria riflessione sulle sue finalità. Il mandato dell’Onu prevedeva il blocco delle forniture militari che, attraverso la Siria, affluivano a Hezbollah e il disarmo di quest’ultimo. Ma nessuno ha mai ordinato di eseguirle e la loro fattibilità era comunque dubbia. Cosa ci stanno a fare allora i nostri militari in Libano? La risposta ufficiale è che sono un “cuscinetto”, una forza d’interposizione fra Hezbollah e Israele, che ha anche l’obiettivo di stabilizzare la regione. Quanto sia riuscito il tentativo di stabilizzare il Libano è platealmente dimostrato dalle vicissitudini di quel martoriato paese nel periodo in cui ha goduto della presenza di Unifil.&lt;br /&gt;Né appare convincente la tesi secondo cui si tratterebbe di una forza d’interposizione. Quest’ultima, infatti, interviene quando i due contendenti raggiungono una tregua e concordano sulla necessità che una forza terza si frapponga fra loro per impedire che venga violata. Non mi risulta che queste condizioni siano mai esistite per il Libano.&lt;br /&gt;Hezbollah si propone, come sempre, la distruzione d’Israele e non mi sembra che Israele sia disposta a lasciarsi distruggere. Il favore con cui i pacifisti violenti del governo Prodi videro la missione era dovuto alla loro convinzione che sarebbe servita a proteggere Hezbollah dall’esercito israeliano, Si tratta di tutelare le forze progressiste del “partito di Dio” dalla ferocia dei sionisti servi dell’America!&lt;br /&gt;Il mulo, come tutti gli ibridi, è sterile; temo che Unifil non sia soltanto sterile, perché priva di obiettivo serio, ma anche pericolosa per i nostri militari che, come quest’ultima tragedia dimostra, rischiano la vita per una missione insensata voluta solo ad pompam vel ostentationem.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 27 maggio 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-1701979603642263893?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/1701979603642263893/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/05/missione-insensata.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/1701979603642263893'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/1701979603642263893'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/05/missione-insensata.html' title='Missione insensata'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-8308254936003090645</id><published>2011-05-18T07:33:00.001-07:00</published><updated>2011-05-18T07:33:47.001-07:00</updated><title type='text'>Indiscrezioni pericolose ma illuminanti</title><content type='html'>Su The Washington Post del 12 maggio è apparso un articolo di Don Rumsfeld, segretario alla Difesa sotto la presidenza Bush e mio ottimo amico. Rumsfeld si occupa delle rivelazioni di Wikileaks che ha reso pubblici documenti importanti relativi alla gestione della prigione di Guantanamo, al trattamento dei prigionieri e ai metodi con i quali sono state ottenute le informazioni che hanno condotto all’arresto di numerosi terroristi e hanno consentito di sventare diversi attentati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono state queste informazioni e l’intenso lavoro d’intelligence che ne è derivato che hanno portato all’individuazione del covo di Osama bin Laden e alla sua uccisione. Rumsfeld critica senza mezzi termini Wikileaks per avere divulgato documenti molto riservati, mettendo in pericolo quanti sono stati rilasciati dalla base di Guantanamo dopo aver fornito preziose informazioni. Com’è chiaro, sono adesso bersaglio della vendetta di Al Qaeda. Non solo, se bin Laden avesse avuto accesso ai documenti, sarebbe ancora vivo; il suo nascondiglio di Abbottabad è esplicitamente menzionato in quei testi, ma non ha fatto in tempo (la pubblicazione è del 25 aprile).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Obama aveva promesso durante la campagna elettorale la chiusura della prigione di Guantanamo, evidentemente convinto che il trattamento dei terroristi ivi detenuti fosse inumano. L’indiscrezione del sito di Julian Assange fa giustizia di questo mito della sinistra, americana e non. Anzitutto, i tre terroristi morti nel 2006 si sono suicidati e non sono stati, come sostenuto, vittime di brutali interrogatori. I documenti mostrano quanto le guardie carcerarie hanno fatto per rispettare le sensibilità religiose dei detenuti: veniva suonato cinque volte al giorno l’appello alla preghiera, erano serviti soltanto cibi consentiti ai mussulmani e il Corano era toccato solo con i guanti e non, com’è stato detto, buttato nel gabinetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rumsfeld sostiene che questi dossier avrebbero dovuto essere usati dagli storici del futuro, non dati in pasto all’opinione pubblica di oggi. L’ex segretario alla Difesa fu fra i promotori del Freedom of Information Act (la legge che consente, dopo un certo tempo, l’accesso del pubblico ai documenti riservati), convinto che il libero flusso d’informazioni sia vitale per una democrazia. Tuttavia, aggiunge, la liberta d’informazione va valutata senza ignorare le esigenze di sicurezza nazionale. Tuttavia, conclude, anche se l’indiscrezione ha messo a rischio la sicurezza nazionale e l’incolumità dei terroristi che hanno collaborato con l’intelligence americana, ha anche riscattato le politiche dell’amministrazione Bush, mettendone in evidenza l’efficacia e la correttezza.   &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non siamo ancora arrivati alla distanza di tempo necessaria per formulare giudizi equanimi; la presidenza di George W. Bush rappresenta un’epoca troppo vicina a noi. Forse, fra un decennio, potremo riparlarne con maggiore ragionevolezza. Voglio, tuttavia, correre il rischio di essere accusato di partigianeria, ma sono fermamente convinto che il mondo sarebbe molto meno insicuro con lui alla Casa Bianca di quanto non sia adesso, quando quell’edificio sembra disabitato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 18 maggio 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-8308254936003090645?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/8308254936003090645/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/05/indiscrezioni-pericolose-ma-illuminanti.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8308254936003090645'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8308254936003090645'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/05/indiscrezioni-pericolose-ma-illuminanti.html' title='Indiscrezioni pericolose ma illuminanti'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-6191091534490203509</id><published>2011-04-27T02:37:00.000-07:00</published><updated>2011-04-27T03:22:08.081-07:00</updated><title type='text'>Errori immortali</title><content type='html'>L’argomento dei colloqui italo - francesi che ha ricevuto forse la maggiore attenzione dagli organi d’informazione è stato quello del destino della Parmalat. Il sostanziale via libera che Berlusconi ha dato all’acquisto da parte della multinazionale francese Lactalis è stato visto da molti come un cedimento alla Francia, come l’alienazione di un gioiello di famiglia che ci è stato sottratto. Ha scritto, per esempio, Dario Di Vico (Corriere della sera, 27 aprile: “Ma pur non sottovalutando l’evoluzione della vicenda e il trionfo delle regole del mercato, l’applauso – francamente – non scatta. Parmalat resterà sempre una grande occasione mancata per determinare un salto di qualità della politica industriale italiana e dell’export agro-alimentare, un’occasione persa non per colpa del fato avverso  ma di un deficit di visione. Come si poteva pensare che un gioiellino (lo dimostra il prezzo che pagheranno i francesi) restasse tranquillo nella sua teca senza che a nessuna multinazionale venisse voglia di portarselo a casa?”&lt;br /&gt;Stimo Dario Di Vico, che considero un ottimo e documentato giornalista, ma quanto da lui sostenuto è francamente incomprensibile. Lactalis paga un prezzo che evidentemente ritiene conveniente e che Di Vico considera alto. L’affare, dunque, è vantaggioso sia per l’acquirente sia per i venditori: dov’è lo scandalo? Parmalat non verrà “portata a casa” da nessuno, gli impianti resteranno dove sono, le maestranze resteranno dov’erano, i fornitori italiani di latte continueranno a fornirlo; tutto quindi resta in Italia. Non solo, ma non dimentichiamo che coloro che hanno venduto azioni incasseranno una contropartita che anche Di Vico considera vantaggiosa. Siamo cioè in presenza di un afflusso di capitale nel nostro Paese.&lt;br /&gt;I soldi incassati dagli azionisti della Parmalat non saranno bruciati in un rogo purificatorio ma verranno, direttamente o indirettamente, investiti, perlopiù in Italia. La capacità produttiva della nostra economia aumenterà con vantaggio per tutti. Dovremmo applaudire l’operazione non fischiarla, come sembra volere Di Vico.&lt;br /&gt;Molte delle stranezze dei commenti a questo come a molti altri casi derivano da un’insufficiente conoscenza dell’analisi economica più elementare. Se un’impresa italiana ne scala con successo una estera, la cosa manda in visibilio la generalità dei commentatori. Ma si tratta di una “fuga” di capitali italiani all’estero; invece di essere impiegati da noi, si spostano aldilà delle frontiere, arricchendo il paese destinatario.&lt;br /&gt;La capacità produttiva di un paese dipende, com’è ovvio, dalla quantità di fattori produttivi impiegati, dalla loro qualità e dalla razionalità del loro utilizzo. Questo vale per il capitale ma vale anche per il lavoro; un Paese demograficamente moribondo, come il nostro, dovrebbe accogliere con favore quanti vorrebbero venire da noi a lavorare, non respingerli con sdegno. La tesi secondo cui il loro ingresso in Italia sottrae posti ai lavoratori italiani è falsa. La gran parte dei disoccupati italiani, dotati di titoli di studio se non addirittura di laurea, non accetterebbe mai il tipo di impiego che gli stranieri sono disposti a svolgere.&lt;br /&gt;Già adesso la raccolta di prodotti ortofrutticoli, i lavori umili nelle cucine dei ristoranti o nelle fabbriche e così via, sono svolti da stranieri. Se è vero che abbiamo un elevato tasso di disoccupazione giovanile, è altresì vero che in molte zone del paese non si trovano persone disposte a svolgere lavori essenziali per il funzionamento delle aziende.&lt;br /&gt;Mi rendo conto che la problematica connessa all’immigrazione di lavoro è complessa e sono, quindi, disposto a comprendere che su questo punto i pareri siano distanti. Ma per quanto riguarda il capitale non riesco proprio a capire perché siamo contenti quando emigra all’estero e ci stracciamo le vesti quando compie il percorso inverso. Come sosteneva Frank Knight, il decano della prima scuola di economia di Chicago, “il problema non è che la gente sa troppo poco di economia, il vero guaio è che sa tante cose, tutte sbagliate”!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 27 apr. 11&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-6191091534490203509?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/6191091534490203509/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/04/errori-immortali.html#comment-form' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/6191091534490203509'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/6191091534490203509'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/04/errori-immortali.html' title='Errori immortali'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-8436791185430277958</id><published>2011-04-11T03:32:00.000-07:00</published><updated>2011-04-11T03:33:10.108-07:00</updated><title type='text'>Europa moribonda</title><content type='html'>Il momento presente suggerisce alcune riflessioni importanti relative all’Europa, alla UE e all’Occidente tutto. Comincerei con le tendenze demografiche che riguardano soprattutto noi italiani, ma anche l’Europa. I demografi definiscono moribondo un paese che ha un tasso di fertilità pari a 1,5 o inferiore. (Il tasso di fertilità è il numero di nati vivi per ogni mille donne in età fertile.) Secondo questo criterio i paesi moribondi in Europa sono trenta; in una graduatoria di 226 paesi l’Italia si colloca al 212° posto.&lt;br /&gt;Non siamo soltanto il paese dell’Occidente con il più preoccupante tasso di fertilità, siamo anche il più vecchio, almeno secondo quanto documentato dai dati della conferenza promossa dall’Onu a Madrid sull’invecchiamento: un italiano su quattro è ultrasessantenne. Come se non bastasse, siamo anche uno dei Paesi che meno utilizza i suoi ultrasessantenni: solo il 14% è nella forza lavoro, contro il 23% degli Usa e il 45% del Giappone.  &lt;br /&gt;Alla fine di questo decennio ci saranno nel mondo un miliardo di maschi di età compresa fra i 15 e i 29 anni; di questi 65 milioni saranno europei, 300 mussulmani. In passato uno squilibrio demografico di queste proporzioni si sarebbe tradotto nella conquista dell’Europa. Molti di quei 300 milioni di mussulmani in età di combattimento, disoccupati e in miseria, nonché spesso ispirati da propaganda islamistica, vivono lungo la sponda sud del Mediterraneo e sarebbero diventati volontari di una guerra di conquista della ricca Europa. Oggi le tecnologie militari rendono quell’evento improbabile: per quanto male armata e disorganizzata, la vecchia Europa è in grado di impedire una sua conquista.&lt;br /&gt;Prima di tirare un respiro di sollievo, tuttavia, cerchiamo di immaginare quale altro sfogo possa avere quello squilibrio demografico. Non sono necessari grandi sforzi per rendersi conto che le due conseguenze più probabili sono il terrorismo (fratello minore della conquista) e una riedizione su larga scala dell’afflusso di disperati che cercano di trasferirsi in Europa.&lt;br /&gt;Quanto sta accadendo in questi giorni, in altri termini, non è un episodio eccezionale, destinato prima o poi ad esaurirsi, è il primo atto di una tragedia destinata a durare ancora per molti anni.&lt;br /&gt;In presenza di questo scenario epocale come reagisce l’Unione europea? Non credo di dire nulle di originale sostenendo che quanto emerge assordante dal comportamento dell’Unione è la sua inesistenza. I singoli Paesi europei si comportano come se non fossero legati da vincoli e da trattati che hanno ormai oltre mezzo secolo di storia. Dire che gli sbarchi a Lampedusa di tunisini siano un problema italiano e fare la faccia feroce per erodere consensi al partito di Le Pen, come sta facendo Sarkosy, è grottesco. I tunisini sono francofoni per le ragioni storiche che sappiamo; Lampedusa è Italia e, in quanto tale, Unione europea, come la Francia.&lt;br /&gt;Sono, se non altro per motivi di orgoglio filiale, convinto della necessità dell’unione dell’Europa, ma se guardo al comportamento dell’Unione e dei suoi membri le mie convinzioni vacillano.&lt;br /&gt;L’obiettivo della pace in Europa è stato raggiunto e non si tratta di cosa secondaria, sul versante dell’Europa economica molto è stato fatto, non sempre nel verso giusto, ma moltissimo resta ancora da fare. Quando un paese membro dell’Unione si oppone all’afflusso di capitale proveniente da altro stato membro non commette solo uno strafalcione economico – l’afflusso di capitale arricchisce il paese destinatario – ma dimostra anche totale mancanza di spirito europeo. E questo vale non solo per l’opposizione all’ingresso d’investitori francesi in Parmalat, vale anche per le assurde misure di sciovinismo economico care ai nostri fratelli d’oltralpe.&lt;br /&gt;L’unione monetaria, realizzata secondo modalità che non mi sono stancato di criticare, sta sistematicamente rinunziando alle ragioni della sua creazione. Luigi Einaudi sintetizzava così la ragione per cui credeva alla desiderabilità di una moneta europea: “Il vantaggio del sistema non sarebbe solo di conteggio e di comodità nei pagamenti e nelle transazioni interstatali. Questo sarebbe piccolo in confronto di un altro di gran lunga superiore, che è l’abolizione della sovranità monetaria dei singoli Stati in materia monetaria. Chi ricorda il malo uso che molti Stati avevano fatto e fanno del diritto di battere moneta non può aver dubbio rispetto all’urgenza di togliere ad essi siffatto diritto, Esso si è ridotto, in sostanza, al diritto di falsificare la moneta, cioè al diritto di imporre ai popoli la peggiore delle imposte. Se la federazione europea riuscirà a togliere ai singoli Stati federati la possibilità di far fronte alle opere pubbliche facendo gemere il torchio dei biglietti e li costringerà a provvedere unicamente con le imposte o con i prestiti volontari, avrà per ciò solo compiuto opera grande”.&lt;br /&gt;Con gli interventi “di salvataggio” a favore della Grecia, dell’Irlanda e del Portogallo, e col fondo salva-stati l’Unione europea sta facendo “gemere il torchio dei biglietti” europei per finanziare gli eccessi degli Stati membri. Lungi dall’impedire, come espressamente previsto dai Trattati, la “monetizzazione del debito” (il finanziamento del deficit con la creazione di moneta), lo ha istituzionalizzato.&lt;br /&gt;Un’Unione che non ha una politica estera e di difesa, che non riesce a percepire la gravità dei problemi che riguardano tutti i suoi membri, che manca di solidarietà e di coesione di fronte a comuni difficoltà, non può sperare di durare a lungo, Sarebbe bene che tutti coloro che credono all’Europa unita lo tenessero presente. Benedetto XV sosteneva che la prova dell’origine divina della Chiesa è offerta dal fatto che il clero non sia riuscito a distruggerla. Alla Chiesa è stata promessa l’immortalità, lo stesso non vale per l’Europa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 10 aprile 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-8436791185430277958?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/8436791185430277958/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/04/europa-moribonda.html#comment-form' title='22 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8436791185430277958'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8436791185430277958'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/04/europa-moribonda.html' title='Europa moribonda'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>22</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-9210485295571125105</id><published>2011-04-03T04:11:00.000-07:00</published><updated>2011-04-03T08:21:39.275-07:00</updated><title type='text'>Cronache parlamentari di ordinaria follia</title><content type='html'>In occasione  di una seduta della Camera alcune settimane fa si è verificato un episodio che ritengo grave e inedito. Mentre i deputati si accingevano a raggiungere i loro posti per votare, l’onorevole Bindi, che presiedeva, ha dichiarato chiusa la votazione. Dato che moltissimi deputati di maggioranza non avevano ancora raggiunto il loro posto e non poterono votare, la mozione appoggiata dalla minoranza fu approvata. La maggioranza dei presenti in aula era contraria ma, dal momento che molti di loro non riuscirono a votare, vinse la minoranza. Alle proteste della maggioranza, l’onorevole Bindi replicò che aveva atteso ben cinquantuno secondi prima di chiudere la votazione. &lt;br /&gt;Ora, non esiste alcun limite all’intervallo che separa l’apertura della votazione dalla sua chiusura mentre esiste un dovere anche se non scritto del presidente di consentire a tutti i deputati presenti di votare. Non basta: in nessun Parlamento di questo mondo è considerato accettabile che prevalga il volere di una minoranza dei presenti. La decisione della Bindi, quindi, mi sembrò grave e decisi di intervenire. Non essendo riuscito a farlo subito, lo feci l’indomani dopo che il presidente Fini ci informò che la votazione non poteva essere ripetuta (confermando così che a suo parere la decisione della vicepresidentessa Bindi fosse sbagliata). Alle mie rimostranze replicò che sarebbe stato ancora più inusuale (di quanto fosse stata la decisione della Bindi) ripetere la votazione.&lt;br /&gt;Anche se le posizioni politiche di Rosy Bindi sono molto diverse dalle mie, non sono certo che la sua decisione sia stata dolosa, consapevolmente volta  a falsare l’esito del voto, facendo prevalere la sua parte politica con la repentina chiusura della votazione. L’onorevole Bindi sa essere partigiana decisa e faziosa, ma non ho memoria di sue intenzionali scorrettezze.&lt;br /&gt;Quell’allucinante copione si è ripetuto in forma ancor più deplorevole quando il presidente della Camera ha chiuso la votazione mentre molti deputati, compresi due ministri, avevano già raggiunto la loro postazione e stavano per inserire la tessera! Nel primo caso il dubbio sull’intenzionalità della decisione è possibile, in questo secondo caso certamente no. Fini ha deliberatamente impedito alla maggioranza dei deputati presenti di esprimere il suo parere e lo ha persino fatto “in zona Cesarini”, quando molte tessere erano già state inserite! L’uomo (se mi si perdona l’esagerazione) che aveva stigmatizzato l’operato di Rosy Bindi si è comportato molto peggio di lei.&lt;br /&gt;Il mio amico Achille Occhetto sosteneva che “D’Alema non è più di sinistra, ma è sempre comunista”! Parafrasandolo, sono convinto che Fini non è più di destra, ma è sempre fascista. Ora posso dirlo con tranquilla coscienza; nel 1994 dovetti sudare le proverbiali sette camicie per convincere le cancellerie di mezzo mondo del contrario.&lt;br /&gt;Quando andai a incontrare Douglas Hurd, ministro degli esteri britannico, davanti al suo ufficio stazionava una mezza dozzina di membri della anti-nazi league che mi apostrofò come “collaborator”   (collaborazionista, Quisling). Il viceministro degli Esteri israeliano, Beilin, sostenne che Israele avrebbe dovuto rompere i rapporti diplomatici con l’Italia dove erano tornati i fascisti. Per fortuna, Shimon Perez, ministro degli Esteri d’Israele, liquidò la tesi di Beilin con la lapidaria constatazione: “Ci sarà pure una ragione per cui sopra un viceministro c’è sempre un ministro”!&lt;br /&gt;I giornali di mezzo mondo si dilungarono sul ritorno di Mussolini (la nipote del Duce) e un’intera sessione dell’Assemblea parlamentare della CSCE (di cui l’Italia era presidente di turno) venne dedicata a domande sul ritorno del fascismo al governo dell’Italia. Riuscii a rassicurarli sostenendo che AN era differente dal MSI che, a sua volta, era cosa assai diversa dal PNF. Riuscii anche ad appianare le difficoltà nei rapporti con le maggiori associazioni ebraiche degli USA. Il loro presidente dichiarò alla stampa che il nostro sarebbe stato il governo italiano più amico d’Israele.&lt;br /&gt;Non mi pento di aver fatto tutto questo perché non per Fini ma per l’Italia ho ritenuto di doverlo fare. Oggi, tuttavia, m’indigna che ne abbia beneficiato anche Fini, uno squallido figuro che non ha mai tradito per la semplice ragione che non ha mai creduto in ciò che ha sostenuto. Mussolini forse poteva anche essere ritenuto “il più grande statista del XX secolo” ma non da chi fosse convinto che il fascismo fosse stato un “male assoluto”.&lt;br /&gt;Ciò che mi resta assolutamente incomprensibile è come a questo impresentabile ceffo si siano accodate persone per bene e di opinioni chiare anche se diverse: Benedetto Della Vedova, libertario e radicale, Angela Napoli, giustizialista fascista, Giuseppe Consolo, grande penalista liberalconservatore, Nino Lo Presti, liberale di destra, e altri. Non credo siano stati mossi da opportunismo, si sono imbarcati su una nave che affonda, né per il carisma del leader, che non esiste. Ma una cosa è certa: consentirgli di restare alla Presidenza della Camera è un oltraggio al Parlamento, alla democrazia, all’Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 3 aprile 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-9210485295571125105?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/9210485295571125105/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/04/cronache-parlamentari-di-ordinaria.html#comment-form' title='25 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/9210485295571125105'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/9210485295571125105'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/04/cronache-parlamentari-di-ordinaria.html' title='Cronache parlamentari di ordinaria follia'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>25</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-5768923664897537652</id><published>2011-03-26T04:31:00.001-07:00</published><updated>2011-03-26T04:31:44.160-07:00</updated><title type='text'>Il declino dell'occidente</title><content type='html'>Quanto sta accadendo in Libia indica l’attuale stato di crisi in cui versa il mondo occidentale. L’Europa brilla per le sue divisioni: malgrado l’esistenza di un ministro degli Esteri europeo, di una schiera di diplomatici dell’Unione, di sedi e altri accessori (fringe benefits, per dirla in inglese), non esiste una politica estera europea ma tante, cioè nessuna. Un flusso di immigranti sbarca a Lampedusa, cioè nell’Unione europea ma la Ue si comporta come se si trattasse di un problema italiano, riconoscendo implicitamente la sua inesistenza.&lt;br /&gt;I profondi mutamenti che si sono susseguiti nei paesi della sponda sud del Mediterraneo mettono a rischio la sicurezza dei paesi della sponda nord, ma l’Europa non riesce nemmeno a prenderli in considerazione, come se Spagna, Grecia e Italia si trovassero su Marte. Non esiste una difesa europea, anche se questa e la politica estera comune sono gli unici obiettivi autenticamente europei, quelli che dovrebbero giustificare l’esistenza di un pletorico, costoso e burocratico apparato eretto in nome dell’unità europea.&lt;br /&gt;Se l’Europa non esiste, gli Stati Uniti non stanno certamente meglio: il comandante supremo (commander-in-chief) si comporta come lo spettatore supremo (spectator-in-chief) e non riesce ad esercitare quella leadership che non pochi suoi predecessori, a cominciare dall’ultimo, hanno mostrato di sapere esercitare. L’Onu dimostra ancora una volta di essere lenta, paralizzata dai veti ed incapace di assumere decisioni urgenti in tempo utile. &lt;br /&gt;In un’intervista rilasciata al Tempo il 25 febbraio scorso auspicavo un intervento immediato della Nato, che scongiurasse il massacro degli insorti a opera dei seguaci di Gheddafi, facilitasse la deposizione del tiranno e operasse il controllo delle coste volto ad impedire l’esodo in massa di nordafricani desiderosi di raggiungere, attraverso Lampedusa, l’Italia e l’Europa.&lt;br /&gt;In politica estera e di difesa la tempestività è tutto: un intervento effettuato un mese fa avrebbe forse conseguito gli scopi prefissati, oggi non ne riesco a vedere gli obiettivi e temo che possa rendere la situazione ancora più precaria. L’aeronautica è importante, ma esistono casi in cui la sua azione non riesce da sola a risolvere i problemi. Anche se la costosissima ferraglia volante riuscisse ad impedire agli aerei di Gheddafi di levarsi in volo, da sola non potrebbe impedire la guerra terrestre fra i ribelli e i seguaci del beduino. Potrebbe provarci, ma i danni collaterali (leggi: vittime innocenti) sarebbero elevati.&lt;br /&gt;Quanto all’Italia, coloro che continuano a rinfacciare a Berlusconi un atteggiamento eccessivamente ossequioso nei confronti del tiranno tripolino, magari dimenticando di avere auspicato (e poi votato) l’accordo, farebbero bene invece a notare come il nostro presidente del Consiglio abbia dimostrato che a un leader incorre l’obbligo di pensare a quello che dice, evitando di dire ciò che pensa. Le pochissime dichiarazioni di Berlusconi non gli hanno impedito di adoperarsi perché il comando dell’operazione andasse alla Nato e riuscire a ottenerlo, nonché di lavorare perché si tenti di convincere Gheddafi a scegliere la via dell’esilio, che a tutt’oggi appare come la soluzione migliore.