martedì 23 agosto 2011

Intervista di Antonio Martino del 23 Agosto 2011, da Il Tempo

«Sì, è vero: sono un frondista. E lo sono perché mi hanno insegnato che, se una cosa è sbagliata, anche se tutti dicono che è giusta, rimane sbagliata». L’ex ministro Antonio Martino continua la sua battaglia. A essere sbagliata - l'ex ministro, ora deputato del Pdl, lo ripete da giorni - è la manovra. «Per dare risposte vere alla crisi - ammette - non c'è più molto tempo».


Onorevole Martino cosa fare, allora, per scongiurare il peggio?
«Dobbiamo riconquistare le fiducia dei cittadini. Viviamo un momento di crisi nel quale comprensibilmente quanti stanno male, o in condizioni peggiori rispetto al passato, e disapprovano i contenuti di una manovra il cui costo ricadrà sulle loro spalle, sono portati a ritenere che le ragioni delle loro ristrettezze risiedono nel trattamento di favore che hanno i privilegiati: politici, calciatori e quant'altro».


I politici, la cosiddetta casta, sono il primo bersaglio...
«Sì, ma è una tesi priva di fondamento. Tipica di quasi tutte le crisi. In questa situazione la classe politica ha il dovere di trovare legittimità e mettersi al riparo da questa potenziale follia eversiva».


Come?
«La prima cosa da fare è cambiare la legge elettorale. Dobbiamo restituire ai cittadini il potere di scegliere chi li debba rappresentare. La legge attuale, semplicemente, non lo consente ed è giustamente accusata di aver prodotto un parlamento di nominati. E non più di eletti»


Da qui l'indignazione della gente...
«Precisamente. Il rischio che corriamo è enorme. Potenzialmente siamo in uno stadio prerivoluzionario. È una magra consolazione il fatto che le folle infuriate non hanno mai ottenuto quel che volevano. I francesi che chiedevano "Liberté, Égalité, Fraternité" hanno avuto Robespierre e Napoleone. I russi che volevano cacciar via lo Zar si sono ritrovati Stalin. Generalmente si passa dall'oclocrazia, il governo delle masse, alla dittatura».


Il momento è grave, insomma...
«Già. Ecco perché non è il momento di pensare alla legge ideale, che avrebbe bisogno di larghi consensi. Basterebbe tornare al Mattarellum. È di gran lunga migliore rispetto alla legge attuale. Il 75 per cento di collegi uninominali faceva sì che il popolo fosse sovrano, che decidesse i propri rappresentanti. Il rapporto elettore/eletto era più forte e la legittimazione della classe politica non era in discussione».


Secondo lei basterebbe tornare al Mattarellum per placare la rabbia che si è scatenata nei confronti della casta?
«No, non sarà questo a placare l'eversione, ma almeno servirebbe a restituire dignità al parlamento. Il Mattarellum, in questo momento delicato, è la soluzione "meno peggio". Si potrebbe fare in un'ora, abolendo la legge elettorale esistente. Basterebbe una maggioranza semplice per abrogare quella che il suo stesso ideatore, Roberto Calderoli, ha definito una "porcata"».


Anche la manovra presentata dal governo è una "porcata"?
«Questa manovra, semplicemente, è indifendibile. Non può essere presentata agli italiani. Per trenta anni abbiamo detto loro che avremmo messo in ordine i conti e invece il debito è sempre aumentato. La spesa pubblica è arrivata ad essere il 52 per cento del reddito nazionale, la fiscalità è alle stelle».


Cosa fare, allora?
«Dobbiamo sradicare il consociativismo cattocomunista. Il sistema sanitario nazionale va smantellato: costa troppo, è inefficiente e non fa che creare corruzione. Dobbiamo riformarlo. Dobbiamo adeguare l'età pensionabile agli standard europei. Alcune persone percepiscono la pensione in età lavorativa e poi lavorano in nero, fregando l'Erario due volte. Dobbiamo ridurre gli enti locali».


