martedì 22 febbraio 2011

L'articolo 41 della Costituzione e le sue radici ideologiche

L’articolo 41 e i lavori preparatori
L’articolo 41 della Costituzione, nella sua formulazione definitiva, fu approvato dall’Assemblea costituente senza contrasti e quasi senza discussione nei suoi primi due commi. “Al terzo comma l’on. Arata propose l’inserzione della parola “piani” dopo controlli, precisando che la sua proposta aveva non lo scopo di porre all’Assemblea una perentoria alternativa fra il sistema liberale e quello socialista, fra la iniziativa economica privata e la coercizione burocratica dello Stato, fra capitalismo nella sua forma pura e pianificazione integrale’, ma soltanto il fine di disciplinare ‘quegli interventi o interventismi di Stato che oggi campeggiano in tutti i Paesi’. L’on. Taviani osservò di non vedere i motivi per i quali la parola “piani” dovesse essere inserita nel testo costituzionale dal momento che nell’espressione “i controlli” si prevede già un intervento dello Stato “e non è detto che questo intervento debba essere sempre fatalmente empirico”. Si arrivò a una formula concordata, poi definitivamente approvata, accettata a nome della commissione dall’on. Ruini, il quale osservò che “l’idea base è quella del coordinamento, in quanto nessuna economia può ormai prescindere da interventi statali; il comunismo puro e il liberalismo puro sono due ipotesi e schemi astratti che non si riscontrano mai nella realtà. La realtà è sempre una sintesi, una risultante della vita economica.
L’on. Einaudi propose di aggiungere il seguente comma: “La legge non è strumento di formazione di monopoli economici; e, ove questi esistano, li sottopone al pubblico controllo a mezzo di amministrazione pubblica delegata o diretta.” Il proponente osservò che il male più profondo della società presente non è la mancanza di programmi e di piani, ma è invece l’esistenza di monopoli, danno supremo dell’economia moderna, che dà alti prezzi, produzione ridotta e quindi disoccupazione. L’on. Ruini, per la Commissione, osservò fra l’altro che la Costituzione già prevede la nazionalizzazione dei monopoli (art. 43); e l’emendamento, posto in votazione, non fu approvato”.
Ho riportato questo brano tratto dal bel volume di Cosentino, Falsone e Palermo perché esso conferma che l’articolo 41 della Costituzione era ispirato alla filosofia economica prevalente quando fu approvato. L’Unione Sovietica era criticata da tutti i democratici per la mancanza di libertà politiche e sindacali ma quasi nessuno avanzava critiche al suo sistema economico. Si riteneva che l’assenza di proprietà privata, di libertà d’impresa e di mercato non fosse importante quanto la mancanza di partiti, sindacati e libera stampa. Il clima intellettuale risentiva dell’influenza del ventennio fascista, di cui si ricordava la mancanza delle libertà politiche ma, stranamente, si taceva di quelle economiche. Si era convinti che l’economia sotto il fascismo fosse stata capitalistica, data la presenza della proprietà privata, e non si guardava al ruolo senza precedenti che aveva assunto lo Stato. In campo erano presenti solo due posizioni: quella dei fautori della programmazione centrale di stampo comunista e quella dei teorici della “terza via” fra comunismo e capitalismo, propugnatori dell’economia mista.
L’articolo 42
Le origini ideologiche dell’articolo sono confermate dal successivo, che recita:
“La proprietà è pubblica o privata". I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.
La legge stabilisce le norme e i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità”.
L’intero articolo è dedicato a sottolineare che il legislatore costituente considera la proprietà privata come un evitabile fastidio. Nell’elenco dei proprietari del primo comma i privati vengono per ultimi, lo Stato per primo; al secondo comma si pone la proprietà pubblica prima di quella privata; al terzo comma si chiarisce che questo fastidioso residuo del passato viene sopportato solo se accessibile a tutti e tale da svolgere una non meglio precisata “funzione sociale”; infine al quarto comma si ritiene inevitabile ribadire che lo Stato è, assieme (o prima?) agli eredi, titolare di un diritto di eredità.
Nulla si dice sul legame inscindibile che unisce la proprietà privata alla tutela della libertà personale, né si fa cenno che un’economia libera e aperta è impossibile in assenza di ben definiti e rigorosamente protetti diritti di proprietà privata e di contratto. In sintesi, i legislatori costituenti erano o convinti statalisti o rassegnati fautori di una sorta di collettivismo annacquato.
