lunedì 31 ottobre 2011

Berlusconi, Monti e l'euro

Una “Lettera al premier” di Mario Monti sul Corriere (30 ottobre) merita forse qualche parola di commento. Premetto che sono amico di Mario Monti da un numero indecoroso di anni: nel 1976 mi privò del piacere di essere il più giovane economista in cattedra (vincemmo lo stesso concorso, ma lui ha tre mesi meno di me) e nel 1994 ebbi la responsabilità di fare il suo nome come commissario europeo e dovetti faticare per oltre quindici giorni per convincerlo ad accettare. Premetto anche che quanto scriverò non è “spintaneo”, suggerito direttamente o indirettamente da altri, ma assolutamente autonomo.
Questa premessa si rende necessaria perché, mentre dovrò esprimere dissenso su alcune affermazioni di Mario, non sono spinto a farlo per difendere Silvio Berlusconi dalle sue, come sempre, garbate, rassicuranti, ragionevoli e sussiegose critiche. Monti concentra la sua attenzione sull’affermazione di Berlusconi, secondo cui “L’euro è la nostra moneta, la nostra bandiera. E’ proprio per difendere l’euro dall’attacco speculativo che l’Italia sta facendo pesanti sacrifici. Il problema è che l’euro è l’unica moneta al mondo senza un governo comune, senza uno Stato, senza una banca di ultima istanza. Per queste ragioni è una moneta che può essere oggetto di attacchi speculativi.”
Secondo Monti, alcune affermazioni del premier sono fondate, altre infondate e “Nell’insieme fanno sorgere, accanto ad una remota speranza, serie preoccupazioni. Mi auguro – conclude il presidente della Bocconi – che, con le parole e ancor più con i fatti, Lei riesca a rafforzare quella speranza e a sgombrare il campo dalle preoccupazioni, così vive in Italia e in Europa. Non solo – La prego di credermi – presso i suoi ”.
Monti riconosce che l’euro è una moneta strana perché non ha dietro uno Stato né una Banca centrale che dia “garanzia d’interventi illimitati in caso di difficoltà”. Omette di menzionare che non solo illimitati interventi non sono consentiti alla Banca Centrale Europea, ma le è anzi fatto divieto esplicito di monetizzare i debiti degli Stati membri. Nella misura in cui ciò è accaduto si è trattato di una violazione delle regole di Maastricht. Ma andiamo oltre.
Monti sostiene che l’euro, malgrado tutto, “ci ha portato negli ultimi 12 anni un’inflazione ben più bassa (di quella che abbiamo avuto con la lira).” L’euro non è in crisi, secondo l’economista monetario (ma non “monetarista”, come tiene sempre a precisare), perché è stabile in termini di beni e servizi e anche troppo forte in termini di cambio col dollaro.
Monti sa bene che non è affatto vero che la bassa inflazione degli ultimi anni significhi che l’euro non ha perso potere d’acquisto in termini di beni e servizi: con 1936,27 lire si comprava ben più di quanto si acquisti con un euro. Con uno stipendio mensile di due milioni di lire si viveva, anche se non agiatamente, con mille euro certamente no. L’inflazione non c’entra, la colpa è della luciferina presunzione di chi ha ritenuto di potere stabilire a priori il potere d’acquisto esatto di una moneta fiduciaria mai prima esistita. E’ questa la ragione per cui da sempre mi sono battuto contro questa aberrazione logica, conquistandomi le critiche del mio amico Mario Monti, che non ha mai nemmeno lontanamente pensato che chi ragionava in modo diverso dagli euro-bacchettoni potesse avere ragione.
Monti correttamente sostiene che la speculazione non è contro l’euro ma contro quei Paesi che non hanno fatto le necessarie riforme strutturali: è una tesi che ho più volte ribadito su queste colonne ed è ineccepibile. Non può astenersi, tuttavia, dall’impartire a Berlusconi una lezione di correttezza politica: “In Europa e nei mercati, affermazioni di questo tipo accrescono i dubbi sulla convinzione e determinazione del governo italiano.” Facendole, Berlusconi “finisce per imporre sacrifici ancora maggiori agli italiani.” “Anche le parole non sorvegliate hanno il loro costo.” Amen.
E veniamo alla remota speranza: “La Sua (di Berlusconi) diagnosi è in linea con la migliore tradizione dell’europeismo italiano. Come Lei, forse con qualche turbamento, ha visto a Bruxelles alcuni giorni fa, il governo economico si sta creando”.
Monti è convinto che le blaterazioni di Bruxelles siano il preludio alla creazione di un governo economico. Mi sia permesso di dissentire: non solo non è mai esistita una moneta senza Stato, ma è anche non impossibile ma impensabile un governo economico senza Stato. E’ giusto che una moneta comune a Stati con finanze pubbliche autonome e divergenti è impossibile – i problemi che hanno afflitto l’unione monetaria del Belgio col Lussemburgo lo provano ampiamente – ma è ancora più vero che imporre le stesse regole tributaria a Paesi diversissimi è semplicemente insensato. Sarebbe più facile fare indossare a Renato Brunetta e Giuliano Ferrara abiti della stessa taglia che non imporre lo stesso livello e tipo di tassazione al Portogallo e alla Germania.
Come ha recentemente dichiarato Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, “I legislatori debbono scegliere fra due modelli: un modello con membri autonomi, che non rispondono dei problemi degli altri e vengono disciplinati dal mercato, e un modello caratterizzato da una maggiore integrazione. Non esiste una terza possibilità.” Il primo modello di Weidmannn è quello scelto dagli USA, Mario Monti crede nel secondo. La realtà gli farà cambiare idea.