Anche lei è un sostenitore della battaglia de Il Tempo «Via le Province», allora?
«Assolutamente sì. Le Province vanno abolite. Ma non basta. Bisogna ridurre il numero dei Comuni di almeno un terzo e ripensare il sistema delle Regioni. La Lombardia con i suoi 9 milioni di abitanti non è un ente locale».


Questa la sua ricetta anti-crisi. Il governo che fa?
«Ho parlato con Berlusconi. Finalmente mi ha richiamato lui, dopo che io per giorni l'ho chiamato invano. Gli ho detto: "Non posso più salvare la tua faccia, ma posso ancora salvare la mia". Sa che non voterò mai una manovra che va nella direzione diametralmente opposta a quello che sia io che lui abbiamo detto negli ultimi 18 anni».


E lui?
«Mi ha detto che sa che io non farei mai niente strumentalmente contro di lui. Che sono un amico. Che si sta adoperando per correggere la manovra, ma che gli hanno detto che è l'unica cosa da fare».


Ed è così?
«Assolutamente no. Nessuno potrà convincermi. Lui si è lasciato convincere da persone che hanno fama di essere competenti. Ma è una fama usurpata».


Berlusconi, però, ha il problema della Lega...
«Io credo che la Lega oggi abbia un problema. Non che sia un problema. Non è più monolitica come in passato. Al suo interno ci sono posizioni diverse sulla manovra. La leadership di Bossi si è incrinata, non è più in grado di garantire l'omogeneità dell'intero partito. Molti leghisti la pensano come me sulla manovra. Non è un caso che alle scorse elezioni in Lombardia hanno perso voti sia il Pdl sia la Lega. Le tasse fanno male ai nostri elettori: sono il popolo delle partite iva, massacrati dall'iperfiscalità di Tremonti».


Come giudica l'intervento di Napolitano su questi temi?
«Nutro molto rispetto per il capo dello Stato. Secondo me, però, dovrebbe astenersi dall'esprimersi su temi che riguardano la politica vera e propria. Riconosco che ci sono stati dei problemi di leadership interna e lui ha fatto da garante. Adesso, però, spero faccia il presidente della Repubblica e lasci al governo le responsabilità che spettano al governo».

