lunedì 25 luglio 2011

Commento di Gennaro Malgieri all'intervista al Giornale

Chi fosse interessato può forse trovare gradevole la lettura del commento di Gennaro Malgieri alla mia intervista di oggi al Giornale. (La trovate su l'Occidentale: www.loccidentale.it)

sabato 23 luglio 2011

Chiarimento sullo spacchettamento

Cari commentatori,
dato che continuano ad arrivare commenti basati sull’incomprensione del problema, ritengo doveroso darvi un chiarimento. Come sostenuto in un articolo che ho inserito sul blog, nella nostra Costituzione non esiste l’istituto della revoca, che esisteva nello Statuto Albertino. Il presidente del Consiglio sottoponeva al Re un decreto di revoca di un ministro e, se il Re firmava, il ministro era revocato. Il legislatore costituente decise di non inserirlo nella Costituzione repubblicana perché la responsabilità delle decisioni di un ministro doveva essere collegiale, cioè di tutto il governo.
L’indirizzo politico delle decisioni del governo veniva dato dal presidente del Consiglio. La separazione del ministro della spesa (Tesoro) da quello delle entrate (Finanze) dava luogo a una dialettica cui partecipavano con pari dignità tutti i ministri. Infine, il governo nella sua collegialità operava la sintesi in base all’indirizzo del suo capo.
La riforma Bassanini ha creato un mostro: il ministro dell’Economia possiede i poteri che erano dei ministri del Tesoro, delle Finanze, del Bilancio, delle Partecipazioni statali e del Mezzogiorno. Al governo non si muove foglia che il titolare dell’Economia non voglia. Tutti gli altri ministri, compreso il presidente del Consiglio sono solo protesi posticce di un organo monocratico, il ministro dell’Economia appunto.
Come visitatori del mio blog devo supporre che siate all’incirca liberali, sapete quindi benissimo cosa diceva David Hume: “Quando disegnate un costituzione partite dall’ipotesi che al potere andranno i malvagi, non perché ciò sia inevitabile ma perché è possibile”.
Lord Acton, dal canto suo, ci ha messo in guardia: “Il potere corrompe sempre, il potere assoluto corrompe in modo assoluto!” I liberali sanno che il potere è tanto più pericoloso quanto più accentrato e che la dispersione del potere è condizione necessaria, forse persino sufficiente, di libertà.
Quanto allo spendere e spandere, l’articolo 81 (voluto da Einaudi e Vanoni), oltre ai vincoli di Maastricht, sono ormai un deterrente efficace alla dilatazione del deficit. Molto mi spiace dover fare queste considerazioni, che a me sembrano assolutamente ovvie, mi auguro solo di non aver offeso il vostro amor proprio e di aver chiarito definitivamente la questione.

am

giovedì 21 luglio 2011

Un Disegno di legge per spacchettare il MEF

Antonio Martino è il primo firmatario del disegno di legge illustrato nell'agenzia che segue:

(AGENPARL) - Roma, 21 lug - Spacchettare le competenze del Ministero dell’Economia per istituire un dicastero del Tesoro e uno delle Finanze. Ripristinare, in sintesi, la dialettica tra il ministro dell'entrata e quello della spesa, in modo che l'unificazione venga fatta dal governo nella sua collegialità, secondo l'indirizzo che da il Presidente del Consiglio. Questo l’obiettivo del disegno di legge presentato oggi a Montecitorio a firma dei parlamentari Antonio Martino (Pdl), Pippo Fallica (Forza del Sud), Giuseppe Moles (Pdl), e altri, tra i quali l’intera compagine di Forza del Sud. Lo fa sapere l'Ufficio stampa di Forza del Sud.
“La legge Bassanini, che ha accorpato al ministro dell 'Economia le competenze che a suo tempo erano dei ministri del Tesoro, delle Finanze, del Bilancio, delle Partecipazioni statali e del Mezzogiorno– si legge nella relazione che accompagna il testo di legge –, avrebbe dovuto portare a dei risparmi di spesa per l'amministrazione pubblica e ad una maggiore razionalizzazione di essa, e invece, a distanza di più di 10 anni, si può decisamente affermare che non ha destato gli effetti sperati. Fintanto che – prosegue – ci sarà questa situazione, la collegialità del governo di fatto non esisterà e il presidente del Consiglio non sarà in grado di fornire alcun indirizzo di politica economica all'esecutivo”.
Secondo i firmatari, bisogna “spacchettare le competenze del Ministero dell'Economia e tornare ad avere un ministro del Tesoro e uno delle Finanze. Al primo competerebbero la politica economica e finanziaria; le politiche, processi e adempimenti di bilancio; la programmazione economica e finanziaria, coordinamento e verifica degli interventi per lo sviluppo economico; l’amministrazione generale, servizi indivisibili e comuni del Ministero, con particolare riguardo alle attività di promozione, coordinamento e sviluppo della quantità dei processi dell' organizzazione e alle gestione delle risorse, affari generali, programmazione generale del fabbisogno del Ministero, reclutamento del personale del Ministero. Al secondo, invece – spiegano –, spetterebbero le politiche fiscali; le funzioni di indirizzo, vigilanza, e controllo sui risultati di gestione delle agenzie delle entrate, dogane, territorio; l’amministrazione generale, servizi indivisibili e comuni del ministero, con particolare riguardo alle attività di promozione, coordinamento e sviluppo della qualità dei processi e dell' organizzazione e alla gestione delle risorse, affari generali, programmazione generale del fabbisogno del Ministero e reclutamento del personale del Ministero”.

