martedì 29 maggio 2012

Fischer su Germania ed Europa


Sul Corriere della sera (28 maggio) l’ex-ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer dichiara: “Per due volte, nel XX secolo, la Germania con mezzi militari ha distrutto se stessa e l’ordine europeo. Poi ha convinto l’Occidente di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando pienamente l’integrazione d’Europa, abbia acquistato il consenso alla nostra riunificazione. Sarebbe una tragica ironia se la Germania unita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell’ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è proprio questo”.
Scrivendo su queste colonne il 14 febbraio, concludevo il mio pezzo con queste parole: “Non sono per nulla ispirato da sentimenti anti-tedeschi: ammiro le grandi qualità di quel popolo e so benissimo che un’Europa senza la Germania non è nemmeno concepibile. Tuttavia, l’attuale governo tedesco sembra voler dare l’impressione che, ancora una volta, la Germania voglia mettere le grandi qualità del suo popolo al servizio dei suoi difetti. Come se avessero avviato la terza guerra mondiale, non con le armi ma con la finanza, e avessero intenzione di far precipitare l’intera Europa in un baratro. Se, a differenza delle altre due, la vincessero, l’intero mondo sprofonderebbe in una crisi che farebbe impallidire la Grande Depressione del ’29, relegandola a un ruolo di trascurabile incidente”.
Fischer non può essere nemmeno sospettato di essere anti-tedesco, lui ed io abbiamo opinioni politiche molto diverse, eppure a me sembra che le nostre conclusioni siano pressoché uguali. Varrà, quindi, la pena di riprendere l’argomento che è oggi più attuale che mai. 
I fautori dell’unificazione del vecchio continente erano convinti che fosse auspicabile il trasferimento della sovranità nazionale a favore di un organismo sovranazionale europeo, eletto democraticamente e quindi responsabile della sua condotta agli elettori, che si occupasse di pochi obiettivi di interesse generale per l’Europa, che fossero più efficacemente perseguibili a livello europeo che a livello nazionale. Tali obiettivi avrebbero dovuto essere tassativamente elencati in una Costituzione, lasciando tutto il resto alla responsabilità degli Stati membri, degli enti locali e delle persone.
Che avessero questo in mente risulta evidente sol che si rifletta che il primo vero tentativo di Europa sovranazionale fu la CED, comunità europea di difesa. Non c’è dubbio, infatti, che se si provvedesse alla difesa comune a livello europeo, si eviterebbero gli sprechi e le duplicazioni che sono inevitabili quando a decidere sono i singoli Stati nazionali. L’UE spende in difesa la metà di quanto spendono gli USA, ma ne ricava circa il 10% in termini di effettive capacità militari. Del resto, se in USA la difesa fosse affidata ai cinquanta Stati, è assai dubbio che sarebbero divenuti la più grande potenza militare al mondo.
L’altro obiettivo ben presente ai pionieri dell’europeismo era la politica estera, che è una o non è. Se l’Europa avesse un’unica politica estera, decisa da un organo sovranazionale, non c’è dubbio che la sua presenza a livello mondiale sarebbe molto più autorevole. Tuttavia, aldilà di patetici e costosi conati di cosmesi politica, l’Europa della difesa non esiste né esiste quella della politica estera. La ministra degli esteri d’Europa avrà magari un generoso budget e molte ambasciate, ma non ha una politica estera, che continua ad essere saldamente nel potere degli Stati. Lo stesso vale per la difesa: anche in questo caso di europeo c’è solo fumo, l’arrosto rimane agli Stati.
Stando così le cose si comprende perché non esista un organo sovranazionale europeo ma soltanto costose scimmiottature di governo, parlamento e ordine giudiziario. Queste istituzioni non corrispondono per nulla alle loro contropartite nazionali, spesso non sono basate sul consenso popolare e si arrogano compiti che non hanno nulla di europeo.
La tesi di Fischer è, pertanto, ovvia: le deleghe di sovranità che sono richieste da Germania assieme ad altri Paesi non hanno giustificazione a livello europeo, sarebbero rinunce fatte a favore di uno o più Paesi, rappresentando l’implicita, supina accettazione di essere da questi colonizzati. Fuori dai denti, malissimo ha fatto il governo italiano ad accettare il fiscal compact, che rappresenta la rinunzia alla nostra sovranità a favore della Germania. “Il più tedesco degli economisti italiani” (come si è definito il nostro presidente del Consiglio), accettando quell’umiliante diktat ha, di fatto, addossato all’Italia il ruolo di colonia tedesca. La mia considerazione per Fischer è molto aumentata, dopo l’intervista al Corriere, quella per Mario Monti continua a diminuire.
Antonio Martino, 26 maggio 2012