Antonio Martino, da Il Tempo 31 ott. 11

mercoledì 19 ottobre 2011

Intervento alla Camera 19 ottobre 2011

PRESIDENTE. Alleanza per l'Italia. Anche perché sarebbe stata una cessione di copyright!Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Martino. Ne ha facoltà.

ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, le confesso che trovo il dibattito vagamente surreale, perché da molti degli interventi ho ricavato la distinta impressione che non si sappia esattamente di che cosa di parla quando si parla di mercato. Un distinto collega della sinistra, l'onorevole Ermete Realacci, ha citato opportunamente un passo di Luigi Einaudi nel quale si dice che il mercato non conosce valori, giustizia o altro ancora. Einaudi diceva una cosa sacrosanta, ma non per invocare l'irreggimentazione del mercato da parte dello Stato perché il mercato, in quanto tale, è neutrale. Se vi è una domanda di prostitute vi sarà un'offerta di prostitute. Il mercato non esprime giudizi di valore, ma consente agli scambisti di fare ciò che vogliono (Commenti dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

Non avrei fatto questa riforma della Costituzione, ma avrei soltanto aggiunto un articolo 140 alla Costituzione recitante: «La legge non impedirà mai atti di capitalismo fra adulti consenzienti».

Pericolo scampato, però...


Antonio Martino, 17 ottobre 2011

I recenti episodi di guerriglia urbana e dissennata violenza mi avevano fatto pensare che certamente qualcuno avrebbe finito con attribuirne la responsabilità a Berlusconi ma, per quanto cercassi, la mia ipotesi non trovava riscontro nemmeno sui più trinariciuti organi di stampa. Stavo già per arrendermi quando, come la cavalleria degli Stati Uniti nei film western di una volta, in mio soccorso non è arrivata la senatrice Barbara Contini che ha dichiarato: “Tutto ciò non sarebbe successo se Berlusconi si fosse dimesso.”
Sono amico di Barbara: è una donna intelligente, sensibile e colta e parla perfettamente un numero indecoroso di lingue. Il suo commento dimostra che mentre chiunque, persino un idiota incolto, è in grado di dire una semplice sciocchezza, per spararne una megagalattica è necessario scomodare una persona intelligente che si è preparata in lunghi anni di duro lavoro.
Venendo all’attualità politica, il voto di fiducia al governo ha rappresentato una schiacciante sconfitta per le opposizioni. Il governo ha avuto la maggioranza assoluta e ha garantito da solo il numero legale, sconfiggendo la strategia aventiniana suggerita da Pierferdinando Alcide Casini e rendendo comico il commento di Pierluigi Bersani: “La maggioranza perde pezzi.” Come se non bastasse, il comportamento irreprensibile dei radicali, presenti in aula da soli a sinistra per la dichiarazione del premier e votanti la sfiducia al governo, ha dimostrato, come se ce ne fosse bisogno, di quanto poco senso dello Stato e rispetto del Parlamento abbiano le altre formazioni di opposizione. Infine, le reazioni volgari e scomposte al loro comportamento venute da famigerati esponenti del Pd, oltre che infondate (il numero legale non è stato assicurato dalla presenza dei deputati radicali), misura l’eleganza e la tolleranza di costoro.
Solo un irresponsabile avrebbe potuto auspicare una crisi di governo in questi tempi di bufera finanziaria e d’incombente grave crisi economica. Sarebbe stato come versare benzina sul fuoco della speculazione contro i nostri titoli pubblici. Il fatto che la crisi di governo sia stata scongiurata, quindi, rappresenta un autentico caso di scampato pericolo. Tutto bene, quindi? Non esattamente.