Ritengo utile pertanto passare alla disputa ideologica che vede contrapposti da un lato i “liberisti” e dall’altro gli statalisti di tutti i colori, dai liberali tradizionali ai socialdemocratici, social comunisti, catto-comunisti e comunisti tout court.

Liberisti e statalisti
“Di fronte alle assurde pretese e alla dogmatica grettezza (qualità per eccellenza anti-liberali) a cui filosofi sedicenti liberali ci hanno assuefatto, potremo con tranquilla convinzione di equità cantar le lodi agli onesti scrittori di economia che, se ebbero il torto di non salvare dalle antipatie universali la dottrina di cui erano rimasti modesti depositari, non si stancarono tuttavia di divenire i predicatori inascoltati". .. La chiusa setta dei liberisti può ben dire di avere salvati per parecchi decenni la purezza dell’idea e preparato in sede economica la formazione di condizioni psicologiche favorevoli a una rinascita liberale. L’educazione inglese, se non li salvava da un tono molesto ai più e tuttavia assai spesso finemente ironico, dava ai loro costumi morali e letterari un senso austero di dignità, una coscienza severa di ossequio alle leggi e alle libertà, che li assisteva costantemente nella loro critica e contribuiva a renderli impopolari in una terra di dannunziani e di tribuni che guardava come straniere le loro figure riservate di persone educate e ammodo.”

Il termine “liberista” (che non esiste in altre lingue) deve il suo successo in Italia a Benedetto Croce, che considerava la libertà economica di rango inferiore rispetto a quella politica. Questa tesi era stata criticata, a mio parere in modo risolutivo, da Einaudi, che aveva messo in luce che si trattava di una clamorosa svista del grande filosofo. Oggi parlare di “clamorosa svista” con riferimento alla tesi crociana può apparire normale ma fino a pochi anni fa l’espressione (mia, non di Einaudi) sarebbe apparsa irriguardosa, provocatoria e infondata. Ormai la maggioranza delle persone serie sa bene che la libertà è indivisibile: mai nessun paese ha garantito l’una negando l’altra. Le due libertà non sono distinguibili e non si può avere l’una senza l’altra. Direi di più: la libertà “economica” è il contenuto di quella politica ed è, quindi, a essa superiore. Anche se scelto ogni quattro anni con voto popolare, un tiranno resta un tiranno.
Cosa distingue oggi (la distinzione ha una sua storia della quale non mi occuperò in questa sede) un liberista da un liberale tradizionale? Credo sia stato Aristotele a dire che le cose differiscono in ciò che hanno in comune, che ci rendiamo conto che i fiori hanno colori diversi perché hanno in comune il fatto di essere colorati. Liberali e liberisti hanno in comune il fatto che entrambi attribuiscono importanza fondamentale alla libertà individuale; entrambi sono consapevoli del fatto che il pericolo maggiore per la libertà sia rappresentato dal potere politico; entrambi, infine, coerentemente con le premesse, ritengono che il potere del governo debba essere rigorosamente definito e vincolato da un insieme di regole, da una costituzione. Non a caso il “partito costituzionale” era un modo di designare i liberali caro a Giolitti.
Questo terreno comune a liberali e liberisti è oggi in sostanza comune anche a tutti gli altri democratici: tutti sono quasi consapevoli che i crimini di Stalin, Hitler, Idi Amin e gli altri dittatori non sono certo stati la conseguenza del poco potere del loro governo. E’ chiaro a tutti che quel potere era eccessivo e che i suoi confini non erano rigorosamente delimitati da norme costituzionali. Quasi tutti i democratici inoltre converrebbero che esistono valori personali che nemmeno un governo perfettamente democratico ha il diritto di violare. Se anche Stalin, Hitler, Amin e i loro simili avessero governato in base ad un mandato democratico ricevuto in libere e regolari elezioni a suffragio universale diretto, questo non giustificherebbe affatto i loro crimini perché i diritti e le libertà individuali da essi violate sono molto più importanti del sistema elettorale e a nessun governo, anche se democratico, è consentito di violarli.
Si può ragionevolmente sostenere che questo patrimonio di valori comune a liberali e liberisti, proprio perché ormai comune anche a quasi tutti i democratici veri, sia scarsamente significativo per chi cerca di comprendere le differenze che intercorrono fra liberisti e liberali tradizionali. Non appena si passi, tuttavia, dal generale al particolare ci si rende conto che liberali e liberisti non concordano nemmeno sul concetto di libertà individuale, sulla natura della minaccia rappresentata dallo strapotere dello Stato, sulla concezione di costituzione come strumento di tutela della libertà individuale. Sarebbe velleitario tentare di dare conto di tutte le differenze in poco spazio e mi limiterò, quindi, a poche considerazioni.
