martedì 28 giugno 2011

Lettera aperta al Presidente della Repubblica

Signor Presidente,
i sentimenti di ammirazione e di amicizia che nutro nei Suoi confronti e che, risalendo a molti anni addietro, quindi a tempi non sospetti, Lei sa disinteressati e sinceri, mi spingono a scriverLe questa lettera aperta. Ricordo ancora quando, il primo giorno del mio ingresso a Montecitorio, Lei ebbe la cortesia di accogliermi con queste parole: “Sono lieto che tu sia stato eletto. Da Presidente della Camera mi sono ispirato a tuo padre che, da vicepresidente, ne dirigeva i lavori in modo esemplare.” Ricordo anche il dibattito che avemmo a Londra sull’euro: io ne criticavo la procedura d’introduzione, Lei lo difendeva. Pur non condividendo le Sue idee, restai ammirato per l’eleganza del Suo argomentare e la correttezza del Suo inglese. Infine, in occasione della mostra al Quirinale su Luigi Einaudi, il colloquio che avemmo mi convinse che, probabilmente, Lei ne conosceva gli scritti quanto o più di me!
Non è mia intenzione cedere al malcostume diffuso del “tirare il Presidente per la giacchetta” chiedendogli di fare quanto non è nei suoi poteri costituzionali. Le scrivo perché convinto che Lei possa, ricorrendo alla moral suasion, porre rimedio a una mostruosità politica e costituzionale. Faccio riferimento alla riforma Bassanini e alle sue, anche se non intenzionali, conseguenze. Come ho avuto modo di scrivere, il nostro governo non è più un organo collegiale ma monocratico. Accentrando nella stessa persona i poteri del ministro del Tesoro, delle Finanze, del Bilancio, delle Partecipazioni Statali e del Mezzogiorno, ha di fatto sancito che il governo è il ministro dell’Economia, gli altri, presidente del Consiglio incluso, sono solo superflue comparse. Non si muove foglia che il ministro dell’Economia non voglia.
Le dichiarazioni dell’onorevole Guido Crosetto, persona di notevole spessore culturale, anche se appaiono rivolte più alla persona che alla carica, sono in realtà la conferma che lo strapotere accentrato nelle mani di una sola persona è incompatibile col corretto funzionamento delle nostre istituzioni. Senza una dialettica fra il ministro delle spese e quello delle entrate, la sintesi che dovrebbe essere fatta dal Consiglio nella sua collegialità e l’indirizzo che ne dovrebbe dare il suo Presidente sono superflui. La collegialità dell’organo svanisce: la politica dell’esecutivo investe la responsabilità del suo capo ma è, in effetti, decisa da altri che non ne risponde.
Mi permetterei, quindi, di suggerirLe di esercitare, con la discrezione che Le è propria, pressioni sui leader di maggioranza e di opposizione perché procedano allo “spacchettamento” del ministero dell’Economia, ripristinando la separazione fra i ministri della spesa e dell’entrata e rinvigorendo il ministero dello Sviluppo economico, cui quello dell’economia ha sottratto poteri che erano prima del ministero dell’Industria e poi di quello delle Attività produttive.
La prego, caro Presidente, di perdonare il mio ardire e di credere ai sensi della mia più alta considerazione.
Suo,
Antonio Martino

venerdì 24 giugno 2011

Un vecchio articolo riproposto

ANCORA SULLA FLAT TAX
Antonio Martino
30 set. 07


Ho partecipato ad un convegno organizzato a Milano da Daniele Capezzone e dedicato alla flat tax, alla possibilità di adottare un’aliquota unica per le imposte sui redditi delle persone fisiche, arrivandoci gradualmente in quattro anni. In quell’occasione ho ribadito tesi ben note ai lettori, avendole più volte enunciate su queste colonne. Ho voluto anche rendere merito a chi per primo in tempi recenti ha lanciato la proposta, Milton Friedman, ed ho citato alcune delle sue argomentazioni. Credo che il lettore le troverà interessanti e gliele ripropongo.

