mercoledì 23 novembre 2011

Rivoglio l'Italia, questa Europa non va

I lettori di questo giornale mi perdoneranno se torno su un tema che ho già più volte trattato: l’euro e il suo (e nostro) futuro. Ho sempre criticato la moneta unica europea fondamentalmente per tre ragioni: il modo in cui è stata introdotta, la mancanza di una vera costituzione monetaria e di un credibile statuto fiscale.
Cominciamo dagli ultimi due motivi della mia opposizione: I trattati di Maastricht dicono che la Bce è indipendente (da chi?) e che deve garantire la stabilità dei prezzi ma nulla dicono su cosa accade nel caso in cui fallisca nel perseguimento del suo obiettivo istituzionale. Evidentemente gli estensori erano convinti che il responsabile della politica monetaria europea dovesse rispondere soltanto a Dio del suo operato.
Quanto allo statuto fiscale, i trattati prevedono salate multe per quegli Stati membri che non rispettano i parametri previsti per lo stock di debito e per il deficit annuo. Al momento dell’introduzione dell’euro un solo Stato rispettava quei parametri: il Lussemburgo! Quasi tutti gli altri avevano sia un debito sia un deficit superiori al consentito o avevano truccato i conti per fare finta di essere in regola. Nata all’insegna di questa “elasticità” d’interpretazione delle norme dei trattati, la costituzione fiscale non aveva prospettive di un glorioso futuro. Infine, infliggere multe a un paese insolvente non è certo il modo migliore per trarlo fuori dai guai.
Il modo d’introduzione dell’euro è stato semplicemente insensato: prendere un pezzo di carta che non è mai stato usato prima come moneta, imbrattarlo con figure e cifre, e decretare che il suo potere d’acquisto è esattamente pari a 1936,27 lire oggi e per l’eternità è idea che può albergare soltanto nella mente di un analfabeta di economia monetaria. I tecnocrati erano caduti nella trappola cara ai sovrani medioevali, quella del valor impositus, che il valore di una moneta possa ad essa venire imposto dal sovrano. Purtroppo per noi, quella luciferina presunzione ha fatto la fine del mito medioevale, venendo smentita dalla realtà.
La moneta unica europea, secondo i suoi fautori, avrebbe dovuto tenere unita l’Europa; la realtà contemporanea dimostra che ha fatto la cosa opposta. Se la signora Merkel continuerà nel suo caparbio tentativo di salvare l’euro (che i tedeschi chiamano “teuro” cioè rincaro), imporrà all’Europa una recessione che la disgregherà, se invece vuole salvare l’Europa deve accettare il fallimento della moneta unica.
La cancelliera non ha titolo per impartire lezioni di ortodossia fiscale a nessuno: anche la Germania ha pesantemente barato sui conti. Lo denuncia un articolo del Monde:”Non è che la Germania sia proprio questo modello di virtù.” Il debito, infatti, supera il tetto del 60% di Maastricht, e il dato ufficiale è truccato, per via del modo in cui Berlino ha contabilizzato i miliardi immessi dopo la crisi del 2008. Queste somme, secondo Il Foglio (22 novembre), sono state collocate fuori dal bilancio in un fondo speciale. “Senza questa astuzia, secondo il Monde, il deficit tedesco non sarebbe stato del 3,2% ma del 5,1%, cioè superiore a quello francese.”
Lasciando la cancelliera ai suoi trucchetti, il vero problema è un altro. L’Italia, adottando la moneta unica, ha delegato la sua sovranità monetaria alla Bce, ma non ha delegato a nessuno la sua sovranità di politica economica e fiscale. Nessuno, men che meno la Bce, ha il diritto di dirci cosa possiamo e cosa non possiamo fare, né tanto meno imporci l’agenda di politica economica.
So che non è politicamente corretto citarlo, ma sono pienamente d’accordo con l’eurodeputato inglese Nigel Farrage che al Parlamento europeo si è rivolto a Barroso (presidente della Commissione), Rehn (commissario economico) e Van Rompuy con queste parole: “Di chi è la responsabilità del disastro attuale? La risposta è nessuno, perché nessuno di voi è stato eletto. Nessuno di voi ha una legittimazione democratica per il ruolo che ricopre in questa crisi. (…) E devo dire, signor Van Rompuy, che quando ci siamo incontrati per la prima volta un anno e mezzo fa mi ero sbagliato sul suo conto. La definii un assassino silenzioso delle democrazie degli Stati nazionali. Non è più così, lei è piuttosto rumoroso nel suo operare. Lei, non eletto, è andato in Italia e ha detto: ‘Questo non è il tempo di votare, è il tempo di agire’. Ma chi le dà il diritto, in nome di Dio, di dire queste cose agli italiani?”.
Farrage ha ragione ed è triste che sia un inglese a difendere la sovranità dell’Italia, mentre noi ci siamo astenuti dal farlo. Una cosa è certa: questa Europa, l’unione dei Van Rompuy, delle direttive sulla curvatura delle banane e la lunghezza dei preservativi, non ha nulla da spartire nell’Europa nella quale credevano i padri fondatori. Per questo grido, senza paura di scomuniche, quest’Europa non mi piace, rivoglio l’Italia!