giovedì 24 maggio 2012

Intervento alla Camera dei Deputati


PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Martino. Ne ha facoltà.
ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, con crescente imbarazzo ho partecipato alle votazioni e assistito alla discussione di questo provvedimento intitolato «riduzione dei contributi pubblici ai partiti e ai movimenti politici». Dovrebbe essere invece intitolato «prosecuzione del finanziamento coatto dell'esistente, in spregio della sovranità popolare». Perché il finanziamento pubblico ai partiti è anzitutto un metodo attraverso il quale i partiti esistenti si proteggono dalla concorrenza potenziale di nuovi partiti, attraverso il quale i partiti grandi si proteggono dalla concorrenza dei partiti piccoli, ed è coatto. La differenza tra pubblico e privato è tra volontario e coercitivo. Non ho nulla contro nessuna opinione, perché credo nel pluralismo delle opinioni ma ritengo, con Jefferson, che costringere qualcuno a finanziare opinioni che non condivide sia immorale e tirannico. Per questo, Presidente, non potrò più partecipare a questa discussione (Applausi di deputati del gruppo Popolo della Libertà e di deputati del gruppo Partito Democratico).

giovedì 17 maggio 2012

Intervista al Prof. Martino, da Tempi.it


Spread? «Un falso problema». Monti? «Un mio grande amico». Governo Monti? «Dal punto di vista dell’economia sta sbagliando tutto». Austerità? «Una follia. Quando tutta l’Europa sarà in recessione, sarà peggio del ’29». Casta? «Retorica controproducente». Politica e moralità? «L’Italia sta diventando un popolo di guardoni. Senza vita privata, non c’è vita». Ne ha per tutti Antonio Martino, parlamentare del Pdl, già ministro degli Esteri e della Difesa nei precedenti governi Berlusconi. Tessera numero 2 di Forza Italia, ha insegnato Storia e politica monetaria alla Sapienza di Roma e anche economia alla LUISS. A tempi.it commenta la situazione dei mercati, dell’Europa, dell’Italia, della politica e del Pdl.
Partiamo dall’attualità. La Grecia è sempre più instabile e tornerà alle elezioni a giugno. Se esce dall’Euro pagheremo tutti un prezzo salato?
Penso che la stima realizzata sul costo per cittadino europeo di una eventuale uscita della Grecia dall’Ue sia fortemente esagerata. Non è affatto detto che sia una perdita insopportabile. Purtroppo noi scontiamo una costruzione monetaria sbagliata.
È vero che lei è un “euroscettico”.
Per niente. Mi hanno affibbiato questa definizione, ma io ho solo fatto delle critiche a suo tempo basandomi su dei fatti. E oggi quello che sta succedendo mi dà ragione. Ho insegnato storia e politica monetaria all’università e una delle tesi di laurea che davo spesso era incentrata sull’unione monetaria tra Belgio e Lussemburgo, che avevano situazioni economiche e politiche diverse. Il Belgio era il paese più indebitato d’Europa e il Lussemburgo una delle economie più virtuose. Due paesi come questi che, per quanto diversi, erano comunque affini da tanti punti di vista hanno fatto un’enorme fatica a mantenere lo stesso franco. Era lecito domandarsi: ma se hanno faticato loro a restare insieme, come possono pensare 16 paesi di dotarsi di una moneta unica con facilità? Ma c’è dell’altro.
Continui.
L’unione monetaria traballa ma io sono anche preoccupato per i Trattato di Maastricht, che impone alla Bce il divieto di finanziare il debito degli Stati. Una misura voluta per impedire che la monetizzazione del debito causasse l’inflazione. Questa clausola oggi non viene più rispettata: la Bce dà liquidità alle banche con tassi di interesse all’1% e questi comprano i titoli di Stato a interessi più alti. Così la Bce ha trovato il modo di acquistare indirettamente i titoli di Stato.
Però il premio Nobel Paul Krugman sostiene che una Bce interventista, simile alla Fed americana, potrebbe risolvere il problema dell’Euro.
Sì, ma negli Stati Uniti è molto diverso. La Fed infatti non salva gli Stati che hanno una politica fiscale ed economica fallimentare. Se il Texas e la California non riescono a far fronte alle spese, non è che la Fed o il governo li salva, intervenendo. Anche noi dovremmo fare così.
Ma se la Bce non intervenisse, lo spread non raggiungerebbe livelli insostenibili?