domenica 14 agosto 2011

La crisi, l’euro e l’ennesima inutile stangata

Le radici dell’attuale crisi mondiale vanno, a mio parere, cercate nel sistema monetario internazionale. Cominciamo con quella che era (e forse ancora è) la moneta regina degli scambi internazionali: il dollaro americano. Dopo la svalutazione della sterlina di fine 1967 e il successivo scioglimento del Consorzio dell’oro (Gold Pool, l’organismo che avrebbe dovuto mantenere fisso il prezzo dell’oro a $35 l’oncia), il sistema monetario internazionale smise di essere un Gold Exchange Standard (sistema a cambio aureo) e divenne un dollar standard, un sistema basato sul dollaro. La decisione di Nixon del 15 agosto 1971 di abolire la convertibilità del dollaro in oro fu solo un atto notarile, l’attestazione che le riserve auree degli Stati Uniti non erano sufficienti a garantire la convertibilità in oro di tutti i dollari in circolazione. Comunque sia, da quasi mezzo secolo il dollaro è il principale strumento di riserva delle banche centrali e il mezzo di pagamento internazionale più diffuso.
La creazione della moneta unica europea ha gradualmente eroso la supremazia internazionale del biglietto verde. Come già ricordato, il dollaro ha perso il 15% rispetto all’euro negli ultimi 12 mesi e il 10% rispetto a tutte le altre monete. Questo calo del dollaro ha avuto conseguenze benefiche sull’economia americana: anche se le esportazioni degli USA rappresentano solo il 10% del pil americano, la loro crescita ha rappresentato il 50% del tasso di sviluppo di quel paese nello stesso periodo. D’altro canto, il tasso d’inflazione interno americano negli ultimi dieci anni è rimasto inferiore al 3%; si può quindi avere una moneta forte all’interno e debole all’esterno.
Il discorso sull’euro è diametralmente opposto: si è notevolmente apprezzato sull’estero (non solo nei confronti del dollaro), con danno notevole per le esportazioni di quasi tutti i paesi dell’eurozona, e continua ad avere un potere d’acquisto interno molto al di sotto di quello previsto dalle parità di Maastricht. Non credo ci sia una persona in Italia disposta a sostenere che un euro ha lo stesso potere d’acquisto che avevano 2.000 lire; a voler essere di manica larga, un euro “vale” non più di mille lire. Con due milioni di lire al mese si campava anche decorosamente, con mille euro certamente no.
Entrambi i fattori – alto valore esterno, basso valore interno – sono recessivi: il primo penalizza le esportazioni e incoraggia le importazioni, il secondo, deprimendo il potere d’acquisto delle famiglie, riduce i consumi. Aumentare le tasse in questa situazione è semplicemente demenziale perché rende ancora meno probabili le possibilità di crescita e, invece, rende molto più plausibile la possibilità di un ristagno se non addirittura di una recessione.
I tedeschi, che sono i maggiori beneficiari dello spostamento della domanda di riserve dal dollaro all’euro, orgogliosi della solidità dei loro titoli di Stato, si ritengono autorizzati ad imporre una bigotta e stolta politica “di rigore” agli altri membri dell’eurozona, indebolendo la credibilità dell’intera costruzione monetaria europea attraverso l’acquisto di titoli pubblici degli stati membri e la creazione di moneta.
Sono stati organi europei a imporre la vergognosa, inutile e iniqua manovra che il governo ha annunciato e lo hanno fatto per salvare le capre dell’euro e i cavoli dell’assistenzialismo di Stato.
Stando così le cose, non mi vergogno affatto per avere sempre avversato, con considerazioni “tecniche” non “politiche”, l’introduzione dell’euro: salvo la Germania, questa moneta comune sta uccidendo l’economia di quasi tutti gli altri paesi. Il governo italiano si ripromette di difendere l’assistenzialismo di stato fino alla morte dell’ultimo contribuente, quello tedesco vuole salvare l’euro forte anche se ciò dovesse comportare il fallimento della maggior parte dei paesi che lo usano! C’è solo da sperare che entrambi questi sciagurati propositi vengano frustrati dagli eventi.

sabato 13 agosto 2011

Altruisti e virtuosi con i soldi degli altri, da Il tempo 13 Agosto.