Antonio Martino, da Il Tempo, 23 nov. 11

martedì 15 novembre 2011

Cose italiane

Confesso la mia ignoranza: non mi risulta che mai nessun paese, con una sola eccezione, si sia dato un governo tecnico. L’eccezione è nota: l’Italia nel 1995 si diede (più corretto sarebbe dire che si vide imporre dal capo dello Stato) un governo tecnico, guidato dal ministro del Tesoro del governo precedente, Lamberto Dini. Ho cercato invano di immaginare cosa accadrebbe negli Stati Uniti d’America se venisse proposto un presidente tecnico e sono sempre arrivato alla conclusione che l’ipotesi avrebbe scatenato 300 milioni di pernacchie. Lo stesso vale per l’Inghilterra, la Francia, la Germania e il resto del mondo. Decisamente siamo in presenza di una creazione della sconfinata fantasia italiana.
Diceva Chesterton che governare è come scrivere una lettera d’amore o soffiarsi il naso: dobbiamo farlo noi, anche se lo facciamo male, non possiamo certo delegarlo ad altri. Noi italiani, invece, riteniamo che altri possa soffiarci il naso, scrivere per noi alla nostra donna o governarci. Il fatto è che democrazia non significa governo dei più qualificati; se fosse questo il suo significato nessuno ricorrerebbe alle elezioni che non garantiscono affatto che saranno scienziati, tecnici o vincitori del Nobel a risultare i primi. Tutte le democrazie, per essere certe che a vincere sarà il più qualificato, invece di costosissime elezioni, bandirebbero pubblici concorsi per titoli ed esami ai posti di governo. Solo così avremmo la ragionevole speranza che non andranno al potere persone prive dei requisiti tecnico-scientifici per utilizzarlo al meglio.
Personalmente sono sempre stato dell’idea che “I governi cosiddetti amministrativi o tecnici sono sempre stati i governi più seriamente e pericolosamente politici che il Paese abbia avuto. Il loro preteso agnosticismo è servito sempre e soltanto a coprire, a consentire o a tentare le più pericolose manovre contrarie alle necessità e agli sviluppi di una corretta vita democratica. (…) Governo di affari, dunque, e dopo di esso un mutamento non nel senso limpidamente indicato dalla consultazione elettorale, ma nella direzione opposta.” Queste parole sono state pronunciate alla Camera da uno che aveva un rispetto per la sovranità popolare che manca ai suoi epigoni: Palmiro Togliatti (9 luglio 1963).
Oltre tutto, se siamo veramente convinti che ciò di cui l’Italia ha bisogno è una sospensione della democrazia e un governo di tecnici, perché mai sprecare tempo sottoponendolo all’insulto di fargli dare (o negare) la fiducia di quell’associazione a delinquere di stampo politico che è il Parlamento. Monti è persona d’onore, qualificatissimo, elegante e amato da tutti quelli che contano nei settori bancario, finanziario, industriale ed eurocratico. Il suo concorso l’ha già vinto molti anni fa, non ha bisogno di provare niente a nessuno, men che meno ad assemblee piene persino da non laureati, e non importa se siano stati persino loro chiamati alla presidenza del Consiglio o al ministero degli Esteri.
Il mio amico Mario Monti non me ne vorrà se mi permetto di ricordargli che non basta essere stati commissari europei per avere diritto a commissariare l’Italia. Non votai sedici anni orsono la fiducia a Lambertow, non voterò nemmeno a favore del mio amico Mario; se anche fosse miracolosamente tornato fra noi dall’aldilà Milton Friedman, non avrebbe il mio voto. Né me lo chiederebbe, aveva una concezione quasi sacra della democrazia: quando rifiutai di fare il segretario generale della Nato, mi scrisse: “Hai fatto la cosa giusta, quella non è una carica elettiva”!
Gli italiani non hanno eletto Draghi alla Bce né Lagarde al Fmi né Monti a palazzo Chigi; Sarkosy e Merkel non hanno avuto nemmeno un voto italiano. Non si vede quindi perché questi signori si ritengano autorizzati a dirci cosa possiamo o non possiamo fare del nostro destino. Celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia è esercizio sterile se ci manca poi la consapevolezza dell’enorme fortuna che abbiamo avuto nascendo italiani e svendiamo la nostra autonomia e la nostra dignità al primo venuto.


