sabato 31 dicembre 2011

Una risposta a Emanuele Macaluso sul futuro dell'Europa

Caro direttore,
Ti ringrazio per la cortese attenzione che hai voluto dedicare al mio articolo. Temo di essere stato frainteso: sono convinto, infatti, che per rilanciare il progetto europeo, come da Te auspicato, sia necessario “tornare indietro”, cioè disfare quanto di sbagliato è stato fatto e ripartire col piede giusto.
Mi duole doverlo ammettere: l’ipotesi di mio padre e degli altri padri fondatori – che cioè la moneta unica avrebbe portato inevitabilmente all’unione politica – si è dimostrata infondata. Se, quindi, vogliamo ripartire dobbiamo abbandonare l’euro che è un ostacolo insormontabile all’unità dell’Europa.
Il quesito da cui prendere le mosse è semplice: quali Stati membri sono disposti a rinunciare alla sovranità in politica estera e di difesa? Se sono più d’uno, hanno titolo a dare vita agli Stati Uniti d’Europa. Altrimenti, questi non possono esistere: non c’è mai stato uno Stato senza politica estera o difesa. Forse sono ottimista ma credo che sarebbero più d’uno gli Stati disposti a fare questo passo fondamentale. A questo punto essi si darebbero una vera Costituzione, chiara e composta di pochi articoli, nella quale si enumerano i compiti del governo dell’Unione e, implicitamente, tutto ciò che resta di competenza degli Stati membri. La Costituzione sarebbe sottoposta a referendum popolare e, se approvata, entrerebbe in vigore.
Il Presidente dell’Unione, eletto dai popoli dei paesi membri, farebbe il suo governo, i cui membri dovrebbero avere l’approvazione del Parlamento dell’Unione, anch’esso eletto dai popoli dei paesi membri.
Ai paesi che non hanno rinunciato alla sovranità in politica estera e difesa si potrebbe offrire di accettare la Costituzione e diventare membri dell’Unione o federarsi con essa.
Utopia? Forse, ma molto più realistica dell’idea di una moneta senza Stato e di uno Stato con svariate politiche estere e di difesa. Non ti sembra?
Il Tuo amico,


Antonio Martino (Il Riformista, 25 novembre 2011)

Tornare indietro per andare avanti

Intervista di Olivia Posani, La Nazione, 31 /12/2011

Antonio Martino, economista liberale, ex ministro durante i governi Berlusconi, non ha mai nascosto la sua allergia per la moneta unica. Ora invoca la modifica dei trattati e uno stop alla politica del rigore con la quale, dice, «Ci stiamo auto infliggendo recessione».

• Che bilancio fa di dieci anni con l’euro in tasca?

• Guadagnai la reputazione di euroscettico perché avevo grosse perplessità su questa nuova moneta. Le perplessità sono state confermate più di quanto pensassi».

• Che cosa non la convinceva?

• Il modo con cui la moneta è stata introdotta, la costituzione monetaria e quella fiscale. Sul primo punto va ricordato che il valore dell’euro è bastato sulla fiducia che in esso ripongono coloro che la devono usare. Questo avrebbe dovuto far comprendere l’insensatezza di introdurre una moneta che non aveva mai circolato e ritenere di poterle imporre a priori il potere d’acquisto. Se si potesse, la povertà scomparirebbe dal mondo. In Germania l’euro viene chiamato teuro, rincaro».

• Alcuni economisti hanno calcolato oggi la lira varrebbe il 30% in meno dell’euro.

• «Congetture da analfabeti monetari. Con due milioni al mese una famiglia viveva decorosamente. Con mille euro non ci vive nemmeno una coppia».

• Non sarà perché Berlusconi e Tremonti hanno abolito i comitati di controllo provinciali che dovevano evitare speculazioni?

• «Ritiene che i prezzi si possano controllare d’autorità? Questo è un altro dei miti duri a morire. I prezzi li fanno le nostre decisioni, li fanno compratori e venditori».

• Secondo lei dovevamo rimanere con la liretta?

• «No, dovevamo dare il tempo alla gente di abituarsi all’euro. Dovevamo seguire lo schema proposto dagli inglesi: usare questa moneta in parallelo a quelle nazionali. Dopo due o tre anni l’avrebbero padroneggiata anche le massaie e avremmo saputo con esattezza il suo valore di mercato».

• Dunque non ce l’ha con l’euro?

• Assolutamente no. Sono contrario al modo in cui è stato introdotto. Einaudi era favorevole alle istituzione di una moneta europea perché avrebbe evitato la più iniqua delle imposte che è l’inflazione. L’idea è stata recepita dal trattato di Maastricht, che prevede che la Bce debba pensare a evitare inflazioni e deflazioni, mentre non può comprare titoli del debito pubblico».