Sembrerebbe che ancora una volta gli «altruisti» stiano vincendo. Com’è noto sono altruisti coloro che vogliono fare del bene con soldi altrui, se volessero farlo con soldi propri li chiamerebbero «propristi»! Gli altruisti da alcuni decenni stanno difendendo quanto avevano faticosamente (per noi) costruito: uno Stato sociale che si prende cura di tutti e ognuno non solo dalla culla alla tomba, ma dall’erezione alla resurrezione.
Cosa ci sia di sociale nella faraonica struttura del welfare all'italiana non è del tutto chiaro: tassiamo i meno abbienti per fornire gratuitamente (sic) i farmaci ai benestanti, graviamo di balzelli l'artigiano per consentire al futuro dentista di non sopportare per intero il costo della sua istruzione universitaria, tartassiamo i volenterosi che aspirano a, e sono in grado di procurarsi, un futuro migliore, col risultato di impedirglielo e di condannarli a restare ai più bassi gradini di reddito, in modo da fornire un reddito alle burocrazie comunali, provinciali, regionali e statali. Chi è già ricco non ha motivo di temere l'esosità del fisco, deve solo liquidare la parcella di un buon tributarista che trova il modo di fargliela fare franca in modo perfettamente legale.
I difensori di questo capolavoro di spreco, inefficienza, corruzione e iniquità sostengono che la colpa di tutto è dei contribuenti italiani che si rifiutano di comprendere che pagare le tasse è bellissimo, come opportunamente aveva loro cercato di far capire il compianto Tommaso Padoa-Schioppa. Sembrano credere che se il gettito di tutte le imposte dirette - Ire (già Irpef), Ires (già Irpeg) e Irap - è pari solo al 14,6% del prodotto interno lordo la colpa è degli evasori e che, se solo la lotta all'evasione avesse successo, tutto andrebbe nel migliore dei modi nel migliore dei mondi possibile. Perdonatemi se mi ripeto: il costo dell'apparato pubblico non è misurato da quanto esso incassa, ma da quanto spende. La spesa pubblica è finanziata con denaro proveniente da tasche private, dalle quali viene prelevato con tutte le imposte possibili e con l'indebitamento. Se l'apparato pubblico spende, come adesso, il 51,2% del reddito nazionale, il suo costo è pari al 51,2% del nostro reddito. Ognuno di noi mente quando dice di essere avvocato, giornalista o artigiano, siamo tutti prima di tutto contribuenti - la nostra attività principale è pagare tasse dalla mattina alla sera - e, nel tempo residuo, svolgiamo un'attività che ci consente anzitutto di mantenere il pubblico e, con quel che resta, noi e le nostre famiglie. Questo sistema è condannato dalla logica delle cifre, come hanno capito persino gli svedesi, e gli altruisti non potranno evitare che venga, prima o poi, abbandonato. Continuano, tuttavia, a tentare di impedire l'inevitabile e, così facendo, stanno sistematicamente distruggendo l'economia italiana. Una guerra persa non ci messo a terra, ci siamo rimboccate le maniche e abbiamo ricostruito l'Italia; ma, se gli altruisti continuano a fare inseguire una spesa pubblica fuori controllo dalla crescita esponenziale delle tasse, non avremo la stessa opportunità.
Un sistema sanitario costosissimo, caratterizzato da frequenti incredibili episodi di malasanità, corrotto e indebitato fino al collo; un'amministrazione della giustizia che nelle graduatorie internazionali si colloca dopo quella dell'Uganda; una scuola che, a parte le meritevoli eccezioni, sforna un gregge di fanatici ignoranti cui non ha saputo insegnare neanche a leggere, scrivere e far di conto; una università ricca di facoltà e materie di insegnamento che servono solo a far avere un reddito agli insegnanti, condannando gli studenti alla disoccupazione (un laureato non può accettare un lavoro manuale o comunque non all'altezza del suo titolo di studio); un sistema pensionistico che consente a persone in età lavorativa di percepire una pensione e di svolgere un lavoro in nero, frodando così due volte l'erario e distorcendo la concorrenza (le imprese che assumono in nero hanno costi più bassi delle altre); ferrovie che servono più a quanti vi lavorano che non ai viaggiatori; poste, rese del tutto obsolete dal progresso tecnico, che hanno solo l'obiettivo di dare da vivere ai dipendenti, e così via all'infinito.
La strenua resistenza degli altruisti al cambiamento, tuttavia, volge alla fine: fra non molto avranno spremuto a morte anche l'ultimo contribuente, a meno che gli italiani non si rendano conto che la pazienza dei popoli è la mangiatoia dei tiranni e si decidano una buona volta a ribellarsi. È un esito pericoloso, come potrebbero confermare Giorgio III e Luigi XVI (per una rivolta fiscale il primo perse la sua migliore colonia e il secondo la testa), ma è sempre meglio che continuare a dargliela vinta.

