domenica 18 settembre 2011

In Onda, La7 con Antonio Martino

Cari Amici,
qui trovate la registrazione della puntata di In Onda:

giovedì 15 settembre 2011

Dichiarazione in dissenso, Camera 14 settembre 2011

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l’onorevole Antonio Martino. Ne ha facoltà, per due minuti.

ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghe e colleghi, i motivi che mi hanno indotto a non votare la manovra di luglio sono gli stessi che mi inducono oggi a non votare, a maggior ragione, questa manovra. Ci sono state propinate manovre una o anche più volte l’anno per almeno 25 anni. L’obiettivo di queste manovre era sempre il risanamento dei conti pubblici. Nel 1986, il debito pubblico ammontava a circa 450 miliardi di euro, l’85,5 per cento del PIL. Quest’anno – la notizia è di questa mattina –, il debito pubblico ammonta 1.911 miliardi di euro, il 120 per cento del PIL. Chiaramente, le manovre non hanno sortito il risultato sperato: il debito pubblico è quadruplicato.
Onorevole Casini, lei ha detto una cosa che apparentemente sembrerebbe sensata, ma non lo è affatto. Non è vero che una cattiva manovra sia meglio di nessuna manovra: nessuna manovra è meglio di una cattiva manovra ed è anche meglio di una buona manovra, perché questo Paese non di manovre ha bisogno. L’esistente non può essere gestito, deve essere riformato: noi abbiamo bisogno di riforme, non di manovre (Applausi di deputati dei gruppi Futuro e Libertà per il Terzo Polo e Italia dei Valori)!

Le manovre, se perseguite, continueranno a portarci ad una spesa pubblica sempre maggiore – siamo al 52 per cento del PIL –, ad una fiscalità sempre maggiore, ad una crescita zero e alla morte dell’economia italiana (Applausi di deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo, Futuro e Libertà per il Terzo Polo e Italia dei Valori).

PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto finale.

mercoledì 14 settembre 2011

Una comunicazione di servizio!

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sabato 10 settembre 2011

Intervista di Antonio Martino del 10 Settembre 2011, da Linkiesta.it

Allora Professore, soddisfatto della manovra?
Faccio prima una premessa. Sono a dir poco 25 anni che ogni anno immancabilmente ci viene proposta una o più di una manovra con lo scopo di risanare i conti pubblici. In questo quarto di secolo, malgrado le moltissime manovre, il debito pubblico è cresciuto e non poco…

E dunque?
Dunque sarebbe venuto il momento di chiederci se lo strumento della manovra non sia sbagliato rispetto al fine che si intende conseguire. Perché le manovre correttive quand’è che si fanno? Se si ha un sistema economico sano, in crescita ed accade qualcosa di imprevisto, che lo fa dirottare dal cammino di crescita, si fa una manovra correttiva per rimettere il sistema stesso in carreggiata. La manovra correttiva dovrebbe essere utilizzata quindi eccezionalmente ed in presenza di eventi straordinari… Non può diventare un’abitudine, una costante di tutti gli anni!

Ma fino ad oggi la “narrazione”, indipendentemente da chi fosse al Governo, è stata differente…
Vede il fatto è che le cosiddette manovre correttive comportano fondamentalmente due cose: tagli e tasse

Anche quella di Tremonti?
Anche questa, certamente, porta con sè tagli e tasse.

Stava dicendo dei tagli…
Ora i tagli incidono su quella parte della spesa che il Governo può controllare a legislazione invariata. Questa parte della spesa è una frazione molto piccola del totale della spesa e la maggior parte delle spese pubbliche, a legislazione invariata, non possono essere fatte variare. Quindi l’Italia non ha bisogno di manovre, cioè di gestire l’esistente.

Mi sta dicendo che le manovre all’italiana, diciamo così, sono un’anomalia. Ma allora di cosa ha bisogno l’Italia?
Ha bisogno di riforme, cioè di cambiare l’esistente!

Per esempio?
La riforma del Sistema Sanitario Nazionale, tanto per citare un primo esempio, che non è stato affatto menzionato in queste settimane. Il nostro sistema è totalmente, assolutamente indifendibile, e da un punto di vista funzionale e dal punto di vista economico e dal punto di vista dell’equità sociale. A lei sembra corretto tassare tutti i contribuenti, anche quelli meno abbienti, in modo che Sivio Berlusconi ed io possiamo avere le medicine gratis?