martedì 19 luglio 2011

Socialisti e liberali. Da Il Tempo 19 luglio 2011

Prima Stefania Craxi, con una lettera al Corriere, poi il mio amico Francesco Damato, con una al Tempo, si dolgono perché Mario Sechi, Francesco Perfetti ed io avremmo diffamato il socialismo considerando ispirata a tale ideologia la manovra e sostenendo (io, non gli altri) che questo è un governo socialista e pieno di socialisti.
Francesco Damato ed io scrivevamo sul Giornale di Montanelli, poi lui fu allontanato perché ritenuto troppo filo-craxiano. Io ho perso la mia collaborazione alla Stampa perché bollato come anti-craxiano. Abbiamo, quindi, qualcosa in comune! Dato, tuttavia, che la differenza di opinioni non è meramente semantica ma ha anche un’enorme rilevanza pratica, varrà forse la pena cercare di chiarire le cose.
Liberale, secondo Cavour (che di liberalismo s’intendeva non poco) è chi crede “nel principio di libertà, nel principio della libera concorrenza, del libero svolgimento dell’uomo morale e intellettuale”. Sempre secondo il grande conte è socialista chi ritiene che “le miserie dell’umanità non possano venire sollevate, che la condizione delle classi operaie non possa essere migliorata se non col restringere ognora più l’azione individuale, se non coll’allargare smisuratamente l’azione centrale del governo, nella concentrazione generale delle forze individuali”.
Se si sta a queste definizioni,che a me sembrano sempre valide, mentre per i socialisti la soluzione va cercata nell’intervento pubblico, per i liberali quest’ultimo è il vero problema, l’unica vera minaccia alla libertà individuale. Socialista era Mussolini, non solo quando dirigeva l’Avanti, socialisti erano quelli che lasciarono il Psi nel 1921 a Livorno e fondarono il Pci. Infine, a costo di apparire provocatorio, il caporale austriaco era a capo del partito nazionalsocialista!
Socialista era Riccardo Lombardi, che insistette per la nazionalizzazione dell’energia elettrica “per ragioni politiche, anche se dannosa sotto il profilo economico”, e sempre socialista era Francesco De Martino che voleva nazionalizzare tutto, tranne i saloni dei barbieri!
Quanto a Bettino Craxi, che ho ammirato pur non condividendone le idee, è certamente vero che era anticomunista forse più di me e che non potrebbe in alcun modo essere assimilato a De Martino o Lombardi (per non parlare di comunisti, fascisti o nazisti), ma è anche vero che, per via del “consociativismo” (l’accordo sotto banco di democristiani e comunisti), gli anni Ottanta sono stati disastrosi per la finanza pubblica: il rapporto debito su prodotto interno lordo era del 54% nel 1980, schizzò al 123% nel 1993.
Quanto al Pli di Malagodi, Zanone e Altissimo, non aveva nulla di liberale tranne il nome. Vi aderii solo per continuare la tradizione familiare, ma ho sempre fatto parte di una minoranza composta da una sola persona! Malagodi era molto orgoglioso di essere presidente dell’Internazionale liberale e non mi perdonava per avere io definito quell’organizzazione come “un insieme di partiti che hanno in comune solo due cose: si dicono liberali e perdono tutte le elezioni!”
Se posso ripetermi, esistono solo quattro tipi di governo. Il primo è uno che parla liberale e governa da liberale (Reagan, Thatcher, Roger Douglas); il secondo è uno che parla socialista e governa da liberale (Blair); il terzo parla socialista e governa da socialista (i governi svedesi quando guidati dai socialisti); l’ultimo, e peggiore, è un governo che usa retorica liberale e governa da socialista. Non certo per colpa o per volere di Berlusconi, è questo il caso del nostro governo. Non bossista, cara Stefania Craxi, né comunista, caro Francesco Damato, semplicemente statalista. Dal momento che lo statalismo nella versione moderna è una creazione del socialismo ottocentesco, non credo che qualificare socialista questo governo, oltretutto composto in gran parte da ex militanti del Psi, sia tanto errato.
A chi fosse interessato ad approfondire la questione mi permetto di segnalare La via della schiavitù di Hayek (che lo dedicò a “i socialisti di tutti i partiti”), appena ristampato nella versione ridotta da liberilibri (16 euro), e Socialismo di Ludwig von Mises. Basteranno queste due letture a far comprendere ai miei amici socialisti la differenza profonda che intercorre fra un liberale e un socialista? Temo di no: si può portare un socialista all’acqua ma non lo si può costringere a bere!