Il liberale tradizionale, per una serie di ragioni storiche e filosofiche connesse al fatto che appartiene a una generazione precedente a quella che nel XX secolo ha dato vita a un’autentica rivoluzione liberale nelle scienze sociali, ha della libertà una concezione romantica e astratta che raramente riesce a spingersi aldilà di mere affermazioni di principio. Formatosi all’esperienza del fascismo, il liberale tradizionale, spesso identifica la libertà con la possibilità di votare liberamente scegliendo fra una pluralità di partiti in elezioni regolari.
In altri termini egli finisce col ridurre il concetto di democrazia alla democrazia politica e a confondere libertà e democrazia politica. Finisce così, spesso inconsapevolmente, col cadere nell’ingenua illusione di credere che la libertà non corra pericoli di sorta in un sistema di democrazia maggioritaria. Siamo alla vecchia favola della libertà “economica” separabile da quella “politica” e della superiore importanza di questa rispetto a quella.
Si arriva così all’assurdo che i liberali tradizionali criticano a gran voce quei paesi che vietano ai propri sudditi di recarsi all’estero, negando loro il passaporto (violazione questa di un’importante libertà “politica”) ma tacciono poi quando i paesi democratici vietano di fatto ai loro sudditi di recarsi all’estero in virtù di restrizioni valutarie (si tratterebbe solo di una libertà “economica”).
L’incomprensione del concetto di libertà individuale da parte dei liberali all’antica raggiunge il suo apogeo nel caso di quella fondamentale libertà “economica” che è la possibilità di decidere l’utilizzazione del proprio reddito, la sua destinazione a usi diversi.
Qui l’incomprensione diventa talmente grave che coinvolge anche la concezione stessa della società libera, delle regole che garantiscono la sopravvivenza delle libertà individuali. Vediamo di chiarire.
Parafrasando un’immagine di Robert Nozick, immaginate un paese nel quale esiste la schiavitù. Il padrone si appropria dei frutti del lavoro dei suoi schiavi interamente, preoccupandosi solo di mantenerli in vita.
Si tratta, come qualsiasi economista potrebbe facilmente mostrare, di una situazione non solo riprovevole sul piano morale, ma anche inefficiente dal punto di vista economico, sia perché l’impiego delle risorse è presumibilmente irrazionale (viola il principio della divisione del lavoro) sia perché priva gli schiavi di ogni incentivo (per quanto poco producano, vengono mantenuti in vita, anche se producono moltissimo, non ottengono comunque un trattamento migliore).
Il padrone si accorge dell’inefficienza della situazione e decide di risolvere il problema cambiando accordo. Passiamo così a una seconda fase, nella quale lo schiavo lavora per il padrone, consegnando a lui per intero i frutti del suo lavoro, quattro giorni su sette, ed è libero di svolgere il lavoro che più gli aggrada nei restanti tre giorni, a condizione che provveda al suo mantenimento per l’intera settimana.
Neanche questa seconda fase è ottimale dal punto di vista dello sfruttamento dello schiavo. Se, infatti, lo schiavo ha attitudini a svolgere un certo lavoro piuttosto che un altro, il suo prodotto complessivo aumenta se si dedica esclusivamente al lavoro per il quale è più qualificato.
Passiamo così alla terza fase, nella quale lo schiavo lavora per conto suo tutta la settimana, provvede da sé al suo mantenimento, e versa al suo padrone i 4/7 del suo reddito. (i 4/7 sono circa il 57%, quasi esattamente quanto noi schiavi dobbiamo consegnare al nostro padrone: la classe politico-burocratica parassitaria dalla quale siamo “governati”).
Tale terza fase è indistinguibile sul piano morale dalla prima, anche se più efficiente sul piano economico: lo sciavo continua a essere schiavo, e il padrone padrone, anche se lo sfruttamento ha luogo in modo più efficiente.
E questo il primo, fondamentale punto di dissenso fra liberali e liberisti. I liberali tradizionali non si rendono conto del fatto che la confisca del frutto di x ore di lavoro costituisce un’autentica forma di schiavitù, perché equivale a costringere il soggetto a lavorare x ore a vantaggio di qualcun altro.
Mutuando la terminologia marxiana, si tratta di quello che ho altra volta definito lo “sfruttamento “politico-burocratico” ai danni della collettività.
