domenica 29 gennaio 2012

Un sommesso suggerimento

I giornali ci hanno fatto sapere che il governo è diviso sull’abolizione del valore legale del titolo di studio. Anche se non provo alcuna simpatia per i governi “tecnici” e senza che mi sia stato richiesto, vorrei sommessamente offrire un suggerimento gratuito sul come procedere. Cominciamo col dire che il cosiddetto valore legale delle lauree è privo di giustificazione. Benedetto Croce non era laureato, il che non gli ha impedito di essere il maggiore filosofo italiano del novecento; Claudio Napoleoni non era laureato, eppure era professore ordinario di Storia del pensiero economico all’Università di Torino; si licet parva componere magnis, D’Alema non è laureato, eppure è stato presidente del Consiglio e ministro degli Esteri. In compenso pretendiamo che le maestre d’asilo siano laureate!
Non so se vi siete mai chiesti quali siano le ragioni che hanno fatto prosperare quelle agenzie che offrono agli interessati la possibilità, garantita, di conseguire lauree in tempi rapidi. Badate bene: non offrono una preparazione particolare, aggiuntiva rispetto a quella delle università, ma solo una garanzia di ottenimento rapido del diploma.
Quanto alle università, solo un’anima bella e poco informata potrebbe negare che esse siano ormai il tramite inutile di un vergognoso baratto che ha luogo fra studenti che non vogliono studiare, vogliono un diploma, e professori che non vogliono insegnare, ma vogliono uno stipendio garantito a vita. Il “pezzo di carta” cioè ha un valore suo del tutto indipendente da quanto esso attesta.
Il valore legale è anche responsabile principale della disoccupazione giovanile perché il laureato pretende un impiego consono al suo stato di dottore e rifiuta categoricamente lavori che considerano degradanti. Abbiamo troppi laureati disoccupati e mancanza di artigiani, meccanici, idraulici e così via.
Sorvolo sul fatto che quando viene individuato un, diciamo, dentista non laureato e lo si denuncia per esercizio abusivo della professione medica, la scoperta non ha quasi mai luogo per le lamentele dei pazienti, che sono in genere assai soddisfatti delle prestazioni del falso medico, ma su denuncia dei colleghi che, anche se laureati, hanno meno successo dell’abusivo.
Questa situazione va sanata e il valore legale abolito, ma come? Il mio sempre più sommesso suggerimento è di approvare una legge composta di un solo articolo in due commi: “Ogni cittadino italiano, compiuto il venticinquesimo anno d’età, è laureato. Può ritirare il diploma di sua scelta presso qualsiasi università italiana, previo il pagamento di un ticket, il cui importo sarà stabilito ogni anno dal ministro della Pubblica Istruzione.” Il secondo comma: “Il governo fissa ogni tre anni le fasce di reddito esentate dal pagamento del ticket.” Semplice e conciso.
Immaginate a questo punto cosa accadrebbe: a nessuno verrebbe in mente di iscriversi all’università per ottenere la laurea e le agenzie di facilitazione del conseguimento della medesima dovrebbero cambiare attività. All’università s’iscriverebbero solo quei giovani (pochi?) che hanno un sincero desiderio di imparare qualcosa di utile. Pretenderebbero quindi che l’insegnante non facesse perdere loro del tempo ma insegnasse davvero e bene cose meritevoli di essere sapute.
Gli insegnanti che oggi prendono alla leggera il loro lavoro non avrebbero studenti e dovrebbero trovarsi un’altra occupazione. Quelli che spacciano per insegnamento sermoni sui loro pregiudizi, sui loro complessi o sulle loro idiosincrasie li seguirebbero a ruota. Avremmo meno studenti, meno insegnamenti, meno università e meno fannulloni analfabeti in cattedra.
Si dirà: ma medici e avvocati, ingegneri o architetti, professionisti in genere come verrebbero selezionati? Molto semplice: chiunque potrebbe presentarsi all’esame di Stato o ai concorsi per le abilitazioni professionali e, se questi fossero fatti seriamente, avremmo solo professionisti capaci, anche se privi di un titolo di studio a valore legale.
Il mio amico Lacy Wright Jr, che ho conosciuto all’Università di Chicago, aveva fatto studi di teologia e conseguito una laurea in quel campo. Avendo cambiato idea, provò a farsi ammettere a studi post-laurea in università americane. Venne ammesso appunto dall’Università di Chicago per un corso di Master in relazioni internazionali. Prima di conseguirlo, vinse il concorso diplomatico e ha fatto una brillante carriera, divenendo ambasciatore ... senza nessun titolo di studio legale o illegale (tranne la laurea in teologia)!
Datemi retta, signori tecnici di governo, fate approvare subito la legge di cui sopra (potrete anche chiamarla col mio nome, ma non necessariamente) e passerete alla storia per aver fatto almeno una cosa giusta.