domenica 17 luglio 2011

Intervista a Radio Free Europe

Chi fosse interessato la trova al seguente indirizzo:

http://www.rfel.org/content/interview_italy_has_inherited_e...

am

sabato 16 luglio 2011

Dichiarazione in dissenso, Camera 15 luglio 2011

PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto finale, per le quali è stata disposta la ripresa televisiva diretta.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l’onorevole Antonio Martino. Ne ha facoltà per un minuto.

ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, come liberale non amo i dittatori di nessun tipo, ma c’è un tiranno al quale credo dovere, come tutti noi, obbedienza assoluta ed è la piccola voce silenziosa, che sta dentro di me e mi dice cosa è giusto e cosa non è giusto fare.
Ho votato « sì » alla fiducia al Governo, perché ovviamente la stabilità politica è nell’interesse dell’Italia: la stabilità dell’esecutivo in questo particolare momento ha un’importanza enorme, superiore a quanta ne abbia in tempi normali. Tuttavia, per la stessa obbedienza che devo alla mia coscienza, non voterò questa manovra.
Non la voterò perché ritengo che essa faccia male all’Italia e non faccio riferimento ai contenuti, ma faccio riferimento ad un dato storico inoppugnabile: questa non è la prima manovra. Da un quarantennio abbiamo, ogni anno, una o due manovre correttive, che hanno l’obiettivo di risanare la finanza pubblica. Quindi non è una medicina nuova, inventata oggi...

PRESIDENTE. La prego di concludere, onorevole Antonio Martino.

ANTONIO MARTINO. ... ha una lunga storia alle spalle, ma non ha funzionato, signor Presidente, per un’ovvia ragione, ovvero che questo Paese non ha bisogno di manovre: ha bisogno di riforme !

PRESIDENTE. Deve concludere, onorevole Antonio Martino.

ANTONIO MARTINO. Infatti, la parte della spesa che il Governo può controllare a legislazione invariata è minima rispetto al totale (Applausi di deputati dei gruppi Futuro e Libertà per il Terzo Polo, Partito Democratico e Italia dei Valori).

venerdì 15 luglio 2011

Riformatori e manovratori Da il Tempo 15 luglio 2011

Luigi Condorelli, maestro di clinica medica, sosteneva che la condizione di malato non è stabile. Difficile dargli torto: prima o poi finisce la malattia oppure il malato! Ora immaginate un malato cui il medico curante prescrive un farmaco salvavita. Il paziente lo prende, ma la malattia continua. Il medico decide che la dose era insufficiente e ne prescrive una maggiore. Niente, il malato non solo non guarisce, ma peggiora. Imperterrito il medico continua a prescrivere lo stesso farmaco e continua a prescriverlo, diciamo, per diversi anni. Il malato continua a esserlo, apparentemente smentendo la tesi del professor Condorelli. Per quanto mi riguarda, se fossi stato io al posto del malato, avrei immediatamente cambiato medico, sperando di trovarne uno meno maledettamente cocciuto del primo.