Marx chiamava sfruttamento la differenza fra il valore di un certo lavoro e il compenso corrisposto al lavoratore per quel dato lavoro.
Tale differenza è oggi in Italia, grazie allo statalismo forsennato, pari in media al 56%; di ogni 100.000 lire prodotte, 56.000 vengono confiscate dal padrone pubblico, 44.000 restano alo schiavo privato.
L’esempio dovrebbe illustrare un altro grave errore nell’impostazione liberale tradizionale: l’idea che chi difende la libertà economica lo faccia per “volgare materialismo”. Com’è evidente da quanto detto, infatti, la ricchezza costituisce solo un, sia pur importante, sottoprodotto della libertà economica. Il liberista non difende la libertà di mercato perché è più efficiente nel produrre beni e servizi, e nell’accrescere la ricchezza della collettività; il liberista difende la libertà di mercato, perché essa costituisce la componente fondamentale della libertà individuale. Senza libertà c.d. “ economica” non c’è libertà individuale, ma schiavitù---- cosa questa assai spesso dimenticata dai liberali tradizionali.

Democrazia e libertà
“Dopo il “70 il partito liberale, risultante delle debolezze teoriche e obiettive fin qui descritte, è svuotato della sua funzione rinnovatrice perché privo di una dominante passione libertaria e si riduce a un partito di governo, un equilibrismo per iniziati che esercita i suoi compiti tutori ingannando i governati con le transazioni e gli artifici della politica sociale”.
Alle considerazioni che precedono un liberale ortodosso, risponderebbe che la democrazia politica è garanzia sufficiente di libertà, che in democrazia il governo fa quanto il popolo sovrano vuole che faccia, e che la tutela della libertà è assicurata automaticamente dall’esistenza di un ordinamento democratico. E questo, forse, il mito più diffuso e più pericoloso del nostro tempo; solo quando avremo capito che tali affermazioni sono frutto di una confusione terminologica e di un grave equivoco, il futuro della libertà individuale apparirà meno buio.
Il primo punto da tenere presente è che la democrazia maggioritaria è un metodo per appurare quale sia il volere della maggioranza e imporlo alle minoranze.
Non c’è nulla di angelico nel 50% +1 dei consensi, né nulla di diabolico nel 50% - 1.
Se il 51% dell’elettorato è favorevole al finanziamento pubblico dei partiti politici, anche il restante 49% deve sopportarne il costo.
Ogni decisione politica, in altri termini, anche se perfettamente democratica, comporta un certo grado di coercizione delle minoranze; ogni estensione dell’ambito delle decisioni pubbliche, anche se democraticamente assunte, comporta una violazione delle libertà individuali. Non è affatto vero che la democrazia politica sia garanzia sufficiente della tutela delle libertà individuali, che possono essere viceversa essere violate (e di fatto lo sono) dal potere incontrollato di una maggioranza democratica quanto dall’arbitrio di un tiranno. Quanto allo sfruttamento politico-burocratico ai danni della collettività, è indubbiamente vero che, a meno di credere nell’anarchia, un certo grado di “sfruttamento” è ineliminabile, ma questo non significa affatto che qualsiasi livello di spesa pubblica in rapporto al reddito nazionale sia compatibile con la libertà individuale.
Quale sarebbe il senso della libertà se il governo assorbisse il 100% del reddito nazionale? A tale obiezione il liberale ortodosso replicherebbe che in democrazia è il popolo sovrano a decidere le dimensioni dell’intervento pubblico, e che, quindi, se il settore pubblico in Italia assorbe il 50% del reddito nazionale ciò è dovuto al fatto che sono gli elettori a volerlo.
Nulla di più falso. Provate a chiedere al cittadino medio se è stato lui a volere consegnare all’erario la metà dei suoi sudati guadagni. Il fatto è che nel 1951 la spesa pubblica assorbiva il 27% del prodotto interno lordo, nell’ultimo mezzo secolo siamo passati da una situazione in cui il settore pubblico assorbiva poco più di un quarto del reddito nazionale a una in cui ne assorbe circa la metà.
Sia ben chiaro: ciò non è avvenuto per nulla perché così voleva tutto il popolo italiano, e la maggioranza degli elettori. Vediamo di chiarire.