lunedì 8 agosto 2011

La Lezione di Twain, da Il Tempo

Mark Twain era convinto che fosse una diversità di opinioni a far correre i cavalli. Aveva perfettamente ragione: solo se uno è convinto che vincerà il cavallo bianco, mentre l'altro è favorevole al nero, la scommessa ha luogo e i cavalli dovranno correre. Se, invece, i due scommettitori hanno la stessa opinione, la scommessa non può avere luogo e i cavalli resteranno nella stalla. La battuta di Twain è in realtà un principio economico fondamentale e molto utile per comprendere quanto sta accadendo di questi tempi. Solo se il venditore è convinto che quanto gli offre il compratore vale più di quanto gli cede, e il compratore che quello che ottiene vale più di quanto gli costa lo scambio ha luogo. Se, invece, i due hanno la stessa valutazione, lo scambio non avviene. Nel mercato dei titoli vale lo stesso principio: perché uno possa vendere un altro deve comprare; il primo è convinto che il prezzo dell'azione sia destinato a scendere, l'altro a salire. Ma se entrambi credono che scenderà, cercheranno di vendere ma, in assenza di compratori (cioè di persone che non la pensano come loro), non potranno farlo, e il prezzo dell'azione diminuirà senza che abbia luogo alcuno scambio. Il calo delle borse di quasi tutto il mondo è la conseguenza del fatto che i pessimisti sono molto più numerosi degli ottimisti: la quantità di azioni offerte è superiore a quella domandata e il loro valore diminuisce. A questo punto, non credo di peccare di faziosità dicendo che Berlusconi non c'entra: sarà anche molto bravo ma non fino al punto di riuscire a condizionare i mercati azionari del mondo. Se questo è vero, non si vede quale problema verrebbe risolto dalle dimissioni di Berlusconi, conseguente crisi politica e varo di un non meglio specificato altro governo. È assai probabile, invece, che l'instabilità politica equivarrebbe a versare benzina sul fuoco del pessimismo. Quanto all'Italia, consentitemi di ripetermi, dato che non mi è riuscito finora di farmi capire. Primo: il debito privato è anche un credito privato, i privati in genere prendono a prestito da altri privati, come le banche. Secondo: il debito pubblico è un credito privato, sono stati privati ad acquistare i titoli del debito pubblico; questi acquirenti delle obbligazioni statali sono per il 55% italiani, per il 45% stranieri. L'Italia nel suo insieme, quindi, è debitrice verso soggetti (banche e altre istituzioni finanziarie, nonché privati) di Paesi terzi in misura pari al 45% del debito pubblico totale. Questo non significa affatto che non esista un grave problema di finanza pubblica, né che tutto vada bene, madama la marchesa, significa solo che le formiche private sono riuscite finora a finanziare gli sperperi delle pubbliche cicale. Ci si propone di inserire in Costituzione l'obbligo del pareggio del bilancio su base annuale. L'intento è certamente lodevole ma le conseguenze prevedibili non necessariamente lo sono. Diciamo anzitutto che il terzo comma dell'articolo 81 della Costituzione è stato introdotto proprio per imporre il pareggio del bilancio. È vero che la formulazione lascia margine a interpretazioni diverse - «Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte» - ma è anche vero che, come emerge chiarissimamente dagli atti dell'apposita sottocommissione dell'Assemblea Costituente, l'intento dei promotori del principio intendevano esattamente il suo significato. Sia Luigi Einaudi sia, ancora più esplicitamente, Ezio Vanoni, dissero che il loro scopo era quello di spingere a pareggiare il bilancio. Quel principio, anche grazie alle regole di Maastricht, è tornato di moda, ma per quasi mezzo secolo è stato disatteso. Un celebrato giurista, Valerio Onida, pubblicò nei primi anni Sessanta un poderoso volume: «Le leggi di spesa nella Costituzione». In esso Onida sosteneva che la Costituzione non imponeva affatto il pareggio del bilancio che oltre tutto era anche in contrasto con la «moderna teoria keynesiana». Quella pubblicazione spianò a Onida la strada per la cattedra universitaria prima, la Corte Costituzionale poi, per la sua presidenza infine! Un noto e stimabile governatore della Banca d'Italia nella Relazione sull'esercizio 1963 sostenne che il pareggio del bilancio era «principio arcaico». E fu così che il disavanzo annuo che era pari all'1,3% nel 1960, grazie a questi illuminati pareri e alle velleità dei primi governi di centrosinistra, prese a crescere rapidamente, contribuendo ad alimentare la crescita del debito pubblico. Quest'ultimo era pari al 54% del pil nel 1980, al 123% nel 1993. Tuttavia, l'introduzione di una articolo alla Costituzione che imponga esplicitamente il pareggio del bilancio su base annua potrebbe essere cosa utile ma solo ad una condizione. Intendo dire che fra una spesa pubblica pari al 30% del pil con un deficit del 5% ed una spesa del 60% del pil con bilancio in pareggio, preferirei di gran lunga la prima. Il pareggio è cosa buona se la spesa pubblica è ridotta ma se è ai livelli attuali (oltre il 51%) non lo è affatto. Il danno a noi privati non lo fa il modo in cui le spese sono finanziate, se con tasse o con debiti, ma il suo ammontare. Quanto maggiore è la spesa pubblica rispetto al reddito nazionale tanto minore sarà il nostro reddito disponibile. Se il settore pubblico si prende il 30% del reddito, a noi resta il 70%, se se ne prende il 51%, come fa oggi, a noi resta il 49%. Per questo ritengo che al principio del pareggio del bilancio dovrebbe essere abbinato un tetto alla pressione tributaria; se questi due principi venissero rispettati anche il livello delle spese sarebbe determinato. Se lo Stato preleva il 35% del Pil e deve pareggiare il bilancio, non può spendere più del 35%. Il tetto all'indebitamento che vige negli Usa non ha impedito che il debito pubblico continuasse a crescere anno dopo anno fino ai livelli stratosferici determinati dalle follie di Obama. L'unico risultato che abbia raggiunto è stato quello di coinvolgere l'opposizione nella responsabilità per la crescita del debito. Per evitare il default, la cui responsabilità verrebbe addebitata all'intransigenza dell'opposizione, questa finisce per accettare un compromesso che, se non assolve la maggioranza né tanto meno il presidente, la discredita agli occhi dell'opinione pubblica. I vincoli costituzionali sono importanti ma, come ci insegna Anthony de Jasay (forse il più grande filosofo politico vivente) «Con la chiave a portata di mano, la cintura di castità può solo ritardare l'inevitabile»!