&lt;br /&gt;Le perplessità della Lega, peraltro poi rientate, saranno magari state motivate esclusivamente dal problema dell’immigrazione ma non mi sembrano affatto infondate. La guerra fra Cirenaica e Tripolitania a pochi chilometri dalle nostre coste sarebbe comunque preoccupante. Se poi a questa si aggiunge l’intervento non disinteressato di un o più paesi europei, la situazione diventa esplosiva. Quanti non perdono occasione per attaccare il partito di Bossi dovrebbero riservare i loro strali per un’occasione migliore.&lt;br /&gt;Alfonso X il “saggio”, re di Castiglia (1252-1284), dopo avere ascoltato dagli astronomi la spiegazione del sistema tolemaico, avrebbe commentato: “Se Dio onnipotente mi avesse ascoltato prima di mettere mano alla creazione, gli avrei suggerito qualcosa di più semplice.” Purtroppo non fu consultato e siamo, quindi, costretti a vivere in un mondo complicato; ma, per piacere, cerchiamo almeno di non renderlo più complesso dell’inevitabile!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 23 mar. 11&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-5768923664897537652?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/5768923664897537652/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/03/il-declino-delloccidente.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5768923664897537652'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5768923664897537652'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/03/il-declino-delloccidente.html' title='Il declino dell&apos;occidente'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-793400943918057648</id><published>2011-03-26T04:26:00.000-07:00</published><updated>2011-03-26T04:27:10.130-07:00</updated><title type='text'>Danni collaterali</title><content type='html'>Una delle vittime non intenzionali degli ultimi eventi potrebbe essere l’euro non, come qualcuno potrebbe pensare, un libico di passaggio. Lo tsunami conseguente al devastante terremoto giapponese che, a differenza di quanto si potrebbe credere dai resoconti dei media, ha fatto molte migliaia di vittime, non ha soltanto ridato fiato alle geremiadi arcinote e stucchevoli degli antinuclearisti in servizio permanente effettivo, ha anche indotto molti coraggiosissimi leader dell’occidente a rinunziare o posporre le decisioni favorevoli al nucleare. Da questo punto di vista, i tedeschi hanno l’enorme fortuna dell’incomprensibilità della loro lingua: ”atomnausstieg” (uscita dal nucleare) sembra più uno scioglilingua che l’etichetta di una decisione pavida.&lt;br /&gt;L’intervento in Libia forse non porterà la democrazia in quel paese ma produrrà senza dubbio un aumento del prezzo del petrolio (è già cominciato) che si tradurrà in aumento del prezzo dei carburanti ancora maggiore per via dell’insaziabile appetito dell’industria della cultura, abituata a preferire sovvenzioni da Pantalone a clienti paganti.&lt;br /&gt;Ma la vittima non intenzionale cui alludo non è il bersaglio soltanto del destino cinico e baro, deve il suo fato anche alla crassa ignoranza e totale stoltezza dei responsabili delle politiche economiche. Il poveraccio in questione è la moneta comune europea che rischia di finire distrutta non solo dagli eventi cui ho accennato ma anche, e soprattutto, dall’incultura dei governanti europei. Warren Buffett, che da quando ha deciso di sostenere Obama ha perso qualsiasi affidabilità, ritiene che “uno sgretolamento dell’euro non sia più impensabile”.&lt;br /&gt;In questo caso l’affarista multimiliardario ha buone ragioni a favore della sua tesi. L’agenzia Moody’s ha declassato il rating di tutte le banche spagnole, tranne tre (Banco di Santander, Bbva e La Caixa); il declassamento è collegato al fatto che le banche spagnole detengono un’alta percentuale del debito pubblico portoghese. Dato che il piano di austerità proposto dal governo socialista portoghese è stato bocciato, i titoli pubblici di quel paese sono ritenuti meno affidabili e di conseguenza quanti hanno investito in essi sono considerati meno solidi.&lt;br /&gt;Dal canto suo l’Unione europea ha fatto fino in fondo la sua parte per demolire l’euro: gli interventi a sostegno di Grecia e Irlanda e fra poco di Portogallo e Spagna, oltre al fondo di salvataggio dei paesi in difficoltà (European stability mechanism, Esm) hanno avviato una massiccia monetizzazione del debito pubblico degli Stati meno responsabili dell’Unione. Questa notevole creazione di moneta, molto più dei problemi energetici spiega il, peraltro finora modesto, aumento del tasso misurato d’inflazione.&lt;br /&gt;Non basta. L’appello della cancelliera tedesca a un maggior rigore finanziario è destinato a restare lettera morta per la semplice ragione che nell’ambito dell’Ecofin domina incontrastata l’incompetenza. Basti pensare all’idea, accolta non con ilarità ma con favore, che nel misurare l’indebitamento complessivo di un Paese sia necessario considerare non solo il debito pubblico ma anche quello privato. Un Paese affitto da cicale pubbliche scialacquatrici ma che può fare affidamento su formiche private parsimoniose è meno indebitato di quanto suggeriscano le dimensioni del solo debito pubblico.&lt;br /&gt;Questa è farneticazione demenziale allo stato puro, per usare un eufemismo. Il debito pubblico è un credito privato! Si tratta di tutti i titoli venduti dal settore pubblico (Bot, Cct, eccetera) e acquistati da privati (individui, banche e imprese). Ciò che per lo Stato è un debito rappresenta un credito per il settore privato, cioè per quanti hanno fatto un prestito allo Stato comprando i suoi titoli. E’ insensato sostenere che i due debiti (pubblico e privato) debbano essere sommati, è vero invece che il debito pubblico va sottratto dal debito privato perché rappresenta un credito per i privati.&lt;br /&gt; Eppure c’è chi ritiene che avere suggerito questa imbecillità possa costituire base utile per il conferimento del premio Nobel per le scienze economiche. Come sosteneva Frank Knight, maestro di una mezza dozzina di vincitori di quel premio, “Il guaio non è che pochi sanno di economia ma che tanti sanno cose che sono del tutto sbagliate”!&lt;br /&gt;Se le tendenze in atto produrranno gli effetti oggi prevedibili, l’euro confermerà la previsione di Buffett e si sgretolerà; evento questo che sarebbe calamitoso per molti milioni di persone, che non è per nulla auspicabile ma che può prodursi per l’insipienza e l’ignoranza di governanti miopi e incolti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 25 mar. 11&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-793400943918057648?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/793400943918057648/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/03/danni-collaterali.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/793400943918057648'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/793400943918057648'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/03/danni-collaterali.html' title='Danni collaterali'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-8008490089839130982</id><published>2011-03-16T11:45:00.001-07:00</published><updated>2011-03-16T11:45:54.313-07:00</updated><title type='text'>L'Italia</title><content type='html'>Il mio amico Marcello Pera svolge da par suo alcune considerazioni sul significato del 17 marzo in una lettera al direttore di Libero (12 marzo). La triste conclusione cui l’ex presidente del Senato perviene è che: “Se mi si chiede che cosa significa essere italiano, quando siamo nati, come dove e quando abbiamo avuto il battesimo nazionale, io non so rispondere se non con la frase tipica di chi non sa bene che cosa dire, ’la questione è complessa.’” Credo di comprendere lo stato d’animo di Marcello Pera e per molti versi lo condivido. Tuttavia, vorrei provare a spiegare perché non sono del tutto d’accordo con la sua amara conclusione.&lt;br /&gt;Sono nato più vicino a Tunisi che a Roma, Marcello invece proviene dalla regione accreditata di aver dato vita alla nostra lingua (la questione è lungi dall’essere chiara, se non ci fosse stata la Divina Commedia, altre regioni avrebbero potuto rivendicare la paternità del volgare). Dal punto di vista geografico, quindi, Pera sarebbe più qualificato di me a rispondere al quesito su cosa significhi essere italiano. Dante Alighieri lamentava: “Serva Italia di dolore ostello” già nel Trecento. Quasi contemporaneamente, Francesco Petrarca deplorava: “Italia mia, benché il parlar sia indarno alle piaghe mortali che nel bel corpo tuo sì spesse io veggio, piacemi almen che i miei sospir sian quali spera il Tevere e l’Arno e il Po, ove doglioso e grave or seggio.” Nel Trecento, quindi, almeno a questi spiriti eletti era ben chiaro che l’Italia esistesse se non altro in quanto nazione e che, quindi, i suoi abitanti fossero italiani, avessero abbastanza in comune da essere considerati connazionali.&lt;br /&gt;L’Italia nazione esiste, quasi senza soluzione di continuità, da circa venticinque secoli, negarlo significherebbe ignorare la storia, le origini della lingua, la cultura che gli italiani hanno in comune e che costituiscono, ne sono certo, la ragione principale per cui Pera si sente orgoglioso di essere italiano. Come Stato unitario, invece, l’Italia ha appunto circa un secolo e mezzo di storia ed è, a mio avviso, sacrosanto che uno Stato unitario relativamente giovane festeggi il suo compleanno. &lt;br /&gt;Del nostro Paese il settimanale britannico The Economist anni fa ebbe a scrivere che è quanto di più antico e moderno ci sia nel mondo occidentale e che l’Italia ha avuto la più profonda influenza civilizzatrice in Europa. Con un po’ di comprensibile esagerazione, l’ex sovrano dell’Afghanistan mi disse, quando andai a trovarlo a Kabul: ‘Più studio più mi convinco che l’unica civiltà occidentale è l’italiana. C’è stata anche Atene ma è stata soltanto una parentesi.’”.&lt;br /&gt;Pera si chiede come dove e quando abbiamo avuto il battesimo nazionale. Sono convinto che, nel corso del Risorgimento, molte siano state le occasioni nelle quali italiani provenienti da regioni diverse abbiano combattuto assieme per l’unità della Patria. Né posso negare che la prima guerra mondiale sia stata una straordinaria occasione nella quale, con abnegazione ed eroismo, italiani di tutte le latitudini abbiano combattuto e versato sangue assieme per quella che consideravano una causa comune, un interesse nazionale. Non condivido questa tesi, concordo con Croce e con Giolitti che l’intervento italiano nella Grande Guerra sia stato un grave errore. Ma la guerra c’è stata e gli italiani l’hanno vinta al costo di perdite umane gigantesche e sacrifici immani, ed erano italiani che, anche se con accenti diversi, parlavano la stessa lingua, combattevano e morivano sotto e per la stessa bandiera. Altro che “battesimo nazionale”!&lt;br /&gt;Quando io siciliano vado in una regione settentrionale (per me anche la Campania lo è), noto le differenze di abitudini, di accenti e di gusti; ma basta che attraversi il confine e vada in Svizzera o in Francia e, come d’incanto, mi rendo conto di quanto abbiamo in comune un milanese o un padovano ed io rispetto ai cittadini del paese in cui ci troviamo. Quell’elemento comune, che è molto più forte di quanto si pensi, costituisce la nostra identità nazionale, il nostro essere italiani. Del resto, chi non si commuove di fronte alle bellezze di Venezia, Firenze o Roma, percependo che l’arte e la cultura che esse testimoniano sono patrimonio culturale comune di tutti noi italiani e solo di noi?&lt;br /&gt;Noi dobbiamo tutto all’Italia – la nostra lingua, la nostra storia, la nostra cultura, la nostra civiltà, e le libertà e il benessere di cui godiamo sono il risultato dei sacrifici delle generazioni d’italiani che ci hanno preceduto. Guardate i nostri militari, dei quali abbiamo mille ragioni di essere orgogliosi, e vi renderete conto che non portano le stellette per la loro regione o per la loro provincia, ma per la loro, la nostra, Patria.&lt;br /&gt;Naturalmente ciò non significa che tutte le decisioni debbano essere prese a livello centrale, molte devono anzi essere devolute a entità locali, ma questo non è affatto in contrasto con la nostra identità nazionale né con l’esistenza dello Stato italiano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-8008490089839130982?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/8008490089839130982/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/03/litalia.html#comment-form' title='9 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8008490089839130982'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8008490089839130982'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/03/litalia.html' title='L&apos;Italia'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>9</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-3080895625133256961</id><published>2011-03-04T09:16:00.001-08:00</published><updated>2011-03-04T09:16:36.658-08:00</updated><title type='text'>Obama e la disoccupazione</title><content type='html'>Il tre marzo scorso il segretario all’Interno americano Ken Salazar ha parlato alla commissione delle risorse naturali della Camera dei Rappresentanti sulla proposta  di bilancio del suo dicastero per  il 2012. Incalzato da un rappresentante repubblicano della Louisiana sulle conseguenze della moratoria di fatto imposta da Obama alle trivellazioni, il ministro ha risposto: “Se si considera la produzione (di petrolio) nel golfo del Messico, persino durante la crisi nazionale causata dalla (piattaforma) Deepwater Horizon, è rimasta al livello massimo da sempre.”&lt;br /&gt;Secondo l’ultimo bollettino della Fondazione Heritage, “Questa è un’affermazione audacemente priva di contatto con la realtà”! I fatti dimostrano, nonostante la tesi del ministro, che le cose sono andate diversamente; secondo i dati dell’ente federale che è responsabile dell’informazione sulla produzione di energia, la moratoria obamiana determinerà una diminuzione del 13% della produzione nazionale di energia solo quest’anno, che in termini quantitativi significa 220 mila barili di petrolio in meno al giorno. Le conseguenze di questo calo sono ovvie: minore sviluppo, prezzi del carburante più alti per gli americani, minori entrate erariali per il governo federale e, soprattutto, meno posti di lavoro per quanti vivono nella regione del golfo.&lt;br /&gt;Il giorno dopo l’affermazione del ministro Salazar, l’equivalente del nostro ministero del Lavoro ha rilasciato il suo rapporto mensile sulla disoccupazione, che a febbraio è scesa all’8,9%. Ciò significa che, dopo venti mesi di presidenza Obama e molte migliaia di miliardi di dollari di debiti pubblici, la disoccupazione è diminuita di mezzo punto, dal 9,4 all’8,9 per cento. Un risultato assai poco miracoloso per la politica economica dell’idolo delle sinistre non solo americane!&lt;br /&gt;Se si guarda alla politica economica di Reagan, irriso dalle sinistre non solo americane, si scopre che nei primi venti mesi riuscì a ridurre la disoccupazione dal 10,8 al 7,5 per cento: un calo di 3,3 punti percentuali. Come mai il cowboy ottenne un risultato di quasi sette volte superiore a quello obamiano e senza indebitare l’America come mai prima in tempo di pace?&lt;br /&gt;Secondo uno studio della Gallup, oltre la metà dei posti di lavoro migliori nel 2010 erano nell’energia e nella produzione di beni di consumo. Le politiche di Obama hanno rallentato, quando non impedito, la creazione di occupazione in questi due settori. Non basta: il ministero del Lavoro americano ci informa anche che in questi venti mesi di obamafollie, mentre l’occupazione nel settore pubblico è aumentata del sette per cento, creando 144 mila posti, quella nel settore privato è diminuita del 2,6 percento, con la perdita di quasi tre milioni di impieghi.&lt;br /&gt;Questi dati sono significativi anche per noi perché mostrano in modo lampante due evidenti verità che faremmo bene a tenere presente. Anzitutto, il settore pubblico non è in grado di creare occupazione produttiva; se lo potesse fare, l’Unione Sovietica avrebbe avuto un enorme successo economico e il problema della disoccupazione sarebbe scomparso dalla faccia della terra grazie alla crescita senza fine delle spese pubbliche. Lo Stato e le altre pubbliche amministrazioni quando “creano” posti di lavoro lo fanno distruggendo occupazione nel settore privato, perché il finanziamento dell’occupazione nel pubblico richiede il prelievo di risorse dal settore privato. Ora, anche nell’improbabile ipotesi che il numero degli occupati in più nel pubblico sia pari al calo dell’occupazione nel privato, se i primi sono meno produttivi dei secondi il reddito reale sarà minore di quanto sarebbe in assenza di intervento pubblico.&lt;br /&gt;In secondo luogo, e più attuale, mentre la politica di aumenti di spesa e di tasse non stimola né l’occupazione né lo sviluppo, come dimostrano le conseguenze dell’obamismo, le riforme fiscali basate sul drastico taglio delle aliquote stimolano la crescita e l’occupazione, come dimostrano i risultati dei primi venti mesi di amministrazione Reagan.&lt;br /&gt;Stando così le cose, non si capisce proprio perché il nostro ministro dell’Economia continui a fare orecchie di mercante e con cocciutaggine degna di miglior causa  persista nel rifiutarsi di dare attuazione alla proposta più importante e reiterata di Forza Italia prima e del Pdl poi: il taglio delle aliquote. Errare è umano, perseverare no: speriamo ci sia un ravvedimento operoso a breve scadenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 4 mar. 11&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-3080895625133256961?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/3080895625133256961/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/03/obama-e-la-disoccupazione.html#comment-form' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/3080895625133256961'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/3080895625133256961'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/03/obama-e-la-disoccupazione.html' title='Obama e la disoccupazione'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-3046135707515118888</id><published>2011-03-01T08:01:00.001-08:00</published><updated>2011-03-01T08:01:33.841-08:00</updated><title type='text'>Scuola e concorrenza</title><content type='html'>Le dichiarazioni di Silvio Berlusconi sulla scuola pubblica hanno suscitato un gran numero di commenti, spesso ostili. Da sinistra è stato rispolverato il vecchio slogan “il governo vuole favorire la scuola privata (orrore!); il ministro della Pubblica Istruzione ha ritenuto di dovere precisare che “nessuno vuole privatizzare la scuola” (arri-orrore!) e il cardinale Bagnasco ha sottolineato “ci sta a cuore la formazione a tutti i livelli”. Questo tipo di commenti, a mio avviso, non coglie la natura del problema. Il dilemma non è “scuola di Stato o scuola privata” ma “scuola seria o scuola poco seria”: una scuola efficiente che riesca a formare in modo moderno e adeguato gli studenti è pubblica perché fornisce un servizio d’interesse generale, e non importa se sia gestita da privati o dallo Stato; d’altro canto una scuola che non forma adeguatamente gli studenti è privata anche se gestita dallo Stato, perché fa solo l’interesse di insegnanti incapaci e di studenti svogliati a scapito dell’interesse generale, servendo solo da tramite inutile per il baratto che ha luogo fra insegnati incapaci che vogliono uno stipendio e studenti che non hanno voglia di imparare ma pretendono un diploma.&lt;br /&gt;Quello di cui tutti i paesi hanno bisogno è una scuola efficiente, dove gli insegnanti sappiano insegnare e gli studenti imparare, indipendentemente da chi la gestisce. Ricordo vividamente come funzionassero le scuole che ho frequentato. Sono stato alunno di una scuola privata, gestita dai salesiani, alle elementari e alle medie, e di un ginnasio e liceo pubblici e sono convinto che fossero entrambe eccellenti. Nella mia città a quel tempo esisteva una vigorosa concorrenza fra scuole statali e non statali, entrambe erano ottime: gli insegnanti erano preparati, ricchi di esperienza e amavano il loro lavoro; noi studenti sapevamo che, se volevamo andare avanti nella vita, dovevamo impegnarci, studiare ed essere promossi. Gli ordinamenti della scuola era ancora quelli della riforma Gentile, gli insegnanti erano stati formati secondo gli standard che erano prevalsi prima della guerra, i programmi rigorosamente stabiliti dal ministero della Pubblica Istruzione ma sufficientemente elastici da consentire agli insegnanti un margine di discrezionalità.&lt;br /&gt;Quelli della mia generazione erano frequentemente sottoposti a pubblici esami: in terza e in quinta elementare, terza media, quinto ginnasio e terza liceo. L’esame di maturità comprendeva quattro prove scritte (tema d’italiano, traduzione dal latino, in latino e dal greco) e nove esami orali (italiano, latino, greco, storia, filosofia, matematica, fisica, scienze e storia dell’arte). Era una prova durissima che per molti anni restava impressa nella memoria di chi la affrontava. Alla fine di questo “percorso educativo” eravamo veramente maturi, perfettamente in grado di leggere, scrivere e fare di conto e di comprendere bene anche testi complessi come quelli universitari. I miei compagni di classe al liceo (22) hanno tutti avuto successo nelle più disparate discipline: professori universitari (di fisica, medicina, economia, legge), magistrati, notai, giornalisti, docenti di scuole superiori e così via. Era un liceo di una piccola città di provincia ma era di assoluta eccellenza.&lt;br /&gt;Questo è il tipo d’istruzione scolastica di cui l’Italia ha disperato bisogno e che non ha più: da relatore di tesi di laurea ho passato molto tempo a correggere gli svarioni grammaticali dei miei laureandi, anche quelli intelligenti e studiosi. “Grazie” alle innumerevoli e insulse riforme, la scuola ha smesso di adempiere le sue funzioni moltissimi anni addietro e mi è toccato di vederne i tragici risultati sulla formazione dei miei studenti. E’ possibile rimediare a tale disastro? &lt;br /&gt;Credo di sì ma solo se ci rendiamo subito conto che il rimedio non può venire dall’alto, da una “riforma”. La riforma Gelmini è stata un notevole passo avanti verso un’università meno inefficiente, come riconosciuto persino da accademici e non solo italiani, ma è stata una riforma con tutti i limiti che incombono a tale strumento. La scuola e le università hanno invece necessità di essere sottoposte al rigore della concorrenza, che penalizzi gli errori e premi i meriti. Blaterare che l’istruzione non è una merce non chiarisce nulla; la verità è che un’istituzione sottratta alla disciplina della competizione è inevitabilmente inefficiente. Il monopolio è sempre deprecabile, ma nel caso di un bene prezioso come la formazione dei giovani è semplicemente criminale.&lt;br /&gt;So bene cosa intendesse dire il capo del governo: ribadiva che la libertà di scelta nel campo dell’istruzione è non soltanto fondamentale, perché elimina le differenze fra chi ha e chi non ha, ma è anche l’unico modo per avere un sistema scolastico degno di un Paese moderno come il nostro. Lo strumento cui Berlusconi alludeva e che faceva parte del programma elettorale di Forza Italia nel 1994 è il buono-scuola. Attribuendo a tutti gli aventi diritto un buono personale e non negoziabile di valore pari al costo dell’istruzione si metterebbero sullo stesso piano tutti gli studenti, indipendentemente dalla loro estrazione sociale, e tutte le scuole, non importa da chi gestite, sottoponendole alla disciplina della concorrenza e costringendole e ricercare una sempre maggiore efficienza. Solo l’incultura dei nostri politici, degno sottoprodotto della nostra scuola, può spiegare l’incomprensione della frase del presidente del Consiglio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 1° marzo 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-3046135707515118888?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/3046135707515118888/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/03/scuola-e-concorrenza.html#comment-form' title='8 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/3046135707515118888'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/3046135707515118888'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/03/scuola-e-concorrenza.html' title='Scuola e concorrenza'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>8</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-287801028377413575</id><published>2011-02-22T07:39:00.000-08:00</published><updated>2011-02-23T08:13:05.471-08:00</updated><title type='text'>L'articolo 41 della Costituzione e le sue radici ideologiche</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L’articolo 41 e i lavori preparatori&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L’articolo 41 della Costituzione, nella sua formulazione definitiva, fu approvato dall’Assemblea costituente senza contrasti e quasi senza discussione nei suoi primi due commi. “Al terzo comma l’on. Arata propose l’inserzione della parola “piani” dopo controlli, precisando che la sua proposta aveva non lo scopo di porre all’Assemblea una perentoria alternativa fra il sistema liberale e quello socialista, fra la iniziativa economica privata e la coercizione burocratica dello Stato, fra capitalismo nella sua forma pura e pianificazione integrale’, ma soltanto il fine di disciplinare ‘quegli interventi o interventismi di Stato che oggi campeggiano in tutti i Paesi’. L’on. Taviani osservò di non vedere i motivi per i quali la parola “piani” dovesse essere inserita nel testo costituzionale dal momento che nell’espressione “i controlli” si prevede già un intervento dello Stato “e non è detto che questo intervento debba essere sempre fatalmente empirico”. Si arrivò a una formula concordata, poi definitivamente approvata, accettata a nome della commissione dall’on. Ruini, il quale osservò che “l’idea base è quella del coordinamento, in quanto nessuna economia può ormai prescindere da interventi statali; il comunismo puro e il liberalismo puro sono due ipotesi e schemi astratti che non si riscontrano mai nella realtà. La realtà è sempre una sintesi, una risultante della vita economica. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L’on. Einaudi propose di aggiungere il seguente comma: “La legge non è strumento di formazione di monopoli economici; e, ove questi esistano, li sottopone al pubblico controllo a mezzo di amministrazione pubblica delegata o diretta.” Il proponente osservò che il male più profondo della società presente non è la mancanza di programmi e di piani, ma è invece l’esistenza di monopoli, danno supremo dell’economia moderna, che dà alti prezzi, produzione ridotta e quindi disoccupazione. L’on. Ruini, per la Commissione, osservò fra l’altro che la Costituzione già prevede la nazionalizzazione dei monopoli (art. 43); e l’emendamento, posto in votazione, non fu approvato”.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ho riportato questo brano tratto dal bel volume di Cosentino, Falsone e Palermo   perché esso conferma che l’articolo 41 della Costituzione era ispirato alla filosofia economica prevalente quando fu approvato. L’Unione Sovietica era criticata da tutti i democratici per la mancanza di libertà politiche e sindacali ma quasi nessuno avanzava critiche al suo sistema economico. Si riteneva che l’assenza di proprietà privata, di libertà d’impresa e di mercato non fosse importante quanto la mancanza di partiti, sindacati e libera stampa. Il clima intellettuale risentiva dell’influenza del ventennio fascista, di cui si ricordava la mancanza delle libertà politiche ma, stranamente, si taceva di quelle economiche. Si era convinti che l’economia sotto il fascismo fosse stata capitalistica, data la presenza della proprietà privata, e non si guardava al ruolo senza precedenti che aveva assunto lo Stato. In campo erano presenti solo due posizioni: quella dei fautori della programmazione centrale di stampo comunista e quella dei teorici della “terza via” fra comunismo e capitalismo, propugnatori dell’economia mista.