Quello dello spread è un falso problema. L’anno scorso Bankitalia ha steso un rapporto che rivela che se anche i tassi di interesse dei titoli salissero all’8 per cento, la situazione sarebbe gestibile. Il Foglio a dicembre ha pubblicato uno studio di un gruppo di ricercatori di Friburgo, quindi tedeschi, che hanno calcolato che il paese finanziariamente più solido è l’Italia, non la Germania. I titoli italiani del resto si vendono, non mi ricordo di aste andate deserte. Il nostro problema non è finanziario ma di spesa pubblica, che è esagerata. Se non si interviene su certe spese come la sanità, che è davvero scandalosa, saremo costretto a portare la contribuzione dei cittadini al 52%. Ma con livelli simili di pressione fiscale non ci può essere sviluppo, e Monti, che conosco da tanto tempo e di cui sono amico, dovrebbe capirlo.
Il governo vuole aumentare il gettito per raggiungere il pareggio di bilancio e risanare i conti italiani.
Lo scarso gettito è dovuto al fatto che siamo in recessione e il risanamento deve essere perseguito attraverso lo sviluppo, non una maggiore tassazione. In questo modo si ammazzano i ceti produttivi e a forza di massacrarli, non rimarrà più niente.
È opinione comune che se non ci fosse l’evasione fiscale non ci sarebbe bisogno di alzare le tasse.
Ma il problema non è l’evasione. Questa è un crimine e in quanto tale va ovviamente combattuta. Ma il problema sono i sistemi di elusione e di erosione fiscale.
Cioè?
Si elude il fisco quando si riesce a indirizzare la propria attività in modo tale che non possa essere toccata dal fisco. E l’erosione consiste in una riduzione della base imponibile soggetta a tributo, grazie a varie forme di agevolazione ed esenzione, di inadeguatezze nel metodo di accertamento o di regimi fiscali sostitutivi. Lo studio di Tremonti, per intenderci, in un anno ha fatto risparmiare ai suoi clienti oltre 200 miliardi di lire.
Tutti criticano la politica tedesca fondata sul rigore, però intanto l’Italia il Fiscal Compact l’ha firmato.
È vero, Monti l’ha firmato ma se cercheremo il pareggio di bilancio a breve scadenza non cresceremo.
Secondo molti osservatori se l’Europa fosse un soggetto politico unito, ora non saremmo in questa situazione.
Chi ritiene che sia auspicabile l’unità politica dell’Europa, come me ad esempio, deve chiedersi: ci sono degli Stati disposti a rinunciare alla sovranità in materia di politica estera e di difesa per affidarli a un organo europeo democraticamente eletto? Se questi Stati esistono allora l’unità politica dell’Europa si può fare, altrimenti no. Noi infatti non riusciremo a crearla attraverso accordi internazionali come il Fiscal Compact. Se andiamo avanti così gli Stati più grossi vinceranno sempre e colonizzeranno quelli più piccolo. Ma questa è una follia.
La vittoria di Hollande in Francia può cambiare le cose e mettere più pressione alla Germania?
Non credo. In Francia la vittoria di Hollande è stata dettata proprio dal rifiuto dell’asse Merkozy e della politica dell’austerità. Però è difficile che Hollande faccia cambiare posizione alla Merkel sulla politica del rigore. I tedeschi infatti sono ossessionati dall’idea che se l’Europa diventa davvero un soggetto unico, i paesi più virtuosi dovranno pagare i debiti sovrani di quelli meno virtuosi. E siccome loro sono i più virtuosi di tutti, dovranno pagare quelli degli altri. Ma questo non sta scritto da nessuna parte, è una falsità. La Merkel, però, per rassicurare i suoi elettori impone questa politica punitiva. Ora, se un paese ha una politica recessiva e un altro una espansiva, in qualche modo si compensano. Ma se tutti vanno in recessione, implode il sistema e l’intera Europa va in recessione. Se questo dovesse succedere, dovremmo aspettarci qualcosa di molto più grave della crisi del ’29.
Che cosa consiglierebbe a Monti?
Non essendo il Fiscal Compact un accordo sovranazionale ma internazionale, io credo che il premier dovrebbe disdirlo. Conosco Monti dal 1975, nel 1994 sono stato io a proporre a Berlusconi di nominarlo Commissario europeo e ho dovuto insistere con Mario perché accettasse l’incarico. È un mio amico, anche se non gli ho dato la fiducia visto che la Costituzione italiana non prevede governi tecnici.
Come giudica l’operato dei tecnici?