Fuor di metafora, a partire almeno dagli anni Settanta il malato (i conti pubblici italiani) ha ricevuto dai medici la stessa medicina (manovre) in dosi sempre più massicce ma la malattia, lungi dall’essere curata, ha continuato a peggiorare. Non sarebbe il caso di cominciare a prendere in considerazione la possibilità che la cura non sia proprio quella adatta al caso? Eppure, il coro unanime dei padroni del vapore continua a recitare la stessa, immutabile, solfa: occorre una manovra, occorre subito, anzi forse non basta, dovremo presto farne almeno un’altra o forse due.

Questa logora sceneggiata si protrae da oltre quarant’anni ma gli attori sono instancabili, ripetono la stessa farsa senza battere ciglia. Credo che il momento di finirla sia giunto ormai da troppi anni e mi rifiuto di prestarmi a protrarre questo indegno accanimento terapeutico, forse il caso più eclatante di malasanità, in un Paese in cui tanti altri casi continuano a sottolineare l’inefficienza del nostro sistema sanitario nazionale.

Le amministrazioni pubbliche – governo centrale, amministrazioni locali, enti previdenziali, autorità autonome e quant’altro – sono in realtà un sistema di trasferimenti: si finanziano prelevando quattrini dalle tasche di alcuni italiani per trasferirli in quelle di altri italiani. Le dimensioni di questi trasferimenti sono aumentate enormemente nel corso del tempo: se posso ripetermi, nel 1900 rappresentavano il 10% del prodotto interno lordo, negli anni Cinquanta a circa il 30%, oggi superano il 51%.

Cosa giustifica questa spaventosa crescita? Certamente non la lotta alla povertà: eravamo più poveri nel 1900 che non negli anni Cinquanta e più poveri nei Cinquanta che non adesso. Del resto, chi crede che le spese delle amministrazioni pubbliche abbiano davvero lo scopo di alleviare il disagio dei nostri concittadini meno fortunati? Se il 51% del reddito nazionale andasse al 20% più povero della popolazione, lo renderebbe immediatamente agiato.

Le cose sono assai meno semplici, bisogna considerare altri elementi. Primo: quanto la collettività riceve ammonta a molto meno di quanto la collettività deve versare all’apparato di trasferimenti pubblico, per via dei costi di trasferimento (burocrazia, politica, corruzione, eccetera). Secondo: Chi paga non necessariamente appartiene alle fasce di reddito più alte, chi riceve non necessariamente a quelle più basse. Il finanziamento dell’università, della sanità, e degli enti locali molto spesso proviene dalle tasche di contribuenti a reddito medio-basso o basso, e va in quelle di persone non indigenti, e la redistribuzione diventa regressiva. Terzo: i costi dell’apparato pubblico non vanno ai compiti essenziali dello Stato (per Difesa ed Esteri spendiamo soltanto poco più dell’uno per cento del pil). L’indennità parlamentare mi colloca nell’uno per cento più ricco dei contribuenti (ineffabile efficienza del nostro sistema tributario!) eppure ricevo “gratis” i servizi e le medicine fornite dal sistema sanitario nazionale: tassiamo il 99% meno abbiente per dare all’uno per cento più ricco!

Infine, ma non meno importante, la percentuale di spesa pubblica sulla quale il governo ha, a legislazione invariata, potere d’intervento rappresenta una percentuale molto ridotta del totale. Le spese per interessi, per i dipendenti pubblici, per le “prestazioni sociali” (assai deludenti e niente affatto sociali) sono incomprimibili e rappresentano oltre i quattro quinti del totale. Ha senso tentare di ridurre il 100% agendo solo sul 20%? A me non sembra.

Per queste ragioni, se darò la fiducia al governo, non la darò alla manovra, che considero dannosa inutile e punitiva per gli italiani che producono e che non riescono a sopportare le assurde pretese di questo Stato pletorico, ingordo e sprecone.