Per comprendere come il funzionamento del sistema d’incentivi in una democrazia “ illimitata”, non vincolata cioè da un funzionante sistema di regole costituzionali, conduca inesorabilmente alla crescita eccessiva dello statalismo può forse essere utile rifarsi alla lucida analisi di Vilfredo Pareto. Parafrasando una celebre parabola del più grande economista italiano, immaginate un paese di trenta milioni di abitanti, nel quale, con un pretesto qualsiasi sia proposta l’introduzione di una legge che imponga un tributo di un franco all’anno a testa a tutti gli abitanti, destinando il ricavato a trenta beneficiari - un milione di franchi a testa all’anno. E' evidente che i trenta potenziali beneficiari della legge avranno un incentivo pari ad un milione di franchi ad adoperarsi perché la legge venga approvata, mentre i trenta milioni di cittadini avranno solo un incentivo pari ad un franco a darsi da fare per impedire di dover sopportare il costo di tale decisione di spesa.
In tali condizioni, è evidente che il risultato finale può essere uno solo: la legge sarà approvata, anche se avvantaggia uno sparuto gruppo di persone a danno dell’intera collettività.
All’argomentazione di Pareto, basata sul fatto che i benefici della decisione di spesa sono visibili, il costo è spesso invisibile, di modo che la collettività è preda dell’illusione che la spesa pubblica, come la manna dal cielo, costituisca un beneficio che nessuno paga.
Il successo del primo gruppo di beneficiari indurrà altri gruppi a formarsi, e a pretendere che l’esperimento sia esteso a loro vantaggio, e l’asimmetria fra la percezione dei costi e dei benefici della spesa pubblica garantirà l’estensione e la crescita di tale attività di sfruttamento della collettività a beneficio di vari gruppi di pressione.
Il risultato finale, costituito dal rapporto fra la spesa pubblica e il reddito nazionale, non è affatto “voluto” dalla maggioranza dei cittadini, ma finisce col realizzarsi come conseguenza non intenzionale delle attività dei vari gruppi di pressione, ognuno dei quali persegue il suo interesse particolare ai danni della collettività.
La necessità di realizzare la formazione di una maggioranza è soddisfatta grazie alla somma di varie (e spesso piccole) minoranze, ognuna delle quali persegue l’approvazione di una qualche decisione di spesa che soddisfa il proprio tornaconto a danno del resto della collettività.
Anche quando si osserva – e non è certo il caso nostro – l’adesione di una maggioranza a un certo “ pacchetto” di decisioni di spesa, non è affatto vero che tale maggioranza sia rappresentativa degli interessi della collettività; assai spesso è solo il risultato della coalizione d’interessi minoritari ai danni del paese.
In un sistema siffatto, è inevitabile che lo statalismo cresca in modo incontrollato, e che si pervenga a un grado di sfruttamento politico – burocratico che la maggioranza degli elettori ritiene inaccettabile. Anche ammesso che a questo punto la maggioranza si organizzi per tentare di ridurre il grado di sfruttamento statalista – ipotesi questa a dir poco eroica nelle condizioni nelle condizioni attuali in Italia – è assai difficile, per non dire impossibile, che possa riuscire a rompere la ragnatela enorme d’interessi che protegge e difende la permanenza dello status quo.
Il fallimento dei tentativi in tal senso in Svezia prima, e ora pare anche in Inghilterra, conferma la validità della tesi pessimista. Sembrerebbe proprio che la “ servitù di Stato” sia, anche in paesi di sicura democrazia, un processo irreversibile; considerazione questa che dovrebbe suggerire la massima cautela nell’allargare l’ambito dell’azione pubblica.
Alle considerazioni che precedono, qualche liberale tradizionale sarebbe tentato di ribattere che, dal momento che ciò che lo Stato preleva sotto forma d’imposte ritorna alla collettività sotto forma di servizi, non c’è “sfruttamento”. Dubito che tale argomentazione possa aver successo nel nostro paese, dato che la fornitura di pubblici servizi viene unanimemente considerata carente sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo, a dispetto del loro costo astronomico.
Può, tuttavia, essere utile ricordare perché tale deludente risultato è la conseguenza inevitabile della crescita incontrollata dello statalismo. L’attività pubblica, infatti, si sostanzia nell’imposizione di costi a talune categorie (o all’intera collettività). Il trasferimento di tali risorse, tuttavia, ha un costo suo proprio, di modo che è inevitabile che la collettività riceva dallo Stato meno di quanto ha dovuto versare allo Stato. Non solo, ma dal momento che, al crescere dello statalismo, i costi di trasferimento (si pensi ai costi burocratici) si rivelano crescenti, la differenza fra il costo dello statalismo e i benefici ad esso connessi aumenta.