Di che ordine di grandezza parliamo?
La spesa ufficiale è 107 miliardi all’anno. A questo deve aggiungere che, siccome l’80% per cento di spesa delle regioni è di spesa sanitaria, i 4/5 di spese per il funzionamento delle regioni – parlamenti regionali, governi regionali, burocrazie regionali ed altro ancora – sono spese per la sanità. Se oltre a questo, aggiungiamo anche ciò che i privati spendono per procurarsi cure che il sistema sanitario non riesce ad offrire, si arriva ad una spesa complessiva vicina ai 200 miliardi di euro all’anno.

Ci hanno provato in tanti a riformare il sistema sanitario nazionale…
Guardi riformare il sistema sanitario significa sì pestare i piedi ad una serie di interessi costituiti. Ci sono gli amministratori di nomina politica, i politici coinvolti, i burocrati anche quando sono inutili, gli intrallazzatori che specie nel mondo farmaceutico combinano cose indicibili. Ma pestiamoglieli i piedi a tutti questi e facciamo un sistema sanitario selettivo, non universale. I ricchi si possono far curare a spese loro: perché mai dobbiamo, come ho detto, fornir loro le medicine gratis?

Cosa intende esattamente per sistema sanitario selettivo?
Penso ad un sistema che garantisca anche ai meno abbienti la possibilità di farsi curare, ma aperto alla concorrenza vera, in modo che ci sia un maggior controllo sui costi ed un incentivo a fornire prestazioni accettabili ai clienti-pazienti.

E quanto immagina si risparmierebbe in termini di spesa pubblica?
Facendo un’operazione di questo tipo – che mi rendo ben conto sia complicata, ma è fattibile e deve essere fatta – si potrebbero risparmiare qualcosa come 70–80 miliardi di euro, che sono un’infinità di quattrini.

E sul sistema pensionistico, marginalmente toccato dalla manovra, cosa mi dice?
Premetto, quando venne introdotta, per la prima volta, la pensione di stato – 17 novembre 1881 ad opera di Bismarck – l’età pensionabile era 70 anni, ma la speranza di vita a quel tempo era inferiore a 70 anni. Ora l’aspettativa di vita è, credo, 84 anni per le donne e 80 per gli uomini: se noi continuiamo a mandare in pensione i nostri concittadini a 60 anni, li dobbiamo mantenere per almeno 20 anni!

E in che direzione dovremmo andare?
Col fatto che la denatalità ha ridotto la base dei contribuenti, mentre il naturale prolungamento della vita ha reso l’Italia il Paese più vecchio dell’Occidente – 1 italiano su 4 ha più di 60 anni – non è pensabile poter mantenere il 30% della popolazione per almeno 20 anni, senza considerare tutti quelli che mandiamo in pensione in età lavorativa e poi continuano a lavorare in nero. L’unica strada è l’innalzamento della età pensionabile.

Di grandi riforme nella manovra non c’è però traccia. Quindi le rifaccio la domanda: il suo giudizio sulla finanziaria rimane totalmente negativo?
Veda in alcuni punti è migliorata; non è che io sia soddisfatto, ma mi fa piacere il fatto che le critiche e le proposte dei cosiddetti frondisti sono state, almeno in parte, ascoltate e recepite. Penso a temi di cui fino a poche settimane fa non si poteva neppure parlare, come la revisione parziale del sistema pensionistico, l’abolizione delle province.

Un’altra vittoria dei frondisti è stata pure la revisione del contributo di solidarietà…
È stata in parte superata quella assurdità, che era rappresentata dal contributo di solidarietà, fra l’altro un classico caso di etichettatura fraudolenta, perché il contributo è tale se è volontario, se non è volontario non è un contributo! E poi contributo di solidarietà verso chi, verso chi dilapida i nostri patrimoni? Ma lei lo sa che la spesa pubblica nel nostro Paese supera il 52% del reddito nazionale? Nessun paese al mondo è mai cresciuto quando la spesa pubblica è superiore al 40 per cento. Stiamo cercando di perseguire un obiettivo dubbio – la parità di bilancio – a costo di ammazzare l’economia! Io voglio che il paese sia indirizzato verso la crescita,non verso la recessione.

Anche sul fronte delle misure tese a favorire la crescita non c’è granchè nella manovra.
Assolutamente, non c’è niente. Vede, le faccio un esempio banalissimo: tutte le imposte dirette (Ire, Ires, Irap) hanno reso nel 2010 il 14,6% del Pil, il che significa, paradosso, che l’aliquota unica del 15% avrebbe reso di più!