Nel 1956, in una conferenza tenuta a Claremont College in California e dedicata alla distribuzione del reddito (“The Distribution of Income” ristampata nel 1962 in Capitalism & Freedom), Milton Friedman lanciò una proposta che allora appariva provo-catoria: passare da un sistema tributario basato su molte aliquote rapidamente progressive ad un sistema fondato su una sola aliquota (flat tax). Nel 1959 negli USA le aliquote di imposta sul reddito andavano dal 20 al 90 per cento, raggiungendo il 50 per cento a partire da imponibili superiori ai 18 mila dollari per il contribuente singolo e da 36 mila dollari per una coppia sposata che firmava una dichiarazione congiunta. Milton Friedman dimostrò che un’unica aliquota del 23,5 per cento avrebbe fruttato lo stesso o poco più della pluralità di aliquote in vigore. Non solo, ma abolendo tutte le “scappatoie” fiscali, tranne le detrazioni per le spese sostenute per la produzione di reddito, il gettito sarebbe stato molto superiore.

Una flat tax secondo Friedman, anche senza alcuna altra modifica alla legislazione esistente, avrebbe prodotto un maggiore gettito per l’erario perché il reddito dichiarato si sarebbe elevato per tre ragioni:

1. si sarebbe ridotto l’incentivo ad adottare misure legali ma costose per ridurre le dimensioni dell’imponibile (elusione ed erosione);
2. ci sarebbe stato un minore incentivo a dichiarare meno del dovuto (evasione);
3. l’impiego delle risorse sarebbe divenuto più razionale perché si sarebbero rimosse le distorsioni introdotte dalla pluralità di aliquote.

Il punto di partenza dell’analisi di Friedman è dedicato a quanti credono che le tasse debbano servire a ridistribuire il reddito: “Se il gettito delle aliquote attuali altamente progressive è così basso, altrettanto basso sarà il loro effetto ridistributivo. Questo non significa che non facciano danno. Al contrario. Il gettito è così basso in parte perché alcuni fra i più competenti professionisti del paese dedicano le loro energie alla individuazione di modi per tenerlo basso; e perché altri individui organizzano la loro attività con l’occhio alle conseguenze tributarie che ne conseguono. Tutto ciò rappresenta spreco allo stato puro. E cosa otteniamo in cambio? Al massimo un senso di soddisfazione da parte di alcuni nel sapere che lo Stato sta ridistribuendo il reddito. E anche quella soddisfazione è fondata sull’ignoranza degli effetti concreti della struttura fiscale progressiva ed evaporerebbe immediatamente se i fatti fossero noti.”

“Le attuali alte aliquote nominali sulle fasce alte di reddito e quelle di successione non possono essere giustificate, se non altro perché rendono così poco. Come liberale non riesco a considerare giustificata la tassazione progressiva solo perché ridistribuirebbe il reddito. Questo mi sembra un caso chiaro di usare la coercizione per prendere ad alcuni in modo di potere dare ad altri, in evidente scontro frontale con la libertà individuale.”

Ma il punto fondamentale è il seguente: “E’ molto diverso il caso in cui il 90 per cento della popolazione decide di tassarsi e di esentare il restante 10 per cento da quello in cui il 90 per cento approva imposte punitive sul restante 10 per cento, che è quanto in realtà accade negli Stati Uniti. Una flat tax proporzionale comporterebbe esborsi assoluti più alti per quanti godono di redditi più alti come contropartita dei servizi resi dallo Stato (…) ma eviterebbe la possibilità che una maggioranza approvi l’imposizione di tributi sulla minoranza, lasciando inalterato il carico gravante su di essa.”