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L’articolo 42&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Le origini ideologiche dell’articolo sono confermate dal successivo, che recita: &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;“La proprietà è pubblica o privata". I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La legge stabilisce le norme e i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità”.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L’intero articolo è dedicato a sottolineare che il legislatore costituente considera la proprietà privata come un evitabile fastidio. Nell’elenco dei proprietari del primo comma i privati vengono per ultimi, lo Stato per primo; al secondo comma si pone la proprietà pubblica prima di quella privata; al terzo comma si chiarisce che questo fastidioso residuo del passato viene sopportato solo se accessibile a tutti e tale da svolgere una non meglio precisata “funzione sociale”; infine al quarto comma si ritiene inevitabile ribadire che lo Stato è, assieme (o prima?) agli eredi, titolare di un diritto di eredità. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Nulla si dice sul legame inscindibile che unisce la proprietà privata alla tutela della libertà personale, né si fa cenno che un’economia libera e aperta è impossibile in assenza di ben definiti e rigorosamente protetti diritti di proprietà privata e di contratto. In sintesi, i legislatori costituenti erano o convinti statalisti o rassegnati fautori di una sorta di collettivismo annacquato.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ritengo utile pertanto passare alla disputa ideologica che vede contrapposti da un lato i “liberisti” e dall’altro gli statalisti di tutti i colori, dai liberali tradizionali ai socialdemocratici, social comunisti, catto-comunisti e comunisti tout court.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Liberisti e statalisti&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;“Di fronte alle assurde pretese e alla dogmatica grettezza (qualità per eccellenza anti-liberali) a cui filosofi sedicenti liberali ci hanno assuefatto, potremo con tranquilla convinzione di equità cantar le lodi agli onesti scrittori di economia che, se ebbero il torto di non salvare dalle antipatie universali la dottrina di cui erano rimasti modesti depositari, non si stancarono tuttavia di divenire i predicatori inascoltati". .. La chiusa setta dei liberisti può ben dire di avere salvati per parecchi decenni la purezza dell’idea e preparato in sede economica la formazione di condizioni psicologiche favorevoli a una rinascita liberale. L’educazione inglese, se non li salvava da un tono molesto ai più e tuttavia assai spesso finemente ironico, dava ai loro costumi morali e letterari un senso austero di dignità, una coscienza severa di ossequio alle leggi e alle libertà, che li assisteva costantemente nella loro critica e contribuiva a renderli impopolari in una terra di dannunziani e di tribuni che guardava come straniere le loro figure riservate di persone educate e ammodo.” &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il termine “liberista” (che non esiste in altre lingue) deve il suo successo in Italia a Benedetto Croce, che considerava la libertà economica di rango inferiore rispetto a quella politica. Questa tesi era stata criticata, a mio parere in modo risolutivo, da Einaudi, che aveva messo in luce che si trattava di una clamorosa svista del grande filosofo. Oggi parlare di “clamorosa svista” con riferimento alla tesi crociana può apparire normale ma fino a pochi anni fa l’espressione (mia, non di Einaudi) sarebbe apparsa irriguardosa, provocatoria e infondata. Ormai la maggioranza delle persone serie sa bene che la libertà è indivisibile: mai nessun paese ha garantito l’una negando l’altra. Le due libertà non sono distinguibili e non si può avere l’una senza l’altra. Direi di più: la libertà “economica” è il contenuto di quella politica ed è, quindi, a essa superiore. Anche se scelto ogni quattro anni con voto popolare, un tiranno resta un tiranno.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Cosa distingue oggi (la distinzione ha una sua storia della quale non mi occuperò in questa sede) un liberista da un liberale tradizionale? Credo sia stato Aristotele a dire che le cose differiscono in ciò che hanno in comune, che ci rendiamo conto che i fiori hanno colori diversi perché hanno in comune il fatto di essere colorati. Liberali e liberisti hanno in comune il fatto che entrambi attribuiscono importanza fondamentale alla libertà individuale; entrambi sono consapevoli del fatto che il pericolo maggiore per la libertà sia rappresentato dal potere politico; entrambi, infine, coerentemente con le premesse, ritengono che il potere del governo debba essere rigorosamente definito e vincolato da un insieme di regole, da una costituzione. Non a caso il “partito costituzionale” era un modo di designare i liberali caro a Giolitti.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Questo terreno comune a liberali e liberisti è oggi in sostanza comune anche a tutti gli altri democratici: tutti sono quasi consapevoli che i crimini di Stalin, Hitler, Idi Amin e gli altri dittatori non sono certo stati la conseguenza del poco potere del loro governo. E’ chiaro a tutti che quel potere era eccessivo e che i suoi confini non erano rigorosamente delimitati da norme costituzionali. Quasi tutti i democratici inoltre converrebbero che esistono valori personali che nemmeno un governo perfettamente democratico ha il diritto di violare. Se anche Stalin, Hitler, Amin e i loro simili avessero governato in base ad un mandato democratico ricevuto in libere e regolari elezioni a suffragio universale diretto, questo non giustificherebbe affatto i loro crimini perché i diritti e le libertà individuali da essi violate sono molto più importanti del sistema elettorale e a nessun governo, anche se democratico, è consentito di violarli.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Si può ragionevolmente sostenere che questo patrimonio di valori comune a liberali e liberisti, proprio perché ormai comune anche a quasi tutti i democratici veri, sia scarsamente significativo per chi cerca di comprendere le differenze che intercorrono fra liberisti e liberali tradizionali. Non appena si passi, tuttavia, dal generale al particolare ci si rende conto che liberali e liberisti non concordano nemmeno sul concetto di libertà individuale, sulla natura della minaccia rappresentata dallo strapotere dello Stato, sulla concezione di costituzione come strumento di tutela della libertà individuale. Sarebbe velleitario tentare di dare conto di tutte le differenze in poco spazio e mi limiterò, quindi, a poche considerazioni.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il liberale tradizionale, per una serie di ragioni storiche e filosofiche connesse al fatto che appartiene a una generazione precedente a quella che nel XX secolo ha dato vita a un’autentica rivoluzione liberale nelle scienze sociali, ha della libertà una concezione romantica e astratta che raramente riesce a spingersi aldilà di mere affermazioni di principio. Formatosi all’esperienza del fascismo, il liberale tradizionale, spesso identifica la libertà con la possibilità di votare liberamente scegliendo fra una pluralità di partiti in elezioni regolari.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;In altri termini egli finisce col ridurre il concetto di democrazia alla democrazia politica e a confondere libertà e democrazia politica. Finisce così, spesso inconsapevolmente, col cadere nell’ingenua illusione di credere che la libertà non corra pericoli di sorta in un sistema di democrazia maggioritaria. Siamo alla vecchia favola della libertà “economica” separabile da quella “politica” e della superiore importanza di questa rispetto a quella.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Si arriva così all’assurdo che i liberali tradizionali criticano a gran voce quei paesi che vietano ai propri sudditi di recarsi all’estero, negando loro il passaporto (violazione questa di un’importante libertà “politica”) ma tacciono poi quando i paesi democratici vietano di fatto ai loro sudditi di recarsi all’estero in virtù di restrizioni valutarie (si tratterebbe solo di una libertà “economica”). &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L’incomprensione del concetto di libertà individuale da parte dei liberali all’antica raggiunge il suo apogeo nel caso di quella fondamentale libertà “economica” che è la possibilità di decidere l’utilizzazione del proprio reddito, la sua destinazione a usi diversi. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Qui l’incomprensione diventa talmente grave che coinvolge anche la concezione stessa della società libera, delle regole che garantiscono la sopravvivenza delle libertà individuali. Vediamo di chiarire.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Parafrasando un’immagine di Robert Nozick, immaginate un paese nel quale esiste la schiavitù. Il padrone si appropria dei frutti del lavoro dei suoi schiavi interamente, preoccupandosi solo di mantenerli in vita.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Si tratta, come qualsiasi economista potrebbe facilmente mostrare, di una situazione non solo riprovevole sul piano morale, ma anche inefficiente dal punto di vista economico, sia perché l’impiego delle risorse è presumibilmente irrazionale (viola il principio della divisione del lavoro) sia perché priva gli schiavi di ogni incentivo (per quanto poco producano, vengono mantenuti in vita, anche se producono moltissimo, non ottengono comunque un trattamento migliore).&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il padrone si accorge dell’inefficienza della situazione e decide di risolvere il problema cambiando accordo. Passiamo così a una seconda fase, nella quale lo schiavo lavora per il padrone, consegnando a lui per intero i frutti del suo lavoro, quattro giorni su sette, ed è libero di svolgere il lavoro che più gli aggrada nei restanti tre giorni, a condizione che provveda al suo mantenimento per l’intera settimana.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Neanche questa seconda fase è ottimale dal punto di vista dello sfruttamento dello schiavo. Se, infatti, lo schiavo ha attitudini a svolgere un certo lavoro piuttosto che un altro, il suo prodotto complessivo aumenta se si dedica esclusivamente al lavoro per il quale è più qualificato.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Passiamo così alla terza fase, nella quale lo schiavo lavora per conto suo tutta la settimana, provvede da sé al suo mantenimento, e versa al suo padrone i 4/7 del suo reddito. (i 4/7 sono circa il 57%, quasi esattamente quanto noi schiavi dobbiamo consegnare al nostro padrone: la classe politico-burocratica parassitaria dalla quale siamo “governati”). &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Tale terza fase è indistinguibile sul piano morale dalla prima, anche se più efficiente sul piano economico: lo sciavo continua a essere schiavo, e il padrone padrone, anche se lo sfruttamento ha luogo in modo più efficiente.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;E questo il primo, fondamentale punto di dissenso fra liberali e liberisti. I liberali tradizionali non si rendono conto del fatto che la confisca del frutto di x ore di lavoro costituisce un’autentica forma di schiavitù, perché equivale a costringere il soggetto a lavorare x ore a vantaggio di qualcun altro.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Mutuando la terminologia marxiana, si tratta di quello che ho altra volta definito lo “sfruttamento “politico-burocratico” ai danni della collettività. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Marx chiamava sfruttamento la differenza fra il valore di un certo lavoro e il compenso corrisposto al lavoratore per quel dato lavoro.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Tale differenza è oggi in Italia, grazie allo statalismo forsennato, pari in media al 56%; di ogni 100.000 lire prodotte, 56.000 vengono confiscate dal padrone pubblico, 44.000 restano alo schiavo privato.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L’esempio dovrebbe illustrare un altro grave errore nell’impostazione liberale tradizionale: l’idea che chi difende la libertà economica lo faccia per “volgare materialismo”. Com’è evidente da quanto detto, infatti, la ricchezza costituisce solo un, sia pur importante, sottoprodotto della libertà economica. Il liberista non difende la libertà di mercato perché è più efficiente nel produrre beni e servizi, e nell’accrescere la ricchezza della collettività; il liberista difende la libertà di mercato, perché essa costituisce la componente fondamentale della libertà individuale. Senza libertà c.d. “ economica” non c’è libertà individuale, ma schiavitù---- cosa questa assai spesso dimenticata dai liberali tradizionali.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Democrazia e libertà&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;“Dopo il “70 il partito liberale, risultante delle debolezze teoriche e obiettive fin qui descritte, è svuotato della sua funzione rinnovatrice perché privo di una dominante passione libertaria e si riduce a un partito di governo, un equilibrismo per iniziati che esercita i suoi compiti tutori ingannando i governati con le transazioni e gli artifici della politica sociale”. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Alle considerazioni che precedono un liberale ortodosso, risponderebbe che la democrazia politica è garanzia sufficiente di libertà, che in democrazia il governo fa quanto il popolo sovrano vuole che faccia, e che la tutela della libertà è assicurata automaticamente dall’esistenza di un ordinamento democratico. E questo, forse, il mito più diffuso e più pericoloso del nostro tempo; solo quando avremo capito che tali affermazioni sono frutto di una confusione terminologica e di un grave equivoco, il futuro della libertà individuale apparirà meno buio.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il primo punto da tenere presente è che la democrazia maggioritaria è un metodo per appurare quale sia il volere della maggioranza e imporlo alle minoranze.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non c’è nulla di angelico nel 50% +1 dei consensi, né nulla di diabolico nel 50% - 1.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Se il 51% dell’elettorato è favorevole al finanziamento pubblico dei partiti politici, anche il restante 49% deve sopportarne il costo.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ogni decisione politica, in altri termini, anche se perfettamente democratica, comporta un certo grado di coercizione delle minoranze; ogni estensione dell’ambito delle decisioni pubbliche, anche se democraticamente assunte, comporta una violazione delle libertà individuali. Non è affatto vero che la democrazia politica sia garanzia sufficiente della tutela delle libertà individuali, che possono essere viceversa essere violate (e di fatto lo sono) dal potere incontrollato di una maggioranza democratica quanto dall’arbitrio di un tiranno. Quanto allo sfruttamento politico-burocratico ai danni della collettività, è indubbiamente vero che, a meno di credere nell’anarchia, un certo grado di “sfruttamento” è ineliminabile, ma questo non significa affatto che qualsiasi livello di spesa pubblica in rapporto al reddito nazionale sia compatibile con la libertà individuale.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Quale sarebbe il senso della libertà se il governo assorbisse il 100% del reddito nazionale? A tale obiezione il liberale ortodosso replicherebbe che in democrazia è il popolo sovrano a decidere le dimensioni dell’intervento pubblico, e che, quindi, se il settore pubblico in Italia assorbe il 50% del reddito nazionale ciò è dovuto al fatto che sono gli elettori a volerlo.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Nulla di più falso. Provate a chiedere al cittadino medio se è stato lui a volere consegnare all’erario la metà dei suoi sudati guadagni. Il fatto è che nel 1951 la spesa pubblica assorbiva il 27% del prodotto interno lordo, nell’ultimo mezzo secolo siamo passati da una situazione in cui il settore pubblico assorbiva poco più di un quarto del reddito nazionale a una in cui ne assorbe circa la metà.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Sia ben chiaro: ciò non è avvenuto per nulla perché così voleva tutto il popolo italiano, e la maggioranza degli elettori. Vediamo di chiarire.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Per comprendere come il funzionamento del sistema d’incentivi in una democrazia “ illimitata”, non vincolata cioè da un funzionante sistema di regole costituzionali, conduca inesorabilmente alla crescita eccessiva dello statalismo può forse essere utile rifarsi alla lucida analisi di Vilfredo Pareto. Parafrasando una celebre parabola del più grande economista italiano, immaginate un paese di trenta milioni di abitanti, nel quale, con un pretesto qualsiasi sia proposta l’introduzione di una legge che imponga un tributo di un franco all’anno a testa a tutti gli abitanti, destinando il ricavato a trenta beneficiari - un milione di franchi a testa all’anno. E' evidente che i trenta potenziali beneficiari della legge avranno un incentivo pari ad un milione di franchi ad adoperarsi perché la legge venga approvata, mentre i trenta milioni di cittadini avranno solo un incentivo pari ad un franco a darsi da fare per impedire di dover sopportare il costo di tale decisione di spesa. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;In tali condizioni, è evidente che il risultato finale può essere uno solo: la legge sarà approvata, anche se avvantaggia uno sparuto gruppo di persone a danno dell’intera collettività.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;All’argomentazione di Pareto, basata sul fatto che i benefici della decisione di spesa sono visibili, il costo è spesso invisibile, di modo che la collettività è preda dell’illusione che la spesa pubblica, come la manna dal cielo, costituisca un beneficio che nessuno paga.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il successo del primo gruppo di beneficiari indurrà altri gruppi a formarsi, e a pretendere che l’esperimento sia esteso a loro vantaggio, e l’asimmetria fra la percezione dei costi e dei benefici della spesa pubblica garantirà l’estensione e la crescita di tale attività di sfruttamento della collettività a beneficio di vari gruppi di pressione.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il risultato finale, costituito dal rapporto fra la spesa pubblica e il reddito nazionale, non è affatto “voluto” dalla maggioranza dei cittadini, ma finisce col realizzarsi come conseguenza non intenzionale delle attività dei vari gruppi di pressione, ognuno dei quali persegue il suo interesse particolare ai danni della collettività.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La necessità di realizzare la formazione di una maggioranza è soddisfatta grazie alla somma di varie (e spesso piccole) minoranze, ognuna delle quali persegue l’approvazione di una qualche decisione di spesa che soddisfa il proprio tornaconto a danno del resto della collettività.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Anche quando si osserva – e non è certo il caso nostro – l’adesione di una maggioranza a un certo “ pacchetto” di decisioni di spesa, non è affatto vero che tale maggioranza sia rappresentativa degli interessi della collettività; assai spesso è solo il risultato della coalizione d’interessi minoritari ai danni del paese.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;In un sistema siffatto, è inevitabile che lo statalismo cresca in modo incontrollato, e che si pervenga a un grado di sfruttamento politico – burocratico che la maggioranza degli elettori ritiene inaccettabile.  Anche ammesso che a questo punto la maggioranza si organizzi per tentare di ridurre il grado di sfruttamento statalista – ipotesi questa a dir poco eroica nelle condizioni nelle condizioni attuali in Italia – è assai difficile, per non dire impossibile, che possa riuscire a rompere la ragnatela enorme d’interessi che protegge e difende la permanenza dello status quo.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il fallimento dei tentativi in tal senso in Svezia prima, e ora pare anche in Inghilterra, conferma la validità della tesi pessimista. Sembrerebbe proprio che la “ servitù di Stato” sia, anche in paesi di sicura democrazia, un processo irreversibile; considerazione questa che dovrebbe suggerire la massima cautela nell’allargare l’ambito dell’azione pubblica.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Alle considerazioni che precedono, qualche liberale tradizionale sarebbe tentato di ribattere che, dal momento che ciò che lo Stato preleva sotto forma d’imposte ritorna alla collettività sotto forma di servizi, non c’è “sfruttamento”. Dubito che tale argomentazione possa aver successo nel nostro paese, dato che la fornitura di pubblici servizi viene unanimemente considerata carente sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo, a dispetto del loro costo astronomico.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Può, tuttavia, essere utile ricordare perché tale deludente risultato è la conseguenza inevitabile della crescita incontrollata dello statalismo. L’attività pubblica, infatti, si sostanzia nell’imposizione di costi a talune categorie (o all’intera collettività). Il trasferimento di tali risorse, tuttavia, ha un costo suo proprio, di modo che è inevitabile che la collettività riceva dallo Stato meno di quanto ha dovuto versare allo Stato. Non solo, ma dal momento che, al crescere dello statalismo, i costi di trasferimento (si pensi ai costi burocratici) si rivelano crescenti, la differenza fra il costo dello statalismo e i benefici ad esso connessi aumenta.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;E anche per questa ragione che oggi abbiamo troppo stato in termini di costo (il settore pubblico non è mai costato tanto), troppo poco stato in termini di risultati (il fallimento dello stato nella fornitura di servizi pubblici essenziali è assolutamente scandaloso).&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;E per questa ragione che l’accusa che il liberale tradizionale ama muovere ai liberisti- che a essi cioè mancherebbe il “senso dello Stato” – si ritorce contro di lui. Uno stato, infatti, che ha la pretesa di provvedere a tutto e a tutti fallisce, com’è facile constatare persino, nei suoi compiti istituzionali.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Chi, come i liberisti, si oppone quindi alla crescita indebita dello statalismo, mostra di avere molto più “senso dello Stato” di quanti, promuovendo quella crescita, finiscono col distruggere lo Stato.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;“Giustizia sociale” e assistenzialismo&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il grande paravento dietro cui amano ripararsi gli statalisti di ogni colore è, com’è noto, il problema della c.d. “giustizia sociale”. Supponendo per assurdo che l’espressione abbia un significato certo, univoco e generalmente accettato, è evidente che il suo uso da parte degli statalisti costituisce soltanto un dozzinale espediente retorico.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Sostenere (senza, ovviamente, dimostrare) che lo statalismo è reso necessario da esigenze di “giustizia sociale” è solo un modo per auto lodarsi, per affermare che chi non è d’accordo con gli statalisti lo fa per motivi ignobili, perché vuole l’ingiustizia sociale.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La scoperta dozzinalità di tale artificio della guerriglia verbale non ne ha impedito tuttavia l’uso protratto. Vale quindi la pena di considerarlo brevemente.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;E anzitutto opportuno ricordare che l’espressione “ giustizia sociale” non ha un significato certo, e che ognuno di noi ha una sua idea di quale sia l’ottima distribuzione del reddito, diversa da quella degli altri.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;In secondo luogo, è ormai ampiamente dimostrato che il perseguimento di una data distribuzione del reddito è obiettivo incompatibile con le regole di una società libera, e che finisce col produrre la disgregazione della società. Limitandomi a rinviare per questi aspetti all’enorme letteratura sull’argomento, vorrei però ricordare agli statalisti che la crescita dell’intervento pubblico è causa certa d’iniquità, e che produce ingiustificabili sperequazioni nella distribuzione, per tre ragioni.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Anzitutto, come abbiamo già visto parlando dei gruppi di pressione, lo statalismo consente ai più forti politicamente di appropriarsi di redditi prodotti da altri.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La distribuzione in un sistema statalista è basata sul “potere contrattuale” delle categorie, e non ha nulla a che vedere con l’apporto dei singoli e dei gruppi alla produzione di reddito sociale. Quando uno percepisce un reddito che non ha prodotto, un altro produce un reddito che non percepisce, e questo è possibile solo in un sistema statalista.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Gli esempi di tale tipo d’iniquità sono talmente numerosi e noti che non vale la pena soffermarsi.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;In secondo luogo, quando l’intervento pubblico è limitato, è possibile tassare i (pochi) ricchi per dare ai (molti) poveri, e la redistribuzione può essere progressiva. Quando lo statalismo cresce, tuttavia, ciò non è più possibile: lo stato tassa tutti (anche i poveri) per dare a tutti (anche ai ricchi); è come se lo stato tassasse i poveri per dare ai ricchi, la redistribuzione è certamente regressiva. Basti pensare al finanziamento dell’istruzione superiore, dei trasporti, della sanità ecc.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Infine, l’intervento pubblico viene in genere invocato per garantire “uguaglianza di accesso” a taluni servizi pubblici “essenziali”. Dal momento, tuttavia che quasi sempre fallisce nel tentativo di fornire un livello accettabile detti servizi, lo statalismo finisce col produrre quella che Lord Harris chiama “ ineguaglianza di uscita”: solo i ricchi possono permettersi di sottrarsi alle amenità della fornitura pubblica del servizio, mandando i figli a scuola privata o all’estero, e facendosi curare privatamente, per esempio. E un’altra ineguaglianza prodotta dallo statalismo.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Questo ci conduce a un’altra argomentazione statalista accettata anche da qualche liberale tradizionale: l’intervento pubblico è necessario per garantire una “rete di protezione” ai più deboli, ai vecchi, ai malati, ai poveri, ecc. E 'questa l’idea di base dell’assistenzialismo di stato, del c.d. “welfare state”. Al riguardo molto si potrebbe dire, ma mi limiterò ad un solo quesito: è un buon affare? La risposta è certa: l’assistenzialismo di stato non vale affatto quanto costa, è un pessimo affare. Si tratta di un colossale spreco di risorse, che minaccia la solvibilità finanziaria dello stato, con una fornitura di prestazioni che costituisce una inesauribile fonte d’ilarità per i critici del sistema, e del più antisociale apparato burocratico che si possa immaginare.  Quando la sanità pubblica, col suo organigramma di sigle insensate, procedure burocratiche farraginose e punitive, prebende a dirigenti di nomina politica che non servono a curare nessuno, strutture inadeguate e fatiscenti, sprechi mostruosi, costa a ogni italiano cifre superiori a quelle di una generosa assicurazione privata, come si può in buona fede difenderla? Con una frazione ridotta dell’attuale costo totale si potrebbe fornire a chi ne ha bisogno un’assistenza enormemente migliore e più efficiente.