• La Bce non dovrebbe comprare Btp nemmeno sul mercato secondario?

• «Assolutamente no. Tutti i cinquanta stati americani hanno la stessa moneta, ma la condotta fiscale dei singoli stati è autonoma. Né la Fed né il governo intervengono per salvare uno stato troppo spendaccione. Lo fanno fallire».

• La Grecia andava fatta fallire?

• «Certamente. E non si doveva pensare di imporre all’Irlanda di aumentare l’aliquota sulle società. Non ha senso far pagare le stesse tasse a chi è ricchissimo e a chi è poverissimo. Le aliquote che si può permettere la Germania non se le può permettere né la Grecia né il Portogallo. L’idea di Monti e degli altri eurocrati di armonizzare le aliquote è folle».

• Contrario all’unificazione delle politiche monetarie e fiscali?

• «Maastricht dice che se un Paese sfora i parametri gli s’impone una multa. Le sembra sensato che un paese che non riesce a pagare i suoi debiti sia anche multato? Oggi, per salvare questo tipo di euro, corriamo rischio di far sprofondare l’Europa. E’ assurdo costringere i paesi a raggiungere al più presto il pareggio di bilancio. L’Italia è descritta da tutti sull’orlo del baratro. Non è vero. E’ la fissazione per lo spread».

• Ma se lo spread sale il nostro debito pubblico aumenta...

• «La Banca d’Italia sostiene che la situazione sarebbe gestibile anche con tassi d’interesse all’8%».

• Che cosa andrebbe fatto?

• «Dobbiamo tornare indietro per andare avanti. Riscrivere subito il trattato di Maastricht. Al primo posto si mette che ogni stato è responsabile della sua condotta di bilancio e che la Bce non può salvarlo se ha speso troppo».

• Ma l’euro ce lo teniamo?

• «Sì, dopo 10 anni ognuno sa quanto vale».

• E se i trattati restano così?

• «Entrerà in discussone il futuro dell’Europa. L’idea che la moneta unica avrebbe portato inevitabilmente all’unione politica si è dimostrata infondata. Arriverà solo quando, e se, ci saranno paesi disposti a rinunciare alla sovranità nazionale in materia di politica estera e di difesa»

• E un’unica politica economica si può realizzare?

• «Non possiamo avere una politica economica e ventisei politiche estere».

sabato 17 dicembre 2011

Risposta ad Andrea Volani

Caro Volani,
Scusi il ritardo con cui rispondo alla sua mail datata 23 novembre e inviata al mio indirizzo della Camera. Sono stato lontano dall’ufficio per varie ragioni e solo ora posso risponderle. Lei mi chiede di chiarire, inserendo la risposta sul blog, la mia opinione sul ruolo della BCE come prestatrice di ultima istanza.
Una banca centrale viene creata per svolgere appunto quel ruolo: in presenza di una temporanea crisi di liquidità delle banche, determinata per esempio da panico bancario (i depositanti, avendo dubbi sulla solvibilità della loro banca, si presentano in massa a ritirare i loro depositi e la banca, non avendo la liquidità necessaria, rischia di fallire), fornire alle banche il contante necessario a restare solvibili fino a quando la situazione non si sia normalizzata.
Ma non è a questo che fanno riferimento quanti vogliono che la BCE funga da prestatrice di ultima istanza. Vorrebbero che la BCE salvi le banche che hanno acquistato titoli pubblici diventati carta straccia per l’insolvenza dello Stato emittente, oppure che addirittura monetizzi direttamente il debito degli Stati insolventi, acquistando i loro titoli.
Mentre la prima interpretazione, quella tradizionale, è assolutamente coerente con la natura della BCE, le altre due non lo sono affatto e, se venissero adottate (direttamente o indirettamente), incentiverebbero l’irresponsabilità nella gestione delle finanze degli Stati nazionali e inonderebbero l’Europa di quantità crescenti di euro, minandone la stabilità.
L’introduzione dell’euro, come ho più volte scritto, è stata viziata da tre errori gravissimi, che vanno corretti se non vogliamo la fine della moneta comune e/o quella dell’Europa. Se si vuole andare avanti, si deve tornare indietro e riscrivere dal principio i Trattati. Le alternative sono tutte gravissime o addirittura catastrofiche.

Antonio Martino, 17 dicembre 2011

Dichiarazione di voto sulla manovra Monti

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l’onorevole Antonio Martino. Ne ha facoltà.

ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, per allentare la tensione internazionale sull’Italia responsabilmente Silvio Berlusconi ha rassegnato le dimissioni. È una decisione che rispetto. Tuttavia, alcuni amici ed io non voteremo questa manovra (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Del resto, non ho votato le due manovre precedenti. È vero che in questa manovra c’è una novità, ossia abbiamo ridotto il numero di «monti» al Ministero dell’economia e delle finanze di un terzo, ma la musica è la stessa. Per il resto, nulla è cambiato, anzi vi è qualche elemento peggiore rispetto alle due manovre precedenti. Amico Monti, abbiamo avuto non meno di una manovra all’anno per moltissimi decenni. Avevano tutte lo scopo di risanare i conti pubblici. Hanno tutte sortito il risultato opposto. L’Italia non ha bisogno di manovre, ha bisogno di riforme (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania).
L’esistente non deve essere gestito, deve essere cambiato. Altrimenti questo decreto-legge non salva l’Italia ma l’affossa (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania).

16 dicembre 2011

domenica 4 dicembre 2011

Testo del mio discorso a Asti

Luigi Einaudi:
Un cavourriano all’opera nel XX secolo
Antonio Martino, Asti 3 dicembre 2011

Molto si potrebbe dire di Luigi Einaudi nel cinquantesimo anniversario della morte, ma a me sembra che nel momento attuale vada sottolineata soprattutto una delle sue memorabili lezioni di politica economica: il principio del pareggio del bilancio e l’articolo 81 della nostra Costituzione.