Per quanto riguarda la crescita il governo Monti sta sbagliando tutto, come il suo predecessore. Ha inasprito le tasse già esistenti e ne ha introdotte di nuove, in più ha invaso la sfera privata delle persone: che la banca debba fornire all’Agenzia delle Entrate il mio estratto conto non ha senso. Conoscendolo, mi sono stupito che abbia fatto queste scelte. La crisi poi, al contrario di quanto ha detto in conferenza stampa, non è stata prodotta dal governo precedente ma è il risultato di decisioni sbagliate che i partiti hanno fatto negli anni e che hanno portato il debito a un livello insostenibile. Tra un po’ la dichiarazione dei redditi consisterà in un foglietto, un pizzino, con una sola riga: “A quanto ammonta il tuo reddito?” E sotto la scritta: “Bene, consegnacelo”.
Perché tutti i governi si sono ridotti ad aumentare la spesa pubblica e le tasse?
Perché è la cosa più facile. Nell’immediato crea vantaggi per pochi a danno di tanti, ma come diceva la Thatcher, non si capisce come possa funzionare un sistema dove alcuni vivono a danno di altri. Infatti prima o poi si arriva  alla situazione in cui gli “altri” finiscono. Oggi siamo in questa situazione.
È anche per questo che oggi i partiti non godono di buona fama?
I partiti purtroppo hanno fatto di tutto per screditarsi e per attirarsi le ire della gente. Anche sul finanziamento pubblico, che non è pubblico ma è coercitivo perché i cittadini sono obbligati a finanziare anche i partiti che odiano. Che si renda il finanziamento libero, visto che quello pubblico è stato bocciato dai cittadini con un referendum plebiscitario. Magari possiamo decidere che ognuno può donare una percentuale del proprio reddito ma a fianco, nella dichiarazione dei redditi, bisogna sottolineare che se uno non vuole, quei soldi se li tiene.
Quindi è vero che la politica è una casta?
Per carità. C’è solo una cosa peggiore degli errori commessi dai partiti: la retorica sulla Casta e chi cerca di prendere misure ridicole per rimediare. Non si può pensare di placare l’invidia della gente tagliando gli stipendi ai parlamentari o abbassando il prezzo del caffè alla Camera. È ridicolo. L’invidia non fa danno, il tentativo di placarla sì. La retorica sulla Casta è controproducente. Anche perché molti parlamentari, quando cominciano a fare politica, guadagnano meno di prima. A me ad esempio è successo così.
Uno dei cavalli di battaglia dei grillini è: la politica non è un lavoro.
C’è stato un periodo in cui molte cariche politiche erano gratuite. Mio nonno, quando faceva il sindaco, chiudeva il suo studio di avvocato perché pubblico e privato non potessero interferire e rinunciava allo stipendio da politico. Però mi ha lasciato parecchi debiti. Ora: noi vogliamo un Parlamento di soli benestanti? Se è così, ascoltiamo pure Grillo. Ma se vogliamo un Parlamento con all’interno la gente normale, dobbiamo accettare che i parlamentari ricevano lo stipendio.
Stipendio dei politici, finanziamenti ai partiti. Oggi la politica ruota tutta intorno alla moralità.
Lo scandalismo c’è sempre stato: è chiaro che un politico capace e onesto non fa notizia e i giornali non ne scriverebbero mentre un politico inefficiente e corrotto fa comprare i giornali. Gli italiani, oltre che propensi allo scandalo, stanno però diventando voyeuristici, un popolo di guardoni, vogliono sapere tutto delle vite private delle persone e ancora peggio pensano di averne il diritto. Ma ognuno ha diritto a una sfera riservata, altrimenti, se dovessimo mettere tutto quello che pensiamo e che facciamo in piazza, non sarebbe più vita.
Certi giornali non la pensano come lei.
Per quanto riguarda la diffusione di intercettazioni, io ho anche scritto una lettera al direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli, che conosco personalmente, ma ho ricevuto una risposta molto piccata. Penso che i giornali siano in crisi e che per vendere ormai siano disposti anche a pubblicare intercettazioni abusive che però non fanno che acuire il guardonismo. Ritengo che sia inammissibile dirigere un giornale in questo modo.
Per concludere: il Pdl ha preso una bella batosta alle amministrative. Come può rialzarsi?
Di Berlusconi ce n’è uno solo. Solo una personalità come la sua può tenere insieme un partito che ha così tante anime diverse. Non mi sembra che Alfano abbia queste qualità.