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Basterebbe dare a quanti si trovano al di sotto di un certo livello di reddito (anche medio- alto) un buono di valore pari al costo pro capite dell’attuale programma, obbligandoli a “spendere” il buono nell’acquisto di un’assicurazione sanitaria presso una compagnia di assicurazione di loro scelta.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Una soluzione siffatta costerebbe enormemente meno al contribuente, assicurerebbe anche ai poveri un’assistenza adeguata (cosa che l’attuale sistema si guarda bene dal fare), e garantirebbe libertà di scelta a tutti (e non solo ai ricchi, com’è oggi). Analoghe considerazioni si potrebbero fare per la scuola, la casa e la previdenza, che sono le altre tre aree tradizionali dell’assistenzialismo di stato, anch’esse in stato comatoso a dispetto del costo astronomico.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;In altri termini, anche accettando l’esigenza di creare una “rete di protezione” per i deboli, non è affatto detto che l’intervento pubblico diretto sia il miglior modo di soddisfarla.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Alla luce del fallimento dell’assistenzialismo di stato nel nostro paese, e non solo in questo, sarebbe opportuno rendersi finalmente conto che esiste una gamma di alternative, e a mio avviso la più attraente, è offerta dall’insieme delle soluzioni liberiste moderne, che vanno da uno schema di imposta negativa sul reddito, al buono scuola, al buono-sanità, alla riattivazione dell’edilizia (problema questo che richiederebbe un articolo apposito, perché è perfettamente possibile, oltre che desiderabile, consentire a tutti l’acquisto della casa), alla riforma delle pensioni. Ma per conoscere queste soluzioni bisogna studiarle, ed è ovviamente molto più semplice, invece, continuare a ripetere “ lo stato deve provvedere”! La pigrizia è una delle forze che più muovono il mondo.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Liberisti e conservatori&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;“ Mi sia consentito di enunciare quella che ritengo essere l’obiezione decisiva a qualsiasi conservatorismo che meriti di essere considerato tale. Essa consiste nel fatto che per sua stessa natura il conservatorismo non può offrire un’alternativa alla direzione verso cui siamo avviati. Può riuscire, grazie alla sua resistenza alle tendenze prevalenti, a rallentare gli sviluppi ritenuti indesiderabili, ma, dal momento che non indica un’altra direzione, non ne può impedire il proseguimento. Il destino del conservatorismo è sempre stato, a motivo di ciò, quello di essere trascinato lungo un sentiero non di sua scelta. Il braccio di ferro fra conservatori e progressisti può solo condizionare la velocità, non la direzione, degli sviluppi contemporanei. Ma, sebbene ci sia bisogno di un “freno al veicolo del progresso”, io personalmente non posso contentarmi di aiutare a frenare. Quello che un liberale deve chiedersi, in primo luogo, non è a che velocità e quanto lontano dobbiamo andare, ma dove dobbiamo andare” &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Uno dei paradossi dell’attuale situazione  politica è rappresentato dal fatto che, mentre le nuove idee e le proposte operative contenute nella “rivoluzione liberista” nelle scienze sociali sono recepite, sia pure lentamente e per gradi, persino dai socialisti più aperti, taluni liberali tradizionali, forse timorosi di guastare il loro attuale rapporto idilliaco con i socialisti, sentono il bisogno di prendere le distanze dalle nuove idee e dai nuovi studi, accusando i liberisti di essere “conservatori” o “passatisti”. A loro parziale attenuante c’è da dire che la comprensione della portata della “rivoluzione liberista” nelle scienze sociali richiede, oltre all’impegno di studio di cui dicevo prima, anche una formazione metodologica moderna, in mancanza della quale è facile fraintendere il senso dei nuovi studi.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Tuttavia, anche concedendo che in questo caso l’ignoranza costituisce un’attenuante, l’accusa di conservatorismo ai liberisti è semplicemente priva di senso.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non sono certo i liberisti, infatti, a voler difendere lo status quo, il soffocante grado di sfruttamento politico-burocratico, l’inefficienza diffusa dallo statalismo dissennato, lo sfascio della finanza pubblica che da esso è derivato, la tassazione mortificante, la corruzione pubblica dilagante, e la sistematica distruzione dello stato che è seguita all’indebita estensione del suo ambito.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non sono certo i liberisti a difendere una situazione nella quale la libertà individuale è compressa e soffocata dallo strapotere politico-burocratico, dall’arbitrarietà del governo, a dispetto di precisi vincoli costituzionali (basti per tutti l’art. 81). 81), dalla gigantesca rete di interessi economici pubblici in aperta collusione col potere politico. Né sono certo i liberisti a mancare di prospettiva, a non saper indicare una direzione alternativa all’andazzo imperante.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ancora più amena è l’accusa rivolta ai liberisti dai soliti liberali benpensanti di essere “passatisti”, di voler riportare indietro le lancette dell’orologio della Storia. Anche prescindendo dalla natura essenzialmente “storicista” – basata cioè sulla convinzione che esistano “leggi inesorabili del destino storico” – e, quindi, essenzialmente illiberale di tale posizione, essa è assolutamente priva di senso.  Potrebbe aver senso se i liberisti si proponessero di “riportare il mondo al XIX secolo”, se esistesse un loro “modello” di caratteristiche, diciamo, simili a quelle dell’Inghilterra vittoriana.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Ma chiunque abbia dimestichezza con i nuovi studi sa benissimo che il tipo di organizzazione sociale che ne emerge è nuovo, nel senso che mai nessun paese lo ha adottato. Certo, i liberisti sottolineano l’importanza della libertà economica,  della stabilità monetaria, dei vincoli costituzionali all’attività del governo, della solvibilità finanziaria dello stato, ecc., tutte idee che hanno una storia (come tutte le idee). Significa forse questo un “ritorno” al passato, a un mondo in cui queste idee dominavano incontrastate? Quando e dove, di grazia si è avuto la realizzazione storica del “modello” liberista contemporaneo (ammesso che l’espressione abbia senso)? E anche ammesso che tale paese sia mai esistito, cosa significa ciò per la validità delle grandi idee di cui sopra? Il “modello” statalista è molto più vecchio, è il modello di tutte le dittature, di tutti i regimi assoluti, ha ispirato i peggiori criminali della storia, nel suo nome le libertà individuali sono state calpestate e violate da campioni dello statalismo che si chiamavano Hitler e Stalin, Mao e Pol Pot, ecc. se c’è qualcuno che deve vergognarsi del proprio passato, questi sono i fautori della superiore saggezza e lungimiranza del governo, gli statalisti di tutti i colori, gli adoratori dell’onnipotenza pubblica.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Verso un accordo?&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Le differenze fra liberisti e liberali tradizionali e fra questi e gli altri democratici, tuttavia, sono forse destinate a scomparire presto, lasciando posto alla possibilità di un accordo sia pure solo di massima. La ragione è semplice: lo statalismo ha un passato, anche se inglorioso, ma non ha futuro. Non c’è osservatore onesto della realtà politica del nostro tempo che non convenga che tutte le soluzioni stataliste dei problemi sociali versano in condizioni di completa bancarotta intellettuale.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Dopo i clamorosi fallimenti della pianificazione centrale nei paesi del c.d. “socialismo reale” (la cui alternativa è il “socialismo immaginario”?), e i non meno clamorosi fallimenti della programmazione nei paesi democratici, non c’è quasi più nessuno a invocare la direzione centrale dell’economia come rimedio taumaturgico per ogni e qualsiasi problema sociale.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Quanto alle nazionalizzazioni, dato il discredito nel quale sono cadute, può addirittura apparire provocatorio ricordare la proposta fatta da Francesco De Martino nel 1963 di nazionalizzare tutto, tranne i barbieri. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Tranne qualche guru dell’ultrasinistra, nessuno invoca più nazionalizzazioni, e persino gli statalisti più coerenti cominciano a parlare della necessità di riprivatizzare alcuni settori.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Quanto alle partecipazioni, lo stato di dissesto e i debiti incredibili del settore cominciano a far riflettere anche i fautori più accesi sull’opportunità di tale metodo di intervento. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;L’assistenzialismo statale alle aziende in crisi versa, se non altro a parole, nel discredito generale. Il “welfare state” sta ovunque danno notevoli delusioni ai suoi sostenitori, con la conseguenza che un numero crescente di osservatori di tutte di tutte le tendenze è alla ricerca di alternative preferibili. Le politiche keynesiane di sostegno alla domanda attraverso deficit spending e “denaro facile”, che avevano dominato il clima intellettuale in Italia a partire dalla metà degli anni sessanta, sembrano essere rimaste senza fautori. Sembrerebbe proprio che gli statalisti non abbiano più rimedi credibili da offrire.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non basta. A precludere un futuro alle tendenze stataliste prevalse negli ultimi vent’anni provvede una semplice considerazione aritmetica: quando lo stato assorbe già il 55-60 percento del reddito nazionale, è impensabile che il peso relativo della c.d. mano pubblica possa crescere ancora. Il tentativo di aumentare ulteriormente il grado di sfruttamento politico-burocratico non potrebbe restare senza conseguenza sull’atteggiamento della collettività, dando vita a fenomeni di reazione (che sono già largamente operanti: si pensi all’economia sommersa). Personalmente sono convinto che persino il mantenimento dell’attuale grado di statalismo sia molto difficile sia molto difficile. &lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Infatti, la crescita del rapporto spesa pubblica/reddito nazionale è stata finora possibile, senza reazioni da parte della collettività, per due ragioni: l’invisibilità delle imposte e l’aumento del “reddito effettivamente disponibile” in termini reali pro capite.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Queste circostanze sono, entrambe, in via di dissolvimento.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Infatti, quanto all’invisibilità delle imposte, essa è in fase di accelerata diminuzione, per via dell’accresciuta importanza assunta dalle imposte sul redito, resa ancora maggiore dal c.d.” fiscal drag” (o “bracket creep”) La crescita del peso relativo delle imposte dirette consente sempre più alla collettività di rendersi conto del costo effettivo dello statalismo, e spinge un numero crescente di contribuenti a chiedersi se la spesa sia giustificata.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;In secondo luogo, definendo “reddito effettivamente disponibile” la percentuale di reddito affidata al controllo di decisioni “private” – la differenza cioè fra reddito nazionale e spesa pubblica complessiva – la situazione relativa mostra una chiara inversione di tendenza.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il “reddito effettivamente disponibile” in termini reali pro capite è aumentato del 50% dal 1960 al 1970, di solo il 13% dal 1970 al 1980, e negli ultimi anni ha cominciato a diminuire.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La crescita avvenuta in passato riduceva l’incentivo per il singolo contribuente a essere esattamente informato sulle dimensioni del costo dello statalismo gravante su di lui.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Dato che in termini reali la sua situazione migliorava di anno in anno non aveva ragione di cercare di vedere aldilà dell’invisibilità delle imposte.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Se, tuttavia, il reddito reale a sua effettiva disposizione dovesse continuare a diminuire, è inevitabile che comincerebbe a chiedersi quanto personalmente gli costa l’attuale assetto statalista della società, e quanto gli rende.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Il confronto fra il costo astronomico degli attuali programmi e il loro deludente rendimento difficilmente potrebbe mancare di innescare forme di resistenza e di protesta.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;E questo uno sbocco che ogni sincero democratico deve temere: come Giorgio III e Luigi XVI confermerebbero, le rivolte fiscali si sa come cominciano, ma non si sa come finiscono.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;E da credere che, date queste premesse, il tentativo di allargare l’ambito delle decisioni pubbliche a danno di quelle “private”, di aumentare la percentuale di reddito assorbita dal settore pubblico, potrebbe essere perseguito solo col ricorso alla forza, solo limitando e restringendo la democrazia in Italia. A quel punto, è da credere che tutti i sinceri democratici – liberisti, liberali ortodossi, o socialisti – non potrebbero che far fronte comune nella difesa della libertà e della democrazia contro il pericolo, oggi denunziato solo dai liberisti, dello statalismo crescente.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Non basta.  Che l’attuale grado di statalismo sia difficilmente mantenibile, si evince facilmente dal dissesto del bilancio. Qui le cifre forniscono un autentico monumento alla saggezza del più illustre liberista italiano del recente passato: Luigi Einaudi.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Anche per questa ragione, quindi, lo statalismo non ha un futuro: non solo è dubbio che possa aumentare ulteriormente, è assai probabile che non possa nemmeno continuare a rimanere ai livelli attuali.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;A questo punto, l’accordo fra liberisti, liberali tradizionali, e democratici di varie tendenze dovrebbe essere, se non facile, certo possibile. Come l’analisi di Pareto surriferita dimostra, infatti, la crescita incontrollata dello statalismo, non è dovuta alla malvagità o incompetenza della “classe politica”, ma è il normale, prevedibile effetto dell’operare del sistema d’incentivi in una democrazia “illimitata”, non sottoposta, cioè a vincoli costituzionali. Fu questa considerazione a suggerire a Luigi Einaudi l’opportunità di introdurre nella Costituzione l’ultimo comma dell’art. 81 (voluto anche, ed è significativo, da Ezio Vanoni), come “rigoroso baluardo” della solvibilità finanziaria dello stato.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Se si accetta questa impostazione, e non vedo come alla luce delle cifre si possa rifiutare, la soluzione non può essere trovata in base a provvedimenti contingenti di piccolo cabotaggio, ma va ricercata nell’ambito di quella “riforma istituzionale” di cui tanto si è parlato, nel ripristino cioè, in forma aggiornata, di una costituzione fiscale e monetaria, che disciplini e vincoli l’attività finanziaria dello stato e fissi regole precise di politica monetaria.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;È questo un campo in cui le elaborazioni teoriche e le proposte concrete degli economisti liberisti hanno moltissimo da offrire: da H. Simons a M. Friedman, da J. Buchanan a F. Hayek, si tratta di una mole considerevole di studi che copre diversi decenni di elaborazione. Si potrà ignorare i liberisti come persone, ma per uscire dalla crisi attuale si dovranno fare i conti con le loro idee.&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Conclusione&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;La modifica dell’articolo 41 della Costituzione, volta a concedere la liberta’ di fare ciò  che non viene espressamente vietato, rappresenterebbe per le ragioni suesposte una svolta storica, anche se dubito che avrebbe conseguenze immediate di rilievo. Per porre rimedio ai problemi attuali servono misure concrete, non affermazioni di principio.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-287801028377413575?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/287801028377413575/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/02/larticolo-41-della-costituzione-e-le.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/287801028377413575'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/287801028377413575'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/02/larticolo-41-della-costituzione-e-le.html' title='L&apos;articolo 41 della Costituzione e le sue radici ideologiche'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-292782321531395963</id><published>2011-02-22T02:45:00.000-08:00</published><updated>2011-02-22T02:46:30.038-08:00</updated><title type='text'>Democrazia aspirazione universale</title><content type='html'>Tutti ricordiamo le geremiadi dei “pacifisti” al tempo della guerra in Iraq prima e della missione italiana poi: l’idea di esportare la democrazia è una forma di colonialismo, il tentativo di imporre un nostro modello di organizzazione sociale a paesi che non sono interessati né preparati ad adottarlo. Solo l’ingenua dabbenaggine di un guerrafondaio texano può far credere che con la brutalità della guerra si possa trasformare l’Iraq in una democrazia di tipo occidentale. E così via blaterando.&lt;br /&gt;Poca o nulla attenzione fu prestata al fatto che prima gli afghani poi gli iracheni al rischio della vita, si fossero recati in massa a votare, per la prima volta nella loro storia. Il settimanale inglese The Economist alla vigilia delle elezioni irachene ne previde l’inevitabile fallimento, perché il segno sulle dita era fatto di un inchiostro che sarebbe rimasto per giorni, consentendo l’identificazione di quanti erano andati a votare ed esponendoli alla violenza dei terroristi. La profezia fu clamorosamente smentita.&lt;br /&gt;Sostenni allora che i “pacifisti” avevano torto: la democrazia non è per nulla uno dei tanti sistemi politici, è un’aspirazione universale. Ovunque ne abbiano la possibilità le persone desiderano esprimere in qualche modo il proprio parere sul governo del loro paese. Finora l’unico metodo che possa garantire quanto tutti vogliono è il voto in libere elezioni, che solo la democrazia consente.&lt;br /&gt;Quanto accaduto in Tunisia, Egitto, Algeria, Yemen, Bahrein e ora in Libia è la prova indiscutibile che anche in nord-Africa, anche nel mondo arabo, gli esseri umani preferiscono decidere del proprio futuro anziché affidarlo a un dittatore, non importa se selvaggio e sanguinario o se bonario e tollerante. Almeno negli slogan delle piazze la libertà e la democrazia sono le richieste dei dimostranti. Purtroppo, non sempre le piazze ottengono quanto desiderano: i francesi volevano la libertà e l’eguaglianza e ottennero il Terrore; i russi volevano liberarsi dell’autocrazia degli zar e si beccarono Stalin, ed è possibile che le richieste di libertà e democrazia finiscano col condurre alla teocrazia: è quanto successo in Iran, dove la cacciata dello Scià è costata l’avvento al potere degli islamisti più sanguinari e retrogradi del pianeta.&lt;br /&gt;Bush aveva ragione: la democrazia è aspirazione universale ed è anche contagiosa, perché tende a estendersi agli stati vicini. Sarebbe difficile negare che i fatti che in Tunisia hanno condotto alla cacciata di Ben Ali non abbiano avuto un importante ruolo ai successivi eventi in Algeria, Egitto e altrove. Era anche per questa ragione che Bush faceva riferimento al medio oriente allargato, era consapevole che la democrazia in uno dei paesi avrebbe potuto incoraggiare altri a imitarlo.&lt;br /&gt;E’ impossibile dire quale sarà l’esito dei sommovimenti storici che scuotono il nord-Africa e non solo, ma a me sembra che almeno una cosa sia chiara: i soloni che ironizzavano sulla tesi di George W. Bush non appaiono particolarmente intelligenti alla luce di quanto sta accadendo. Altrettanto chiaro mi sembra che gli “Obamaniaci”, gli entusiastici adoratori dell’attuale presidente americano farebbero bene a chiedersi se sia stata saggia la scelta del loro idolo di cercare a tutti i costi rapporti con i nemici dell’America, arrivando persino a tollerare la sistematica violazione dei diritti umani. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha ripetutamente sostenuto che “l’America non presume di sapere cosa sia meglio per tutti”; una tesi che equivale a una dichiarazione di neutralità fra libertà e servitù, democrazia e dittatura, rispetto dei diritti e delle libertà personali e loro violazione, e che non importa molto a chi ha già la fortuna di vivere in un Paese libero e democratico ma che può fare la differenza altrove. Infine, come se non bastasse, l’essersi affrettato a mollare Mubarak ha insegnato a tutti quanto valga l’alleanza con gli Stati Uniti.&lt;br /&gt;Mi auguro, come credo tutte le persone sensate, che gli eventi odierni preludano a una diffusione della democrazia e dei suoi valori di libertà, tolleranza e separazione fra religione e politica, ed è possibile che, almeno in alcuni paesi, il nostro augurio venga soddisfatto. Comunque vada, tuttavia, il cambiamento per noi più urgente è quello del presidente americano; finché l’attuale deciderà la politica estera degli Stati Uniti, il mondo non sarà al sicuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 22 febbraio 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-292782321531395963?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/292782321531395963/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/02/democrazia-aspirazione-universale.html#comment-form' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/292782321531395963'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/292782321531395963'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/02/democrazia-aspirazione-universale.html' title='Democrazia aspirazione universale'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-5141415834051906759</id><published>2011-02-14T08:38:00.000-08:00</published><updated>2011-02-14T08:44:26.432-08:00</updated><title type='text'>L'ispirazione del 1994 e la coesione della maggioranza</title><content type='html'>Vorrei guardare alle vicende della legislatura in corso per cercare di interpretarle secondo considerazioni non contingenti. Che cosa sia accaduto lo sappiamo bene, il perché non è altrettanto chiaro. Il centro-destra ha vinto con largo margine le elezioni, anche grazie alle peculiarità della legge elettorale, la maggioranza era composta da due partiti, Pdl e Lega, concordi sul programma; malgrado ciò, dopo appena due anni, la maggioranza si è disgregata non perché sia venuta meno l’intesa con la Lega ma perché il Pdl è stato lacerato da una, sia pur piccola, scissione. Il quesito diventa: cosa garantisce la coesione della maggioranza ovvero a quali condizioni prevalgono le forze disgreganti?&lt;br /&gt;Un maggioranza, e non importa se composta da uno o più partiti, può essere coesa o per ragioni positive – perché tutti al suo interno condividono il programma e sono impegnati a realizzarlo – o per ragioni negative, quando la presenza di un’opposizione coesa, autorevole e aggressiva fa prevalere lo spirito di conservazione: se il governo non ha successo, l’opposizione ne prenderà il posto. Nessuna di queste due ragioni di coesione ha operato in questa legislatura. Evidentemente gli scissionisti del Pdl non condividevano a fondo il programma che avevano accettato prima delle elezioni, oppure erano pervenuti alla conclusione che non potesse o dovesse essere realizzato. D’altro canto, una minoranza divisa, chiassosa ma inconcludente, non rappresenta un’alternativa credibile: la possibilità che possa sostituirsi all’attuale appariva remota e non mi sembra che lo sia meno dopo le ultime vicende.&lt;br /&gt;Per ridare slancio alla, sia pure esigua, maggioranza sopravvissuta alla defezione dei futuristi, non potendo fare affidamento sul timore di un’opposizione autorevole, che continua a non esserci, bisogna puntare sui fattori positivi di aggregazione: impegnarsi a fondo alla realizzazione di uno o più punti del programma che siano tali da unire quanti sostengono il governo e dividere quanti lo combattono. Si deve trattare cioè di obiettivi qualificanti e di alto profilo, che restituiscano smalto all’azione del governo e mettano a nudo l’inconsistenza delle opposizioni.&lt;br /&gt;Giuliano Ferrara sta combattendo un’importante battaglia volta a convincere Berlusconi a recuperare l’ispirazione del 1994 e mi ha coinvolto, chiedendomi di farne oggetto di un articolo per il Foglio, cosa che ho fatto molto volentieri. Intervenendo a “La telefonata” su Canale 5, Berlusconi (14 febbraio) così risponde all’appello di Ferrara: “Io lo spirito del ’94 non l’ho mai smarrito, ma nel centrodestra in questi anni ci sono stati tanti frenatori, a partire da Casini e Fini. E quindi sono sicuro che da adesso in avanti, dopo la diaspora di Fini, potendo contare su una maggioranza che è sì esigua ma certamente più coesa di prima, potremo portare a Termine quella rivoluzione liberale che inseguiamo dal ’94 e che gli italiani fortissimamente vogliono.”&lt;br /&gt;Sarei tentato di dire che non avrebbe potuto essere detto con maggiore chiarezza: il centrodestra ha vinto tre elezioni con lo stesso programma; è evidente, quindi, che la maggioranza degli italiani si riconosce in quelle idee. Nel ’94 il ribaltone, nel 2001-06 l’ostruzionismo del’Udc sulla riforma tributaria e di An su quella della giustizia, adesso la defezione futurista hanno finora impedito di realizzare quanto gli italiani vogliono. Berlusconi ha ragione: saremo sì pochi ma, se nessuno remerà contro e realizzeremo anche solo la riforma tributaria e quella della giustizia, questi quasi due decenni non saranno trascorsi invano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 14 febbraio 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-5141415834051906759?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/5141415834051906759/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/02/lispirazione-del-1994-e-la-coesione.html#comment-form' title='12 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5141415834051906759'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5141415834051906759'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/02/lispirazione-del-1994-e-la-coesione.html' title='L&apos;ispirazione del 1994 e la coesione della maggioranza'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>12</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-8399862973434767103</id><published>2011-02-10T08:35:00.001-08:00</published><updated>2011-02-10T08:35:47.749-08:00</updated><title type='text'>Messaggio alla manifestazione di Milano</title><content type='html'>Caro Direttore,&lt;br /&gt;come sa un altro impegno mi impedisce di partecipare alla manifestazione da Lei promossa. Tengo, tuttavia, a evidenziare che plaudo sentitamente alla Sua iniziativa. Battersi contro “la repubblica della virtù” significa, secondo me, difendere l’essenza della libertà. Gli esseri umani non si sono dati un governo perché imponga loro di comportarsi come i detentori del potere reputano opportuno ma per proteggere la loro autonomia, la possibilità di decidere come impiegare la propria vita. In una società liberale il muro che difende la sfera privata deve essere invalicabile salvo che siano in gioco i diritti e le libertà di altre persone. Come lapidariamente sostenuto da un giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti: “il mio diritto di tirare un pugno è limitato dalla prossimità della tua mascella”.