sabato 6 agosto 2011

Attualità di Friedman, da Il Giornale

Milton Friedman è stato il più grande economista del XX secolo e il più grande studioso di problemi monetari di tutti i tempi. A dirlo non sono soltanto io, suo allievo e amico per quaranta anni, ma anche moltissimi studiosi di scienze economiche delle più disparate tendenze. L’ho incontrato la prima volta nel 1966 quando studiavo economia all’università di Chicago e andai a presentarmi. L’ho sentito l’ultima volta il 31 luglio 2006 quando gli telefonai per fargli gli auguri di compleanno e lui, che sapeva che le elezioni avevano portato Prodi e i sinistri al governo, mi accolse con queste parole: “Antonio, you are out of business”! Due settimane dopo ci ha lasciato.

Mi chiedo spesso quale sarebbe il suo parere sugli avvenimenti del nostro tempo e giungo invariabilmente alla conclusione che ci avrebbe stupito, sostenendo una tesi apparentemente scontata alla quale, tuttavia, nessuno aveva pensato. Il suo pensiero continua a essere di grande attualità. Limitandomi ad alcune sue tesi di politica economica, ricorderei l’importanza della stabilità monetaria – solo se il metro (la moneta) rimane stabile, il calcolo economico può essere razionale e i mercati funzionare – e le sue tesi in materia di politica tributaria e quelle concernenti l’importanza del tasso di cambio.