lunedì 14 maggio 2012

Un miracolo ignorato



Mentre l’intera Europa si trova in mezzo a problemi economici e finanziari di dimensioni enormi, con la concreta possibilità di sprofondare nella peggiore recessione economica della sua storia, a pochi chilometri a nord di Milano c’è un paese di cui non si parla quasi mai ma che dovrebbe essere studiato, compreso e, ove possibile, imitato. Faccio, com’è ovvio, riferimento alla Svizzera che ha una costituzione politica, fiscale e monetaria semplicemente formidabile.
E’ un paese relativamente piccolo: i suoi sette milioni e ottocentomila abitanti sono meno dei nove e mezzo della Lombardia; malgrado ciò, mentre noi abbiamo l’insensata idea che la Lombardia possa essere quanto a dimensioni una regione, cioè un ente locale, i neanche otto milioni di svizzeri sono organizzati in ben ventisei cantoni. 
Quanto alla forma politica, la Svizzera è una confederazione, il che significa che i compiti del governo centrale sono rigorosamente limitati alle finalità di interesse generale, mentre tutto il resto è di competenza dei cantoni. La prova che questo tipo di federalismo funzione bene è offerta dal fatto che raramente la politica elvetica si conquista l’attenzione dei media e che sono convinto che quasi nessuno fra i lettori sa come si chiami il capo del governo di quel paese. Il referendum popolare nella Confederazione è un formidabile strumento di democrazia diretta: non esistendo il quorum minimo per la validità della consultazione, l’incentivo ad andare a votare è molto più forte che da noi, dove per via dell’esistenza del quorum non votare è spesso l’alternativa più popolare. Sono stati referendum quelli che nel 1971 estesero il voto alle donne e quello che nel 2002, facendo un’eccezione alla neutralità del paese (che dura dal 1674!), consentirono alla Confederazione di entrare a far parte dell’Onu.
Il reddito medio pro capite degli svizzeri è stato pari a $41.765 nel 2010 (negli USA era di poco superiore e in Italia di poco meno di $32.000), il che significa che gli svizzeri sono fra i più ricchi al mondo, il che non è cosa da poco se si considera che il paese è scarsamente dotato di risorse naturali, non ha sbocco al mare, ed è eterogeneo sia linguisticamente (tre lingue ufficiali più il romancio) sia sul piano religioso.
Un editoriale apparso qualche tempo fa sul Wall Street Journal (27 aprile) illustra una delle ragioni del successo svizzero. Nel 1985 un referendum popolare, con l’approvazione dell’85% degli elettori, introdusse il cosiddetto “freno al debito” che impone al governo centrale di non far crescere le sue spese più del tasso tendenziale di crescita delle entrate. L’idea è semplicemente geniale: non viene imposto il pareggio del bilancio su base annua ma solo che la crescita delle spese non ecceda la crescita che le entrate hanno avuto in un periodo di diversi anni. In un dato anno, quindi, il bilancio potrà anche essere in deficit (quando l’economia va male) o in attivo (negli anni di vacche grasse) ma dovrà finire con l’essere in pareggio nel numero di anni presi in considerazione.
Naturalmente, non va dimenticato che la Svizzera ha un limite costituzionale alle aliquote massime d’imposta del governo centrale: 11,5% per l’imposta sul reddito, 8% per l’IVA e 8,5% per l’imposta sulle società. Il basso livello delle aliquote massime non deve stupire: la maggior parte del prelievo è fatto a livello cantonale, solo il resto viene prelevato dal governo centrale. Quei “tetti” possono essere aumentati soltanto se così decide la maggioranza degli elettori nella maggioranza dei cantoni, La spesa del governo centrale, grazie a questi vincoli, è inferiore al 20% del pil e le spese pubbliche totali (incluse cioè quelle cantonali) sono circa il 34%.
Il debito pubblico fra il 2005 e il 2010 è sceso dal 53% al 40% del reddito nazionale, mentre quelli dei paesi dell’eurozona salivano dal 70 all’85 per cento! Si comprende facilmente perché il modello svizzero abbia ispirato Kevin Brady, vicepresidente dell’importante commissione bilancio della Camera dei rappresentanti americana, che ha proposto provvedimenti legislativi modellati sul “freno al debito” svizzero per gli USA.
Quello che, invece, risulta incomprensibile è perché in Italia guardiamo sempre con ammirazione a esempi dei paesi più disparati (quasi sempre poco esaltanti) anziché guardare all’enorme successo del nostro vicino del nord. In una trasmissione televisiva, dopo che avevo confessato la mia elveto-mania, Visco (Vincenzo il tartassatore, non Ignazio governatore della Banca d’Italia) se ne uscì con la bizzarra tesi secondo cui la Svizzera è un paradiso fiscale. Uno come lui evidentemente è convinto che sia di gran lunga preferibile un inferno fiscale come il nostro alla prosperità dei nostri vicini!
Antonio Martino, 11 maggio 2012