&lt;br /&gt;Non possiamo consentire che quel muro sia demolito né possiamo accettare di andare avanti lungo una china scivolosa che porta direttamente alla schiavitù. La libertà ha molto più da temere quando le motivazioni dei suoi nemici appaiono nobili che non dalla sete di potere del tiranno.&lt;br /&gt;Sono con Lei in spirito, caro direttore, come credo siano quanti hanno a cuore il destino dell’Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Suo,&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-8399862973434767103?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/8399862973434767103/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/02/messaggio-alla-manifestazione-di-milano.html#comment-form' title='9 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8399862973434767103'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8399862973434767103'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/02/messaggio-alla-manifestazione-di-milano.html' title='Messaggio alla manifestazione di Milano'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>9</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-7377319397182215002</id><published>2011-02-08T02:20:00.001-08:00</published><updated>2011-02-08T02:20:52.249-08:00</updated><title type='text'>Vittimismo ingiustificato</title><content type='html'>Domenica 6 febbraio in un articolo di prima pagina sul Sole 24 ore Giuliano Amato denuncia “il profluvio di dichiarazioni, articoli, anatemi e scongiuri” che si sarebbe scatenato attorno alla sua idea di imposta una tantum. Denuncia anche di essere stato fatto oggetto “com’è normale in questa Italia rissosa, di dileggio personale e di excursus biografici volti a confermare che il vecchio Dracula è ancora malauguratamente fra noi.” L’articolo è opportunamente titolato “Patrimoniale: pena di morte per chi vuole discuterne?”&lt;br /&gt;Conosco Giuliano Amato da molto tempo, insegnavamo entrambi nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma (oggi “La Sapienza”) e mentirei se negassi di avere provato stima e simpatia per lui. Una cosa ci ha sempre divisi: il rispetto delle competenze. A me non verrebbe mai in mente di avventurarmi a trattare temi di diritto pubblico, Amato invece non si sottrae alla tentazione di pontificare di questioni attinenti la politica economica quando non addirittura l’analisi economica. Dal momento che ritengo che egli avesse in mente l’articolo da me dedicato alla sua proposta di introdurre un’imposta patrimoniale (lo ammetto:  sono colpevole di avere ricordato episodi imbarazzanti per Amato, “excursus biografici” per dirla con lui), vorrei rassicurarlo: non avevo intenzione alcuna di demonizzarlo né auspico che venga ghigliottinato sulla pubblica piazza.&lt;br /&gt;Sempre Il Sole 24 ore aveva pubblicato (sabato 5 febbraio) il parere del senatore Nicola Rossi e mio sul tema (“Una patrimoniale senza ragione alcuna”). Nicola Rossi milita nel Pd, io nella maggioranza, la nostra collocazione politica è quindi agli antipodi; tuttavia, Nicola ed io abbiamo in comune il fatto di occuparci professionalmente di economia. I nostri due corsivi erano quasi identici: senza sapere l’uno dell’altro, sostenevamo la stessa tesi e con le medesime motivazioni. La cosa dovrebbe suggerire che quanto abbiamo in comune è più rilevante di ciò che ci divide. Stando così le cose, non credo sia esagerato sostenere che l’economia è una disciplina scientifica: come due matematici, anche se di opinioni politiche antitetiche, concordano sui teoremi della loro scienza, due economisti di visioni politiche contrastanti possono essere d’accordo su proposte di politica economica. Del resto, lo stesso Amato concorda sul fatto che le critiche alla sua proposta sono state, se non unanimi, certo assai diffuse: persone diverse, con motivazioni a volte uguali, hanno criticato l’idea. Non sarebbe, quindi, stato più prudente astenersi dall’entrare in un campo non di sua competenza? &lt;br /&gt;Amato sostiene che la crescita della spesa per interessi impedisce allo Stato di dedicare risorse a scopi importanti (fra i quali stranamente include “il ricambio di un personale pubblico sempre più invecchiato”, quasi che le tendenze demografiche negative e la generosità del nostro sistema pensionistico fossero invenzioni di una mente crudele!). Da qui la necessità di reperire risorse, di “usare un po’ della ricchezza dei più ricchi per abbassare il debito”. Come giustamente rileva Rossi, non è vero che lo Stato sia privo di risorse; è vero, invece, che non ne ha mai avute tante: la spesa pubblica assorbe la metà del reddito nazionale!&lt;br /&gt;Temo che il mio (ex?) amico Giuliano Amato abbia sciupato un’ottima occasione per tacere, sottraendosi all’accusa di superficialità e irresponsabile violazione del principio di competenza. Un’imposta patrimoniale, peraltro addirittura quantificata, non risolverebbe nessuno dei problemi esistenti e ne creerebbe di nuovi, gravissimi. Per risanare le pubbliche finanze bisogna ridurre le spese pubbliche totali; ciò non è possibile fare, come incomprensibilmente ritiene Tremonti, agendo solo su quella parte delle spese che il governo è in grado di controllare a legislazione invariata: è una percentuale troppo piccola del totale. Bisogna modificare la legislazione che comporta spese incontrollabili, dobbiamo cioè riformare lo “Stato sociale” – sanità, previdenza, enti locali, aziende municipalizzate – e blaterare di “macelleria sociale” non ci sottrae all’obbligo di farlo se vogliamo salvare l’Italia, impedendone la bancarotta.&lt;br /&gt;Il guaio di credere che tutti possano vivere sulle spalle degli altri è che gli altri prima o poi finiscono. Se dimentichiamo questa ovvietà thatcheriana non usciremo mai dai nostri guai. Lo Stato non può spendere denaro che non ha e, come i casi di Grecia, Portogallo e Irlanda confermano, anche la possibilità di fare debiti alla fine si esaurisce. Chi vuole davvero che il debito diminuisca, invece di proporre nuove imposte che servirebbero solo a finanziare nuove spese, chieda che sia dismesso l’enorme patrimonio pubblico e che il ricavato sia usato per ritirare titoli del debito pubblico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 8 febbraio 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-7377319397182215002?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/7377319397182215002/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/02/vittimismo-ingiustificato.html#comment-form' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7377319397182215002'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7377319397182215002'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/02/vittimismo-ingiustificato.html' title='Vittimismo ingiustificato'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-1212792551467611614</id><published>2011-02-07T09:02:00.000-08:00</published><updated>2011-02-07T09:05:51.688-08:00</updated><title type='text'>Per la verità, per Israele</title><content type='html'>Le considerazioni di Claudio Saragozza, che condivido, mi hanno suggerita di inserire un post con le brevi osservazioni da me fatte alla maratona oratoria "Per la libertà, per Israele".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una ovvietà e due considerazioni. L’ovvietà è: i nemici di Israele sono nostri nemici, non vogliono colpire il piccolo Satana, vogliono colpire l’Occidente, la modernità, la democrazia, la libertà, l’emancipazione della donna. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La prima delle due considerazioni riguarda la percezione del pericolo nel nostro paese. Uno dei due ministri degli esteri italiani non laureati, come primo suo atto si recò a Teheran per dichiarare inalienabile il diritto dell’Iran al nucleare. Dopodiché andò a Beirut a passeggiare con un caporione di Hezbollah per le strade di Beirut. Infine ha sempre sostenuto che Hamas dovrebbe essere incluso nel dialogo di pace.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La seconda considerazione riguarda due lezioni che la storia ci ha lasciato e che non dovremmo dimenticare. Primo: è terribilmente pericoloso sottovalutare le parole dei fanatici: dicono di volere quello che effettivamente vogliono. Ahmadinejad non è Hitler, ma parla come lui. Ahmadinejad non vuole solo distruggere gli ebrei, non sostiene soltanto che la fine dei giorni si avrà quando l’ultimo degli ebrei sarà stato ucciso. Si è anche dotato, in spregio alle condanne dell’Onu e della comunità internazionale, di missili a lunga gittata e di capacità nucleari. Sottovalutare Ahmadinejad significa cadere nella logica di Chamberlain e di Monaco. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La seconda lezione non è del diciannovesimo secolo ma è molto più antica ed è stata provata vera nel diciannovesimo secolo. Si vis pacem para bellum: è molto meglio essere preparati quando c’è tempo che essere costretti a prepararsi quando non ce n’è più. Se gli inglesi avessero dato retta a Churchill e l’Inghilterra si fosse riarmata per tempo, forse le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale sarebbero state minori. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è vero che con il dialogo, è cioè con le chiacchiere, si possono risolvere tutti i problemi. Il dialogo è utile quando c’è l’altra parte pronta a dialogare, ma quando l’altra parte vede un imbelle pronto al dialogo lo ignora. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’Europa spende per la difesa il 50 per cento di quello che spendono gli Stati Uniti d’America, ottiene, perché spende male, soltanto il 10 per cento delle capacità degli Stati Uniti d’America. Come se non bastasse non fa altro che criticare la politica estera dell’America e si aspetta che l’America la difenda. Lo so, gli americani sono quello che sono, ma sono anche gli unici americani che abbiamo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Grazie.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-1212792551467611614?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/1212792551467611614/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/02/per-la-verita-per-israele.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/1212792551467611614'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/1212792551467611614'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/02/per-la-verita-per-israele.html' title='Per la verità, per Israele'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-7150837692382089145</id><published>2011-02-04T00:49:00.000-08:00</published><updated>2011-02-04T00:50:18.468-08:00</updated><title type='text'>L'ispirazione del 1994</title><content type='html'>Il momento attuale mi ha fatto ripensare a un articolo che scrissi per il Foglio il 7 gennaio 1996. L’articolo riprendeva le tesi sostenute in un pezzo, scritto l’anno precedente, subito dopo la caduta del governo Berlusconi, per la rivista americana National Review, che il direttore della rivista aveva pensato bene di intitolare ricorrendo alla parola più lunga della lingua inglese: "Antidisestablishmentarianism Italian Style." La tesi che sostenevo era così riassunta: “Cosa sia l'establishment credo sia noto a tutti: un gruppo esclusivo e potente che controlla o influenza fortemente il governo, la società, o un settore di attività. Disestablishmentarian è chi cerca di rompere il potere dell'establishment, di spezzare il sistema di rapporti che gli consente di controllare governo e società; antidisestablishmentarians sono quanti tentano di difendere l'establishment contro la minaccia di chi vuole sovvertirlo. La parola è, volutamente, complessa e ironica; il concetto che essa esprime è, a mio avviso, appropriato al caso italiano. Berlusconi è un disestablishmentarian, i "poteri forti" dell'Italia di oggi non possono essere definiti meglio che come antidisestablishmentarians.”&lt;br /&gt;Credo che la via d’uscita dai problemi del presente sia offerta dal recupero dell’ispirazione del 1994 che era profondamente legata alla necessità di sovvertire l’establishment, di cambiare l’esistente non di gestirlo lasciandolo invariato. Berlusconi è stato il primo ad ascoltare le mie tesi condividendole, le ha fatte proprie e le ha anche adeguate alle esigenze di una battaglia politica che mi sembrava assolutamente donchisciottesca. Fu così che il neonato partito, Forza Italia, si presentò alle sue prime elezioni con un programma di riforme liberali quale non si era mai visto prima in Europa.&lt;br /&gt;Berlusconi sostenne in tutti i suoi discorsi che il suo obiettivo era di restituire spazio e risorse all’economia privata, alle famiglie e alle imprese, riducendo l’invadenza dello Stato sprecone e tartassatore e l’influenza della politica nella vita delle persone. Da liberale convinto sosteneva che la concorrenza non è necessaria solo per ovvie ragioni di efficienza economica ma anche e soprattutto per ragioni di libertà, per garantire alle persone la libertà di scegliere fra alternative diverse.&lt;br /&gt;Per questo proponevamo il sistema dei “buoni” in alternativa all’assistenzialismo monopolistico esistente. Un buono scuola per mettere in condizioni tutte le famiglie, non solo le agiate, di scegliere fra scuole diverse, sottoponendo le scuole, pubbliche o private che fossero, alla disciplina della concorrenza. Avevamo anche in mente un “buono sanità” che sottraesse questo delicato settore al malcostume e agli sprechi tipici degli apparati statalistici. E poi anche un buono casa, un’integrazione all’affitto pagato dagli inquilini meno abbienti che consentisse loro l’accesso al mercato delle locazioni.&lt;br /&gt;In campo tributario, fu per insistenza di Berlusconi che la proposta di ridurre il numero e il livello delle aliquote divenne rivoluzionaria, anticipando quanto poi è stato realizzato con successo in molti Paesi. Ma non proponevamo una finanza allegra, tutt’altro. Volevamo che la spesa pubblica in rapporto al reddito nazionale fosse fissata con norma costituzionale e che l’articolo 81 della Costituzione venisse applicato in conformità al volere del legislatore costituente che, per bocca di Luigi Einaudi e Ezio Vanoni, doveva essere inteso come garanzia di pareggio del bilancio su base annua.&lt;br /&gt;Credevamo che dalla privatizzazione delle troppe attività statali si sarebbero ricavate risorse per ridurre l’immenso stock di debito pubblico e che, grazie anche alle liberalizzazioni, avrebbero dato un impulso alla crescita. Fin dal primo giorno sostenemmo che il principio della divisione dei poteri che è alla base della democrazia dovesse essere ripristinato, riconducendo l’attività giudiziaria nel suo ambito e garantendo l’indipendenza del potere legislativo ed esecutivo da inammissibili interferenze. La separazione delle carriere di accusatori e giudici è sempre stata uno dei punti centrali del nostro programma.&lt;br /&gt;Tutto questo avrebbe dovuto essere realizzato grazie anche a riforme costituzionali capaci di restituire al popolo sovrano il suo inalienabile diritto a scegliere il proprio futuro attraverso il voto. Un sistema elettorale, quindi, compiutamente maggioritario (Berlusconi in diverse occasioni aveva sostenuto “il maggioritario sono io”), e una riforma presidenziale che desse al popolo la possibilità di scegliere il suo Presidente, capo sia dello Stato sia del governo.&lt;br /&gt;Molte di queste proposte sono rimaste prive di attuazione: l’immatura fine del governo Berlusconi nel 1994, dovuta alla prepotenza dell’establishment, l’opposizione di alleati che avevano “scroccato un passaggio” per arrivare al potere solo per poi remare contro la realizzazione del programma da loro sottoscritto, nei governi del 2001-06, fino alle ultime paradossali vicende che finora impedito al governo di operare al massimo delle sue possibilità.&lt;br /&gt;Il passato non può essere riscritto ma possiamo ancora influire sul futuro; non possiamo lasciare incompiuta una rivoluzione che gli italiani fortemente vogliono (dal 1994 a oggi il centro-destra ha vinto tre elezioni e ne ha perse due per il rotto della cuffia). Le condizioni potrebbero non apparire ideali, data l’esiguità della maggioranza ma, sia che la legislatura venga interrotta sia che giunga al suo termine naturale, soltanto se ritroveremo l’ispirazione del 1994 e sapremo tradurla in proposte concrete seguite da risultati potremo ritenere di aver fatto il nostro dovere per il bene dell’Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 2 febbraio 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-7150837692382089145?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/7150837692382089145/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/02/lispirazione-del-1994.html#comment-form' title='21 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7150837692382089145'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7150837692382089145'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/02/lispirazione-del-1994.html' title='L&apos;ispirazione del 1994'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>21</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-4095821400028039280</id><published>2011-01-27T09:52:00.000-08:00</published><updated>2011-01-27T09:53:16.362-08:00</updated><title type='text'>Non scherzate col fuoco!</title><content type='html'>La proposta di Pellegrino Capaldo, di tassare le plusvalenze immobiliari con aliquote comprese fra il cinque e il 20 per cento mi ha fatto ringiovanire di oltre trent’anni. Sono tornato con la mente a una stagione gloriosa per noi liberali: la fine degli anni Settanta e l’inizio del più formidabile trentennio di liberalizzazione, crescita economica e civile nella storia millenaria dell’umanità. Ad accendere la miccia di quella straordinaria “rivoluzione conservatrice” fu proprio la ribellione a un’imposta sugli incrementi di valore immobiliare.&lt;br /&gt;La California negli anni Settanta era afflitta dall’imposta cara a Capaldo e, dal momento che il valore delle case aumentava costantemente, molti proprietari, non riuscendo a pagare il balzello, erano costretti a vendere le proprie case. Nacque così un’iniziativa per un emendamento costituzionale, nota come “proposition 13” che, per rimediare ai danni prodotti dal tributo, finì anche per innescare la grande rivolta antistatalista degli anni Ottanta. Approvato per referendum nel giugno 1978, l’emendamento bloccava i valori immobiliari rilevanti a scopi fiscali al livello medio del 1975-76, fissava l’aliquota all’uno per cento di quel valore, poneva un tetto agli aumenti futuri e fissava in due terzi degli aventi diritto le maggioranze necessarie a decidere aumenti d’imposizione. Era il preludio all’avvento di Ronald Reagan e Margaret Thatcher! &lt;br /&gt;Non m’illudo: so bene che, ove il suggerimento capaldesco fosse accolto, le conseguenze sarebbero solo negative, perché in questo momento storico non mi sembra che esistano in Italia le condizioni necessarie a una rivolta fiscale preludio di una rivoluzione liberale. Suggerirei ugualmente a chi di dovere molta prudenza in questo campo: le rivolte fiscali si sa come cominciano ma non come finiscono. Giorgio III e Luigi XVI sarebbero d’accordo: per una rivolta fiscale il primo perse la sua migliore colonia, il secondo la testa.&lt;br /&gt;Sorvolo sull’ovvia considerazione che l’edilizia è già in crisi nel nostro paese, dove la scarsa presenza di un mercato delle locazioni è causa non secondaria della scarsa mobilità del lavoro, e che gravarla di un altro balzello darebbe il colpo di grazia agli investimenti immobiliari. Ma temo che le argomentazioni economiche non faranno presa su chi fa delle spese pubbliche e delle tasse un articolo di fede: sono variabili indipendenti, sacre, incomprimibili; se poi lo Stato s’indebita la colpa è di chi gli ha fatto credito, i privati, che vanno esemplarmente puniti con ulteriori oneri tributari. Sappiano però che la loro cieca statolatria finirà inevitabilmente con l’uccidere la gallina dalle uova d’oro; se non ci credono, cerchino di spiegarci perché l’Italia non cresce più da quasi due decenni.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-4095821400028039280?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/4095821400028039280/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/01/non-scherzate-col-fuoco.html#comment-form' title='11 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/4095821400028039280'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/4095821400028039280'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/01/non-scherzate-col-fuoco.html' title='Non scherzate col fuoco!'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>11</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-424799019820252773</id><published>2011-01-27T09:50:00.000-08:00</published><updated>2011-01-27T09:51:54.156-08:00</updated><title type='text'>Patrimoniale? No, grazie</title><content type='html'>Il primo a essere colpito da questa nuova, grande idea è stato (i casi della vita!) Giuliano Amato che ha indicato quella che, come tutti avrebbero dovuto sapere da sempre, è la soluzione ottima: per abbattere lo stock di debito pubblico, basterebbe un’imposta patrimoniale a carico di tutti gli italiani. “Il nostro debito totale ammonta a circa 30.000 euro per italiano. Non è così gigantesco. Un terzo di questo debito abbattuto metterebbe l’Italia in una zona di assoluta sicurezza. Significherebbe pagare 10 mila euro a cittadino. Ma siccome gli italiani non sono tutti uguali, potremmo mettere la riduzione a carico di un terzo degli italiani. A quel punto sarebbero 30 mila euro per un terzo degli italiani. Magari in due anni. Secondo me è sopportabile.”&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;L’autore di questa strabiliante proposta, prima di essere chiamato a presiedere il prestigioso Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, ha ricoperto importanti incarichi politici. Forse i più giovani non lo ricorderanno, ma nel 1992 fu lui da presidente del Consiglio ad adottare due decisioni che condussero a risultati disastrosi: anzitutto, mancò di onorare i debiti esteri dell’EFIM, il che scatenò la speculazione internazionale contro la lira. Luigi Spaventa aveva, dalle colonne di Repubblica, messo tempestivamente in guardia il presidente del Consiglio, chiedendogli di revocare la decisione, ma non fu ascoltato. Come se non bastasse, il capo del Governo decise anche di effettuare un prelievo forzoso sui conti correnti degli italiani, con conseguenze non meno gravi. Il furto ai danni dei depositanti produsse panico diffuso in Italia, indebolì ulteriormente la credibilità internazionale della nostra moneta e penalizzò arbitrariamente persone che si trovavano ad avere in conto corrente soldi non propri (per esempio appartenenti ai loro clienti).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Furono queste due decisioni che scatenarono la speculazione contro la lira che condusse il 16 settembre di quell’anno, la Banca d’Italia a sperperare sessantamila miliardi di lire nel tentativo vano di impedire la svalutazione della nostra moneta. I due responsabili di quell’infausta giornata sono tuttora considerati economisti illuminati: uno, il governatore della Banca d’Italia di allora, è senatore di diritto per essere stato presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi; l’altro, Giuliano Amato appunto, ritiene che i suoi successi passati lo autorizzino a impartire lezioni di politica economica oggi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Venendo al merito della proposta, l’aritmetica di Amato è corretta: nel 2009 il debito pubblico totale è stato pari a oltre 1761 miliardi di euro che, divisi per i quasi sessanta milioni d’italiani, equivalgono a poco meno di trenta mila euro. Tuttavia, la correttezza aritmetica, anche se lodevole, non è sufficiente: dato che Amato parla della popolazione totale e non dei contribuenti, anche solo una piccola aggiunta mostra come la cifra sia lungi dal non essere gigantesca: una famiglia monoreddito di quattro persone dovrebbe far fronte a 120 mila euro di debito. Siamo certi che siano molte le famiglie che possono sborsare quella cifra in due anni?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’entità del gravame, quindi, non sarebbe affatto lieve né sopportabile. Ma, supponendo che fosse possibile introdurre una stangata tanto micidiale, quali problemi risolverebbe? Il debito pubblico esiste e continua a crescere per l’ovvia ragione che le amministrazioni pubbliche spendono, anno dopo anno, più di quanto incassano. Fintantoché questi due flussi, di uscite ed entrate, saranno in passivo, il debito continuerà ad aumentare; la riduzione in un sol colpo di un terzo del debito esistente non risolve il problema dei flussi né dell’aumento conseguente dello stock di debito. Serve solo a impoverire le famiglie e le imprese ma non risana stabilmente le pubbliche finanze. Non si vede, quindi, a cosa alluda il Nostro quando blatera di “assoluta sicurezza” per l’Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine, pensate a due fratelli: uno, dissoluto giocatore d’azzardo, perde continuamente somme enormi, l’altro laborioso e parsimonioso si vede costretto a pagare i debiti di gioco del primo. Anche ammesso che il secondo abbuoni al primo un terzo di quanto gli deve, finché questo continua a giocare e perdere, i suoi debiti continueranno a crescere. L’analogia è ovvia: punire i privati che fanno credito allo Stato e premiare quest’ultimo per la sua dissennatezza non è soltanto controproducente, è anche immorale. Solo credendo che le spese pubbliche siano sacrosante e i risparmi privati immondi si può sostenere una proposta così manifestamente oscena.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 27 gennaio 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-424799019820252773?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/424799019820252773/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/01/patrimoniale-no-grazie.html#comment-form' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/424799019820252773'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/424799019820252773'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/01/patrimoniale-no-grazie.html' title='Patrimoniale? No, grazie'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-9069913276365690571</id><published>2011-01-11T05:11:00.000-08:00</published><updated>2011-01-11T05:12:27.141-08:00</updated><title type='text'>Europeizzazione degli eccessi</title><content type='html'>Antonio Martino, 10 gennaio 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quanto sta accadendo in Europa meriterebbe maggiore attenzione di quella finora ricevuta. Per comprenderlo può essere utile ricordare quello che avrebbe dovuto essere lo scopo fondamentale dell’unione monetaria. I fautori della moneta unica europea si rendevano perfettamente conto che essa sarebbe stata utile soltanto se stabile. Inflazione e deflazione sono fenomeni gravi a livello nazionale, rappresentano autentiche catastrofi se investono un intero continente.&lt;br /&gt;Come gli economisti sanno da sempre, la causa ultima di un’inflazione risiede nel tentativo di far fronte alle esigenze di finanziamento delle spese pubbliche “facendo gemere il torchio dei biglietti”, per usare le parole di Luigi Einaudi. La spesa pubblica rappresenta, infatti, il principale strumento di cui i governi dispongano per acquisire consenso: spendendo denari “pubblici” conferiscono benefici privati ai vari gruppi d’interesse e possono presentarsi come benefattori della collettività. Tuttavia, i soldi “pubblici” possono venire solo da tasche private dalle quali sono prelevati e, se l’elargizione di questi fondi accresce la popolarità di chi la propugna, il prelievo necessario al suo finanziamento riduce il consenso di chi lo decide. L’ideale per un governo è quindi spendere senza tassare, operazione che è possibile solo prendendo a prestito dai privati o stampando moneta.