da Il Tempo 15 novembre 2011

sabato 12 novembre 2011

Tenici e democrazia

Richiesto dal Foglio di un parere su Mario Monti, ecco quanto ho scritto:

Sono amico di Mario Monti da oltre quarant’anni: nel 1976 mi privò del piacere di essere il più giovane economista in cattedra (vincemmo lo stesso concorso, ma lui ha tre mesi meno di me) e nel 1994 ebbi la responsabilità di fare il suo nome come commissario europeo e dovetti faticare per oltre quindici giorni per convincerlo ad accettare. Gode di diffuso e meritato prestigio, ma non è mai stato eletto da nessuno. Non vedo perché dovremmo sottrarre agli elettori quella sovranità che la nostra Costituzione attribuisce loro. Se fossero i più qualificati a meritare di governare, le elezioni sarebbero il metodo sbagliato per sceglierli; dovremmo ricorrere a pubblici concorsi per titoli ed esami.

Mario Monti ha occupato cariche importanti sia nel mondo bancario (Banca Commerciale) sia in quello industriale (consiglio di amministrazione della Fiat) e non c’è alcun dubbio che sia molto amato dall’establishment, dalla gente che conta. I suoi articoli, non frequentissimi, sono pubblicati dal Corriere in prima pagina. Non c’è niente di male in tutto questo, ma non costituisce una credenziale democratica e solleva dubbi sui limiti che le sue conoscenze potrebbero imporre alla sua indipendenza.

Non credo sia portato per riforme innovative, è fin troppo politicamente corretto e non solo nel linguaggio. Inoltre temo che il periodo trascorso a Bruxelles lo abbia fortemente influenzato e temo pertanto che non farebbe mai qualcosa che potesse spiacere agli eurocrati o all’asse franco-tedesco.