giovedì 10 maggio 2012


Qualche dato sull’Europa

Proviamo a fare qualche riflessione sullo stato dell’Europa alla luce dei risultati delle elezioni in Francia e Grecia. Prima, tuttavia, guardiamo a quella che è la vera radice del problema: la maggioranza dei tedeschi guarda con preoccupazione all’euro perché teme che le eccessive prodigalità dei paesi membri dell’eurozona finiranno, alla fine, per dovere essere pagate da loro; la formica tedesca dovrà accollarsi l’onere di pagare le stravaganze greche, spagnole, portoghesi, irlandesi, italiane o francesi.
Questo timore è stato creato anche dal governo tedesco, che è stato entusiasta fautore degli “aiuti” all’Irlanda e alla Grecia – il “salvataggio” di quest’ultima del maggio 2010 non sembra avere risolto problema alcuno, salvo quello di proteggere le banche tedesche e francesi detentrici di una grande quantità di titoli di debito pubblico greco e fare gli interessi delle industrie militari francesi e tedesche, imponendo a una Grecia in agonia finanziaria di acquistare costosi armamenti.
Il timore non sarebbe mai nato se i governi tedesco e francese avessero guardato al modello americano: i 50 stati americani usano la stessa moneta, il dollaro, ma sono liberi di seguire la politica tributaria e di bilancio che ritengono più opportuna, subendone le conseguenze. Né la Fed (banca centrale degli USA) né tanto meno il governo federale intervengono per “salvare” uno stato che non riesce a finanziare le sue spese, lo lasciano fallire. Lo stesso si sarebbe dovuto fare in Europa che, oltre tutto, non ha un governo centrale. Quanti auspicano che la Bce divenga prestatrice di ultima istanza degli stati della zona euro dimenticano che ciò è espressamente e opportunamente vietato dai Trattati di Maastricht.
In ogni caso, la maggioranza dei tedeschi è “euroscettica”, Merkel lo sa e, per evitare il rigetto dell’euro da parte dei suoi concittadini, ha deciso di rassicurarli imponendo a tutti gli stati dell’eurozona il “fiscal compact” cioè l’obbligo di perseguire il pareggio del bilancio con l’aumento della pressione fiscale. Mario Monti, subito dopo avere sottoscritto questo patto scellerato, ha pensato di salvarsi l’anima sottoscrivendo, assieme all’inglese Cameron, una lettera per auspicare l’adozione di una politica europea di sviluppo.
Le elezioni greche dimostrano che l’euroscetticismo sta vincendo in Grecia, anche se il successo di neo-nazisti (per contrastare la politica della Germania!) e ultra-comunisti non prelude certamente a un futuro radioso per la nazione ellenica. La stessa cosa vale per la Francia: Hollande ha vinto grazie all’appoggio che gli ha dato Marine Le Pen, evidentemente convinta che fosse meno euro bigotto di Sarkosy e meno suddito della cancelliera tedesca. Anche in Spagna le politiche di rigore imposte dalla Merkel sono sempre più impopolari e, con una piccola forzatura, anche l’esito delle nostre elezioni amministrative può essere letto nella stessa chiave.
La “tenuta” del Pd è soprattutto nelle speranze dei suoi esponenti, il terzo polo è stato pesantemente punito dai suoi elettori come il Pdl – i partiti che appoggiano il governo euro-fanatico delle tasse e dell’ingerenza degli sgherri del fisco nei nostri conti correnti hanno subito le conseguenze della loro scelta. Il successo, certamente non strepitoso, dei grillini è spiegabile col fatto che il comico genovese ha sempre criticato le iniziative europeiste e la moneta comune.
La conclusione non è complessa: per dirla con Gino Bartali, l’euro “è tutto sbagliato, tutto da rifare”! Quanto prima quest’ovvietà sarà compresa, tanto meglio sarà per tutti. Purtroppo, non vedo segni di resipiscenza.