E anche per questa ragione che oggi abbiamo troppo stato in termini di costo (il settore pubblico non è mai costato tanto), troppo poco stato in termini di risultati (il fallimento dello stato nella fornitura di servizi pubblici essenziali è assolutamente scandaloso).
E per questa ragione che l’accusa che il liberale tradizionale ama muovere ai liberisti- che a essi cioè mancherebbe il “senso dello Stato” – si ritorce contro di lui. Uno stato, infatti, che ha la pretesa di provvedere a tutto e a tutti fallisce, com’è facile constatare persino, nei suoi compiti istituzionali.
Chi, come i liberisti, si oppone quindi alla crescita indebita dello statalismo, mostra di avere molto più “senso dello Stato” di quanti, promuovendo quella crescita, finiscono col distruggere lo Stato.

“Giustizia sociale” e assistenzialismo
Il grande paravento dietro cui amano ripararsi gli statalisti di ogni colore è, com’è noto, il problema della c.d. “giustizia sociale”. Supponendo per assurdo che l’espressione abbia un significato certo, univoco e generalmente accettato, è evidente che il suo uso da parte degli statalisti costituisce soltanto un dozzinale espediente retorico.
Sostenere (senza, ovviamente, dimostrare) che lo statalismo è reso necessario da esigenze di “giustizia sociale” è solo un modo per auto lodarsi, per affermare che chi non è d’accordo con gli statalisti lo fa per motivi ignobili, perché vuole l’ingiustizia sociale.
La scoperta dozzinalità di tale artificio della guerriglia verbale non ne ha impedito tuttavia l’uso protratto. Vale quindi la pena di considerarlo brevemente.
E anzitutto opportuno ricordare che l’espressione “ giustizia sociale” non ha un significato certo, e che ognuno di noi ha una sua idea di quale sia l’ottima distribuzione del reddito, diversa da quella degli altri.
In secondo luogo, è ormai ampiamente dimostrato che il perseguimento di una data distribuzione del reddito è obiettivo incompatibile con le regole di una società libera, e che finisce col produrre la disgregazione della società. Limitandomi a rinviare per questi aspetti all’enorme letteratura sull’argomento, vorrei però ricordare agli statalisti che la crescita dell’intervento pubblico è causa certa d’iniquità, e che produce ingiustificabili sperequazioni nella distribuzione, per tre ragioni.
Anzitutto, come abbiamo già visto parlando dei gruppi di pressione, lo statalismo consente ai più forti politicamente di appropriarsi di redditi prodotti da altri.
La distribuzione in un sistema statalista è basata sul “potere contrattuale” delle categorie, e non ha nulla a che vedere con l’apporto dei singoli e dei gruppi alla produzione di reddito sociale. Quando uno percepisce un reddito che non ha prodotto, un altro produce un reddito che non percepisce, e questo è possibile solo in un sistema statalista.
Gli esempi di tale tipo d’iniquità sono talmente numerosi e noti che non vale la pena soffermarsi.
In secondo luogo, quando l’intervento pubblico è limitato, è possibile tassare i (pochi) ricchi per dare ai (molti) poveri, e la redistribuzione può essere progressiva. Quando lo statalismo cresce, tuttavia, ciò non è più possibile: lo stato tassa tutti (anche i poveri) per dare a tutti (anche ai ricchi); è come se lo stato tassasse i poveri per dare ai ricchi, la redistribuzione è certamente regressiva. Basti pensare al finanziamento dell’istruzione superiore, dei trasporti, della sanità ecc.
Infine, l’intervento pubblico viene in genere invocato per garantire “uguaglianza di accesso” a taluni servizi pubblici “essenziali”. Dal momento, tuttavia che quasi sempre fallisce nel tentativo di fornire un livello accettabile detti servizi, lo statalismo finisce col produrre quella che Lord Harris chiama “ ineguaglianza di uscita”: solo i ricchi possono permettersi di sottrarsi alle amenità della fornitura pubblica del servizio, mandando i figli a scuola privata o all’estero, e facendosi curare privatamente, per esempio. E un’altra ineguaglianza prodotta dallo statalismo.