Quanto alla politica monetaria, quanti accusano Friedman di sostenere che “solo” la moneta ha importanza fraintendono il suo pensiero in modo clamoroso. Friedman ha sempre detto che la moneta ha importanza ma che la sua manipolazione per scopi di politica economica produce risultati spesso contrari alle intenzioni. Per dirla brutalmente, la sua tesi era che la moneta più che onnipotente fosse impotente a curare i problemi reali dell’economia. Con la politica monetaria non si può creare occupazione né aumentare la produzione, si può porre soltanto l’obiettivo di consentire il funzionamento del mercato garantendo la stabilità dei prezzi.

In materia di tasse, Friedman ci ricorda anzitutto che servono a finanziare le spese pubbliche giustificate, non certo a punire il successo e indennizzare il fallimento. E’ stato, credo, il primo in tempi recenti a sostenere l’opportunità di adottare un’aliquota unica (flat tax), che garantirebbe un aumento di gettito anche per via dello stimolo fornito all’investimento e alla produzione.

In materia di bilancio, ha appoggiato il movimento favorevole all’introduzione di un emendamento costituzionale che imponesse un tetto al prelievo fiscale e l’obbligo del pareggio del bilancio su base annua. Se adottato, tale emendamento imporrebbe implicitamente anche un tetto alla spesa pubblica. Se il tetto al prelievo fiscale fosse, diciamo, del 25% del reddito nazionale e il governo avesse l’obbligo di pareggiare il bilancio, le spese non potrebbero eccedere il 25%.

Veniamo così alla tesi sul cambio, molto rilevante in questi giorni. Friedman è stato il primo ad auspicare che le banche centrali rinunziassero a mantenere il tasso di cambio a un livello predeterminato. Secondo lui, molto meglio che l’aggiustamento degli squilibri della bilancia dei pagamenti sia effettuato da una variazione di un solo prezzo, il tasso di cambio appunto, che non dalla variazione di tutti i prezzi e redditi interni. Molto meglio una svalutazione di una recessione; meglio che sia il cane a muovere la coda che non la coda il cane!

La Grecia di oggi, utilizzando l’euro, non può fare ricorso alla svalutazione e sta tentando di fare l’aggiustamento attraverso la riduzione di prezzi e redditi interni, con le proteste diffuse di quanti vedono ridotti i propri redditi. Se avesse usato la dracma, avrebbe potuto svalutare, cioè ridurre un solo prezzo (il cambio) anziché tutti i prezzi e redditi interni.

Il 31 luglio dell’anno prossimo avrebbe compiuto cento anni e, per distinguersi dai liberals americani che sono statalisti di sinistra, si definiva un liberale del XIX secolo, un liberale classico. Sembrerebbe, quindi un economista del passato, non certo del presente. La modernità del suo pensiero, invece, ci induce a una conclusione molto diversa: Friedman non è stato un liberale del XIX o del XX secolo, a buon diritto egli appartiene a questo secolo.