venerdì 4 maggio 2012

I destini comuni di tre distinti economisti

Giovanni Malagodi, Tommaso Padoa Schioppa e Mario Monti: cos’hanno in comune tre persone tanto diverse fra loro? Vediamo. Giovanni Malagodi è stato un leader politico di rilievo, Tommaso Padoa Schioppa è stato uno stimato dirigente della Banca d’Italia nonché un illustre membro della Banca Centrale Europea, Mario Monti prima di essere nominato presidente del Consiglio, ha vinto una cattedra di Economia Politica, ha fatto parte di importanti consigli d’amministrazione, è stato commissario europeo e presidente della Bocconi. Tre persone molto diverse, quindi, con una sola cosa in comune: sono stati considerati per anni distinti economisti. Malagodi aveva talmente impressionato il mondo politico per le sue conoscenze economiche che non solo veniva ritenuto economista, era anche accusato di “economicismo” da tutte le parti politiche. Veniva generalmente creduto che fosse talmente condizionato dalla sua preparazione economica da non riuscire a comprendere nessun’altra faccenda, a cogliere gli altri, e più importanti, aspetti della vita. Questa qualifica, con connessa accusa, si dissolsero come nebbia al sole non appena Malagodi, diventato ministro del Tesoro, venne osservato all’opera. Da allora nessuno lo accusò più di economicismo o ritenne che fosse un economista! Tommaso Padoa Schioppa, anche se non accademico, veniva da tutti considerato economista di grande rilievo. Anch’io ero convinto che fosse persona di buone credenziali in campo economico e mi consideravo suo estimatore e amico. Tutto ciò cambiò non appena Tommaso divenne ministro dell’Economia del governo Prodi; ricordo ancora il suo discorso alla Camera, nel quale sostenne tesi diametralmente opposte a quelle che aveva enunciato meno di due anni prima come membro della Bce. Nel mio intervento glielo rinfacciai anche con qualche battuta (avrebbe voluto applaudirmi ma gli fu impedito, ma le apprezzò almeno a giudicare dal sorriso). Dopo mi avvicinò in transatlantico e mi chiese: “Tu non hai mai fatto compromessi in politica come ministro degli Esteri e della Difesa?” Non ebbi il coraggio di rispondergli negativamente e mi limitai a sorridere. Non è questo, tuttavia, il punto; il fatto è che il numero di persone convinte che Tommaso fosse un grande economista diminuì drasticamente. Cosa c’entra Mario Monti in tutto questo? C’entra, eccome! Il suo destino è segnato: dopo la grottesca performance offerta da lui e dal suo governo, dubito fortemente che qualcuno vorrà ancora sostenere che Mario (amico mio, come Malagodi e Tommaso) sia un economista preparato. Le stupidaggini che ha sentenziato sull’”aver messo in sicurezza i conti pubblici”, avere “salvato l’Italia dal baratro”, “posto le condizioni per la crescita” entreranno, temo, a far parte del repertorio umoristico di molti comici. Tommaso Padoa Schioppa non era stato da meno quando aveva affermato che le tasse sono “nobili e bellissime”, tesi che Mario Monti credo condivida in pieno, tanto da essere convinto che sia saggio pareggiare il bilancio con un livello di spesa pubblica superiore al 50% del pil. Come il suo predecessore e suo triplo, Monti è convinto che la nostra sia la temporanea patologia di un sistema di trasferimenti fondamentalmente sano e che basti qualche ritocco (“taglio”) qua e là per rimettere ogni cosa al suo posto. E’ solo questa convinzione che spiega la revisione della spesa (spending review) e la nomina di un commissario straordinario che individui cosa tagliare, eliminando gli sprechi. Sorvolo sul ridicolo offerto da un tecnico che fa ricorso a un super-tecnico che, a sua volta, si rivolge a tutti gli italiani perché lo aiutino, e sottolineo quello che è il punto fondamentale. Caro Mario, il nostro non è un sistema sano che ha contratto un malanno temporaneo, che possa essere curato con pannicelli caldi, è un sistema profondamente sbagliato che non può non produrre crisi. Solo chi non crede nel progresso economico e nella libertà personale può ritenere accettabile questo livello di spesa pubblica, fiscalità e intrusione nella vita delle persone. Non so chi ti abbia suggerito la misura, ma sono convinto sia incompatibile con le regole di una società libera imporre alle banche di trasmettere gli estratti conto all’agenzia delle entrate, limitare l’uso di contanti, e dichiarare interesse per una tassa sulla moneta! Se Monti vuole evitare di sprofondare nel ridicolo e nella generale esecrazione, facendo apparire quello di Malagodi e di Padoa Schioppa come un destino benevolo, può fare una sola cosa: chiedere scusa e dimettersi. Antonio Martino, Il Tempo, 4 maggio 2012