A distanza di mezzo secolo, credo che le idee di Friedman conservino intatta la loro validità e mi sembra anche che le condizioni per la realizzazione delle sua proposta siano oggi molto più favorevoli che allora. Naturalmente se ne potrà riparlare solo dopo che l’incubo dell’attuale malgoverno sarà finito, con grande gioia di tutti gli italiani.


P. S. Quest'articolo fu scritto nel 2007; l'incubo del malgoverno Prodi è finito da tre anni, ma di arrivare alla flat tax non si parla. Per questo ripropongo questo scampolo di archeologia martiniana e continuerò a ripetermi ad nauseam.

mercoledì 22 giugno 2011

Intervento alla Camera dei Deputati

Mercoledì 22 giugno 2011


Signor Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, cari colleghi, il suo discorso, Presidente, di stamane mi ha fatto riandare con il pensiero al 1994. In quell'anno, come lei ben ricorda, dovetti fare una scelta per me difficile. Avevo partecipato attivamente alla stesura del programma di Forza Italia. Era il programma più radicalmente liberale mai presentato in Europa e questo non lo dico io, che avevo contribuito a scriverlo, ma lo hanno detto anche osservatori stranieri. Avevo partecipato a molte trasmissioni televisive non solo sulle reti Mediaset ma, come la presidente Bindi ricorda, anche in trasmissioni della RAI, in ambienti non sempre particolarmente favorevoli per questo nuovo movimento politico.
Avendo, quindi, investito il mio nome, le mie idee e la mia faccio in questo nuovo movimento politico, lei usò, per convincermi a cambiare mestiere, un'argomentazione alla quale non seppi rispondere. Mi disse: «Ma se lei, professore, non si candida alle prossime elezioni la gente dirà che prende le distanze da noi e questo ci indebolirà». Non seppi rispondere e abbandonai quello che ritengo essere il mestiere più bello del mondo: l'insegnante universitario.
Quanto si è realizzato di quel programma? Quanto abbiamo fatto nella direzione indicata da quel programma? Quel programma, Presidente, è stato da lei seguito sempre in tutti i suoi discorsi. È stato in base a quella ispirazione che abbiamo vinto - che lei ha vinto - le elezioni del 1994, del 2001 e del 2008. Vi è continuità tra i suoi discorsi del 1994, del 2001 e del 2008. Le parole sono quasi identiche. Questo è stato indicato da taluno, a sinistra, come un difetto. A me sembra, invece, un grande pregio. Significa che quella ispirazione era davvero la sua e che lei sinceramente credeva - e continua a credere - che quella fosse la direzione verso cui muovere. Se dicessi che abbiamo realizzato per intero quel programma direi una cosa del tutto falsa.
In alcuni campi, abbiamo fatto dei passi avanti, in altri no, ma mai abbiamo fatto un passo indietro rispetto a quella ispirazione ideale. Colleghi, gli ideali politici hanno la caratteristica di non essere realizzabili perché, una volta realizzati, diventano inutili. L'ideale politico è come la bussola: indica la direzione, ma così come la bussola è inutile al polo nord magnetico anche l'ideale politico, se realizzato, diventa inutile. L'ideale politico deve indicare la direzione verso cui muovere: le nostre società possono progredire perché sono imperfette e sono capaci di cambiare. Una cosa, tuttavia, a me sembra certa, signor Presidente, ossia che gli elettori hanno avuto fiducia nelle nostre idee, nelle sue idee e hanno avuto fiducia soprattutto perché non promettevamo loro di gestire l'esistente, ma di cambiarlo. Non ci hanno mandato al Governo per mantenere invariate le cose, ma perché si aspettavano una profonda trasformazione del nostro Paese. Questo dovrebbe continuare ad essere il nostro impegno prioritario. Vorrei dire però qualcosa anche ai colleghi della sinistra o meglio - se mi consentite - agli amici della sinistra perché avere idee diverse, a volte anche contrapposte, non vedo perché debba determinare sentimenti di inimicizia. La presidente Bindi potrà testimoniare che le nostre idee certamente non collimano, ma che questo non impedisce a me - e credo anche a lei - di nutrire reciprocamente stima, rispetto e simpatia. La democrazia, onorevoli colleghi, è opposizione: un Paese non è democratico quando ha un Governo perché anche i Paesi non democratici hanno un Governo, ma solo i Paesi democratici hanno un'opposizione e, quanto più è vigorosa credibile e autorevole l'opposizione, tanto più democratico è il Paese.