Riformare il fisco per stimolare l’economia?
Certo, una riforma fiscale può stimolare la crescita e lo sviluppo specie se riduce le aliquote più alte che sono quelle che più scoraggiano gli investimenti, il risparmio, la creazione di posti di lavoro, e così via. Ma perché ha reso così poco il nostro sistema tributario? Per una ragione molto semplice. Non è solo l’evasione, che è un reato e va perseguito, ma soprattutto l’elusione e l’erosione, che sono forme perfettamente legali per non pagare le tasse. Chi è già ricco, non sa nemmeno quanto paga di tasse; quello che fa è mettere tutti gli incartamenti nelle mani dello studio tributarista, che troverà diecimila modi per far pagare il meno possibile di tasse, evadendo base imponibile ed eludendo le imposte.

Tutto si spiega, Professore. Inutile nutrire l’aspettativa che il fisco venga riformato nella direzione da lei auspicata da chi, come Tremonti, ha una glorioso passato da tributarista.
Come tributarista Tremonti è bravissimo, ma fare il Ministro è un'altra cosa. Lui, non so bene perché, è convinto che la riforma fiscale debba comportare necessariamente una diminuzione del gettito. Io invece sostengo che una riforma fiscale fatta bene produrrebbe un aumento enorme del gettito perché la riduzione delle aliquote alte renderebbe più conveniente ai ricchi pagare le imposte che pagare tributaristi!

Senta, professore, ma lei non ha l’impressione che le riforme non si riescano a fare perché il Paese è ostaggio di un equilibrismo di interessi che nessuno, né a destra, né a sinistra, ha il coraggio di rompere?
Noi abbiamo oggi due gruppi di conservatori: all’interno, il gruppo, espressione del consociativismo catto-comunista a cui lei ha alluso, di chi vuole mantenere inalterato lo stato sociale che ha creato. Poi a livello internazionale è presente un gruppo ultra-conservatore, rappresentato in particolare dalla Germania, che non ha capito come l’euro, nella forma attuale, è condannato. Perché cosa fa il meccanismo di Maastricht quando un paese non rispetta i parametri? Gli commina una multa. Ora, se un Paese non riesce a pagare i suoi debiti, dargli una multa lo aiuta a pagare i suoi debiti?

Invoca maggiore flessibilità dunque?
Quello che in Europa avrebbero dovuto stabilire che chi non rispetta i parametri è escluso dall’euro. Invece vogliono continuare a mantenere l’euro nella situazione attuale e quando voglio esser più cattivo dico che stanno tentando di far indossare lo stesso vestito a Piero Fassino ed a Giuliano Ferrara.

Torniamo alla politica interna: anche lei ritiene conclusa la parabola di Berlusconi?
Guardi è quasi fisiologico in Italia il ciclo ventennale, Giolitti durò venti anni, Mussolini durò venti anni e nel 2013 scadono i 20 anni di Berlusconi. Quindi non ci vedrei nulla di strano se nel 2013 Berlusconi lasciasse. Potrebbe lasciare anche prima, ma sta a lui decidere.

Però il segretario del suo partito ha recentemente candidato Berlusconi a candidato premier nelle elezioni del 2013.
Ma abbia pazienza, Angelino Alfano, oggi, questo è il meno che possa fare, visto che è stato incoronato da Berlusconi. La decenza, non la gratitudine, impone ad Alfano di non poter dire altro che il candidato premier nel 2013 sarà Berlusconi. Ma non sarà Alfano a decidere il candidato premier: lo deciderà in primo luogo Berlusconi, in secondo luogo se lui decidesse di non candidarsi, io vedrei bene qualche meccanismo di selezione a cui partecipano tutti e non solo i vertici del partito.

Una sorta di primarie?
Questo sarebbe l’ideale. Le primarie sono uno strumento valido, dipende da come si organizzano. Certo se devono essere una farsa, come stavano per essere quelle che hanno portato alla candidatura alla Presidenza del Consiglio Romano Prodi, che inizialmente non voleva nessun altro candidato, meglio lasciare perdere.

Un’ultima domanda: voterà sì alla fiducia sulla manovra?
No, io non voterò, come non ho votato la manovra a luglio. In quell’occasione, come ricorda, ho dichiarato che non avrei potuto votare la manovra e sono uscito dall’aula. Farò lo stesso la settimana prossima.



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