martedì 1 maggio 2012

Sul pareggio del bilancio

Antonio Martino per L’Opinione, 1° maggio 2012 Il 16 marzo 1876 Marco Minghetti annunziò trionfante il raggiungimento dell’obiettivo perseguito con tenacia per anni: il pareggio del bilancio pubblico. Gli uomini della Destra Storica consideravano quell’obiettivo condizione ineliminabile di correttezza nella gestione della cosa pubblica: come le famiglie e le imprese, anche lo Stato non doveva fare il passo più lungo della gamba, spendere soldi che non aveva, indebitandosi. Erano perfettamente consapevoli del fatto che tale politica era contraria al loro interesse di parte (la “tassa sul macinato” era molto impopolare) ma ciononostante la proseguirono perché credevano che realizzasse l’interesse nazionale. Il 18 marzo la “rivoluzione parlamentare” fece cadere il governo e, dalle successive elezioni, la Destra Storica scomparve. E’ stata la classe politica di gran lunga migliore che l’Italia unita abbia avuto e il suo suicidio politico a occhi aperti lo conferma. Il 24 ottobre 1946, alle ore 17, si riunì la Sottocommissione all’Assemblea Costituente. La riunione fu molto breve il che può essere spiegato in un solo modo: erano tutti d’accordo sul significato di quello che stavano facendo, specie per l’ultimo comma dell’articolo 81 che, come voi sapete, recita “Ogni altra legge che imponga nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”. A quella riunione partecipavano due personaggi fra loro molto diversi, uno piemontese e l’altro lombardo, uno liberale e l’altro democristiano, uno liberista e l’altro fautore della programmazione, ma che avevano in comune la stessa tradizione culturale incorporata negli studi italiani di scienza delle finanze e che concordavano assolutamente su questo punto. I due personaggi si chiamavano Luigi Einaudi ed Ezio Vanoni. Luigi Einaudi in quella riunione disse che l’ultimo comma dell’articolo 81 costituisce “il baluardo rigoroso ed efficace voluto dal legislatore allo scopo d’impedire che si facciano nuove o maggiori spese alla leggera senza avere prima provveduto alle relative entrate”. Questa tesi fu appoggiata dall’onorevole Ezio Vanoni, il quale precisò che “la norma è una garanzia della tendenza al pareggio del bilancio e che è opportuno che, anche dal punto di vista giuridico, il principio sia presente sempre alla mente di coloro che propongono spese nuove. Il governo deve avere la preoccupazione che il bilancio sia in pareggio e la stessa esigenza non può essere trascurata da una qualsiasi forza che si agiti nel paese e che avanzi proposte che comportino maggiori oneri finanziari. “ Come noto, a partire dai primi anni Sessanta quella regola venne abbandonata: il Governatore della Banca d’Italia la definì (1963) “principio arcaico”, un famigerato giurista di sinistra ha costruito la sua formidabile carriera sostenendo in un ponderoso volume che l’articolo 81 non poteva imporre il pareggio del bilancio … perché ciò sarebbe stato contrario alla teoria keynesiana! Il risultato fu che quella regola fu ignorata finché non è stata riscoperta per “salvare” l’Europa (sic). In realtà il principio del pareggio è regola sacrosanta quando le pubbliche spese non superano il 10% del reddito nazionale (come al tempo di Minghetti) o si aggirano sul 30% (come all’epoca di Einaudi e Vanoni) ma, quando il rapporto della spesa pubblica sul reddito nazionale supera il 52% come adesso, il perseguimento del pareggio realizzato tentando di fare aumentare le entrate è semplicemente demenziale e ha conseguenze potenzialmente disastrose. A questi livelli di spesa la forma di finanziamento – imposte o indebitamento – è del tutto irrilevante: si tratta di un livello insostenibile e incompatibile con lo sviluppo e l’occupazione. Pareggiare il bilancio significa pretendere di prelevare con i tributi il 52% del reddito al contribuente medio; quanto dovrebbero sborsare coloro che hanno redditi superiori alla media, il 60 o 70 per cento, e le imprese il 90 o più percento? Solo un folle può credere che la crescita sia possibile in queste condizioni. L’Italia non era a rischio di default: è il paese più solido della zona dell’euro; il governo “tecnico” non l’ha salvata da un bel niente, non ha “messo in sicurezza i conti”, né tanto meno creato le condizioni della crescita. Si è limitato a piegarsi supinamente di fronte all’idiotismo del diktat tedesco sintetizzato nello sciagurato fiscal compact, impegnando di pareggiare il bilancio entro il 2013 (ora slittato al 2014), dimostrando che l’economia non è pane per i denti di tecnici arroganti e ignoranti. Come avrebbe detto il maestro di Milton Friedman (Frank Knight): “Il guaio non è che sanno così poco di economia, il vero guaio è che sanno tante cose sbagliate”!