da Il Foglio, 11 novembre 2011

giovedì 10 novembre 2011

Un'eredità duratura

La decisione di Silvio Berlusconi di dimettersi dopo l’approvazione della legge di stabilità e non ricandidarsi sembra preludere alla fine di un ciclo ventennale. Tuttavia, se l’uomo Berlusconi lasciasse la politica resterebbe comunque quanto egli lascia alla politica italiana. A me sembra che l’eredità duratura del ventennio berlusconiano possa essere sintetizzata in tre punti. Vediamo.
Anzitutto, Berlusconi con la sua discesa in campo ha dimostrato aldilà di ogni ragionevole dubbio che la maggioranza degli elettori italiani è di centrodestra, le sinistre, anche se complessivamente considerate, sono solo una minoranza. Questo è provato non solo dalle vittorie elettorali del centrodestra (1994, 2001 e 2008) ma anche dalle “sconfitte”. Nel 1996, come riconobbe persino D’Alema, il centrodestra prese più voti del centrosinistra e, quanto alla “vittoria” di Prodi nel 2006, non credo che definirla funambolica sia fazioso.
Il secondo e più importante lascito dell’era berlusconiana è che la maggioranza degli italiani non ama l’esistente, non vuole che sia gestito, vuole che sia cambiato e vuole un cambiamento liberale, che riduca l’invadenza pubblica, le tasse, le spese e il potere enorme attribuito dall’esistente alla classe politico-burocratica. Il tema di Berlusconi è sempre stato lo stesso sia quando ha vinto sia quando ha perso: meno pubblico, più privato, meno spesa pubblica più spesa privata, meno sprechi pubblici più investimenti privati. Una rivoluzione liberale appunto. La maggioranza degli elettori ha sempre detto sì a questa scelta. Che poi non si sia non dico realizzata ma nemmeno avviata è un altro discorso, ma resta lì come agenda per i governi avvenire.
La terza eredità è solo indirettamente attribuibile a Berlusconi, che l’ha solo fatta emergere. L’alternativa al centrodestra non esiste. Gli altri sono fin qui stati tenuti dall’antiberlusconismo ma non hanno nulla in comune: nel 1996 – 2001 hanno cambiato presidente del Consiglio quattro volte (Prodi, D’Alema 1, D’Alema 2 e Amato) … per poi candidare un quinto, Rutelli. Niente leader condiviso quindi, né tanto meno un programma comune. Oggi all’opposizione stanno Fini, Casini, Di Pietro, Bersani, Vendola, Pannella e chi più ne ha più ne metta. E’ pensabile che quest’ assortito arcipelago di anti - Berlusconi possa avere punti programmatici comuni? A me non sembra: coesistono proporzionalisti e maggioritari, talebani cattolici di destra e di sinistra, mangiapreti, riformisti e velleitari. Uscito Berlusconi di scena cosa mai potrebbe tenerli assieme?
Lo dico con dolore perché credo che non è l’esistenza di un governo a rendere democratico un paese (i governi esistono anche nelle dittature) ma l’esistenza di una opposizione; quanto più è coesa, alternativa e credibile l’opposizione tanto più democratico è il paese. Questo non è purtroppo il nostro caso e la colpa non è di Berlusconi ma dei miti otto e novecenteschi che si rifiutano di lasciarci: siamo ancora ricchi di nostalgici di Stalin, orfani di Mussolini, nostalgici di De Gasperi e craxiani irriducibili, che non possono certo mettersi assieme e governare un grande Paese nel XXI secolo.
Il futuro quindi richiede anzitutto un centrodestra che continui (o inizi?) la rivoluzione liberale promessa, che riesca a essere credibile e coeso e vinca le elezioni. Ma richiede anche la nascita di una vera opposizione libera dai pregiudizi del passato, unita attorno a un leader e a un programma comune e condiviso a fondo che si prepari a prendere il posto del centrodestra alla guida del governo alle prossime elezioni.
Possibile? Certamente sì. Probabile? Non lo so, ma l’imprevedibilità del futuro è condizione necessaria (e forse anche sufficiente) per rendere la vita meritevole di essere vissuta.