L’articolo 81
Il 24 ottobre 1946, alle ore 17, si riunì la Sottocommissione all’Assemblea Costituente. La riunione fu molto breve il che può essere spiegato in un solo modo: erano tutti d’accordo sul significato di quello che stavano facendo, specie per l’ultimo comma dell’articolo 81 che, come voi sapete, recita “Ogni altra legge che imponga nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.
A quella riunione partecipavano due personaggi fra loro molto diversi, uno piemontese e l’altro lombardo, uno liberale e l’altro democristiano, uno liberista e l’altro fautore della programmazione, ma che avevano in comune la stessa tradizione culturale incorporata negli studi italiani di scienza delle finanze e che concordavano assolutamente su questo punto. I due personaggi si chiamavano Luigi Einaudi ed Ezio Vanoni.
Luigi Einaudi in quella riunione disse che l’ultimo comma dell’articolo 81 costituisce “il baluardo rigoroso ed efficace voluto dal legislatore allo scopo d’impedire che si facciano nuove o maggiori spese alla leggera senza avere prima provveduto alle relative entrate”.
Questa tesi fu appoggiata dall’onorevole Ezio Vanoni, il quale precisò che la norma è una garanzia della tendenza al pareggio del bilancio e che è opportuno che, anche dal punto di vista giuridico, il principio sia presente sempre alla mente di coloro che propongono spese nuove. Il governo deve avere la preoccupazione che il bilancio sia in pareggio e la stessa esigenza non può essere trascurata da una qualsiasi forza che si agiti nel paese e che avanzi proposte che comportino maggiori oneri finanziari.
Vorrei sottolineare il fatto, particolarmente significativo, che a volere il principio del pareggio del bilancio fosse Ezio Vanoni il quale credeva nella necessità della programmazione.
Ora programmare significa distribuire risorse date a scopi alternativi secondo una certa scala di priorità. Programmare è però impossibile quando non si tiene presente il vincolo delle risorse. Se ogni esigenza viene discussa separatamente, in modo indipendente dalle altre, non è affatto detto che le esigenze meglio soddisfatte siano anche le più urgenti e quindi la programmazione della spesa pubblica, in assenza di un pareggio del bilancio, diventa impossibile.
Il principio del pareggio del bilancio, ripeto, oltre che per questa ragione attinente alla programmazione, era soprattutto voluto come principio di trasparenza e correttezza nella gestione della cosa pubblica.
Facciamo ora un passo indietro di dieci anni.
Nel 1936 fu pubblicata la “Teoria generale dell’occupazione, interesse e moneta” di Keynes. Grazie a quest’opera si passa dalla concezione costituzionale che era stata propria della destra storica e anche della sinistra e che è propria del legislatore costituente e quindi dell’articolo 81 della nostra costituzione, ad una visione discrezionale del saldo del bilancio pubblico.
Mentre, dal punto di vista della visione costituzionale, non ci si proponeva il quesito se quella fosse la soluzione ottimale, dal punto di vista delle esigenze economiche di breve periodo, Keynes sposta il livello e trasforma il saldo del bilancio pubblico in uno strumento di politica economica discrezionale.
Keynes sostiene esplicitamente che col crescere del reddito aumenta la percentuale di reddito risparmiata. Siccome non è detto che gli investimenti aumentino nella stessa misura, è possibile che la spesa privata si riveli insufficiente e inadeguata a mantenere il reddito di piena occupazione.
Allora la spesa pubblica deve sopperire a questa carenza di spesa privata ed è opportuno che sia una spesa in disavanzo. Il bilancio pubblico dovrebbe assumere un deficit quando c’è una fase di congiuntura calante per stimolare l’occupazione e l’attività economica; un saldo attivo quando invece c’è un’espansione accelerata, per evitare l’inflazione.
In pratica Keynes sosteneva che: “Non più il pareggio su base annua, come credevano quelli della destra storica e come credevano Luigi Einaudi ed Ezio Vanoni, ma semmai il pareggio su base ciclica, con passivi quando le cose vanno male e attivi quando le cose vanno bene. Così facendo il bilancio si pareggerebbe sopra un certo numero di anni”.
Quello che è importante è che cambia la prospettiva; i primi si ponevano un problema di correttezza nella gestione della cosa pubblica, Keynes si pone un problema di convenienza dal punto di vista della politica economica.
Non starò qui a ricordare tutte le critiche che sono state mosse alla teoria keynesiana, perché sarebbe una chiacchierata di storia del pensiero economico che interessa fino a un certo punto.
Quello che invece, è interessante notare è che le conseguenze non intenzionali della visione keynesiana del bilancio sono state tali che se Keynes fosse oggi vivo sarebbe orripilato dal danno prodotto dalle sue idee. Oggi viene confermata solo una sua profezia, cioè quella che le idee degli economisti e dei filosofi politici, sia quelle giuste che quelle sbagliate, sono importanti. Nel paragrafo in cui Keynes parla dell’importanza delle idee, tra l’altro, profetizza il fatto che la sua teoria non si realizzerà subito, ma dopo parecchio tempo. Infatti 25 anni dopo, nel 1961, anno centenario della morte di Cavour ed anno della morte di Einaudi, è arrivata in Italia una versione di comodo della teoria keynesiana, con le conseguenze che dirò.
Prima di passare a parlare delle conseguenze, vorrei però cercare di rispondere a questo quesito: come mai, dieci anni dopo la teoria di Keynes, cioè nel 1946, due studiosi di economia come Luigi Einaudi ed Ezio Vanoni di fatto suggerivano che non si dovesse tener conto di quell’impostazione, ma bisognasse mantenere viceversa, la prospettiva costituzionale in tema di bilancio pubblico.
Forse non avevano letto Keynes? No di certo, tant’è vero che Einaudi aveva recensito la teoria generale sulla sua rivista. Ciò nonostante, invece di rifarsi alla visione discrezionale del saldo del bilancio pubblico suggerita da Keynes, introdussero nella nostra costituzione una norma che voleva imporre, quantomeno, la tendenza al pareggio del bilancio.
Perché Vanoni ed Einaudi, pur essendo post-keynesiani, preferirono l’ortodossia costituzionale pre-keynesiana? La risposta va trovata negli studi di finanza pubblica tipici della tradizione del nostro paese, studi di tale importanza che, quando è stato attribuito il premio Nobel per l’economia a James Buchanan nel 1986, egli si è rifatto esplicitamente alla saggezza della tradizione italiana di scienza delle finanze.
Ora cercherò di semplificare in modo quasi caricaturale, dogmatico, quello che è un problema complesso; però questa presentazione semplificata e schematica non tragga in inganno perché le conclusioni non sarebbero diverse anche se facessi un discorso più complesso e meno certo.
Einaudi e Vanoni erano contrari alla visione discrezionale del bilancio perché si rendevano conto che: primo, in assenza di regole costituzionali in materia di bilancio, il gioco degli incentivi politici nella concorrenza democratica fra partiti diversi conduce alla crescita illimitata e irrazionale delle spese; secondo, Einaudi e Vanoni erano convinti che, in assenza di regole costituzionali, la possibilità di dar vita a deficit di bilancio avrebbe favorito e rafforzato quella crescita illimitata ed irrazionale delle spese.
Mercoledì 30 novembre scorso, mentre ero a New York alle Nazioni Unite, la Camera ha inserito l’obbligo del pareggio del bilancio nella nostra Costituzione. Questa decisione è inutile, perché quell’obbligo c’era già, vergognosa perché non spontanea ma impostaci “dall’Europa”, pericolosa perché non fissa un limite né alle spese né al prelievo fiscale, equivalendo quindi a una “licenza di uccidere” a favore dello Stato e ai nostri danni.