L'onorevole Bertinotti, quando Romano Prodi non voleva che egli competesse nelle primarie, gli rispose: «La democrazia comincia da due». Si tratta di un'osservazione assolutamente ineccepibile; infatti che democrazia vi sarebbe con un solo concorrente contro nessuno? Necessariamente, se il concorrente è uno solo, non può che arrivare primo e ultimo al tempo stesso. Tuttavia ritengo che la democrazia finisca anche con due perché, laddove i partiti sono più di due e sono molti, la democrazia non aumenta, ma diminuisce. Un Paese basato sul multipartitismo sottrae la scelta del Governo alla sovranità popolare e l'affida ai leader di partito, che prenderanno una decisione dopo che le elezioni hanno avuto luogo. Per questo, credo nel bipolarismo e nel bipartitismo.Mi dispiace che non sia qui tra noi il mio amico, il presidente, onorevole Pier Ferdinando Alcide Casini - non so se Alcide sia il suo secondo nome, ma credo che gli farebbe piacere avere questo nome - perché gli vorrei ricordare che ho una sua lettera, nella quale mi rimprovera di aver messo in dubbio la sua sincera credenza nel bipolarismo, ossia nella contrapposizione di due poli. Egli non è qui fra noi, ma non mi sembra che ultimamente abbia espresso idee di questo genere.
Onorevole Bindi, il mondo è cambiato moltissimo dal 1994, ma per tutte le parti dello schieramento politico. Una volta a sinistra sedevano i libertari: uno di questi è diventato sindaco di Milano; si tratta di Giuliano Pisapia, che espresse qui in Parlamento opinioni che io, da liberale, interamente condivido sul problema della giustizia. A destra sedevano i giustizialisti, o addirittura i forcaioli. Oggi mi sembra che avvenga il contrario: a sinistra ci sono alcuni libertari, ma sono confinati in «piccionaia»: si tratta dei pochi radicali eletti nel Partito Democratico, altrove vedo giustizialisti e forcaioli. Una volta, a sinistra vi erano quanti credevano fortemente nella democrazia e nella sovranità popolare. Citerò un caso per tutti: Palmiro Togliatti, nell'ambito della Costituente, si dichiarò contrario all'istituzione della Corte costituzionale, argomentando che, dal momento che il Parlamento è eletto dal popolo sovrano, nessuno può censurare la volontà del Parlamento. A sinistra si credeva nella democrazia.
A destra, viceversa, c'erano coloro i quali erano scettici sulla saggezza delle scelte popolari e provavano una certa simpatia per i Governi autoritari, per non dire per i golpisti. Oggi i golpisti stanno a sinistra. Un autorevole intellettuale dal cognome palindromo, Alberto Asor Rosa, palindromo perché può essere letto in entrambi i sensi, recentemente ha auspicato un golpe realizzato da carabinieri e polizia per abbattere il Governo Berlusconi. Conoscendo i carabinieri, un po' meno la polizia, ritengo assai poco credibile un'ipotesi del genere. Onorevole Bindi, se l'avesse sostenuto un ex missino che cosa avreste detto a sinistra? Che ci sia un intellettuale di sinistra che chiede un golpe, a me sembra veramente bizzarro, o no?
Ho molto ammirato l'onorevole Bersani, che è presente e che saluto - lei sa che le ho telefonato per farle gli auguri e le congratulazioni, quando è diventato segretario del Partito Democratico - per la sua «lenzuolata» di liberalizzazioni. L'espressione «lenzuolata» deve essere tipica della provincia di Bologna, perché a me non risulta usata in politica economica.
RENATO CAMBURSANO. Piacenza.
ANTONIO MARTINO. Piacenza, chiedo scusa. Ho sbagliato la provincia, ma suppongo che siamo sempre in Emilia. Sa io sono nato più vicino a Tunisi che a Roma, quindi per me questo è l'estremo nord. Ebbene, con quelle «lenzuolate», lei mi perdonerà, mi sembrò proprio che la montagna avesse partorito il topolino. Soprattutto mi stupisce davvero, onorevole Bersani, che lei abbia potuto dichiararsi favorevole ai due referendum che impediscono ai privati di rientrare come soci di minoranza nelle società di gestione degli acquedotti pubblici. È una cosa vergognosa e contraddittoria. Soprattutto a sinistra c'erano i fautori del cambiamento, anche rivoluzionario. A destra c'erano i conservatori, i quali volevano mantenere l'esistente e non cambiarlo. Oggi è il contrario, a destra ci sono quelli che vogliono cambiare l'esistente e a sinistra i più feroci difensori dello status quo. Onorevole Bindi, è questa la sinistra che lei sognava? Io non credo. La concorrenza sprona tutti al miglioramento. Quando un'impresa sa di avere concorrenti credibili e aggressivi cerca di migliorare la sua produzione per conquistare fette di mercato. La concorrenza fra l'opposizione e la maggioranza è il più importante elemento della democrazia. Nel Regno Unito, fino a non molti anni fa, il capo dell'opposizione di Sua Maestà percepiva uno stipendio superiore a quello di Primo Ministro. Evidentemente la Costituzione inglese non scritta ritiene il ruolo dell'opposizione più importante di quello della maggioranza.
Onorevoli colleghi della sinistra, non voglio scaricare su altri responsabilità che dovrebbero essere attribuite a noi, ma non fate il contrario. Una parte delle manchevolezze che voi, a torto o a ragione, attribuite al Governo sono dovute al fatto che non ha di fronte a sé un'opposizione coesa, credibile, alternativa e che offra davvero la possibilità di cambiare formula governativa rispetto a questo Governo. Voi non rappresentate un'alternativa fattibile a questo Governo ed è da questo che nascono quasi tutti i problemi della nostra democrazia.