Questo ci conduce a un’altra argomentazione statalista accettata anche da qualche liberale tradizionale: l’intervento pubblico è necessario per garantire una “rete di protezione” ai più deboli, ai vecchi, ai malati, ai poveri, ecc. E 'questa l’idea di base dell’assistenzialismo di stato, del c.d. “welfare state”. Al riguardo molto si potrebbe dire, ma mi limiterò ad un solo quesito: è un buon affare? La risposta è certa: l’assistenzialismo di stato non vale affatto quanto costa, è un pessimo affare. Si tratta di un colossale spreco di risorse, che minaccia la solvibilità finanziaria dello stato, con una fornitura di prestazioni che costituisce una inesauribile fonte d’ilarità per i critici del sistema, e del più antisociale apparato burocratico che si possa immaginare. Quando la sanità pubblica, col suo organigramma di sigle insensate, procedure burocratiche farraginose e punitive, prebende a dirigenti di nomina politica che non servono a curare nessuno, strutture inadeguate e fatiscenti, sprechi mostruosi, costa a ogni italiano cifre superiori a quelle di una generosa assicurazione privata, come si può in buona fede difenderla? Con una frazione ridotta dell’attuale costo totale si potrebbe fornire a chi ne ha bisogno un’assistenza enormemente migliore e più efficiente.
Basterebbe dare a quanti si trovano al di sotto di un certo livello di reddito (anche medio- alto) un buono di valore pari al costo pro capite dell’attuale programma, obbligandoli a “spendere” il buono nell’acquisto di un’assicurazione sanitaria presso una compagnia di assicurazione di loro scelta.
Una soluzione siffatta costerebbe enormemente meno al contribuente, assicurerebbe anche ai poveri un’assistenza adeguata (cosa che l’attuale sistema si guarda bene dal fare), e garantirebbe libertà di scelta a tutti (e non solo ai ricchi, com’è oggi). Analoghe considerazioni si potrebbero fare per la scuola, la casa e la previdenza, che sono le altre tre aree tradizionali dell’assistenzialismo di stato, anch’esse in stato comatoso a dispetto del costo astronomico.
In altri termini, anche accettando l’esigenza di creare una “rete di protezione” per i deboli, non è affatto detto che l’intervento pubblico diretto sia il miglior modo di soddisfarla.
Alla luce del fallimento dell’assistenzialismo di stato nel nostro paese, e non solo in questo, sarebbe opportuno rendersi finalmente conto che esiste una gamma di alternative, e a mio avviso la più attraente, è offerta dall’insieme delle soluzioni liberiste moderne, che vanno da uno schema di imposta negativa sul reddito, al buono scuola, al buono-sanità, alla riattivazione dell’edilizia (problema questo che richiederebbe un articolo apposito, perché è perfettamente possibile, oltre che desiderabile, consentire a tutti l’acquisto della casa), alla riforma delle pensioni. Ma per conoscere queste soluzioni bisogna studiarle, ed è ovviamente molto più semplice, invece, continuare a ripetere “ lo stato deve provvedere”! La pigrizia è una delle forze che più muovono il mondo.

Liberisti e conservatori
“ Mi sia consentito di enunciare quella che ritengo essere l’obiezione decisiva a qualsiasi conservatorismo che meriti di essere considerato tale. Essa consiste nel fatto che per sua stessa natura il conservatorismo non può offrire un’alternativa alla direzione verso cui siamo avviati. Può riuscire, grazie alla sua resistenza alle tendenze prevalenti, a rallentare gli sviluppi ritenuti indesiderabili, ma, dal momento che non indica un’altra direzione, non ne può impedire il proseguimento. Il destino del conservatorismo è sempre stato, a motivo di ciò, quello di essere trascinato lungo un sentiero non di sua scelta. Il braccio di ferro fra conservatori e progressisti può solo condizionare la velocità, non la direzione, degli sviluppi contemporanei. Ma, sebbene ci sia bisogno di un “freno al veicolo del progresso”, io personalmente non posso contentarmi di aiutare a frenare. Quello che un liberale deve chiedersi, in primo luogo, non è a che velocità e quanto lontano dobbiamo andare, ma dove dobbiamo andare”
Uno dei paradossi dell’attuale situazione politica è rappresentato dal fatto che, mentre le nuove idee e le proposte operative contenute nella “rivoluzione liberista” nelle scienze sociali sono recepite, sia pure lentamente e per gradi, persino dai socialisti più aperti, taluni liberali tradizionali, forse timorosi di guastare il loro attuale rapporto idilliaco con i socialisti, sentono il bisogno di prendere le distanze dalle nuove idee e dai nuovi studi, accusando i liberisti di essere “conservatori” o “passatisti”. A loro parziale attenuante c’è da dire che la comprensione della portata della “rivoluzione liberista” nelle scienze sociali richiede, oltre all’impegno di studio di cui dicevo prima, anche una formazione metodologica moderna, in mancanza della quale è facile fraintendere il senso dei nuovi studi.