martedì 2 agosto 2011

Miti immortali, da Il Tempo del 2 Agosto 2011

Nel nostro paese prevale da molti decenni l’idea che la politica è la causa dei nostri guai e che solo i tecnici possono rimediare ai guasti combinati dagli eletti dal popolo. Questa tesi è stata recentemente (Corriere, 1° agosto) bollata per la sua insensatezza da Angelo Panebianco in un editoriale molto bello. Per la verità, come lo stesso Panebianco ricorda, se la tesi non è nuova, anche le sue stroncature hanno una lunga storia.
Persone di diverse opinioni ne hanno indicato l’insensatezza. Per esempio, se Luigi Einaudi metteva in dubbio l’esistenza del tecnico imparziale, privo di opinioni politiche, Croce sosteneva che “L’idea di un governo tecnico alberga da tempo nella mente degli imbecilli.” Forse la più esplicita condanna è stata fatta con queste parole: “I governi cosiddetti amministrativi o tecnici sono sempre stati i governi più seriamente e pericolosamente politici che il Paese abbia avuto. Il loro preteso agnosticismo è servito sempre e soltanto a coprire, a consentire o a tentare le più pericolose manovre contrarie alle necessità e agli sviluppi di una corretta vita democratica. (…) “Governo di affari, dunque, e dopo di esso un mutamento non nel senso limpidamente indicato dalla consultazione elettorale, ma nella direzione opposta.” Queste parole sono state pronunziate da Palmiro Togliatti alla Camera il 9 luglio 1963.
L’idea che i problemi dell’Italia abbiano cause politiche ma possano essere risolte magari in un campeggio estivo da esperti indicati dal governo e dalle “parti sociali” indica la spaventosa incomprensione della natura dei nostri problemi. Cominciamo con un’ovvietà assolutamente indiscutibile: nessun paese al mondo ha mai avuto i conti pubblici in ordine ed un tasso di crescita soddisfacente quando la spesa pubblica supera il 40% del reddito nazionale. Noi siamo a oltre il 51%.
Esiste una letteratura e un’impressionante mole di documentazione empirica che dimostrano aldilà di ogni ragionevole dubbio che tassi di crescita pari o superiori al 5% sono possibili quando la spesa pubblica non supera il 35% del reddito nazionale (la nostra esperienza negli anni Cinquanta - sessanta del secolo scorso lo conferma).
Quando la spesa delle amministrazioni pubbliche supera il 40% del prodotto interno lordo, il tasso di crescita si riduce fino a livelli insignificanti (anche in questo caso l’esperienza italiana è conforme). Chi crede davvero nella necessità di rilanciare l’economia italiana e di riprendere la via della crescita, quindi, ha il dovere di indicare come si possa ricondurre il pubblico al di sotto del 40% del pil, in modo di consentire al 60% privato di investire, risparmiare, assumere e produrre.
Come altra volta indicato da queste colonne, per ridurre le spesse pubbliche le manovre correttive non servono, sono necessarie riforme. Il vero contrasto oggi è fra chi vuole tenere in piedi senza modifiche il welfare all’italiana – costosissimo, inefficiente e corrotto . e chi invece ritiene che lo sviluppo dell’Italia sia ben più importante del mantenimento in vita di un apparato degno del peggior cattocomunismo, un’autentica farneticazione statalista.
Fomentare l’invidia tentando di far credere a chi non ha che la colpa dei suoi problemi sono i privilegi di chi ha troppo, cioè i politici, è semplicemente privo di senso: stiamo parlando di quantità e, così come non è possibile prosciugare un oceano usando un secchio, non saranno certo i “sacrifici” dei politici a risanare le pubbliche finanze, lasciando in piedi un marchingegno che dilapida oltre la metà del reddito nazionale.
Quanto a chi paventa che le riforme del welfare siano “macelleria sociale” abbia la compiacenza di dire con chiarezza cosa l’espressione significa e perché guai incalcolabili alla società dovrebbero scaturire dalla drastica riduzione delle amministrazioni locali, dall’innalzamento dell’età pensionistica per tutti, o dallo sbaraccamento di quell’indifendibile mostro che è il servizio sanitario nazionale.
Dal lato della conservazione sta gran parte delle sinistre, che si trastullano con l’illusione che un’imposta patrimoniale a carico dei ricchi possa consentire il mantenimento dello status quo, e l’establishment della grande industria, ansiosa di predicare libertà e concorrenza per gli altri ma praticare interventi pubblici e sussidi a favore proprio, e il grande sindacato che ha interesse a conservare lo status quo fatto di pensionati in età relativamente giovane da loro rappresentati e giovani disoccupati non rappresentati da nessuno.
Vorrei ricordare ai conservatori che non si può sempre vivere a spese degli altri … perché gli altri prima o poi finiscono! Abbiamo già superato quel limite, è ora di tornare indietro verso una società meno burocratizzata e più libera.




Antonio Martino, 2 agosto 2011