mercoledì 15 giugno 2011

Il momento del coraggio

Le due risorse più scarse a questo mondo sono il tempo, che non basta mai, ed il coraggio, che manca soprattutto ai politici ma anche alla gente normale. Il tempo dei leader come Churchill, Reagan o Thatcher sembra essere tramontato; i nostri leader sono convinti di poter risolvere a chiacchiere (il “dialogo”) qualsiasi problema e rifuggono dall’assunzione di responsabilità. La grave crisi finanziaria in corso richiede, a mio parere, il coraggio sia di ognuno di noi sia del governo.

Cosa dovremmo fare noi. Ho altra volta ricordato che per guadagnare bisogna fare il contrario di quanto fanno gli altri: se tutti comprano bisogna vendere, se vendono comprare. L’esempio più noto di questa regola è John Paul Getty: nel 1929 quando tutti, presi dal panico, cercavano di sbarazzarsi delle azioni a qualsiasi prezzo, Getty acquistò massicciamente. Quella decisione coraggiosa ne fece uno degli uomini più ricchi d’America.
Non siamo al 1929 ma la situazione è simile, caratterizzata da un gran numero di venditori che cercano di liberarsi di azioni nella convinzione che siano destinate a diminuire ulteriormente. Facendo il contrario di quanto sta facendo la maggioranza ed effettuando acquisti selettivi, potremmo arricchirci: non c’è dubbio, infatti, che molti titoli siano grossolanamente sottovalutati e destinati a recuperare in tutto o in parte le perdite subite.