Le conseguenze del keynesianismo
Nel 1961 arrivò in Italia una versione di comodo della teoria keynesiana confermando la profezia di Keynes secondo cui le idee arrivano con venticinque anni di ritardo.
Un autorevole responsabile della politica monetaria dichiarò che il principio dell’articolo 81 era un principio arcaico; giuristi compiacenti dissero che non era affatto vero che esso imponesse il pareggio del bilancio e che bastava che ci fosse la copertura per il primo anno di vigenza perché il principio fosse rispettato anche se la legge di spesa era pluriennale, e quindi il principio dell’articolo 81 cominciò ad essere aggirato ed abbandonato.
Dal 1961 al 1989, che io sappia, non c’è stato neanche un rinvio formale di leggi prive di copertura finanziaria, alle Camere. Tutto questo con il risultato che siamo passati da 357 miliardi di deficit nel ’61 (1,5%); a 3.222 miliardi di deficit nel ’70 (5,1%); a 34.508 miliardi di deficit nell’80 (989%); 153.780 miliardi di deficit nel 1993 (9,9%). Se il nostro paese rischia la bancarotta finanziaria, questo è dovuto anche alle idee degli economisti, in questo caso quelle sbagliate.
Dal punto di vista della finanza pubblica è importante anche lo stock di debito. Nel 1950 il debito pubblico complessivo, in rapporto al prodotto interno lordo, era pari al 52%; nel 1980 era il 55%, cioè in trent’anni il rapporto debito sul P.I.L. aumentò di soli tre punti.
È grazie alla saggezza di Vanoni ed Einaudi che dal ’50 fino alla metà degli anni ’60 l’incidenza è andata diminuendo; poi, quando hanno cominciato a manifestarsi le conseguenze della teoria keynesiana, il rapporto del debito sul P.I.L. è iniziato ad aumentare in conseguenza dei maggiori deficit. Nel 1980 il rapporto era del 55%, nel 1993 ha superato il 120%, cioè dal ’50 all’’80 l’incidenza è aumentata di tre punti e dall’’80 al ’93 è di sessantacinque punti: tre punti di P.I.L. in più in trent’anni e sessantacinque punti di P.I.L. in poco più di tredici anni.
Voglio anche ricordare che non è vero che quest’aumento del debito sia stato dovuto a carenza di entrate. Le entrate totali del settore pubblico si sono più che quintuplicate fra l’80 ed il ’93: in quegli anni, mentre il reddito reale aumentava del 2,5% all’anno, le entrate totali del settore pubblico, in termini reali, aumentavano del 5,5% all’anno. E ancora, dal 1990 al 1993 l’aumento delle entrate ha assorbito l’ottanta per cento dell’aumento del prodotto.
La spiegazione di ciò è molto semplice: la crescita incontrollata della spesa pubblica, come prevedevano Einaudi e Vanoni. Se dal 1980 al 1993 le spese del settore pubblico fossero in aumento in modo da proteggerne il valore reale, ovvero in misura proporzionata alla crescita del reddito ma non oltre, nel 1993 il bilancio avrebbe avuto un saldo attivo e il debito pubblico avrebbe rappresentato il 16% del P.I.L., anziché oltre il 120%. Una misura modestissima, di contenimento non del livello assoluto della spesa, ma della sua rapidità di crescita, sarebbe bastata per eliminare del tutto il problema dell’indebitamento in Italia in soli tredici anni. Non sarebbe stato necessario licenziare nemmeno un dipendente pubblico, ridurre lo stipendio a nessuno, né rinunciare a nessuna delle tante iniziative del nostro settore pubblico, sarebbe bastato un minimo di continenza nella rapidità di crescita della spesa. Questo non è accaduto e certamente la colpa non è del contribuente italiano.
Nel 1976 Milton Friedman propose l’introduzione di una festa nazionale, che io poi ho suggerito in Italia, a data variabile, che festeggi il “Giorno dell’Indipendenza personale”, cioè il giorno in cui l’italiano medio smette di lavorare per lo Stato e comincia a lavorare per sé e per la sua famiglia.
Nel 1960 lavoravamo per lo stato dal 1° gennaio al 29 aprile, nel 1970 fino al 12 maggio, nel 1980 fino al 7 giugno, nel 1990 fino al 20 luglio e nel 1993 fino al 4 agosto, adesso siamo andati persino oltre!
Grazie alla straordinaria parsimonia delle nostre famiglie, che sono tra le più risparmiatrici del mondo, siamo riusciti fino a ora finanziare, in modo non inflazionistico e sull’interno, un disavanzo enorme, il cui danno maggiore è stato il calo degli investimenti e la fine dello sviluppo. Il risparmio delle famiglie che è servito a finanziare il deficit non ha potuto essere investito. I privati, infatti, prendono a prestito soprattutto per investire, invece in Italia il disavanzo pubblico è stato destinato soprattutto a spese correnti, a consumi: quando c’è un disavanzo, si sposta il risparmio dall’investimento verso il consumo e ciò riduce il tasso di sviluppo.
Quest’anno, cade l’ottantacinquesimo anniversario di un famoso scritto di Keynes “La fine del lasciar fare”. A me sembra che dopo tutti questi anni abbiamo imparato che è pericoloso lasciar fare al governo e che bisogna abbandonare la prospettiva discrezionale in tema di bilancio e recuperare la saggezza della prospettiva costituzionale.
Per dirla con Thomas Jefferson: “In questioni di potere smettiamola di parlare di fiducia negli uomini, ma mettiamoli in condizioni di non nuocere con le catene della costituzione. Se mi fosse possibile, mi affiderei a un solo emendamento per ricondurre il potere del governo federale a quello che è suo costituzionalmente: gli toglierei il potere di indebitarsi”.