&lt;br /&gt;Le possibilità degli Stati di prendere a prestito sono limitate dalla disponibilità dei privati a far loro credito, acquistando titoli del debito pubblico; quando quella disponibilità manca, lo Stato è costretto a “indebitarsi” con la sua banca centrale, che acquista le cambiali del governo con pezzi di carta “pagabili a vista al portatore”. Quest’operazione, definita in gergo monetizzazione del debito, è la causa fondamentale d’inflazione dal 1914. &lt;br /&gt;Per questo i trattati istitutivi dell’unione monetaria vietano espressamente alla Banca Centrale Europea di intervenire in sostegno di stati membri in difficoltà, acquistando titoli del debito pubblico e creando nuova moneta. E’ sempre per questa ragione che essi contengono la regola che il disavanzo pubblico di uno Stato non superi il 3% del reddito nazionale, imponendo inoltre alla BCE l’obiettivo che il tasso d’inflazione non superi un certo livello (adesso fissato al 2%).&lt;br /&gt;Una dopo l’altra, queste regole sono state infrante: il deficit di Grecia, Spagna e Portogallo è stato monetizzato dalla Bce, il limite del 3% è generalmente ignorato e, come se non bastasse, adesso ci si propone di creare obbligazioni europee, presumibilmente destinate a nascondere la violazione massiccia dei trattati dietro un velo di operazioni di cosmesi finanziaria. La sostanza non cambierebbe: per coprire i buchi dei bilanci statali sarebbe creata moneta europea, mettendo a repentaglio la solidità dell’euro e la stabilità monetaria di quasi un intero continente.&lt;br /&gt;Gli interventi di sostegno della Ue e del Fmi finora non sembrano avere avuto successo: i tassi d’interesse che i governi di Grecia e Portogallo sono costretti a pagare per convincere i risparmiatori ad acquistare titoli di Stato sono elevatissimi e negli scambi privati i titoli di Stato greci vengono a scambiati a circa la metà del loro valore nominale. Come rilevato in un editoriale del Wall Street Journal (7-8 gennaio), non ci si è resi conto che il problema di questi paesi non è la mancanza di liquidità ma la scarsa affidabilità dei loro debiti. &lt;br /&gt;Volendo davvero aiutarli, si sarebbe dovuto chiedere loro di emettere titoli a lunga scadenza garantiti dai fondi che l’Ue offriva e scambiarli con quelli in circolazione che sono a scadenza minore. Così facendo, il valore del debito esistente si sarebbe ridotto, perché lo scambio avrebbe avuto luogo non in base al valore nominale dei titoli esistenti ma a quello che effettivamente hanno sul mercato. Inoltre, si sarebbe allungata la vita dei titoli, posponendo il loro rimborso e rendendolo quindi più credibile.&lt;br /&gt;Ciò non è accaduto e credo sia quindi legittimo dedurne che i piani di sostegno mirino più ad accrescere il potere dell’Unione Europea nelle scelte di politica economica che non a proteggere la stabilità dell’euro. Spero di sbagliarmi, ma la storia del XX secolo è molto ricca di episodi di cattiva gestione monetaria con le connesse, disastrose conseguenze economiche: l’iper-inflazione tedesca del 1923-24 e la Grande recessione del 1929 sono soltanto i due esempi più clamorosi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 10 gennaio 2011&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-9069913276365690571?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/9069913276365690571/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/01/europeizzazione-degli-eccessi.html#comment-form' title='7 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/9069913276365690571'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/9069913276365690571'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2011/01/europeizzazione-degli-eccessi.html' title='Europeizzazione degli eccessi'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>7</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-7368221919179749182</id><published>2010-12-30T07:37:00.001-08:00</published><updated>2010-12-30T07:37:54.130-08:00</updated><title type='text'>Concertazione alla fine?</title><content type='html'>La vicenda dei contratti Fiat di Pomigliano e Mirafiori ha scatenato un’enorme quantità di commenti, che hanno occupato per giorni quasi tutti i quotidiani e gli altri organi di stampa. Si è parlato di una rivoluzione che ha investito il mondo delle relazioni industriali e che sembra destinata a contagiare la politica, di un’americanizzazione del mondo del lavoro, qualcuno è arrivato persino a paragonare l’amministratore delegato della Fiat a Mussolini e così via esagerando. A me sembra, tuttavia, che non sia stato colto un aspetto della vicenda che sarebbe stato meritevole di approfondimento.&lt;br /&gt;Credo che sia molto importante che a quei contratti si sia arrivati senza fare ricorso, com’era usuale in passato, alla triade Big Business, Big Labor, Big Government, cioè al concorso del grande sindacato e della Confindustria con la benedizione del governo. Non si è utilizzata cioè la concertazione. Quest’ultima era il prodotto, fra l’altro, di alcune idee profondamente sbagliate che hanno dominato per decenni il mondo dell’economia italiana e che, poco per volta, stanno perdendo sostenitori. Vediamo.&lt;br /&gt;Il punto di partenza era la radicata convinzione che l’inflazione fosse dovuta alla spinta dei costi (“cost-push”) e in particolare alla crescita eccessiva dei salari. Quando gli aumenti salariali eccedono la crescita della produttività del lavoro, secondo l’idea allora prevalente, s’innesca una spirale salari – prezzi che sfocia in inflazione. L’aumento dei costi si trasferisce sui prezzi e l’aumento di questi ultimi a sua volta genera un aumento dei salari e così via all’infinito. D’altro canto, se si fosse fatto ricorso a una politica monetaria prudente per impedire l’inflazione, la disoccupazione sarebbe diventata insostenibile.&lt;br /&gt;Per evitare queste sciagure si riteneva quindi che fosse necessario un qualche meccanismo che riuscisse a moderare la crescita delle retribuzioni, convincendo i sindacati a moderare le loro pretese. L’idea nasce, non a caso, in Inghilterra ed è di derivazione Keynesiana. Il rimedio che gli inglesi ritenevano di avere individuato era la politica dei redditi. I rappresentanti dell’industria e del lavoro, con l’indispensabile assistenza del governo, dovevano sedersi a un tavolo e decidere la dinamica delle retribuzioni nei vari settori in modo da impedire l’inflazione o la disoccupazione. Questa formula, utilizzata con costanza degna di miglior causa per oltre un decennio, alla fine degli anni Settanta portò l’Inghilterra a essere il “malato d’Europa”, il paese europeo con l’economia più dissestata, con tassi d’inflazione e di disoccupazione a due cifre, superiori cioè al 10%. Poi arrivò la Thatcher.&lt;br /&gt;In Italia, non avendo avuto la Thatcher, l’illusione della politica dei redditi ha avuto vita più lunga e nella sua versione italiana di concertazione è stata viva e vegeta fino a poco tempo fa. Marchionne ha, finalmente, preso atto che quel metodo era del tutto inappropriato e ha riportato il discorso sul terreno meno ideologico ma più importante dell’efficienza aziendale e della competitività internazionale. Nel mondo di oggi, come in quello di sempre, le relazioni industriali non possono prescindere dalla necessità di garantire l’economicità della produzione, pena l’esclusione dal mercato.&lt;br /&gt;Il salario, come pure una volta si farneticava, non è una variabile indipendente, il suo livello compatibile con la vitalità dell’impresa non è arbitrario. Sarebbe molto bello se lo fosse - potremmo raddoppiarlo un paio di volte al mese senza ripercussioni negative per il bilancio aziendale – ma non è così. La “rivoluzione” di Marchionne è tutta qua: ha applicato il buonsenso di sempre al caso Fiat e non è quindi un caso che a sinistra molti si siano scandalizzati. Non si può spazzare via di colpo quello che per decenni costituiva un punto fermo delle loro ideologie e pretendere che non battano ciglio di fronte a quest’esproprio delle loro certezze.&lt;br /&gt;Adesso credo che si possa fare un ulteriore passo avanti e prendere atto che il sindacato nazionale inteso come super-partito che mette bocca in tutte le decisioni  di politica economica non è soltanto estraneo alla nostra Costituzione, è anche dannoso e quanto prima ce ne sbarazzeremo tanto meglio sarà per tutti. Lo stesso vale per la Confindustria che non è chiaro a chi possa essere utile e in conformità a quale norma costituzionale possa interferire nelle scelte politiche suggerendo o sconsigliando decisioni di politica economica di stretta pertinenza del governo e del Parlamento. Infine, avremmo finalmente dovuto accettare l’ovvio ma non banale  fatto che il governo non è legittimato a interferire nei rapporti contrattuali fra privati né dispone di una particolare competenza in materia. Deve soltanto limitarsi a consentire atti di capitalismo fra adulti consenzienti!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 30 dic. 10&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-7368221919179749182?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/7368221919179749182/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/12/concertazione-alla-fine.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7368221919179749182'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7368221919179749182'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/12/concertazione-alla-fine.html' title='Concertazione alla fine?'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-2165972549555221613</id><published>2010-12-19T02:19:00.001-08:00</published><updated>2010-12-19T02:19:58.845-08:00</updated><title type='text'>Europa: prospettive inquietanti</title><content type='html'>I problemi creati dal dissesto dei conti pubblici in Grecia prima e in Irlanda poi (e domani chissà in quanti altri paesi dell’area dell’euro) lungi dallo stimolare un dibattito sui limiti della costruzione monetaria europea e a individuarne possibili rimedi, hanno resuscitato vecchi miti duri a morire. Gli sviluppi di questa resurrezione sono potenzialmente assai più pericolosi dell’attuale crisi finanziaria. Vediamo di chiarire.&lt;br /&gt;Come tutti gli europeisti sanno bene, da sempre si discute se l’Unione Europea debba mirare all’allargamento o all’approfondimento, se cioè debba porsi come obiettivo quello di includere il maggior numero possibile di paesi, accrescendo le sue dimensioni, o se, invece, non debba restringere il numero di membri a quei paesi disposti ad accettare un maggior numero di regole comuni, un’Unione più approfondita, cioè dotata di compiti e vincoli comuni maggiori.&lt;br /&gt;Questa discussione, surreale come quasi tutte le questioni che stanno a cuore agli eurofanatici, si trascina stancamente da decenni, alternando periodi di assenza a vigorose riprese di vitalità. La crisi finanziaria ha fatto rialzare la cresta ai fautori dell’approfondimento, convinti che si sia esagerato nell’includere paesi chiaramente non all’altezza degli standard dell’Unione e che sia necessario costringerli ad accettare regole comuni più vincolanti e restrittive, pena la fine della moneta comune.&lt;br /&gt;L’esempio più preoccupante di questa iniziativa “approfondista” si è avuto in occasione del recentissimo incontro di Friburgo fra Sarkosy e Merkel, al termine del quale è stata riaffermata la salda determinazione di difendere la moneta comune, adottando a tale scopo una armonizzazione dei regimi fiscali e delle regole dei mercati del lavoro valida in tutti i paesi dell’eurozona. &lt;br /&gt;Questa velleità non è nuova ma non per questo è meno pericolosa: il tentativo di uniformare fisco e normative attinenti al lavoro in paesi diversissimi, lungi dal rafforzare l’euro, avrebbe conseguenze drammatiche. E’ assai dubbio, infatti, che i sindacati dei paesi ricchi sarebbero disposti ad accettare “garanzie” e “diritti” inferiori a quelli di cui già godono, l’uniformazione quindi quasi certamente avrebbe luogo al rialzo, imponendo cioè anche ai paesi meno ricchi le generose condizioni prevalenti negli altri.&lt;br /&gt;Il risultato certo di quest’operazione sarebbe un cospicuo aumento della disoccupazione nei paesi meno prosperi, che non potrebbero sopportare l’improvviso e ingiustificato aumento del costo del lavoro. Di fronte a una disoccupazione improvvisamente diventata di massa i governi interessati non potrebbero restare inerti: quasi certamente, quindi, la spesa pubblica di quei paesi aumenterebbe per fare fronte all’emergenza, aggravando la crisi finanziaria.&lt;br /&gt;Suggerirei a quanti in Italia auspicano l’adozione di “regole europee” per i mercati del lavoro di riflettere: non è affatto detto che il processo renderebbe meno gravoso il costo del lavoro e più efficienti i mercati: quasi certamente le conseguenze per quasi tutti i paesi sarebbero esattamente opposte.&lt;br /&gt;Non meno devastanti sarebbero le conseguenze dell’armonizzazione fiscale. Giacché è perlomeno dubbio credere che come standard europeo sarebbero scelte le aliquote più favorevoli e che è invece quasi certo che anche in questo caso l’armonizzazione si farebbe al rialzo, con l’adozione di aliquote più gravose, è prevedibile un calo degli investimenti, della produzione e dell’occupazione. Anche in questo caso, l’effetto sulla crisi finanziaria e sulla stabilità monetaria sarebbe diametralmente opposto a quello auspicato. Né si può escludere che, avendo reso l’UE un inferno fiscale e contributivo, le misure di armonizzazione potrebbero benissimo determinare la fuga dall’euro e la diminuzione del suo valore internazionale.&lt;br /&gt;Questo tema è stato oggetto di una divergenza di opinioni col mio amico Mario Monti al tempo in cui era commissario europeo. Monti era convinto che fosse necessaria l’armonizzazione europea delle politiche fiscali, io ero (e continuo a essere) favorevole alla concorrenza fra politiche tributarie diverse come garanzia di contenimento delle stesse in tutta Europa.&lt;br /&gt;La Svizzera ha una spesa pubblica e una fiscalità contenute, che le hanno consentito di prosperare più degli altri paesi europei, grazie alla concorrenza fiscale fra i cantoni. Né mi sembra sensato costringere paesi che hanno dotazioni di capitale in rapporto al lavoro molto diverse ad adottare le stesse aliquote. Non credo, infine, che un carico fiscale che la Lombardia sopporta a stento possa essere impunemente imposto alla Calabria o ad altre regioni del sud. Per dirla brutalmente, Ferrara e Fassino non possono indossare un vestito della stessa taglia!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 20 dicembre 2010&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-2165972549555221613?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/2165972549555221613/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/12/europa-prospettive-inquietanti.html#comment-form' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2165972549555221613'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2165972549555221613'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/12/europa-prospettive-inquietanti.html' title='Europa: prospettive inquietanti'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-1438822564682715724</id><published>2010-11-27T04:31:00.000-08:00</published><updated>2010-11-27T04:32:57.328-08:00</updated><title type='text'>L'euro e il suo destino: colpa dell'Irlanda o degli eurosauri?</title><content type='html'>L’accettazione irlandese dell’intervento europeo prelude, a mio avviso, alla fine della moneta europea perché apre le porte all’accettazione di una prassi molto pericolosa e diametralmente opposta alle ragioni che ne hanno motivato la creazione. Vediamo di chiarire.&lt;br /&gt;L’ideale dei fautori della moneta comune, a partire da Luigi Einaudi, era di porre fine alla monetizzazione del debito, cioè al finanziamento dei disavanzi pubblici con l’inflazione. Fu per questa ragione che i Trattati di Maastricht posero a base dell’autonomia della Bce il divieto di acquistare titoli di Stato dei paesi membri. E fu sempre per la stessa ragione che vennero imposte regole, magari stupide per un noto genio bolognese, ma rigide per la condotta fiscale dei governi: un tetto al rapporto deficit/pil e uno a quello del debito.&lt;br /&gt;Queste regole, già gravemente compromesse in passato, vengono ora  abbandonate: l’UE compra di fatto titoli pubblici irlandesi e, anche se l’entità è modesta, opera una monetizzazione del debito, violando lo spirito e la lettera del trattato. Il fatto che, a quanto pare, l’intervento europeo invece di risolvere il problema abbia scatenato un’ondata di speculazione, conferma la mia tesi: gli speculatori, a differenza degli eurosauri, vedono aldilà del loro naso.&lt;br /&gt;Sanno benissimo che quanto fatto per Dublino e Atene verrà replicato per altri paesi finché l’UE dovrà cambiare le regole monetarie e fiscali e ciò potrebbe preludere all’esclusione dei paesi con gravi problemi fiscali dall’Europa monetaria. Oppure, preso atto che la monetizzazione dei debiti pubblici è inevitabile se si vuole “salvare” l’euro, la si renderà compatibile con i trattati. In entrambi i casi il destino dell’euro sarebbe segnato.&lt;br /&gt;Spero sinceramente che i fatti smentiscano questa mia pessimistica opinione: la fine dell’euro sarebbe disastrosa per noi in entrambi i casi. Mi limito, quindi, a fare rilevare che nell’immediato l’operazione di salvataggio europeo non è stata ispirata da filantropia o altruismo e nemmeno per evitare un assai poco probabile contagio, ma, molto più semplicemente, per lo scoperto desiderio di fare abbandonare all’Irlanda la sua politica di basse aliquote d’imposta sulle società.&lt;br /&gt;I lettori del Foglio forse ricorderanno che ebbi modo di polemizzare sul tema con l’allora commissario europeo, il mio amico Mario Monti, proprio su queste colonne. Monti era fortemente convinto che fosse necessaria l’armonizzazione europea delle politiche fiscali, io ero (e continuo a essere) favorevole alla concorrenza fra politiche tributarie diverse come garanzia di contenimento delle stesse in tutta Europa.&lt;br /&gt;La Svizzera ha un spesa pubblica e una fiscalità contenute, che le hanno consentito di prosperare più degli altri paesi europei, grazie alla concorrenza fiscale fra i cantoni. Né mi sembra sensato costringere paesi che hanno dotazioni di capitale in rapporto al lavoro molto diverse ad adottare le stesse aliquote. Non credo, infine, che un carico fiscale che la Lombardia sopporta a stento possa essere imposto alla Calabria o ad altre regioni del sud. Per dirla brutalmente, Ferrara e Fassino non possono indossare un vestito della stessa taglia!&lt;br /&gt;Sono convintamene europeista ma non sono disposto a sostenere corbellerie soltanto per essere ritenuto tale anche dai benpensanti; mi si chiami pure euroscettico quanto si vuole ma mi si risparmi lo strazio di vedere gli ideali europeisti buttati nella spazzatura solo per compiacere le velleità dei dirigisti di tutti i colori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino&lt;br /&gt;25 nov. 10&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-1438822564682715724?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/1438822564682715724/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/leuro-e-il-suo-destino-colpa.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/1438822564682715724'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/1438822564682715724'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/leuro-e-il-suo-destino-colpa.html' title='L&apos;euro e il suo destino: colpa dell&apos;Irlanda o degli eurosauri?'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-5885700356866080218</id><published>2010-11-26T08:14:00.000-08:00</published><updated>2010-11-26T08:15:07.257-08:00</updated><title type='text'>Una precisazione dovuta</title><content type='html'>Il mio intervento alla Camera e il post che ho inserito nel mio blog hanno suscitato un gran numero di reazioni, per lo più indignate o furibonde, da parte di docenti universitari che si sono sentiti offesi da quanto da me detto. Nella maggior parte dei casi gli indignati non hanno titoli accademici per esserlo: sono soltanto persone mediocri che considerano ricerca (da finanziare con le tasse) fare ciò che gli pare. Ma un’elevata percentuale degli indignati ha ottime ragioni per essersi sentiti offesi dalle mie affermazioni. Mi hanno mandato curriculum di rilievo e svolgono il loro lavoro coscienziosamente, con compensi irrisori e spesso alle dipendenze di cattedratici molto meno qualificati. A questi chiedo scusa e li prego di considerare che, dato il contingentamento dei tempi, non potevo non essere dogmatico. Le generalizzazioni sono inevitabilmente parzialmente false.&lt;br /&gt;Resto tuttavia dell’opinione che la proliferazione di università e corsi d’insegnamento sia stata molto negativa, riducendo sensibilmente le qualità media dell’istruzione universitaria e del personale docente. Esistono punte di eccellenza, sarebbe impossibile negarlo, ma la media nazionale è certamente più bassa di quanto fosse mezzo secolo orsono. La colpa è delle “riforme” che si sono succedute nel tempo e che hanno rappresentato picconate che gradualmente hanno demolito l’esistente senza riuscire a innovare.&lt;br /&gt;L’aspetto paradossale è che la quantità di laureati è nettamente inferiore agli standard occidentali e la loro qualità (il tasso di disoccupazione dei laureati è superiore a quello dei non laureati) deludente. Se i furibondi commentatori, invece di prendere le mie tesi come un insulto diretto alla loro persona, avessero considerato la cosa per quello che voleva essere, una generalizzazione della situazione a livello nazionale, si sarebbero risparmiati la fatica di ostentare la loro indignazione.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-5885700356866080218?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/5885700356866080218/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/una-precisazione-dovuta.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5885700356866080218'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5885700356866080218'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/una-precisazione-dovuta.html' title='Una precisazione dovuta'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-8172651616010460951</id><published>2010-11-25T10:08:00.001-08:00</published><updated>2010-11-25T23:20:05.586-08:00</updated><title type='text'>Resoconto stenografico 25 novembre 2010</title><content type='html'>PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Antonio Martino. Ne ha facoltà.&lt;br /&gt;ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, apprezzo molto le considerazioni che hanno ispirato gli interventi dei colleghi Zazzera, Granata e Mario Pepe (PdL), ma temo che essi non abbiano riflettuto sulla situazione dell'università italiana. Vede, signor Presidente, al tempo dei baroni, quando si usava tale termine, la commissione composta da cinque membri nominava tre idonei; se non veniva chiamato il primo non poteva essere chiamato il secondo, se non veniva chiamato il secondo non poteva essere chiamato il terzo. Il potere dei baroni era limitatissimo perché il concorso era per una sola materia e, quindi, era agevole mettere a confronto i titoli di candidati diversi. Essi, inoltre, non potevano procedere alla nomina dei vincitori, dipendeva dalla libera scelta dell'università stabilire se una persona fosse idonea o meno a ricoprire quella cattedra. Ebbene, quando vigeva questo metodo, nel 1966 mio padre, rettore dell'università La Sapienza di Roma, ricevette un&lt;br /&gt;Pag. 67&lt;br /&gt;appello dal preside della facoltà di medicina che gli disse «Ma Martino, se arriviamo a quindici professori ordinari, il consiglio di facoltà diventa ingovernabile». Nel 1966, quindi, erano quindici, ma sapete quanti sono adesso gli ordinari (n.d.a. ovviamente intendevo di ruolo; conosco la differenza fra ordinari e associati, anche il commento di un lettore pignolo ne dubita) di prima e seconda fascia all'università La Sapienza di Roma, facoltà di medicina, con i nuovi metodi di chiamata? Sono ottocento!&lt;br /&gt;Pag. 68&lt;br /&gt;Non la chiamata diretta è responsabile di questo scempio: ne è responsabile il fatto che i concorsi sono per raggruppamento di materie; ed è assolutamente impossibile mettere a raffronto i titoli di un candidato di economia dei trasporti con quelli di un candidato di economia dello sviluppo (Applausi di deputati del gruppo Popolo della Libertà)! Parentopoli? Mio padre era professore universitario di fisiologia umana; io sono stato professore ordinario di economia politica; mio fratello, che è morto da poco, era professore ordinario di clinica medica. Parentopoli? Un accidenti! Sono andato in cattedra nel 1976, mio padre era andato in cattedra nel 1933; mio fratello è andato in cattedra molto dopo di me. Colleghi dell'Italia dei Valori, non basta che esistano legami di sangue affinché si abbiano delle scorrettezze nelle nostre chiamate universitarie. Le scorrettezze le possono benissimo compiere, e le compiono, i colleghi, gli amici dei colleghi, i parenti degli amici dei colleghi. Bisogna tornare viceversa al concorso per singola materia (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-8172651616010460951?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/8172651616010460951/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/resoconto-stenografico-25-novembre-2010.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8172651616010460951'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8172651616010460951'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/resoconto-stenografico-25-novembre-2010.html' title='Resoconto stenografico 25 novembre 2010'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-1661878362751099556</id><published>2010-11-25T08:09:00.000-08:00</published><updated>2010-11-25T08:10:21.576-08:00</updated><title type='text'>Il futuro dell'università</title><content type='html'>Il disegno di riforma delle università proposto dal governo che è in discussione alla Camera rappresenta un tentativo di rimediare ai guasti enormi che si sono accumulati nell’ultimo mezzo secolo per colpa delle innumerevoli riforme che hanno distrutto quanto c’era di buono nel nostro sistema universitario e dato vita a una situazione che ha dell’incredibile.