Naturalmente si tratta di un’operazione rischiosa perché non è affatto certo che il prezzo di una determinata azione sia davvero destinato ad aumentare, ma sono convinto che ciò sia vero in molti casi: bisogna sapere scegliere. Né si tratta di un consiglio valido per quanti, pur disponendo di un buon patrimonio, hanno bisogno di reddito. Ma per chi è giovane, non ha molti beni di fortuna e dispone di risparmi accumulati in passato, questa potrebbe un’occasione unica per accrescere il proprio gruzzolo.
Cosa dovrebbe fare il governo. Anche per il governo questo è il momento del coraggio: dovrebbe cogliere l’occasione della crisi per varare al più presto provvedimenti che sarebbero comunque utili ma che, data la situazione, potrebbero rivelarsi provvidenziali. Berlusconi l’ha intuito quando ha accennato alla possibilità di ridurre le tasse; dobbiamo andare in quella direzione con una profonda riforma fiscale e l’adozione di un’unica aliquota d’imposta sul reddito. Solo se faremo dell’Italia un ambiente favorevole agli investimenti e alle attività produttive potremo sperare di contrastare la crisi produttiva che inevitabilmente seguirà l’attuale crisi finanziaria. Questo va fatto subito, prima che i problemi divengano gravi ed intrattabili. L’economia italiana ha bisogno di uno shock che la stimoli e la svegli, che faccia ripartire lo sviluppo prima dell’arrivo della recessione.

Il premier non ascolti i benpensanti, i prudenti, gli indecisi ma dia quella scossa fiscale di cui il nostro sistema produttivo da troppo tempo ha inderogabile bisogno. Dovrà anche mettere mano a quelle riforme che consentano di tagliare le troppe spese pubbliche improduttive, che costituiscono un insopportabile fardello per la nostra economia. E’ troppo chiedere, anche in vista dei propositi federalisti, l’abolizione delle province, il dimezzamento dei comuni, l’abolizione della maggior parte delle comunità montane e la semplificazione drastica di tutto il nostro sistema di governo locale?

Queste sono solo due delle tante cose che un leader coraggioso e dinamico dovrebbe fare per mettere l’Italia in condizione di affrontare l’imminente burrasca con sicurezza. E non escluderei che, così come chi saprà avere coraggio nell’impiegare i propri risparmi finirà col trarre profitto dalle difficoltà del momento, un leader coraggioso che desse all’Italia, grazie ad illuminate riforme, la capacità di fronteggiare gli eventi traendone anche profitto, verrebbe ricordato nella storia, come è accaduto a Churchill, Reagan, la Thatcher e i pochi altri politici audaci.

P.S. Nel 2010 il gettito delle imposte dirette è stato pari al 14,6% del prodotto interno lordo. Un'aliquota unica non inferiore al 15% renderebbe molto di più.