Antonio Martino, Il Tempo, 29 gen. 12

mercoledì 18 gennaio 2012

Siamo alla fine?

Euro, un esperimento fallito


Robert Barro, professore di economia a Harvard e uno degli economisti americani più stimati, si è occupato dell’euro e del suo futuro in un editoriale del Wall Street Journal (“An Exit Strategy From the Euro”, 10 gennaio). La sua conclusione è molto simile a quella da me espressa su queste colonne: “L’euro è stato un esperimento nobile, ma è fallito. Invece di sciupare risorse per tentare di salvarlo, per esempio con la creazione di fondi di soccorso, sarebbe preferibile che l’Unione Europea e gli Stati studiassero il sistema migliore per tornare alle monete nazionali.”

Barro parte da una considerazione: sette paesi membri da poco dell’UE (Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania) hanno annunziato che intendono rivedere gli impegni presi per adottare la moneta comune. Due membri dell’UE che non hanno scelto l’euro (UK e Danimarca), che hanno la possibilità di restare fuori dall’euro, hanno assistito a un notevole cambiamento delle loro pubbliche opinioni in senso contrario alla moneta europea. Quanto alla Svezia, un recente sondaggio ha svelato che l’ottanta per cento degli svedesi sono contrari all’euro, solo l’undici per cento si è detto favorevole.

Stando così le cose, sostiene Barro, anch’io ho cambiato idea. Negli anni ’90 ero convinto che il Regno Unito dovesse adottare la moneta europea perché ciò avrebbe favorito i movimenti di beni, servizi e capitali con l’Europa continentale. Oggi Barro è convinto che la moneta comune da sola non possa reggere e che i tempi non siano maturi per trasformare i paesi membri dell’UE in un unico Stato. “Una moneta comune richiede una banca centrale con poteri di prestatrice di ultime istanza con importanti implicazioni di natura fiscale.” Le condizioni per realizzare un’unica politica fiscale affidata a un governo unico non sono oggi presenti, molto meglio quindi rinunziare all’euro e tornare alle monete nazionali.

Fin qui Barro non dice nulla che non sia stato già sostenuto. Conservo una lettera di Milton Friedman nella quale, dopo avere espresso la sua sorpresa per la rapidità della convergenza delle politiche fiscali dei paesi dell’eurozona, mi raccomanda di suggerire alla Banca d’Italia di mantenere intatta la sua capacità di stampare le lire! Quello che distingue l’analisi di Barro da quelle più diffuse è che egli suggerisce anche come passare dall’euro alle monete nazionali.

La Germania, essendo il paese più grande, dovrebbe guidare il processo creando una moneta parallela, il “nuovo marco”, e fissandone il valore a un euro. I possessori di titoli di Stato tedeschi in euro avrebbero la garanzia di poterli convertire al nuovo marco fino a una certa data. I contratti privati potrebbero essere completati in euro o in nuovi marchi entro lo stesso periodo. Per un certo periodo nuovo marco ed euro circolerebbero in parallelo, poi l’euro scomparirebbe per lasciare il posto al solo marco.

Analogamente, gli altri paesi dovrebbero fare altrettanto: non a caso l’Italia è il primo dei paesi considerati dall’economista americano. Egli è convinto che l’affidabilità di titoli italiani denominati in lire anziché in euro sarebbe maggiore, perché l’Italia troverebbe più semplice fare fronte alle sue obbligazioni se in moneta nazionale invece che in euro. Barro non ha in mente la monetizzazione del debito (cioè l’inflazione) ma la maggiore fiducia che i risparmiatori avrebbero nei titoli di nuova denominazione e il migliore funzionamento del sistema complessivo.

I paesi oggi inclusi nell’eurozona disporrebbero della sovranità monetaria e potrebbero correggere eventuali squilibri nei conti con l’estero con variazioni del tasso di cambio. Queste ultime non godono oggi di buona stampa perché evocano le giustamente deprecate svalutazioni competitive. Ma le due cose sono molto diverse: le svalutazioni imposte dalle autorità monetarie per accrescere il vantaggio delle nostre esportazioni rispetto a quelle di altri paesi sono un fatto molto negativo perché inducono gli altri paesi a fare lo stesso in un processo destinato a durare con danno per tutti. Le variazioni del cambio che il mercato determina per correggere squilibri di bilancia dei pagamenti sono ben altra cosa: è molto più facile che il cane scodinzoli anziché sia la cosa a fare muovere il cane. Voglio dire che la variazione del cambio è molto meno penosa della variazione di tutti i prezzi e redditi interni.

Prendere una decisione del genere non significherebbe per nulla un arretramento del processo europeo: una volta curati gli enormi problemi creati dalla moneta unica, potremmo – finalmente! – concentrarci sugli autentici obiettivi europei: politica estera e di difesa, spianando così la strada per andare verso gli Stati Uniti d’Europa.



Antonio Martino, da Il Tempo, 18 gennaio 2012