Manovre e riforme
La lezione di Minghetti, di Einaudi, di Vanoni resta valida ancora oggi. Tuttavia, essa è legata anche al livello della spesa pubblica: il pareggio del bilancio è sacrosanto quando le spese totali sono inferiori al 10% del reddito nazionale, come ai tempi di Minghetti, pari al 10%, com’erano nel 1900, al 30%, come nel 1946, ma non lo è affatto quando superano il 52%, com’è oggi. Il finanziamento di questi livelli di spesa pubblica è questione del tutto secondaria: non importa se con l’indebitamento o con le imposte. L’imperativo oggi non è il pareggio del bilancio, ma la drastica riduzione delle spese pubbliche.
Luigi Condorelli, maestro di clinica medica, sosteneva che la condizione di malato non è stabile. Difficile dargli torto: prima o poi finisce la malattia oppure il malato! Ora immaginate un malato cui il medico curante prescrive un farmaco salvavita. Il paziente lo prende, ma la malattia continua. Il medico decide che la dose era insufficiente e ne prescrive una maggiore. Niente, il malato non solo non guarisce, ma peggiora. Imperterrito il medico continua a prescrivere lo stesso farmaco e continua a prescriverlo, diciamo, per diversi anni. Il malato continua a esserlo, apparentemente smentendo la tesi del professor Condorelli. Per quanto mi riguarda, se fossi stato io al posto del malato, avrei immediatamente cambiato medico, sperando di trovarne uno meno maledettamente cocciuto del primo.
Fuor di metafora, a partire almeno dagli anni Settanta il malato (i conti pubblici italiani) ha ricevuto dai medici la stessa medicina (manovre) in dosi sempre più massicce ma la malattia, lungi dall’essere curata, ha continuato a peggiorare. Non sarebbe il caso di cominciare a prendere in considerazione la possibilità che la cura non sia proprio quella adatta al caso? Eppure, il coro unanime dei padroni del vapore continua a recitare la stessa, immutabile, solfa: occorre una manovra, occorre subito, anzi forse non basta, dovremo presto farne almeno un’altra o forse due.
Questa logora sceneggiata si protrae da oltre quarant’anni ma gli attori sono instancabili, ripetono la stessa farsa senza battere ciglia. Credo che il momento di finirla sia giunto ormai da troppi anni e mi rifiuto di prestarmi a protrarre questo indegno accanimento terapeutico, forse il caso più eclatante di malasanità, in un Paese in cui tanti altri casi continuano a sottolineare l’inefficienza del nostro sistema sanitario nazionale.
Le amministrazioni pubbliche – governo centrale, amministrazioni locali, enti previdenziali, autorità autonome e quant’altro – sono in realtà un sistema di trasferimenti: si finanziano prelevando quattrini dalle tasche di alcuni italiani per trasferirli in quelle di altri italiani. Come detto, le dimensioni di questi trasferimenti sono aumentate enormemente nel corso del tempo.
Cosa giustifica questa spaventosa crescita? Certamente non la lotta alla povertà: eravamo più poveri nel 1900 che non negli anni Cinquanta e più poveri nei Cinquanta che non adesso. Del resto, chi crede che le spese delle amministrazioni pubbliche abbiano davvero lo scopo di alleviare il disagio dei nostri concittadini meno fortunati? Se il 51% del reddito nazionale andasse al 20% più povero della popolazione, lo renderebbe immediatamente agiato.
Le cose sono assai meno semplici, bisogna considerare altri elementi. Primo: quanto la collettività riceve ammonta a molto meno di quanto la collettività deve versare all’apparato di trasferimenti pubblico, per via dei costi di trasferimento (burocrazia, politica, corruzione, eccetera). Secondo: Chi paga non necessariamente appartiene alle fasce di reddito più alte, chi riceve non necessariamente a quelle più basse. Il finanziamento dell’università, della sanità, e degli enti locali molto spesso proviene dalle tasche di contribuenti a reddito medio - basso o basso, e va in quelle di persone non indigenti, e la redistribuzione diventa regressiva. Terzo: i costi dell’apparato pubblico non vanno ai compiti essenziali dello Stato (per Difesa ed Esteri spendiamo soltanto poco più dell’uno per cento del pil). L’indennità parlamentare mi colloca nell’uno per cento più ricco dei contribuenti (ineffabile efficienza del nostro sistema tributario!) eppure ricevo “gratis” i servizi e le medicine fornite dal sistema sanitario nazionale: tassiamo il 99% meno abbiente per dare all’uno per cento più ricco!