&lt;br /&gt;Intervenendo ieri sul provvedimento ho creduto doveroso fare presente il mio punto di vista. Ho dichiarato: “Onorevoli colleghi, avendo passato nell'università la gran parte della mia vita - vi sono entrato da studente nel 1964 e ne sono uscito nel 2002 -, credo di conoscere abbastanza bene il processo di deterioramento che ha colpito i nostri atenei. Le università oggi obbediscono a quella che ormai è diventata una regola generale in questo Paese; cioè, non vengono studiate e progettate nell'interesse dei loro utenti, cioè degli studenti, ma per la comodità e l'interesse di coloro che vi trovano lavoro. Servono a dare occupazione a persone altrimenti inoccupabili perché incapaci e semianalfabeti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sforniamo migliaia di giovani che sono condannati alla disoccupazione perché inoccupabili. L'università insegna cose che non servono a nessuno e, in più, inculca nelle loro menti l'idea bizzarra che lo Stato debba dar loro un'occupazione degna del titolo di studio. Ho letto sui giornali che ci sono state mille domande per tre posti di operatore ecologico: molti di questi erano dei laureati. Non vi vergognate di difendere l'esistente, il proliferare di università inutili, di facoltà inutili, di professori incapaci”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lettore che ha avuto la pazienza di seguirmi da queste colonne sa che, occupandomi dell’argomento, ho sostenuto che l’università italiana prima che i conati di riforme miracolose ne facessero strame era una istituzione culturale valida, anche se certamente poco moderna. La magagne cui i sinistri volevano porre rimedio erano tali solo ai loro occhi, di persone cioè sovente poco informate di cose universitarie per non averle mai frequentate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si inventarono il problema del potere dei “baroni”, i cattedratici, che sopprimevano la vita democratica nelle università. Ritenevano vergognoso che gli studenti, il personale non docente e gli uscieri fossero esclusi dai consigli di facoltà e dai processi decisionali che si occupavano dell’amministrazione delle università. Nello stolto tentativo di placare la contestazione studentesca, s’impegnarono a fondo nella distruzione di un’istituzione che aveva una storia plurisecolare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abolirono la libera docenza, che forniva ai giovani assistenti un incentivo a produrre pubblicazioni scientifiche (se non conseguivano la docenza entro dieci anni, erano destinati all’insegnamento scolastico) e ne mettevano a prova le capacità didattiche (per superare l’esame si doveva fare una lezione). Il titolo non costava un centesimo allo Stato e non si capisce perché abbiano deciso di abolirlo. Una delle conseguenze di questa scelta infausta fu che gli assistenti ordinari divennero subito di ruolo per la vita, senza più essere sottoposti ad alcun esame-&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quanto ai “baroni”, si può avere una chiara idea del loro strapotere dal fatto che nel 1966 la Facoltà di Medicina dell’università di Roma aveva meno di dieci professori ordinari, oggi solo quella della “Sapienza” ne annovera ben ottocento, fra associati e ordinari, cui vanno aggiunti quelli delle altre facoltà romane di medicina. Quest’esplosione del numero dei docenti non è stata decisa perché sia cresciuto esponenzialmente il numero degli studenti (che anzi è diminuito per via dell’esame di ammissione) ma perché la “democratizzazione” delle procedure concorsuali ha consentito un aumento astronomico delle cattedre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Credo, quindi, che le mie affermazioni alla Camera non siano state spropositate e suggerirei al ministro Gelmini di sostituire la sua riforma con una più semplice e più radicale, composta da un solo articolo: “Ogni italiano, compiuto il venticinquesimo anno d’età, è laureato. Può ritirare il diploma di sua scelta presso qualsiasi ufficio postale, previo il pagamento di un ticket, la cui entità viene decisa ogni anno dal ministro dell’Istruzione.” Essendo tutti laureati, all’università andrebbero solo quelli che vogliono imparare qualcosa e pretenderebbero che i professori fossero in grado di insegnarla, pena la perdita di studenti. Elementare, no?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino&lt;br /&gt;25 nov. 10&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-1661878362751099556?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/1661878362751099556/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/il-futuro-delluniversita.html#comment-form' title='10 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/1661878362751099556'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/1661878362751099556'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/il-futuro-delluniversita.html' title='Il futuro dell&apos;università'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>10</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-1404171498207996829</id><published>2010-11-21T01:14:00.000-08:00</published><updated>2010-11-21T01:15:44.959-08:00</updated><title type='text'>Pensiero della settimana</title><content type='html'>Le convinzioni, più delle menzogne, sono nemiche pericolose della verità. (Nietzsche)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-1404171498207996829?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/1404171498207996829/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/pensiero-della-settimana.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/1404171498207996829'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/1404171498207996829'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/pensiero-della-settimana.html' title='Pensiero della settimana'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-3156740759559538803</id><published>2010-11-20T09:15:00.001-08:00</published><updated>2010-11-20T09:15:53.791-08:00</updated><title type='text'>Il destino dell'euro</title><content type='html'>Quanto sta accadendo in Irlanda merita una riflessione. Giovedì funzionari statali di alto livello hanno ammesso che il paese sta a malincuore accettando un pacchetto internazionale di “salvataggio” di dimensioni cospicue. Patrick Honohan, governatore della Banca Centrale, parla di “decine di miliardi” di euro e c’è chi arriva addirittura a ipotizzarne cento. Sembrerebbe, quindi, che abbia prevalso la saggezza dell’orda di funzionari della Banca centrale europea, della Commissione europea e del Fondo monetario internazionale calati in massa su Dublino per vincere le resistenze dei locali all’aiuto internazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lettore ricorderà che, in occasione del referendum europeo, sostenni che sarebbe stata auspicabile una vittoria del no. Quanto alla moneta europea, ho sempre manifestato le mie obiezioni; non intendo ripetere quanto sostenuto ad nauseam. La crisi attuale, tuttavia, mi sembra confermi il mio scetticismo: l'euro, infatti, ha almeno una parte di responsabilità. Se, infatti, l'Irlanda non avesse adottato la moneta comune, una svalutazione tempestiva, anche se modesta, avrebbe corretto lo squilibrio e la disoccupazione non sarebbe ai livelli attuali. Un grave errore di politica economica ha aggiunto benzina al fuoco della crisi. Nel settembre 2008 il governo irlandese, nella sua infinita sapienza, ha pensato bene di garantire i debiti di tutte le banche, grandi o piccole.  Così facendo, i debiti delle banche sono diventati a tutti gli effetti statali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adesso l'Irlanda non è in grado di accrescere i suoi debiti perché il mercato rifiuta di acquistare titoli di Stato; il tasso d'interesse dell'otto per cento sui titoli decennali è solo simbolico, perché si realizza sul mercato secondario, non su quello ufficiale, e non riguarda quindi lo Stato irlandese. Come se non bastasse, sono molto pochi i temerari disposti ad acquistare titoli di Stato sebbene il tasso sia molto attraente.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'Europa avrebbe voluto intervenire subito per salvare le banche irlandesi ma in questo caso, a differenza di quanto avvenne per la Grecia, i potenziali beneficiari furono, almeno inizialmente, restii ad accettare. Le loro perplessità, apparentemente strane, erano in realtà molto opportune per tutti i paesi europei. La tesi dell'Unione europea era che occorreva "stabilizzare i mercati" per impedire il diffondersi del "contagio".  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tuttavia, le possibilità che i problemi dell'Irlanda possano esercitare un effetto di domino sull'intera UE sono assai modeste: il paese è troppo piccolo perché determini conseguenze catastrofiche per un'area monetaria che ha circa cento volte la sua popolazione. Inoltre, se un paese europeo ha una situazione precaria nei suoi conti pubblici, non sarà il "salvataggio" delle banche irlandesi a risolverla. Infine, se s’interviene per l'Irlanda, perché non anche per la Grecia, il Portogallo, la Spagna o l'Italia? Se seguisse questa regola, l'UE finirebbe per accollarsi i debiti di tutti i paesi membri e questo comprometterebbe davvero la stabilità dell'euro, cosa che i guai irlandesi da soli non potrebbero mai fare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che cosa significhi tutto ciò per l’Italia sarà oggetto di un prossimo articolo; a questo punto mi sento solo di assicurare il lettore che, malgrado gli enormi errori dei nostri politici e banchieri, i nostri risparmi non corrono pericoli gravi … proprio perché esistono e sono abbondanti. La frugalità delle formiche private (le nostre famiglie e le imprese) finora è riuscita a neutralizzare i danni enormi derivanti dagli sperperi delle pubbliche cicale. Tuttavia, dobbiamo augurarci che la maledetta moneta europea superi la prova e sopravviva alle attività dei politici europei. Se crollasse, saremmo nei guai, purtroppo, anche noi incolpevoli. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dietro le nobili intenzioni dei ministri economici europei che vorrebbero a tutti i costi "salvare" l'Irlanda per proteggere l'euro c'è una politica che lo distruggerebbe. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vengono in mente le immortali parole di Thoreau che, nel mettere in guardia dagli altruisti, scriveva: "Se sapessi per certo che qualcuno viene a casa mia per farmi del bene, scapperei a gambe levate."  La morale di ciò e semplice: l'interventismo politico nel funzionamento dei mercati, pernicioso a livello nazionale, diviene catastrofico se europeo. La vita sarebbe molto più semplice se governanti e politici passassero il loro tempo in luoghi di villeggiatura, anche a spese dei contribuenti; il costo per questi ultimi della loro eterna vacanza sarebbe incommensurabilmente minore di quello prodotto dalla loro normale attività! &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino&lt;br /&gt;19 novembre 2010&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-3156740759559538803?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/3156740759559538803/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/il-destino-delleuro_20.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/3156740759559538803'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/3156740759559538803'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/il-destino-delleuro_20.html' title='Il destino dell&apos;euro'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-2724095843011143190</id><published>2010-11-19T09:47:00.000-08:00</published><updated>2010-11-19T09:50:34.564-08:00</updated><title type='text'>Risposta al commento di Antonazzi</title><content type='html'>Caro Antonazzi,&lt;br /&gt;il mio pezzo sulla crisi irlandese non ha tenuto conto del suo commento perché l'ho letto dopo averlo scritto. Lei sa che sono pienamente d'accordo.&lt;br /&gt;Cordialmente,&lt;br /&gt;am&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-2724095843011143190?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/2724095843011143190/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/risposta-al-commento-di-antonazzi.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2724095843011143190'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2724095843011143190'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/risposta-al-commento-di-antonazzi.html' title='Risposta al commento di Antonazzi'/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-2562326611051759879</id><published>2010-11-11T01:28:00.001-08:00</published><updated>2010-11-11T01:28:26.861-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Risposta ai commenti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ringrazio Gaetano Evangelista per questo commento che, come i precedenti, fornisce informazioni utili e spunti di riflessione. Il dentista di provincia aggiunge una riflessione importante e lo ringrazio.&lt;br /&gt;Quanto a Francesco, temo che anch’egli sia preda dell’illusione della “diversità italiana” (non è detto che qualcosa che funziona altrove possa avere successo da noi perché siamo diversi) o americana (queste sono americanate, da noi non funzionerebbero mai). Mi spiace, ma non sono d’accordo.&lt;br /&gt;E’ certamente vero che le differenze fra nazioni diverse esistono e sono molto rilevanti, ma è anche vero che tutte le persone, non importa di quale nazionalità, tendono a rispondere razionalmente alle circostanze.&lt;br /&gt;Immagini Francesco che il sistema elettorale americano venga improvvisamente introdotto in Italia e, dopo pochi mesi, gli italiani siano chiamati a votare. Supponiamo che i partiti fingano che il sistema elettorale sia rimasto invariato e, quindi, si presentino separatamente, senza allearsi.  Nel collegio dove Francesco è chiamato a votare ha di fronte Martino per il Pdl, Franceschini per il Pd, Bernardini per i radicali, Donadi per l’Idv e Granata per Fli. Se nessuno di questi è suo amico, se non ha fiducia in alcuno di essi o se le sue idee politiche differiscono da quelle di tutti i candidati, non andrà a votare. Se, invece, decide di farlo, sceglierà il candidato le cui idee siano più vicine alle sue e del quale si fida. Lo stesso accadrà in tutti i collegi.&lt;br /&gt;Se i partiti vogliono vincere e hanno capito che il sistema elettorale è cambiato avranno interesse a scegliere per ogni collegio il candidato più adatto. Si avrà così un miglioramento delle candidature e la libertà di scelta degli elettori. Basterebbe questo a rendere il sistema elettorale all’americana migliore di molti altri e anni luce lontano dalla barbarie del nostro.&lt;br /&gt;Non è affatto certo, ovviamente, che ipso facto si produrrà una chiara maggioranza parlamentare ma non si vede perché non dovrebbe accadere. Quanto, infine, alla possibilità che i partiti in Parlamento siano  più di due mi riesce difficile crederlo. Accade spesso in Inghilterra ma non mi risulta sia mai accaduto in America.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Martino, 11 novembre 2010&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-2562326611051759879?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/2562326611051759879/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/risposta-ai-commenti-ringrazio-gaetano.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2562326611051759879'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/2562326611051759879'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/risposta-ai-commenti-ringrazio-gaetano.html' title=''/><author><name>Antonio Martino</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01978378100584310046</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-5405361835460495048</id><published>2010-11-10T06:06:00.001-08:00</published><updated>2010-11-10T06:06:56.912-08:00</updated><title type='text'>La vera lezione americana</title><content type='html'>Il lettore che ha avuto la pazienza di seguirmi avrà notato il mio assordante silenzio (mi si perdoni il logoro ossimoro) sulla disfatta del ragazzo prodigio della Casa Bianca in occasione delle elezioni di mid-term. Il fatto è che “l’avevo detto io” è l’ultimo rifugio degli imbecilli e ricordare di avere previsto ad nauseam quanto sarebbe accaduto mi è parso non all’altezza della mia stupidità. &lt;br /&gt;Le proporzioni della sconfitta dei democratici sono senza precedenti, quanto accaduto quest’anno fa apparire il crollo del 1994 come una bazzecola, se non una quisquilia o una pinzillacchera. Ben sessanta deputati sono passati ai repubblicani, dando loro la maggioranza alla Camera dei rappresentanti e ponendo termine al biennio di gloria della speaker più sinistrorsa di tutti i tempi, Nancy Pelosi, tanto amata in Italia quanto detestata negli Stati Uniti.&lt;br /&gt;Ma non è questo il punto. Il fatto è che nel sistema elettorale americano e non solo è considerato molto improbabile che uno sfidante detronizzi l’uscente. Quest’ultimo in genere ha avuto molti anni per farsi conoscere dai suoi elettori e conoscerli. In moltissimi casi ha usato il suo voto in Congresso per procurare alla sua base elettorale favori di ogni genere. Per questo è ritenuto donchisciottesco il tentativo di scalzarlo. Invece, un gran numero di deputati, senatori e governatori democratici ha dovuto fare le valigie, lasciare Washington e tornare al proprio collegio a mani vuote. Le ragioni di questo radicale cambiamento saranno forse oggetto anche di un mio prossimo articolo.&lt;br /&gt;Per ora mi limito a rilevare un aspetto che non mi sembra abbia ricevuto adeguata attenzione da parte dei nostri commentatori. Eppure si tratta di un tema attualissimo per noi in un momento in cui da più parti s’invoca una riforma elettorale. Il sistema uninominale, maggioritario a un solo turno, vigente in USA, non è immune da difetti, ma i suoi pregi a me sembrano del tutto evidenti.&lt;br /&gt;Ogni due anni gli americani sono chiamati a giudicare i loro rappresentanti e l’esecutivo, rinnovando per intero la Camera, un terzo del Senato e un gran numero di governatori. Col voto del 2 novembre gli americani hanno sonoramente bocciato il Presidente Obama, la sua amministrazione, il suo partito e mandato a casa i suoi complici in Congresso.&lt;br /&gt;L’hanno fatto perché potevano farlo, dato che il loro sistema offre una scelta semplice, chiara e elementare: vuoi uno dei rappresentanti della maggioranza o preferisci un altro che a quella maggioranza si oppone? Credi che ti abbia rappresentato bene John Smith o ritieni che farebbe meglio James Jones? Essendo i collegi elettorali di dimensioni ragionevoli, ogni elettore ha la possibilità di fare una scelta informata e razionale. Votare non è un obbligo, ma un diritto non automatico, soggetto com’è alla registrazione dell’elettore.&lt;br /&gt;Quel sistema ha consentito agli elettori americani di indicare con grande chiarezza le loro preferenze politiche e le persone che meglio possano rappresentarle. Sono queste le banalissime ragioni per cui da sempre sono fautore di quel sistema elettorale e che mi hanno portato ad aderire con entusiasmo al comitato per il maggioritario promosso da Marco Pannella e di cui fanno parte autorevoli esponenti della sinistra, come Pietro Ichino, commentatori veramente indipendenti come Ernesto Galli della Loggia e un gran numero di persone di valore difficilmente  etichettabili come partigiane o faziose.&lt;br /&gt;Sempre per questi motivi aderii con entusiasmo all’iniziativa di Massimo Severo Giannini e contribuii a fondare il partito del referendum e, in seguito, sono sempre stato accanto a Mario Segni, Giovanni Guzzetta e altri, sostenendo le innumerevoli iniziative che sono state prese Continuerò a credere in tutto questo, anche se non sono certo che ci sarà data retta: lorsignori hanno tutto l’interesse a impedire che gli elettori contino e possano effettivamente controllarli. Se, tuttavia, vogliamo sperare in un futuro per la nostra Italia, dobbiamo continuare a insistere, senza esitare mai.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-5405361835460495048?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/5405361835460495048/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/la-vera-lezione-americana.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5405361835460495048'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/5405361835460495048'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/la-vera-lezione-americana.html' title='La vera lezione americana'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-7722445791536899405</id><published>2010-11-03T03:32:00.001-07:00</published><updated>2010-11-03T03:32:53.716-07:00</updated><title type='text'>Politica Monetaria Americana</title><content type='html'>Sono giorni di gloria questi per noi monetaristi: dopo una sventagliata di conati di ritorno allo statalismo, si è tornati a parlare di cose serie, come il dibattito ospitato dal Foglio sulla politica della Fed dimostra. Sembra persino essere riapparso il nome di Milton Friedman nel pubblico dibattito, al punto che il Wall Street Journal (28 ottobre) ospita un articolo di David Wessel che si chiede cosa avrebbe pensato Friedman dei progetti della Fed.&lt;br /&gt;Il quesito di Wessel è donchisciottesco: come egli stesso ammette, riportando l’opinione di Robert Lucas, “Friedman era un pensatore talmente originale che era impossibile sapere come avrebbe reagito a una domanda.” Concordo con Lucas: era impossibile sapere cosa avrebbe detto Milton di qualsiasi decisione. Tuttavia, c’erano due principi costanti nel suo pensiero. Il primo che la moneta era troppo importante per essere affidata ai banchieri centrali; per questa ragione preferiva l’adozione di regole di condotta monetaria alla sua gestione arbitraria da parte di qualsivoglia autorità.&lt;br /&gt;Il secondo principio, ancora più importante e largamente ignorato dai suoi successori, è che la moneta è importante non perché possa risolvere qualsiasi problema ma perché è in grado, se mal gestita, di fare danni enormi al regolare funzionamento dell’economia. La politica monetaria, nel pensiero monetarista, non è affatto una panacea; qualsiasi studioso serio che accetti l’impostazione friedmaniana preferirebbe che non ce ne fosse alcuna. Per questo il genio di Chicago avrebbe voluto l’abolizione delle banche centrali e considerava l’adozione di regole come second best rispetto alla soluzione ideale.&lt;br /&gt;Per queste ragioni chiedersi cosa avrebbe detto Friedman dell’adozione da parte della Fed di una politica monetaria espansiva (quantitative easing) adesso è meno velleitario di quanto possa sembrare. Friedman avrebbe anzitutto spiegato per l’ennesima volta che la politica monetaria non è in grado di controllare durevolmente i tassi d’interesse reali ma solo quelli nominali e che quello che conta è la rapidità con cui si espande la massa di mezzi di pagamento in circolazione.&lt;br /&gt;Avrebbe anche aggiunto che alla lunga la quantità di moneta non influisce sul reddito reale e sull’occupazione, i cui livelli dipendono da altre cause. Avrebbe in conseguenza di ciò guardato con scarso rispetto all’idea che l’adozione di una politica monetaria espansiva possa risollevare l’economia reale degli Stati Uniti.&lt;br /&gt;Sarebbe stato d’accordo con Bisin: “la politica monetaria non ci salverà” e avrebbe bollato come assurda l’idea che la politica di bilancio (deficit spending) sia un’alternativa all’espansione monetaria. Per lui entrambi gli strumenti non servono a ridurre la disoccupazione o a promuovere lo sviluppo. Credeva nel pareggio del bilancio su base annua come regola per contenere le stravaganze e gli eccessi degli spendaccioni, nella crescita stabile della quantità di moneta per evitare inflazione e deflazione e nella riduzione delle aliquote d’imposta per stimolare risparmio, investimento, occupazione e sviluppo. Era uno dei promotori della “bilanced budget, tax limitation iniziative. &lt;br /&gt;Sarebbe stato d’accordo con Bisin anche sul fatto che “le aspettative di nuove tasse abbattono i rendimenti attesi” e scoraggiano gli investimenti. In un esame di Economia 100 (il corso per principianti) avrebbe dato F (failure) sia a Bernanke sia allo staff di Obama. Quanto a questi ultimi, ci sarà pure una ragione per cui Christina Romer, economista keynesiana ma brava, si è dimessa dal prestigioso incarico di Chairman of the Council of Economic Advisors del presidente americano.&lt;br /&gt;Quando penso al mio amico Milton mi rendo conto di quale immeritata fortuna sia stata conoscerlo. Paul Samuelson avrebbe voluto che sulla sua tomba fosse scritto “è stato uno studente di Gottfried Haberler”; non dovrebbe essere difficile immaginare cosa vorrei fosse scritto sulla mia!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-7722445791536899405?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/7722445791536899405/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/politica-monetaria-americana.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7722445791536899405'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/7722445791536899405'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/politica-monetaria-americana.html' title='Politica Monetaria Americana'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-8675445269185881369</id><published>2010-11-02T06:24:00.000-07:00</published><updated>2010-11-02T06:24:04.031-07:00</updated><title type='text'>Tea Party Milano intervento del Prof. Antonio Martino</title><content type='html'>&lt;object style="background-image:url(http://i3.ytimg.com/vi/nxjViKEeENM/hqdefault.jpg)"  width="425" height="344"&gt;&lt;param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/nxjViKEeENM?fs=1&amp;amp;hl=en_US"&gt;&lt;param name="allowFullScreen" value="true"&gt;&lt;param name="allowscriptaccess" value="always"&gt;&lt;embed src="http://www.youtube.com/v/nxjViKEeENM?fs=1&amp;amp;hl=en_US" width="425" height="344" allowScriptAccess="never" allowFullScreen="true" wmode="transparent" type="application/x-shockwave-flash"&gt;&lt;/embed&gt;&lt;/object&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-8675445269185881369?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/8675445269185881369/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/tea-party-milano-intervento-del-prof.html#comment-form' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8675445269185881369'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8675445269185881369'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/tea-party-milano-intervento-del-prof.html' title='Tea Party Milano intervento del Prof. Antonio Martino'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-656018369409893535</id><published>2010-11-02T02:15:00.001-07:00</published><updated>2010-11-02T02:15:58.413-07:00</updated><title type='text'>Un colpo d'ala</title><content type='html'>Parlare di politica oggi è rischioso per diverse ragioni. Anzitutto c’è il rischio che quanto scritto sia smentito prima di essere pubblicato; la velocità con cui cambiano i dati della situazione è tale che ciò che è vero la sera potrebbe rivelarsi del tutto infondato la mattina successiva. In secondo luogo, è quasi certo che qualsiasi cosa si dica sia giudicata offensiva da alcuni, ovvia e scontata da altri. Infine, è quasi inevitabile ripetersi, dato che chiunque sostenga alcunché quasi certamente lo abbia già fatto prima.&lt;br /&gt;Sono disposto a correre questi rischi perché ritengo non credo che sia ancora arrivata la “fine della seconda repubblica” e perché la gravità del momento lo impone. Comincerò con gli elementi principali, quelli ovvi. I problemi che affliggono l’Italia sono gravi e la loro soluzione può essere rinviata solo accettando che divengano ancora meno trattabili; vanno affrontati ora e da noi.&lt;br /&gt;Seconda ovvietà: il problema politico maggiore è l’assenza di un’opposizione in grado di offrire un’alternativa credibile all’attuale maggioranza o di costringerla con le sue proposte a smetterla di cincischiare, eludendo le sue responsabilità. Se l’avessimo, avremmo anche un governo migliore o la possibilità di sostituirlo. Ma non abbiamo nessuna delle due cose e la maggioranza si comporta come se potesse infischiarsi delle sue inadempienze e contraddizioni.&lt;br /&gt;Terza e ultima banalità: la polemica incentrata sul politicamente (e penalmente) irrilevante nuoce a tutti perché distoglie l’attenzione dai problemi veri e la dirotta sull’insignificante. Infine, una considerazione non ovvia- A Silvio Berlusconi la politica ha offerto una possibilità che, credo, gli sta molto a cuore: iscrivere il suo nome nella storia d’Italia in positivo, essere ricordato come uno statista, non un’eccentricità poco esaltante. Quanto ha fatto gliene dà diritto fin d’ora, ma sarà la conclusione della sua “discesa in campo” che finirà col contare di più, col determinare il segno del giudizio complessivo.&lt;br /&gt;Stando così le cose, quello che Berlusconi dovrebbe evitare a tutti i costi è di continuare a galleggiare, sperando che siano gli eventi a toglierli le castagne dal fuoco. Non lo faranno in ogni caso, ma anche se ciò potesse accadere, i suoi avversari e nemici lo impedirebbero comunque.