martedì 12 luglio 2011

Ripensare l'euro, Da Il Tempo 12 Luglio 2011

La attuali turbolenze dei mercati e la grave crisi finanziaria di alcuni paesi dell’Unione Europea mi suggeriscono di riandare a monte delle vicende contemporanee e ripetere alcune considerazioni che mi sembrano di notevole attualità. Mi sono occupato del tema dell’unione monetaria europea da non meno di quattro decenni (il mio primo saggio sull’argomento “La politica monetaria e il piano Werner” risale al maggio 1971). Da economista monetario sono intervenuto a più riprese sull’argomento, ma mentirei se dicessi di essere riuscito a richiamare l’attenzione dei miei colleghi; la stessa sorte ebbero gli articoli sulla stampa quotidiana che scrissi dal 1976.
Nel 1979 venni chiamato alla cattedra di Storia e politica monetaria, succedendo a Paolo Baffi che teneva l’insegnamento per incarico. Dal 1979 al 1992 ho avuto molte richieste di tesi; quasi sempre insistevo perché fosse il laureando stesso a indicare l’argomento ma, almeno in un caso, fui io a suggerirlo, indicando come tema l’unione monetaria belgo-lussemburghese. Come noto, infatti, quei due paesi, simili per dimensioni, livello di reddito, sistema politico, cultura e struttura produttiva, avevano adottato la stessa moneta, il franco. Avevano però governi diversi e situazioni di finanza pubblica diametralmente opposte: il Belgio aveva un debito molto elevato in rapporto al prodotto interno lordo, il Granducato aveva un debito irrisorio e un saldo di bilancio sostenibile.
Malgrado le grandi somiglianze fra i due paesi, l’unione monetaria aveva conosciuto diverse crisi e in qualche occasione aveva corso il rischio di naufragare. Da qui il mio dubbio: se due paesi che hanno molto in comune non riescono ad adottare un’unica moneta senza problemi, com’è possibile sperare che tutto filerà liscio quando l’intera Europa, composta da paesi molto diversi adotterà una sola moneta? La tesi sull’unione monetaria belgo-lussemburghese perveniva a conclusioni che rafforzavano i miei dubbi.
Tuttavia, finché rimasi all’interno del mondo universitario le mie idee non solo non suscitarono scalpore, vennero semplicemente ignorate da tutti o quasi i miei colleghi. Quando, nel 1994, entrato in politica, divenni ministro degli Esteri, apriti cielo! Sono stato immediatamente etichettato come euroscettico se non addirittura anti-europeo. L’accusa nella prima formulazione era in realtà un grande complimento: anche senza riandare alla filosofia del mondo classico, lo scetticismo ha annoverato alcuni fra i più grandi pensatori dell’umanità. Nella sua seconda formulazione – anti-europeo – era semplicemente grottesca se riferita al figlio di Gaetano Martino, il promotore della Conferenza di Messina del 1955 e dei relativi accordi, della Conferenza di Venezia del 1956, e firmatario dei Trattati di Roma del 1957.
Oltre tutto, io non mi sono mai professato contrario all’integrazione dell’Europa o all’adozione di una moneta comune, ma ho sempre criticato l’adozione immediata di una moneta unica perché non ritenevo che fosse realizzabile senza gravi contraccolpi per ragioni squisitamente tecniche. Come ricordato in un precedente articolo, ero d’accordo con Einaudi che auspicava l’adozione di una moneta europea per privare gli stati nazionali di sovranità monetaria, impedendo loro di finanziare le spese con l’inflazione, che egli giudicava la “più iniqua di tutte le imposte”.
L’indipendenza di Belgio e Lussemburgo in materia di pubblico bilancio era stata alla base dei problemi della comune moneta, il franco. L’euro non ha privato i paesi che l’hanno adottato di sovranità finanziaria, ha solo dettato delle regole, considerate “stupide” dal Grande Bolognese. Quelle regole, tuttavia, prevedono come sanzione per il mancato rispetto salatissime multe, sanzione assolutamente risibile: se un paese, come ad esempio la Grecia, non riesce a finanziare il suo deficit, una multa onerosa non renderà certo più rosee le sue prospettive di risanamento! Non solo, ma per impedire il fallimento dei paesi insolventi, cosa sta facendo l’UE? Compra i loro debiti, monetizzandoli in vario modo, tradendo così proprio la ragione per cui Einaudi voleva la moneta europea.
La storia monetaria dell’Europa ci fornisce numerosi esempi di come la volontà politica sia impotente in questa materia. La Repubblica di Weimar, monetizzando il debito, diede vita alla Grande Inflazione del 1923-24, splendidamente raccontata dal nostro Costantino Bresciani-Turroni. “Quota novanta”, il velleitario tentativo di Mussolini di fissare a quel livello il cambio della lira con la sterlina inglese, venne bollata da Keynes con le immortali parole: “Per fortuna per il contribuente italiano e l’industria italiana, la lira non obbedisce nemmeno a un dittatore, e non le si può somministrare l’olio di ricino”! Infine, il tentativo di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi di impedire la svalutazione della lira ci costò in un solo giorno, il 16 settembre 1992, ben sessanta mila miliardi di lire di riserve ufficiali!
Quanto ho finora scritto non è politicamente corretto, ma a me sembra ineccepibile sotto il profilo economico. Se l’UE vuole salvare l’euro, deve ripensarlo: chi viola i criteri imposti per la gestione del pubblico bilancio deve essere espulso dall’unione monetaria. L’alternativa è il futile e assurdo tentativo di imporre un vestito della stessa taglia a Piero Fassino e Giuliano Ferrara!

mercoledì 6 luglio 2011

Verso la bancarotta?

