venerdì 27 maggio 2011

Missione insensata

L’attacco terroristico del quale sono state vittime nostri militari ripropone con drammaticità un quesito finora irrisolto: qual è l’obiettivo della nostra massiccia presenza all’interno di Unifil, la missione delle Nazioni Unite? Quella missione, come il mulo, non ha motivo di essere orgogliosa dei suoi ascendenti né speranza di avere discendenti. Nasce, infatti, per una ragione assai poco commendevole: il ministro degli esteri del governo Prodi, infatti, per farsi perdonare la precipitosa fuga dall’Iraq si adoperò con tutte le sue forze per dar vita a una missione, forte di una massiccia presenza italiana, in Libano.
Il ministro, forte di ben sette sottosegretari, aveva dovuto immediatamente cancellare la seconda fase della missione irachena, venendo meno agli impegni assunti dall’Italia con le Nazioni Unite, per compiacere i pacifisti violenti che sostenevano il suo governo. La missione concordata era civile, organizzata dal Ministero degli Esteri su mandato dell’Onu e guidata da un funzionario italiano delle Nazioni Unite.
L’italico Talleyrand post-comunista, per motivare la decisione di scappare dall’Iraq, fece ricorso al mendacio intenzionale. Rilasciò, infatti, un’intervista a La Stampa nella quale sosteneva che la prosecuzione della presenza italiana in Iraq sotto forma di missione a scopi civili era frutto di un accordo segreto fra Berlusconi e Martino con gli americani, senza informarne il Parlamento. Quando gli ricordai che quella decisione corredata di tutti i dettagli era stata da me presentata alle commissioni congiunte esteri e difesa di Camera e Senato, pur essendo stato colto con le mani nel sacco, rifiutò di scusarsi per la sua grossolana menzogna.
Ma il debutto del nostro ministro degli Esteri (uno dei due a non essersi laureato nella storia d’Italia), non fu caratterizzato solo dalla spudorata menzogna. Perché fosse chiara la sua competenza internazionale, in occasione di una visita a Teheran, tenne a dichiarare che il diritto dell’Iran al nucleare era “inalienabile” (sic). Seguì la nota passeggiata per le strade di Beirut a braccetto di un caporione di Hezbollah e la dichiarazione di “equivicinanza” (sic) fra Israele e i palestinesi.
La nostra missione in Libano, quindi, è nata male, per ragioni di politica interna e senza alcuna seria riflessione sulle sue finalità. Il mandato dell’Onu prevedeva il blocco delle forniture militari che, attraverso la Siria, affluivano a Hezbollah e il disarmo di quest’ultimo. Ma nessuno ha mai ordinato di eseguirle e la loro fattibilità era comunque dubbia. Cosa ci stanno a fare allora i nostri militari in Libano? La risposta ufficiale è che sono un “cuscinetto”, una forza d’interposizione fra Hezbollah e Israele, che ha anche l’obiettivo di stabilizzare la regione. Quanto sia riuscito il tentativo di stabilizzare il Libano è platealmente dimostrato dalle vicissitudini di quel martoriato paese nel periodo in cui ha goduto della presenza di Unifil.
Né appare convincente la tesi secondo cui si tratterebbe di una forza d’interposizione. Quest’ultima, infatti, interviene quando i due contendenti raggiungono una tregua e concordano sulla necessità che una forza terza si frapponga fra loro per impedire che venga violata. Non mi risulta che queste condizioni siano mai esistite per il Libano.
Hezbollah si propone, come sempre, la distruzione d’Israele e non mi sembra che Israele sia disposta a lasciarsi distruggere. Il favore con cui i pacifisti violenti del governo Prodi videro la missione era dovuto alla loro convinzione che sarebbe servita a proteggere Hezbollah dall’esercito israeliano, Si tratta di tutelare le forze progressiste del “partito di Dio” dalla ferocia dei sionisti servi dell’America!
Il mulo, come tutti gli ibridi, è sterile; temo che Unifil non sia soltanto sterile, perché priva di obiettivo serio, ma anche pericolosa per i nostri militari che, come quest’ultima tragedia dimostra, rischiano la vita per una missione insensata voluta solo ad pompam vel ostentationem.





Antonio Martino, 27 maggio 2011

mercoledì 18 maggio 2011

Indiscrezioni pericolose ma illuminanti

Su The Washington Post del 12 maggio è apparso un articolo di Don Rumsfeld, segretario alla Difesa sotto la presidenza Bush e mio ottimo amico. Rumsfeld si occupa delle rivelazioni di Wikileaks che ha reso pubblici documenti importanti relativi alla gestione della prigione di Guantanamo, al trattamento dei prigionieri e ai metodi con i quali sono state ottenute le informazioni che hanno condotto all’arresto di numerosi terroristi e hanno consentito di sventare diversi attentati.

Sono state queste informazioni e l’intenso lavoro d’intelligence che ne è derivato che hanno portato all’individuazione del covo di Osama bin Laden e alla sua uccisione. Rumsfeld critica senza mezzi termini Wikileaks per avere divulgato documenti molto riservati, mettendo in pericolo quanti sono stati rilasciati dalla base di Guantanamo dopo aver fornito preziose informazioni. Com’è chiaro, sono adesso bersaglio della vendetta di Al Qaeda. Non solo, se bin Laden avesse avuto accesso ai documenti, sarebbe ancora vivo; il suo nascondiglio di Abbottabad è esplicitamente menzionato in quei testi, ma non ha fatto in tempo (la pubblicazione è del 25 aprile).

Obama aveva promesso durante la campagna elettorale la chiusura della prigione di Guantanamo, evidentemente convinto che il trattamento dei terroristi ivi detenuti fosse inumano. L’indiscrezione del sito di Julian Assange fa giustizia di questo mito della sinistra, americana e non. Anzitutto, i tre terroristi morti nel 2006 si sono suicidati e non sono stati, come sostenuto, vittime di brutali interrogatori. I documenti mostrano quanto le guardie carcerarie hanno fatto per rispettare le sensibilità religiose dei detenuti: veniva suonato cinque volte al giorno l’appello alla preghiera, erano serviti soltanto cibi consentiti ai mussulmani e il Corano era toccato solo con i guanti e non, com’è stato detto, buttato nel gabinetto.

Rumsfeld sostiene che questi dossier avrebbero dovuto essere usati dagli storici del futuro, non dati in pasto all’opinione pubblica di oggi. L’ex segretario alla Difesa fu fra i promotori del Freedom of Information Act (la legge che consente, dopo un certo tempo, l’accesso del pubblico ai documenti riservati), convinto che il libero flusso d’informazioni sia vitale per una democrazia. Tuttavia, aggiunge, la liberta d’informazione va valutata senza ignorare le esigenze di sicurezza nazionale. Tuttavia, conclude, anche se l’indiscrezione ha messo a rischio la sicurezza nazionale e l’incolumità dei terroristi che hanno collaborato con l’intelligence americana, ha anche riscattato le politiche dell’amministrazione Bush, mettendone in evidenza l’efficacia e la correttezza.

Non siamo ancora arrivati alla distanza di tempo necessaria per formulare giudizi equanimi; la presidenza di George W. Bush rappresenta un’epoca troppo vicina a noi. Forse, fra un decennio, potremo riparlarne con maggiore ragionevolezza. Voglio, tuttavia, correre il rischio di essere accusato di partigianeria, ma sono fermamente convinto che il mondo sarebbe molto meno insicuro con lui alla Casa Bianca di quanto non sia adesso, quando quell’edificio sembra disabitato.






Antonio Martino, 18 maggio 2011