martedì 7 giugno 2011

Una proposta forse immodesta

“Quando scrivete una Costituzione, partite dall’ipotesi che al potere andranno i malvagi, non perché ciò sia inevitabile ma perché è possibile.” L’avvertimento di David Hume è, dopo quasi tre secoli, sempre valido. Il rimedio forse più efficace all’abuso del potere è la sua dispersione. Un dittatore dispone di un incontrastato potere di fare del bene – una democrazia non avrebbe mai potuto realizzare le opere pubbliche che il fascismo produsse fra il 1922 e il 1938 – ma anche di un ugualmente incontrastato potere di fare danno. E’ questa l’obiezione più forte alla desiderabilità di una dittatura illuminata.
Sono necessari pesi e contrappesi, “checks and balances”, per dirla con gli anglosassoni, che si controllino reciprocamente, si contrastino ove necessario, neutralizzino le rispettive capacità di nuocere. La dispersione del potere è condizione necessaria, e forse anche sufficiente, di tutela delle libertà personali. Ma veniamo alla mia proposta che, a differenza di Jonathan Swift, definirei immodesta. Credo di essermene già occupato, anche su queste colonne ma vale la pena tornarci.
Il legislatore costituente non volle mantenere nella Costituzione repubblicana l’istituto, che esisteva nello Statuto albertino, della revoca di un ministro. Il presidente del Consiglio poteva sottoporre al Re la revoca di uno dei suoi ministri; se controfirmata, il ministro veniva sostituito. I padri della nostra Costituzione decisero di non mantenerla per sottolineare la responsabilità collegiale dell’esecutivo. Le decisioni assunte per iniziativa di un ministro erano responsabilità di tutto l’esecutivo: se sbagliate, non veniva sostituito il ministro, cadeva tutto il governo. Simul stabunt simul cadent.
La decisione della Corte costituzionale che avallò la sfiducia individuale ai danni del ministro di Giustizia Filippo Mancuso è vergognosamente, platealmente contraria alla lettera e allo spirito della nostra Costituzione. Del resto, per sostenere che fosse ammissibile, Andrea Manzella, che nel suo manuale aveva sostenuto il contrario, dovette arrampicarsi sugli specchi, sostenendo che incostituzionale per un ministro “politico” era da ritenersi ammissibile per uno “tecnico” (sic)!
La riforma Bassanini ha cambiato, inintenzionalmente, tutto questo: il nostro governo non è più un organo collegiale ma monocratico: accentrando nella stessa persona i poteri del ministro del Tesoro, delle Finanze, del Bilancio, delle Partecipazioni Statali e del Mezzogiorno, ha di fatto sancito che il governo è il ministro dell’Economia, gli altri, presidente del Consiglio incluso, sono solo superflue comparse. Non si muove foglia che il ministro dell’Economia non voglia. La “golden rule” (regola d’oro) viene interpretata nel senso che chi ha l’oro (gold) comanda; dal momento che i cordoni della borsa sono a disposizione di una sola persona, tutte le decisioni governative dipendono dal suo assenso.
Non nutro viscerale ammirazione per l’operato del mio amico Giulio Tremonti come titolare dell’Economia e non ho mai taciuto le mie riserve, ma fosse anche Milton Friedman e fossi entusiasta del suo operato, continuerei a sostenere, da liberale convinto, che è sbagliato e pericoloso attribuire tanto potere ad una sola persona. Unificare Tesoro e Bilancio è possibile, ma la dialettica fra il ministro della spesa e quello delle entrate deve rimanere e deve trovare la sua composizione nelle decisioni di chi ha istituzionalmente il compito di dettare l’indirizzo della politica nazionale: il presidente del Consiglio, capo del governo.
Per questo mi sembra indilazionabile una riforma semplice e indolore: tornare alla dialettica fra ministro del Tesoro e ministro delle Finanze, conferendo al ministro dello Sviluppo economico le decisioni relative alle partecipazioni statali e al Mezzogiorno. Torneremmo così alla lettera e allo spirito della nostra Costituzione, avremmo un governo effettivamente guidato dal suo capo e collegialmente responsabile. Oltre tutto, le nostre libertà non potrebbero che avvantaggiarsi dalla dispersione di un potere immenso, anomalo e incontrollato. Perché aspettare? Facciamolo subito.



Antonio Martino, 7 giu. 11

sabato 4 giugno 2011

It's the economy, stupid!