Antonio Martino, 6 luglio 2011

Standard & Poor’s ha espresso un giudizio negativo sulla manovra, bocciandola venerdì scorso. Il fatto che gli analisti abbiano espresso questo giudizio a mercati aperti è imperdonabile, così come risulta abbastanza singolare che il responso sia venuto da chi non aveva avuto modo di leggere i trentanove articoli della manovra che solo lunedì sono stati consegnati al presidente della Repubblica. S&P, tuttavia, non è sola nel pronunciare preoccupazioni sulla solidità finanziaria del nostro Paese; ieri anche l’autorevole The Wall Street Journal, che peraltro cita l’opinione assai ben argomentata di Mario Baldassarri, esprime apprensioni non dissimili da quelle di S&P.
E’ opinione assai diffusa fra gli economisti che l’indebitamento divenga pericoloso quando non si genera abbastanza reddito da pagare gli interessi. Vediamo quindi come sta la situazione. Nel 2010 la spesa per interessi è stata pari a 70.152 milioni di euro, pari al 4,53% del prodotto interno lordo. Non abbiamo tassi di crescita di quel livello da tempo immemorabile. Tuttavia, nelle ultime aste di titoli del debito pubblico la domanda ha superato l’offerta, anche se in misura inferiore al passato. I risparmiatori italiani, quindi, continuano a ingurgitare quantità enormi di debiti pubblici, rendendo possibile, almeno per ora, la politica di spesa del governo.
Finora va bene, quindi, proprio come sosteneva a ogni piano quello che era caduto dall’ultimo piano di un grattacielo! Tra quest’anno e il prossimo, infatti, dovremo pagare 180 miliardi di euro, mentre da adesso a fine 2012 scadono 600 miliardi di titoli. E’ pertanto abbastanza evidente che, nonostante la parsimonia delle formiche private, le cicale pubbliche non potranno continuare a scialacquare i loro soldi. I giudizi severi di S&P e del Wall Street Journal, quindi, non sono per nulla campati in aria.
Veniamo così al punto: nel 2010 le amministrazioni pubbliche hanno speso 793.513 milioni di euro, il 51,2% del pil. Di questo totale la spesa per interessi costituisce soltanto l’8,84%, mentre la spesa per “prestazioni sociali” rappresenta il 43,3% delle spese totali, e i redditi da lavoro dipendente il 21,7%. Queste ultime due categorie di spesa sono incomprimibili a legislazione invariata e, rappresentando quasi i due terzi delle spese totali, sottolineano una tesi che non mi stancherò mai di ripetere: l’Italia non ha bisogno di manovre ma di riforme.
I nostri problemi non sono la patologia accidentale di un sistema di trasferimenti sano ma l’esito fisiologico, prevedibile e previsto, di un sistema sbagliato. Pensare che si possa crescere quando lo Stato e le altre amministrazioni pubbliche assorbono oltre il 51% del reddito nazionale è semplicemente donchisciottesco e del tutto irrealistico. Mai nessun paese al mondo ha avuto uno sviluppo sostenuto quando la spesa pubblica supera il 40% del reddito nazionale. La Svizzera è quasi priva di risorse naturali, non ha una popolazione omogenea, avendo lingue nazionali, religioni ed etnie diverse, eppure è il paese più ricco in Europa. Perché?
E’ l’unico paese europeo nel quale la spesa pubblica non supera il 35% del pil e ha un federalismo cantonale vero, non l’orrendo scimmiottamento che ne abbiamo perpetrato in Italia, dove vengono considerati enti locali la Lombardia e la Sicilia, rispettivamente con 9,5 e 5 milioni di abitanti. La Confederazione Elvetica, con sette milioni di abitanti, ha ben ventisei canoni autonomi. Quello è vero federalismo, il nostro non lo è.
Ma torniamo al quesito di partenza: dobbiamo preoccuparci per il nostro futuro. La risposta è, sfortunatamente, positiva. La manovra, testé completata, contiene fra le altre bellurie anche una norma che sembra studiata apposta per punire i risparmiatori (rei di avere consentito alla pubblica finanza di sopravvivere alle sue larghezze) e terrorizzarli. Secondo Francesco Forte (il Giornale, 5 luglio) “l’aumento bifase del tributo di bollo sui documenti dei depositi bancari ... introdotto di soppiatto per colpire i risparmiatori, che investono i soldi in titoli, ricorrendo alle banche o alla posta, non a proprie società.” Si tratta, secondo l’illustre studioso di Scienza delle Finanze di un “tributicolo” ispirato dalla fissazione di “spaventare la massa dei risparmiatori” proprio come fece Giuliano Amato nel giugno del 1992, quando derubò i titolari di conti correnti sottraendo loro una parte del deposito.
Il nostro prodigioso e prestigioso ministro dell’Economia dovrebbe tenere in considerazione le idee del professore Forte (succeduto a Luigi Einaudi alla cattedra di Torino) ed evitare di passare alla storia come un emulo di Giuliano Amato. Essendo Forte e Amato entrambi socialisti, dare retta a Forte e ignorare Amato non avrà conseguenze sulla sua collocazione politica.