&lt;br /&gt;Cosa farei io se fossi al suo posto? Molto semplicemente farei saltare il tavolo (seguendo il suggerimento di Maurizio Belpietro), prenderei atto che l’esperimento del Pdl non ha avuto successo e che ha notevolmente contribuito a imbarbarire sia la rappresentanza parlamentare sia il tono del dibattito, e abbandonerei l’idea. Rifonderei Forza Italia, lasciando le porte aperte a chiunque condivida a fondo un programma impegnativo (ma con un efficace filtro per scoraggiare l’ingresso ai non pochi indegni). Quel programma è già scritto, partendo da quello iniziale del 1994 e tenendo conto di tutte le aggiunte e le modifiche intervenute da allora. Lo stilerei in forma inequivocabile in modo da evitare il ripetersi di furbesche adesioni di comodo da dimenticare il giorno dopo le elezioni e starei a vedere chi lo accetta.&lt;br /&gt;A questo punto porterei in Parlamento una delle proposte più significative; se venisse accettata andrei avanti, altrimenti informerei il capo dello Stato dell’impossibilità di continuare a governare. Nella prima ipotesi, recupererei il controllo di maggioranza e governo, nel secondo aspetterei la pantomima dei tentativi di evitare le elezioni e, quando essi fossero falliti, mi batterei nelle elezioni, circondato da persone che valgano non meno di quelle degli inizi, e ne attenderei fiducioso l’esito. &lt;br /&gt;Se Berlusconi ha a cuore il suo futuro prossimo, ma soprattutto quello remoto, a mio avviso non ha alternative: ritorni in se e sfoderi la migliore grinta. Non abbia timore che una qualche mascalzonata giudiziaria o di altra natura possa impedirglielo. Ernesto Galli della Loggia ha scritto bene sul Corriere (1° novembre): ”Non è più il tempo dei camerieri zelanti e bugiardi. E’ giunto il tempo della verità.” Berlusconi segua il consiglio di Goethe: “Mentre il volgo s’indugia sgomento, segui tu la difficile via; chi conosce ed afferra il momento, non v’è prova che dura gli sia.”&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-656018369409893535?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/656018369409893535/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/un-colpo-dala.html#comment-form' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/656018369409893535'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/656018369409893535'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/11/un-colpo-dala.html' title='Un colpo d&apos;ala'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-6431063935085422177</id><published>2010-10-26T09:33:00.001-07:00</published><updated>2010-10-26T09:33:54.423-07:00</updated><title type='text'>Pensiero della settimana</title><content type='html'>Il genio del signor Coolidge per l’inattività raggiunge livelli altissimi. E’ lungi dall’essere un’inattività indolente. E’ tetra, determinata, laboriosa e tiene costantemente impegnato il signor Coolidge. Nessuno ha mai lavorato tanto per restare inattivo, né con tanta forza di carattere, con tale intransigente attenzione ai dettagli e coscienziosa aderenza all’obiettivo. Per Coolidge si tratta di una filosofia politica e di un programma di partito, e nessuno può scambiare la sua adesione adamantina a essa per un facile e pigro desiderio che gli eventi facciano il loro corso.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-6431063935085422177?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/6431063935085422177/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/10/pensiero-della-settimana.html#comment-form' title='17 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/6431063935085422177'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/6431063935085422177'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/10/pensiero-della-settimana.html' title='Pensiero della settimana'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>17</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-8038320057450157689</id><published>2010-10-19T10:10:00.000-07:00</published><updated>2010-10-20T08:33:57.802-07:00</updated><title type='text'>Posner, il mercato e Rossi</title><content type='html'>Il destino di Richard Posner è veramente cinico e baro. Per avere sostenuto in un’intervista che i mercati finanziari non avevano funzionato e che erano, almeno in parte, responsabili della crisi del 2007, è diventato l’idolo della sinistra colta orfana di Marx, Keynes e le adorate giustificazioni per una sempre maggiore invadenza dello Stato nella società. Conosco Posner e conservo religiosamente Economic Analysis of Law, il suo manuale che ha contribuito a diffondere l’analisi economica del diritto, nata in quella Chicago Law School che, oltre a Posner, ha annoverato la presenza di giganti del calibro di Ronald Coase premio Nobel per le scienze economiche.&lt;br /&gt;Appare in questi giorni l’edizione italiana del suo ultimo libro La crisi della democrazia capitalistica (università Bocconi editore), impreziosito da una prefazione del mai abbastanza lodato supergiurista Guido Rossi. Quest’ultimo, nel presentare il libro, sostiene che “E’ merito di Posner l’aver smontato l’imbroglio ideologico, intricato nelle ragnatele dei fideistici principi del libero mercato, tessuti sulle dottrine monetarie e sulle politiche fiscali delle privatizzazioni e dell’anarchia degli strumenti finanziari e del sistema bancario, causa delle bolle immobiliari che hanno travolto una fragile impalcatura”.&lt;br /&gt;Una frase questa che impressiona non solo per l’ampio spettro di dottrine in essa comprese e subito liquidate, ma anche e soprattutto per la sua forbita eleganza. Un siciliano come me di fronte a tanta superiore e colta raffinatezza non può evitare di essere assalito da un irresistibile impulso di lasciarsi andare a espressione latino-sicula con la quale si manifesta stupore: minchia!&lt;br /&gt;In realtà, se cerchiamo il grano delle cose sotto la paglia delle parole, ci rendiamo facilmente conto che il grande Rossi sarà un eccelso giurista ma è digiuno di economia. La critica di Posner era sì rivolta alla teoria del mercato efficiente sostenuta da molti e importanti esponenti della Chicago Business School, ma non alla libertà del mercato. Se Rossi conoscesse la teoria dei mercati efficienti saprebbe che l’importanza del libero mercato non ha nulla a che fare con essa.&lt;br /&gt;Quanto ai fideistici (sic) principi del libero mercato, chiunque è consapevole che tutte le alternative sono state tentate e ovunque hanno dato risultati catastrofici. Non c’è, per quanto ne sappia, nessuno che creda ancora alla pianificazione, al controllo di prezzi e salari, alle nazionalizzazioni. Al protezionismo, al controllo dei movimenti di capitale, alle restrizioni valutarie e alle altre innumerevoli sciocchezze del sinistrume non solo italico.&lt;br /&gt;Quanto all’anarchia dei mercati finanziari e bancari, un profondo conoscitore del settore come Rossi sa benissimo che non è l’assenza di regole che li caratterizza. Sono, invece, molto numerose; se Rossi crede che non abbiano funzionato, perché se la prende con i mercati e non con chi quelle regole ha fatto? E, se ha individuato il motivo per cui non hanno funzionato, perché ce ne tiene all’oscuro?&lt;br /&gt;Non solo Rossi ma moltissimi esponenti della sinistra migliore, sono convinti che la crisi del 2007 li abbia vendicati per quanto hanno dovuto patire nell’ultimo trentennio, il più prospero e dinamico dell’intera storia umana. La libertà di movimento dei capitali ha costretto i governi di tutto il mondo a tenere comportamenti più rispettosi delle libertà individuali: l’inflazione è diminuita ovunque, sono quasi scomparse le dittature, i disavanzi sono calati e ovunque si discute (anche se ci si guarda bene dal farlo) su possibili riduzioni delle tasse. Molti paesi hanno adottato, con eccellenti risultati, l’aliquota unica. La globalizzazione, che Rossi, citando Dahrendorf, accusa di essere incompatibile con la democrazia, è un fattore di grande sviluppo, specie per i paesi poveri.&lt;br /&gt;Il fatto che queste politiche di segno opposto a quello auspicato dalle sinistre abbiano funzionato, se ha fatto piacere a noi monetaristi, liberisti e reazionari, ha anche arrecato indicibile sconforto a quanti non la pensano come noi, costringendoli a sperare in una crisi, magari non profonda quanto quella “fine del capitalismo” auspicata da Marx e dai suoi seguaci innumerevoli volte negli ultimi 150 anni, ma almeno sufficiente a rendere giustizia alla bontà delle loro ideologie.&lt;br /&gt;Quello che il Nostro sostiene è che la crisi del 2007 è stata determinata dai mercati per assenza di regole e altre forme d’intervento pubblico. In realtà, la crisi è dovuta alla politica che ha impedito ai mercati di funzionare. La bolla immobiliare è nata nel 1999, quando Clinton esentò gli incrementi dei valori immobiliari fino a $500.000 ed è stata resa più acuta dalle politiche adottate da Fannie Mae e Freddie Mac, ispirate dalle decisioni della maggioranza democratica in Congresso, di concedere mutui immobiliari anche a chi non offriva le necessaria garanzie (subprime). Quanto alla bolla azionaria è stata semplicemente il risultato dell’insensata politica della Fed che, per tenere il tasso d’interesse all’uno per cento, ha condotto ad una rapida espansione monetaria.&lt;br /&gt;Conosco, anche se solo superficialmente, Guido Rossi e lo stimo molto. Mi spiace non trovarmi d’accordo con lui e, se ho espresso questo mio disaccordo in modo brutale, me ne scuso, ma la tradizione di Chicago è questa: brutali nel dibattito sulle idee, civili nei rapporti umani.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-8038320057450157689?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/8038320057450157689/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/10/posner-il-mercato-e-rossi.html#comment-form' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8038320057450157689'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/8038320057450157689'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/10/posner-il-mercato-e-rossi.html' title='Posner, il mercato e Rossi'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-6229849706199661078</id><published>2010-10-18T00:57:00.000-07:00</published><updated>2010-10-18T03:41:14.479-07:00</updated><title type='text'>Cavour economista liberale</title><content type='html'>Discorso tenuto ad Asti il 15 Ottobre 2010&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quasi esattamente dieci anni orsono, il 22 settembre del 2000, venni invitato qui ad Asti a ricordare il centenario della morte di Isacco Artom. In quell’occasione iniziai il mio discorso con queste parole:&lt;br /&gt;Il conte di Cavour, ministro della marina, dell’agricoltura e del commercio del Regno di Sardegna, alla Camera dei deputati di Torino il 15 aprile 1851, dichiarò:&lt;br /&gt;“Signori, la storia moderna, quella in ispecie dell’ultimo secolo, dimostra evidentemente essere la società spinta fatalmente nella via del progresso. Le leggi che regolano questa meta non hanno potuto finora essere determinate né dai filosofi più sapienti, né dagli uomini di Stato i più sagaci. In mezzo a tanta incertezza questo però v’ha di certo, che l’umanità è diretta verso due scopi, l’uno politico, l’altro economico. (…) Nell’ordine economico essa mira evidentemente al miglioramento delle classi inferiori, ad un miglior riparto dei prodotti della terra e dei capitali.&lt;br /&gt;Onde arrivare a questo scopo due mezzi si presentano. Tutti sistemi ideati nei tempi moderni dagli intelletti i più saggi e più audaci possono ridursi a due. Gli uni hanno fede nel principio di libertà, nel principio della libera concorrenza, del libero svolgimento dell’uomo morale e intellettuale. Essi credono che colla sempre maggiore attuazione di siffatto principio debba conseguirne un maggiore benessere per tutti, ma in ispecie per le classi meno agiate. Questa è la scuola economica… Un’altra scuola professa principii assolutamente diversi. Essa crede che le miserie dell’umanità non possano venire sollevate, che la condizione delle classi operaie non possa essere migliorata se non col restringere ognora più l’azione individuale, se non coll’allargare smisuratamente l’azione centrale del governo, nella concentrazione generale delle forze individuali.&lt;br /&gt;Questa, o signori, è la scuola socialistica. Non conviene illudersi: quantunque questa scuola sia giunta a deduzioni funeste e talvolta atroci, non si può negare che essa abbia nei suoi principii qualche cosa di seducente pegli animi generosi ed elevati. Ora, il solo mezzo di combattere questa scuola, che minaccia di invadere l’Europa, o signori, è di contrapporre ai suoi principii altri principii. Nell’ordine economico, come nell’ordine politico, come nell’ordine religioso, le idee non si combattono efficacemente se non colle idee, i principii coi principii.”&lt;br /&gt;Credo che di quest’affermazione del grande conte debbano essere sottolineati alcuni punti a mio parere molto significativi. Anzitutto, i liberali piemontesi non sprecavano il pubblico denaro: Cavour era titolare di tre ministeri, il che consentiva al governo di risparmiare i costi di due ministeri! Del resto la parsimonia dei liberali piemontesi non è stata tipica soltanto del XIX secolo né limitata al denaro pubblico. Un altro grande liberale piemontese, a me molto caro, Luigi Einaudi, ha lasciato al riguardo lezioni indimenticabili. E’ nota la storia raccontata credo da Flaiano di quando a un pranzo al Quirinale, arrivata la frutta, sotto lo sguardo allibito dei camerieri in polpe, si sentì la voce del presidente: “chi dividerebbe una pera con me? Il commento di Flaiano fu lapidario: “con lui è finita l’epoca delle mezze pere”!&lt;br /&gt;Sembra che quando De Gasperi e altri illustri esponenti del Parlamento andarono a trovarlo per chiedergli di recarsi alla Camera perché avevano deciso di eleggerlo presidente della Repubblica, Einaudi si schermì dichiarando: “stamattina non mi sono potuto rasare perché ho mandato il pennello a riparare”!&lt;br /&gt;Fu questo rigore nella gestione della cosa pubblica, che praticavano anche a casa loro, che portò i liberali dell’Ottocento, specie i piemontesi, a credere fortemente nel pareggio annuale del bilancio pubblico non per ragioni economiche ma per fondamentali motivi di etica pubblica, garanzia di trasparenza delle pubbliche finanze e garanzia della solvibilità dello Stato. Per loro le regole che presiedono alla correttezza dei comportamenti privati dovevano a maggior ragione valere nell’amministrazione dello Stato. Questo principio è stato comune a Cavour, alla Destra storica che si suicidò per difenderlo, ma anche alla Sinistra storica (il ministro delle Finanze Grimaldi si dimise perché si rese conto che la promessa di abolire la tassa sul macinato era irrealizzabile: “l’aritmetica non è un’opinione”) e soprattutto a Luigi Einaudi, che volle il principio iscritto nella Costituzione all’articolo 81.&lt;br /&gt;In secondo luogo, non sfugge credo a nessuno la straordinaria modernità del conte: nel 1851 aveva previsto con esattezza la natura del problema che avrebbe afflitto il XX secolo. Avere compreso già allora che il socialismo, pur pervenendo a “deduzioni funeste”, sarebbe apparso seducente agli “animi generosi ed elevati”, ha semplicemente dell’incredibile.&lt;br /&gt;Inoltre, a me non dispiace per nulla che Cavour distinguesse la “scuola economica” da quella socialistica. Non mi spiace come economista perché concordo con Maffei Pantaleoni che era convinto che di scuole in economia ce ne fossero solo due, in costante guerra fra loro, quella di coloro che la sanno e quella di quanti non la sanno! Come liberale poi sono anch’io dell’idea che il problema degli statalisti sia soprattutto quello di ignorare l’economia.&lt;br /&gt;Gli economisti, infatti, studiano soprattutto le conseguenze non intenzionali dell’azione umana; gli statalisti, invece, si concentrano sulle intenzioni. Atteggiamento questo pericolosissimo perché premessa necessaria dell’intolleranza: se, infatti, quello che conta sono le intenzioni, i guai dell’umanità sono la prevedibile conseguenza d’intenzioni malvagie, mentre le cose buone succedono perché volute da spiriti nobili. Dato che le mie intenzioni sono per definizione buone, chi la pensa diversamente sarà certamente un mascalzone. E’ inutile quindi argomentare pacatamente e razionalmente con gli avversari politici, sono ignobili reazionari al soldo dei capitalisti e vanno combattuti come nemici, se necessario anche con la forza. Terroristi, rivoluzionari a bombaroli agiscono secondo questa certezza.&lt;br /&gt;Il conte, invece, da autentico liberale aveva perfettamente chiaro che l’essenza del liberalismo è la tolleranza: bisogna “contrapporre ai principii altri principii, alle idee altre idee”. Sostenere questa tesi nel 1851 era a dir poco ancora una volta rivoluzionario. L’Ottocento ha conosciuto non pochi liberali maneschi, convinti che gli avversari politici dovessero essere combattuti con la forza, anche se non credo che Bava Beccaris credesse di essere liberale!&lt;br /&gt;Infine, ed è questo il punto fondamentale, Cavour aveva capito qualcosa di essenziale che ancora oggi sfugge a molte persone, anche intelligenti e colte: la differenza fondamentale fra sistemi politici è quella fra libertà e coercizione, fra il principio della concorrenza e quello che affida la soluzione di tutti i problemi all’”azione centrale del governo”. Il principio della concorrenza per un liberale è essenziale in tutti i campi; egli crede alla concorrenza fra idee che non è altro che la tolleranza di cui dicevo prima e della convinzione che solo dal libero confronto fra idee diverse si possa giungere gradatamente, attraverso tentativi ripetuti e mai conclusi, allo sviluppo del pensiero umano. Il liberale crede anche alla concorrenza fra persone: questa è la ragione per cui il liberale è democratico nel senso che i cittadini debbono poter scegliere fra progetti politici diversi, ma devono anche essere in grado di selezionare le persone che li rappresenteranno. (Non solo chi parla ma moltissimi liberali, fra cui Luigi Einaudi, sono perciò convinti sostenitori di un sistema maggioritario uninominale, che metta in competizione non solo due diversi insiemi d’idee ma anche due diverse persone.) &lt;br /&gt;I liberali credono alla concorrenza interna e internazionale fra prodotti diversi: fautori da sempre del libero commercio interno e internazionale che non è altro che un’applicazione della libertà, della convinzione che consista nell’esistenza di alternative. Un acquirente è tanto più libero quanto più numerosi sono i venditori e questi ultimi possono essere liberi solo se hanno di fronte a sé molti compratori. Questo liberale crede profondamente nella competizione fra politiche alternative; per questo sono favorevole a un sistema federale come quello svizzero che consente ai contribuenti di spostarsi verso cantoni meno esosi. La concorrenza in questo caso garantisce un limite automatico alla fiscalità perché se un cantone è troppo esoso perde contribuenti, non può quindi abusare della sua potestà impositiva. Per la stessa ragione sono contrario alla armonizzazione fiscale nell’Unione Europea perché ciò toglierebbe ai contribuenti quella protezione efficace che è costituita dalla possibilità di spostare i propri investimenti nei paesi meno ingordi sul piano fiscale.&lt;br /&gt;Cavour credeva che la concorrenza valga anche per le credenze religiose: libera chiesa in libero Stato non è altro che la convinzione che qualsiasi credo religioso abbia diritto di cittadinanza in un paese libero e che il confronto fra fedi diverse non sia soltanto lecito ma anche benefico perché consente ai credenti di religioni diverse di mettere a confronto la propria con l’altrui con beneficio reciproco. Cavour cioè era laico non anticlericale, voleva la separazione fra Stato e chiesa ma voleva anche libertà di religione per tutti. Liberale viceversa non era Pio IX che scomunicò i liberali, convinto evidentemente di liberarsene così. Quel “non expedit” è stata una delle cause prime dei problemi politici del Novecento. Se i cattolici fossero stati liberi di partecipare alla vita politica dell’Italia unita fin dall’inizio, probabilmente non avremmo avuto il fascismo né quell’aberrazione che è stato il cattocomunismo, caratterizzato da atavica avversione per il liberalismo, che ha portato l’Italia in circa vent’anni dallo sviluppo rapido alla recessione, dalla solidità finanziaria dello Stato alla quasi bancarotta.&lt;br /&gt;Se qualcuno mi chiedesse se sono liberale, risponderei “sì, cavourriano ed einaudiano”. In altri termini, anche se sono nato più vicino a Tunisi che a Roma, vorrei essere considerato un liberale piemontese!&lt;br /&gt;L’anno prossimo non ricorre soltanto il 150° anniversario della morte del grande conte né il 200° della nascita; la ricorrenza più importante è quella del 150° del suo capolavoro: l’unità d’Italia.&lt;br /&gt;L’Italia è sì uno Stato unitario relativamente recente ma è anche una delle nazioni più antiche d’Europa. Non mi riferisco a Roma, come naturalmente potrei, ma a epoca successiva. Già nel 13° secolo era evidente ai grandi italiani che la loro era una nazione. Petrarca, nella canzone all’Italia, dice: “Italia mia, benché il parlar sia indarno alle piaghe mortali che nel bel corpo tuo sì spesse  veggio, piacemi almen che i miei sospir sian quali spera il Tevere e l’Arno e il Po, ove doglioso e grave or seggio…” E Dante aveva già osservato: “Ahi serva Italia di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di province ma bordello..”&lt;br /&gt;L’Italia nazione è una da sempre, chi sostiene il contrario è un incolto, il grande merito di Cavour è stato quello di fare di una nazione uno Stato.&lt;br /&gt;Sono siciliano, vorrei essere considerato un liberale piemontese e mi sento europeo ma, prima di tutto sono orgogliosamente italiano. So bene, come tutti, che dobbiamo tutto all’Italia: la nostra lingua, la nostra civiltà, la nostra cultura, il più straordinario patrimonio artistico del mondo; le libertà e il benessere di cui godiamo sono il risultato del lavoro e dei sacrifici delle generazioni d’italiani che ci hanno preceduto. Fra noi e la nostra patria le regole della partita doppia non valgono: non ci sono due colonne, quelle del dare e dell’avere, ce n’è una sola, quella del dare. Il nostro fine è cercare di ricambiare almeno in parte quanto dall’Italia abbiamo avuto.&lt;br /&gt;Per questo oggi grido:&lt;br /&gt;Viva Cavour!&lt;br /&gt;Viva l’Italia!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1376955129402895516-6229849706199661078?l=www.antoniomartino.org' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://www.antoniomartino.org/feeds/6229849706199661078/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/10/cavour-economista-liberale.html#comment-form' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/6229849706199661078'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1376955129402895516/posts/default/6229849706199661078'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://www.antoniomartino.org/2010/10/cavour-economista-liberale.html' title='Cavour economista liberale'/><author><name>Admin</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04767014108312955301</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1376955129402895516.post-7831751589085304856</id><published>2010-10-07T03:10:00.001-07:00</published><updated>2010-10-07T03:10:48.567-07:00</updated><title type='text'>Clemenceau e Friedman</title><content type='html'>Milton Friedman, parafrasando Clemenceau, sosteneva che “la politica monetaria è troppo importante per lasciarla ai banchieri centrali”. La sua tesi era basata su considerazioni che allora apparivano paradossali ma che oggi con un attimo di riflessione sembrano quasi scontate. La prima è la tesi, tipica di tutti i liberali da sempre, dell’importanza dell’accountability, della responsabilità diretta di chi prende decisioni. Libertà e responsabilità sono la stessa cosa: chi non è libero non può essere considerato responsabile, chi non è responsabile non merita di essere libero. Una persona non eletta dal popolo e che risponde solo a Dio del suo operato non può essere titolare di decisioni che hanno conseguenze enormi. Per questo era convinto che l’optimum sarebbe l’abolizione delle Banche centrali. Quando rifiutai di fare il segretario generale della Nato mi mandò una mail di complimenti: “hai dato prova di coraggio morale, quella non è una carica elettiva”!&lt;br /&gt;La seconda tesi era la più nota: quasi solo la politica monetaria ha conseguenze sulla domanda globale, sul reddito monetario. La politica di bilancio si limita a mutare la composizione del reddito, spostandone una parte dal settore privato a quello pubblico, ma non influisce sul suo livello complessivo. Affidare, quindi, un potere enorme a persone che nessuno ha eletto gli ripugnava. Finì con l’optare per una soluzione alternativa più moderata: la crescita a tasso costante della massa monetaria e la flessibilità del tasso di cambio.&lt;br /&gt;Quest’ultimo aspetto della teoria di Friedman è il meno compreso, malgrado le innumerevoli, inconfutabili prove a suo sostegno, ed è al centri del dibattito in questi giorni. Vediamo di chiarire, ricorrendo a una breve premessa.&lt;br /&gt;E’ convinzione diffusa che sia nell’interesse di un paese avere un saldo attivo nei suoi conti con l’estero e una sciagura avere un passivo. La tesi è talmente radicata nella testa della gente, almeno dai secoli del mercantilismo, che metterla in dubbio appare assurdo. Tuttavia, se fosse vera dovremmo concludere che il commercio internazionale è un gioco a somme zero: i vantaggi di chi guadagna (i paesi con un surplus) sono identici a quelli dei paesi che ci rimettono (quelli in deficit. Se questa fosse la conclusione perverremmo all’ulteriore conseguenza che tutti paesi devono cercare di realizzare un attivo. Ma se tutti vogliono vendere agli altri e nessuno vuole comprare, il commercio finirebbe. Per vendere, infatti, ci vuole un compratore: se tutti vogliono vendere, in assenza di compratori, nessuno può vendere. &lt;br /&gt;Non basta: siamo anche certi che sia nell’interesse nazionale avere un attivo nei conti con l’estero? Non è così: chi vende al resto del mondo più di quanto non acquisti riduce il reddito reale dei suoi cittadini, perché quanto dà agli altri paesi vale più di quanto riceva. La differenza oggi è rappresentata da cambiali di uno stato che finiscono nelle riserve ufficiali dello stato in attivo. Quest’ultimo ha cioè scambiato beni e servizi di valore in cambio di pezzi di carta (soprattutto dollari) che non rendono alcunché e che possono perde di valore. Bell’affare!&lt;br /&gt;Non è vero che sarebbe nell’interesse del resto del mondo se la Cina rivalutasse la propria moneta, sarebbe nell’interesse dei cinesi se Pechino consentisse alla sua moneta di raggiungere il suo valore di equilibrio in risposta alla domanda ed all’offerta internazionale; e prima o poi sarà il mercato a costringere i governanti cinesi a vedere la luce.&lt;br /&gt;C’è una sola eccezione a quanto detto prima: quando un paese utilizza le sue risorse (lavoro e capitale) in misura inadeguata, sarebbe utile se la sua moneta perdesse valore sul mercato dei cambi, perché questo stimolerebbe le esportazioni e rimetterebbe in attività il lavoro e il capitale sottoutilizzati. All’UE converrebbe, quindi, un euro meno forte per stimolare l’economia europea. Significa questo che la Bce dovrebbe attivarsi, magari con una politica monetaria espansiva, per far diminuire il valore dell’euro sul mercato dei cambi? Certamente no, se cercasse di farlo, con ogni probabilità produrrebbe solo disastri. La Bce deve astenersi dall’adottare decisioni ispirate a influire sul cambio dell’euro e limitarsi rigorosamente a tutelare la stabilità monetaria inte