Infine, ma non meno importante, la percentuale di spesa pubblica sulla quale il governo ha, a legislazione invariata, potere d’intervento rappresenta una percentuale molto ridotta del totale. Le spese per interessi, per i dipendenti pubblici, per le “prestazioni sociali” (assai deludenti e niente affatto sociali) sono incomprimibili e rappresentano oltre i quattro quinti del totale. Ha senso tentare di ridurre il 100% agendo solo sul 20%? A me non sembra.
L’Italia non ha bisogno di manovre ma di riforme: non possiamo permetterci l’insensato numero di livelli di governo locale né il loro irragionevole numero, non possiamo continuare a mandare in pensione gente in età lavorativa, non possiamo continuare a bruciare cifre astronomiche in un servizio sanitario nazionale inefficiente, pletorico e corrotto, e così via. Non serve a nulla gestire l’esistente, bisogna cambiarlo.
L’Europa e noi
Spero mi perdonerete se torno su un tema che ho già più volte trattato: l’euro e il suo (e nostro) futuro. Ho sempre criticato la moneta unica europea fondamentalmente per tre ragioni: il modo in cui è stata introdotta, la mancanza di una vera costituzione monetaria e di un credibile statuto fiscale.
Cominciamo dagli ultimi due motivi della mia opposizione: I trattati di Maastricht dicono che la Bce è indipendente (da chi?) e che deve garantire la stabilità dei prezzi ma nulla dicono su cosa accade nel caso in cui fallisca nel perseguimento del suo obiettivo istituzionale. Evidentemente gli estensori erano convinti che il responsabile della politica monetaria europea dovesse rispondere soltanto a Dio del suo operato.
Quanto allo statuto fiscale, i trattati prevedono salate multe per quegli Stati membri che non rispettano i parametri previsti per lo stock di debito e per il deficit annuo. Al momento dell’introduzione dell’euro un solo Stato rispettava quei parametri: il Lussemburgo! Quasi tutti gli altri avevano sia un debito sia un deficit superiori al consentito o avevano truccato i conti per fare finta di essere in regola. Nata all’insegna di questa “elasticità” d’interpretazione delle norme dei trattati, la costituzione fiscale non aveva prospettive di un glorioso futuro. Infine, infliggere multe a un paese insolvente non è certo il modo migliore per trarlo fuori dai guai.
Il modo d’introduzione dell’euro è stato semplicemente insensato: prendere un pezzo di carta che non è mai stato usato prima come moneta, imbrattarlo con figure e cifre, e decretare che il suo potere d’acquisto è esattamente pari a 1936,27 lire oggi e per l’eternità è idea che può albergare soltanto nella mente di un analfabeta di economia monetaria. I tecnocrati erano caduti nella trappola cara ai sovrani medioevali, quella del valor impositus, che il valore di una moneta possa a essa venire imposto dal sovrano. Purtroppo per noi, quella luciferina presunzione ha fatto la fine del mito medioevale, venendo smentita dalla realtà.
La moneta unica europea, secondo i suoi fautori, avrebbe dovuto tenere unita l’Europa; la realtà contemporanea dimostra che ha fatto la cosa opposta. Se la signora Merkel continuerà nel suo caparbio tentativo di salvare l’euro (che i tedeschi chiamano “teuro” cioè rincaro), imporrà all’Europa una recessione che la disgregherà, se invece vuole salvare l’Europa deve accettare il fallimento della moneta unica.
La cancelliera non ha titolo per impartire lezioni di ortodossia fiscale a nessuno: anche la Germania ha pesantemente barato sui conti. Lo denuncia un articolo del Monde: ”Non è che la Germania sia proprio questo modello di virtù.” Il debito, infatti, supera il tetto del 60% di Maastricht, e il dato ufficiale è truccato, per via del modo in cui Berlino ha contabilizzato i miliardi immessi dopo la crisi del 2008. Queste somme, secondo Il Foglio (22 novembre), sono state collocate fuori dal bilancio in un fondo speciale. “Senza quest’astuzia, secondo il Monde, il deficit tedesco non sarebbe stato del 3,2% ma del 5,1%, cioè superiore a quello francese.”
Lasciando la cancelliera ai suoi trucchetti, il vero problema è un altro. L’Italia, adottando la moneta unica, ha delegato la sua sovranità monetaria alla Bce, ma non ha delegato a nessuno la sua sovranità di politica economica e fiscale. Nessuno, men che meno la Bce, ha il diritto di dirci cosa possiamo e cosa non possiamo fare, né tanto meno imporci l’agenda di politica economica.