Lo slogan “It’s the economy, stupid!” (il problema è l’economia, stupido!) fu molto popolare nella campagna delle presidenziali americane del 1992, quando i sostenitori di Clinton sintetizzarono a questo modo la ragione per cui George H. Bush non meritava la rielezione. Bush padre, infatti, nella campagna elettorale che vinse nel 1988 affermò solennemente: “Guardate le mie labbra: niente nuove tasse”! Poi, stipulò il famigerato accordo sul bilancio con i democratici che si sostanziò in un aumento della pressione fiscale. Le conseguenze furono, come sempre da che mondo è mondo, una minore crescita e un deterioramento della situazione economica. L’avere vinto la prima guerra del Golfo l’anno prima, liberando il Kuwait, non servì a nulla: fu sconfitto da Clinton proprio sul tema della politica tributaria.
Azzardo una congettura, anche se sono consapevole che dovrebbe essere corroborata da dati di cui non dispongo: la sconfitta del Pdl a Milano e forse anche altrove è in larga parte dovuta agli stessi motivi che portarono alla cacciata di George H. Bush nel 1992, pur essendo reduce da un clamoroso successo di politica internazionale. Anche la nostra maggioranza, come Bush padre, ha promesso meno tasse: nel 1994, nel 2001 e nel 2008. Gli elettori hanno creduto a quella promessa e ci hanno mandato al governo. In cambio, non hanno ottenuto meno tasse e meno vincoli ma al contrario una maggiore esosità e un inasprimento degli oneri e delle vessazioni connesse agli adempimenti fiscali.
Questi balzelli e oneri non danneggiano chi è già ricco né i percettori di redditi fissi, colpiscono con conseguenze drammatiche i ceti produttivi emergenti: commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, che grazie alla loro laboriosità e impegno potrebbero diventare ricchi, crescere nella scala dei redditi, ma ne vengono impediti dall’eccessiva rapacità del fisco. Chi è già ricco si rivolge a un tributarista esperto che individuerà moltissimi espedienti per evitare di pagare in modo perfettamente legale. Esistono innumerevoli “scappatoie” legali che consentono di eludere imposte ed erodere la base imponibile. Il gettito delle imposte è basso non per colpa di chi si sottrae al fisco violando la legge – gli evasori sono meno numerosi di quanto generalmente si creda e strappano alle grinfie dell’erario meno di quanto viene stimato. Il gettito è basso perché è possibile non pagare senza violare alcuna norma, in maniera assolutamente legale. Questo spiega perché secondo l’Agenzia delle entrate io, in quanto percettore dell’indennità parlamentare, appartenga all’uno per cento più ricco dei contribuenti italiani.
Siamo alla farsa: è credibile che in Italia i redditi superiori all’indennità parlamentare siano meno dell’uno per cento? Non ho ville, né yacht, né macchine di lusso e non credo proprio che me le potrei permettere; possibile che i fortunati possessori di questi beni siano tutti meno agiati di me? Ovviamente no ma, a differenza di me, possono apparirlo agli occhi del fisco e magari lasciarsi andare a geremiadi contro i dannati evasori che non fanno il loro dovere di contribuenti mandando in malora l’Italia.
La situazione del nostro sistema fiscale è simile a quella degli acquedotti: le perdite di questi ultimi si traducono nello spreco del 60% dell’acqua in essi immessa, per due miliardi e mezzo di euro all’anno. Il sistema fiscale riesce a perdere per strada un’alta percentuale d’imponibile che resta immune da qualsiasi tributo. Si spiega così come il gettito delle imposte dirette rappresenti soltanto un misero 19% del reddito nazionale.
Le conseguenze distributive sono socialmente inaccettabili, perché i già ricchi restano tali eludendo imposte ed erodendo imponibile, coloro che non riescono a sottrarsi all’avidità del fisco sopportano carichi insostenibili e il nostro ministro dell’Economia continua a recitare giaculatorie sul fatto che non ci possiamo permettere di cambiare le cose.
La verità è l’esatto contrario: non possiamo permetterci di non cambiarle per ragioni di equità sociale (un fisco che fa gli interessi dei ricchi e penalizza il lavoro, il risparmio e gli investimenti è immorale), per ragioni economiche (se continueremo a non crescere non risaneremo un bel niente) e per ragioni politiche, perché questa non è una politica di rigore ma di punizione dei nostri elettori che ci renderanno pane per focaccia.



Antonio Martino, 4 giugno 2011