Siamo alla fine di un ciclo politico: nel 2013 dalla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi saranno passati vent’anni, la durata tipica dei cicli politici in Italia (Giolitti e Mussolini confermano). I posteri giudicheranno meglio di quanto non potremmo fare noi l’eredità di questa esperienza. Una cosa, tuttavia, credo di potere affermare senza tema di essere smentito: Berlusconi ha dimostrato in modo limpido che la maggioranza degli italiani non è di sinistra. Ci sono molte anime nel centrodestra ma è indiscutibile che, complessivamente considerato, si tratta della larga maggioranza degli italiani.
Sarebbe quindi usare violenza all’elettorato imporre, grazie alle divisioni interne al centrodestra, alla legge elettorale, o alla delusione dell’elettorato, un governo di sinistra. Tuttavia, quella possibilità esiste a dispetto dell’inconsistenza delle sinistre, prive di un programma condiviso, di un leader credibile e di un collante ideale. Il nostro dovere oggi è quindi quello di adoperarci perché ciò non accada.
Dobbiamo lavorare per rincuorare i nostri elettori, offrire loro un sistema elettorale che possa sia motivarli ad andare alle urne sia riflettere correttamente le loro scelte e tentare il possibile per ricucire le divisioni del centrodestra. Dirò subito che dei tre obiettivi l’ultimo è di gran lunga il più difficile, anche se una legge elettorale nuova, che renda poco conveniente il frazionismo, potrebbe forse ottenere quel risultato.
Della riforma elettorale mi occuperò, forse, in altra occasione. Ora mi concentrerò sulla delusione dei nostri elettori e sulla possibilità di rimediarvi. Non è necessaria grande immaginazione per individuare le cause della delusione: in tutte le tornate elettorali, sia quelle vinte (1994, 2001, 2008) sia quelle perse (1996, 2006), il programma di Berlusconi per il centrodestra è stato liberale: prometteva una “rivoluzione liberale”, un “partito liberale di massa”, la riduzione dell’ingerenza dello Stato nella vita dei cittadini, la riforma fiscale con l’abbattimento delle aliquote e l’alleggerimento del carico complessivo, liberalizzazioni e privatizzazioni e il ripristino della divisione dei poteri con una riforma della giustizia.
I governi da lui presieduti hanno fatto molte cose buone, hanno saputo far fronte a eventi drammatici (l’undici settembre 2001, la crisi del 2007 e l’attuale), ma non hanno realizzato neanche una delle riforme promesse. L’intrusione dello Stato nelle nostre vite è aumentata sia sotto il profilo economico (spesa pubblica al 52% del pil, fiscalità aumentata) sia sotto quello delle libertà civili (i “lacci e laccioli” sono cresciuti enormemente in tutti i campi). Se vuole essere ricordato con gratitudine e ridurre la delusione degli elettori, Berlusconi deve realizzare almeno una delle riforme promesse. Altrimenti rischia per essere ricordato non per i suoi indubbi successi ma per avere sciupato un’irripetibile occasione per cambiare l’Italia.




Antonio Martino, 17 ott. 11

sabato 1 ottobre 2011

Dichiarazione di voto sulla sfiducia al ministro Romano

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l’onorevole Antonio Martino. Ne ha facoltà.

ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, io, a dispetto della sentenza della Corte costituzionale sul caso Mancuso, considero la votazione che sta per avere luogo come manifestamente anticostituzionale. L’istituto della revoca del Ministro esisteva nello Statuto Albertino. I padri costituenti dibatterono se mantenerla nella Costituzione repubblicana e decisero di non farlo perché la responsabilità è collegiale del Governo e mai del singolo ministro. Questa sfiducia individuale è anticostituzio- nale.
Naturalmente parteciperò alla votazione, ma è una violazione della Costituzione (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).