martedì 5 luglio 2011

Interventi alla Camera, 5 luglio 2011

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Antonio Martino. Ne ha facoltà.

ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, vorrei fare mie le considerazioni espresse poc'anzi dall'onorevole Valducci. Solo che, essendo nato io prima di lui, il mio ricordo non va al 1998 ma agli anni Sessanta.
Quando vennero istituite le regioni, Luigi Einaudi valutò in mille miliardi il loro costo annuo. La sinistra ed i fautori del regionalismo ribatterono che il Presidente aveva fatto male i conti perché non si rendeva conto che loro avrebbero abolito le province e che, quindi, il costo delle regioni sarebbe stato molto minore. È passato mezzo secolo, le province, non solo sono ancora lì, ma sono cresciute di numero.
Abbiamo un sistema di governance locale che è assolutamente indifendibile perché articolato su troppi livelli e con troppi enti locali. Abbiamo i municipi, i comuni, le province, le regioni, le comunità montane, i parchi nazionali, le aree metropolitane. Non possiamo permetterci tutti questi livelli di Governo che si sovrappongono e confondono le loro competenze, né possiamo permetterci oltre ottomila comuni laddove mille basterebbero (Applausi di deputati del gruppo Popolo della Libertà).




PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Martino. Ne ha facoltà.

ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, care colleghe e cari colleghi, ritengo che per il credente la sua vita appartenga a Dio. Chi non ha la fortuna di avere la fede è convinto che la sua vita appartenga a lui stesso. Ma su una cosa entrambi concordano: nessuna persona o gruppo di persone ha il diritto di interferire nel rapporto fra loro e la loro vita (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico). E non importa che questo gruppo di persone sia il Parlamento, perché - anche se questo Parlamento all'unanimità votasse una norma che interferisce nel rapporto con la mia vita - quella norma sarebbe illegittima e contraria a qualsiasi senso di umanità (Applausi di deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Partito Democratico).
Coloro che sostengono la necessità di questa legge sono preoccupati che, se non si intervenisse, si correrebbe il rischio di scivolare verso la eutanasia. Mi permetto di ricordare loro il dettato dell'articolo 25 della Costituzione, secondo il quale qualsiasi fattispecie penale deve essere definita dalla legge. Il concetto di eutanasia non è definito dalla legge e il vago richiamo alle fattispecie di omicidio e di omicidio di consenziente e quant'altro non è una definizione di eutanasia.
Volete lasciare che sia un'altra persona, magari con la toga, un magistrato ad interpretare il mio comportamento o il comportamento di persona a me vicina come colpevole del reato di eutanasia (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico)?
Volete affidare la mia vita alle mani di un magistrato? È questo quanto vi apprestate a fare ed è per questa ragione, per la luciferina presunzione che ispira i fautori di questo provvedimento che io, tentato di uscire dall'Aula, resterò qui e mi asterrò su tutto (Applausi di deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Partito Democratico).