Da Il Tempo, 10 novembre 2011

lunedì 7 novembre 2011

Un non improbabile scenario da incubo

Le considerazioni che seguono mi sono state suggerite dalla lettura di un articolo del mio amico Gerald O’ Driscoll sul Wall Street Journal (3 novembre). Le riprendo senza imbarazzo perché si tratta di considerazioni evidenti, che sono sotto i nostri occhi da tempo e che non abbiamo ancora metabolizzato. Il tema di O’ Driscoll è semplice e sconvolgente: la crisi finanziaria dell’Europa riguarda anche gli Stati Uniti e non solo indirettamente.
Il meccanismo è noto: lo Stato fa promesse “sociali” ai suoi cittadini – pensioni generose erogate in età lavorativa, assistenza sanitaria gratuita per tutti, inamovibilità dell’impiego – che a un certo punto scopre di non potere mantenere per mancanza di soldi. Avendo già spremuto tutto il possibile dal settore privato e non potendo aumentare ancora il prelievo fiscale senza stroncare l’economia, ricorre all’indebitamento; quando i privati non assorbono più le cambiali dello Stato, questi si rivolge alle banche, promettendo in cambio che ne garantirà la solvibilità. E’ uno schema truffaldino che nemmeno Bernie Maddoff avrebbe potuto concepire: le banche comprano titoli di Stato in cambio della promessa di salvataggio in caso di difficoltà.
Tuttavia, un “salvatore” smette di essere tale quando resta senza soldi e comincia l’incubo: lo Stato non può salvare le banche e queste non possono permettersi di lasciarlo fallire pena il loro stesso fallimento. E’ la storia della Grecia, secondo O’ Driscoll non nuova a esperienze del genere già occorse nel XIX e XX secolo, ma è la stessa storia in Francia, dove lo sviluppo si è arrestato e le banche sono in possesso di una grande quantità di titoli pubblici greci. Un fallimento della Grecia si ripercuoterebbe inevitabilmente anche sulle banche di Francia e Germania. Da qui l’altruismo franco-tedesco pronto a sacrificarsi per “salvare” la Grecia!
Non basta. Banche e istituzioni finanziarie americane sono esposte in molti modi diversi nei confronti delle banche europee: le difficoltà di queste quindi non resterebbero senza conseguenze sull’economia e la finanza americane. Inoltre, e notevolmente più importante, la Fed (banca centrale degli USA) ha fornito alla Banca Centrale Europea grandi quantità di dollari in cambio di euro o attività denominate nella moneta comune europea. La Bce promette di restituire alla Fed i dollari con interesse ma la promessa non è per nulla garantita: la Bce può stampare euro, non dollari, né si capisce perché abbia preso a prestito dalla Fed quando il mondo è sommerso da un’enorme quantità di dollari.
La spiegazione suggerita da O’ Driscoll è che le banche europee abbiano gravi problemi di liquidità. Se la Bce non onora i suoi impegni con la Fed, il costo delle perdite della banca centrale americana sarà sopportato dai contribuenti americani, non certo da quelli europei.
Il problema vero è che nell’Unione Europea non ci sono i fondi per onorare le promesse “sociali” fatte dai governi nazionali. E’ questa la ragione per cui si parla di introdurre una nuova imposta sulle transazioni finanziarie europee. La Grecia, prima o poi, fallirà ma non sarà che la prima di una serie di nazioni dell’UE. A quel punto l’unica scappatoia possibile sarà una generalizzata monetizzazione dei debiti sovrani per opera della Bce, come già sostenuto su queste colonne. L’espansione monetaria produrrà inizialmente effetti benefici, stimolando la crescita, ma a lungo andare non potrà non tradursi in inflazione. Come l’alcol, l’espansione monetaria è piacevole all’inizio, poi arriva il mal di testa.
Gli americani hanno poco da compiacersi per i guai dell’Europa sia perché sono anche loro (basti pensare al Fondo Monetario Internazionale, impegnato a “aiutare” Paesi europei, che prima o poi chiederà fondi ai Paesi membri, specie agli USA) sia perché, grazie alle follie di Obama, si avviano ad avere esattamente lo stesso tipo di problemi dell’Europa: “Se volete sapere come la crisi del debito americano si svilupperà, sostiene O’ Driscoll, guardate l’Europa.
Dobbiamo attenderci quindi una crisi su entrambe le sponde dell’Atlantico, destinata a divenire mondiale? Forse no, ma certamente le turbolenze sui mercati finanziari sono destinate a durare perché gli operatori, non sapendo che pesci pigliare, continueranno a muovere ingenti quantità d’investimenti da un tipo di attività a un altro, con conseguente volatilità dei prezzi.
Di fronte a questo scenario le blaterazioni della politica italiana appaiono in tutta la loro misera provincialità: “La nave affonda, ma a noi non importa, tanto non è nostra”!

da Il Tempo, 7 novembre 2011