So che non è politicamente corretto citarlo, ma sono pienamente d’accordo con l’eurodeputato inglese Nigel Farrage che al Parlamento europeo si è rivolto a Barroso (presidente della Commissione), Rehn (commissario economico) e Van Rompuy con queste parole: “Di chi è la responsabilità del disastro attuale? La risposta è nessuno, perché nessuno di voi è stato eletto. Nessuno di voi ha una legittimazione democratica per il ruolo che ricopre in questa crisi. (…) E devo dire, signor Van Rompuy, che quando ci siamo incontrati per la prima volta un anno e mezzo fa mi ero sbagliato sul suo conto. La definii un assassino silenzioso delle democrazie degli Stati nazionali. Non è più così, lei è piuttosto rumoroso nel suo operare. Lei, non eletto, è andato in Italia e ha detto: ‘Questo non è il tempo di votare, è il tempo di agire’. Ma chi le dà il diritto, in nome di Dio, di dire queste cose agli italiani?”.
Farrage ha ragione ed è triste che sia un inglese a difendere la sovranità dell’Italia, mentre noi ci siamo astenuti dal farlo. L’Europa, si sostiene, ci ha chiesto di darci un governo di tecnici sostenuto da larghe intese. Confesso la mia ignoranza: non mi risulta che mai nessun paese, con una sola eccezione, si sia dato un governo tecnico. L’eccezione è nota: l’Italia nel 1995 si diede (più corretto sarebbe dire che si vide imporre dal capo dello Stato) un governo tecnico, guidato dal ministro del Tesoro del governo precedente, Lamberto Dini. Ho cercato invano di immaginare cosa accadrebbe negli Stati Uniti d’America se venisse proposto un presidente tecnico e sono sempre arrivato alla conclusione che l’ipotesi avrebbe scatenato 300 milioni di pernacchie. Lo stesso vale per l’Inghilterra, la Francia, la Germania e il resto del mondo. Decisamente siamo in presenza di una creazione della sconfinata fantasia italiana.
Diceva Chesterton che governare è come scrivere una lettera d’amore o soffiarsi il naso: dobbiamo farlo noi, anche se lo facciamo male, non possiamo certo delegarlo ad altri. Noi italiani, invece, riteniamo che altri possa soffiarci il naso, scrivere per noi alla nostra donna o governarci. Il fatto è che democrazia non significa governo dei più qualificati; se fosse questo il suo significato nessuno ricorrerebbe alle elezioni che non garantiscono affatto che saranno scienziati, tecnici o vincitori del Nobel a risultare i primi. Tutte le democrazie, per essere certe che a vincere sarà il più qualificato, invece di costosissime elezioni, bandirebbero pubblici concorsi per titoli ed esami ai posti di governo. Solo così avremmo la ragionevole speranza che non andranno al potere persone prive dei requisiti tecnico-scientifici per utilizzarlo al meglio.
Personalmente sono sempre stato dell’idea che “I governi cosiddetti amministrativi o tecnici sono sempre stati i governi più seriamente e pericolosamente politici che il Paese abbia avuto. Il loro preteso agnosticismo è servito sempre e soltanto a coprire, a consentire o a tentare le più pericolose manovre contrarie alle necessità e agli sviluppi di una corretta vita democratica. (…) Governo di affari, dunque, e dopo di esso un mutamento non nel senso limpidamente indicato dalla consultazione elettorale, ma nella direzione opposta.” Queste parole sono state pronunciate alla Camera da uno che aveva un rispetto per la sovranità popolare che manca ai suoi epigoni: Palmiro Togliatti (9 luglio 1963).
Una cosa è certa: questa Europa, l’unione dei Van Rompuy, delle direttive sulla curvatura delle banane e la lunghezza dei preservativi, non ha nulla da spartire con l’Europa nella quale credevano i padri fondatori. Per questo grido, senza paura di scomuniche, quest’Europa non mi piace, rivoglio l’Italia!

P. S. Come vedete, è il frutto di un "taglia e incolla" che ha riciclato testi a voi già noti.

venerdì 2 dicembre 2011

Antonio Martino ricorda Luigi Einaudi a 50 anni dalla scomparsa

Sabato 3 Dicembre 2011 alle ore 10:30 al Salone del Municipio di Asti, Antonio Martino interverrà in occasione del convegno "L'Attualità di Cavour", ricordando Luigi Einaudi a 50 anni dalla scomparsa. L'evento è organizzato dall'Associazione Europa Duemila e dal Comitato Cavour 2010.