Link a un'intervista

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2011/7/5/SCENARIO-2-Martino-Pdl-ecco-perche-la-finanziaria-e-inutile/191766/
http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2011/7/5/SCENARIO-2-Martino-Pdl-ecco-perche-la-finanziaria-e-inutile/191766/

A questo indirizzo, se interessati, troverete una mia intervista.

am

lunedì 4 luglio 2011

Europeismo o interessi nazionali?

La strategia europea nei confronti della crisi greca sembra consistere nel guadagnare tempo nella speranza che si risolva. Almeno, questo è quanto appare in superficie. In realtà, potrebbe benissimo valere un’altra interpretazione. Gli “aiuti” europei alla Grecia altro non sono altro che il tentativo di salvare quelle banche, specie francesi e tedesche, che, avendo investito in titoli pubblici grechi, rischiano di fallire se la Grecia è costretta a non onorare i suoi debiti. Gli aiuti vanno cioè in Francia e Germania, passando per così dire dalla Grecia.
Secondo un vecchio scampolo dell’umorismo inglese, “se devi mille sterline alla tua banca sei nelle sue mani, se gliene devi un milione è lei a essere nelle tue”! Ma non è questo il punto. Anche ammettendo che nel caso della Grecia (come prima nel caso dell’Irlanda per altre ragioni) sia nazionale non europeo, il problema importante diventa: “salvare” la Grecia è nell’interesse anche dell’Europa? La mia risposta, come i lettori di questo giornale sanno, è negativa. Vale la pena tornare sul tema perché è essenziale anche per noi italiani.
Sul tema interviene The Wall Street Journal (30 giugno) con uno splendido editoriale che, anzitutto, dà le cifre del problema: il debito pubblico greco è in questo momento pari al 155% del pil ed è destinato a raggiungere il 170% l’anno prossimo, il che significa che è quasi impossibile che il problema possa risolversi da solo. Anche se l’UE e il Fondo monetario internazionale versassero miliardi nelle casse dell’erario greco e se il governo di Papandreu riuscisse a fare tutte le riforme necessarie, le prospettive di evitare il fallimento sarebbero minime o nulle.
Secondo l’autorevole quotidiano finanziario, le ripercussioni di un fallimento della Grecia sulle banche di altri paesi sarebbero contenute. Le banche che detengono la maggiore quantità di obbligazioni greche fuori dalla Grecia sono francesi e tedesche, che ne hanno per ventotto miliardi di euro. Ma, persino se perdessero la metà di questa cifra, non ne sarebbero distrutte. BNP Paribas, che è la maggiore detentrice di titoli greci, ammette che, anche se perdesse il 30% dei suoi crediti con la Grecia, il rendimento delle sue azioni diminuirebbe soltanto del 3%.
Invece Sarkosy vorrebbe che fosse accettato un piano di salvataggio che si tradurrebbe nel raddoppio del debito greco, anche se la sua scadenza sarebbe allungata a trenta anni, nell’intento di evitare il fallimento del paese e il danno alle banche francesi.
L’ideale dei fautori della moneta comune, da Luigi Einaudi in poi, era di porre fine alla monetizzazione del debito, cioè al finanziamento dei disavanzi pubblici con l’inflazione. Fu per questa ragione che i Trattati di Maastricht posero a base dell’autonomia della Bce il divieto di acquistare titoli di Stato dei paesi membri. E fu sempre per la stessa ragione che furono imposte regole, magari stupide per un noto genio bolognese, ma rigide per la condotta fiscale dei governi: un tetto al rapporto deficit/pil e uno a quello del debito.
Queste regole, già gravemente compromesse in passato, sono ora state abbandonate: l’UE compra di fatto titoli pubblici (prima irlandesi, ora greci e portoghesi, domani spagnoli) e, anche se l’entità è finora modesta, opera una monetizzazione del debito, violando lo spirito e la lettera del trattato. Il fatto che, a quanto pare, l’intervento europeo invece di risolvere il problema abbia scatenato un’ondata di speculazione, conferma la mia tesi: gli speculatori, a differenza degli eurosauri, vedono aldilà del loro naso. Se a questo si aggiunge che è assai dubbio che gli aiuti europei riescano a risolvere i problemi dei paesi insolventi, non è esagerato temere che sia i paesi interessati sia le banche francesi e tedesche che detengono le loro obbligazioni saranno costretti a fallire.
Per fortuna questo esito non riveste carattere di assoluta necessità e potrebbe darsi che sia scongiurato, ma se così non fosse tutti i paesi della zona dell’euro si troverebbero a dover fronteggiare una sorta di tsunami monetario e finanziario.