Tuttavia, anche concedendo che in questo caso l’ignoranza costituisce un’attenuante, l’accusa di conservatorismo ai liberisti è semplicemente priva di senso.
Non sono certo i liberisti, infatti, a voler difendere lo status quo, il soffocante grado di sfruttamento politico-burocratico, l’inefficienza diffusa dallo statalismo dissennato, lo sfascio della finanza pubblica che da esso è derivato, la tassazione mortificante, la corruzione pubblica dilagante, e la sistematica distruzione dello stato che è seguita all’indebita estensione del suo ambito.
Non sono certo i liberisti a difendere una situazione nella quale la libertà individuale è compressa e soffocata dallo strapotere politico-burocratico, dall’arbitrarietà del governo, a dispetto di precisi vincoli costituzionali (basti per tutti l’art. 81). 81), dalla gigantesca rete di interessi economici pubblici in aperta collusione col potere politico. Né sono certo i liberisti a mancare di prospettiva, a non saper indicare una direzione alternativa all’andazzo imperante.
Ancora più amena è l’accusa rivolta ai liberisti dai soliti liberali benpensanti di essere “passatisti”, di voler riportare indietro le lancette dell’orologio della Storia. Anche prescindendo dalla natura essenzialmente “storicista” – basata cioè sulla convinzione che esistano “leggi inesorabili del destino storico” – e, quindi, essenzialmente illiberale di tale posizione, essa è assolutamente priva di senso. Potrebbe aver senso se i liberisti si proponessero di “riportare il mondo al XIX secolo”, se esistesse un loro “modello” di caratteristiche, diciamo, simili a quelle dell’Inghilterra vittoriana.
Ma chiunque abbia dimestichezza con i nuovi studi sa benissimo che il tipo di organizzazione sociale che ne emerge è nuovo, nel senso che mai nessun paese lo ha adottato. Certo, i liberisti sottolineano l’importanza della libertà economica, della stabilità monetaria, dei vincoli costituzionali all’attività del governo, della solvibilità finanziaria dello stato, ecc., tutte idee che hanno una storia (come tutte le idee). Significa forse questo un “ritorno” al passato, a un mondo in cui queste idee dominavano incontrastate? Quando e dove, di grazia si è avuto la realizzazione storica del “modello” liberista contemporaneo (ammesso che l’espressione abbia senso)? E anche ammesso che tale paese sia mai esistito, cosa significa ciò per la validità delle grandi idee di cui sopra? Il “modello” statalista è molto più vecchio, è il modello di tutte le dittature, di tutti i regimi assoluti, ha ispirato i peggiori criminali della storia, nel suo nome le libertà individuali sono state calpestate e violate da campioni dello statalismo che si chiamavano Hitler e Stalin, Mao e Pol Pot, ecc. se c’è qualcuno che deve vergognarsi del proprio passato, questi sono i fautori della superiore saggezza e lungimiranza del governo, gli statalisti di tutti i colori, gli adoratori dell’onnipotenza pubblica.

Verso un accordo?

Le differenze fra liberisti e liberali tradizionali e fra questi e gli altri democratici, tuttavia, sono forse destinate a scomparire presto, lasciando posto alla possibilità di un accordo sia pure solo di massima. La ragione è semplice: lo statalismo ha un passato, anche se inglorioso, ma non ha futuro. Non c’è osservatore onesto della realtà politica del nostro tempo che non convenga che tutte le soluzioni stataliste dei problemi sociali versano in condizioni di completa bancarotta intellettuale.
Dopo i clamorosi fallimenti della pianificazione centrale nei paesi del c.d. “socialismo reale” (la cui alternativa è il “socialismo immaginario”?), e i non meno clamorosi fallimenti della programmazione nei paesi democratici, non c’è quasi più nessuno a invocare la direzione centrale dell’economia come rimedio taumaturgico per ogni e qualsiasi problema sociale.
Quanto alle nazionalizzazioni, dato il discredito nel quale sono cadute, può addirittura apparire provocatorio ricordare la proposta fatta da Francesco De Martino nel 1963 di nazionalizzare tutto, tranne i barbieri.
Tranne qualche guru dell’ultrasinistra, nessuno invoca più nazionalizzazioni, e persino gli statalisti più coerenti cominciano a parlare della necessità di riprivatizzare alcuni settori.
Quanto alle partecipazioni, lo stato di dissesto e i debiti incredibili del settore cominciano a far riflettere anche i fautori più accesi sull’opportunità di tale metodo di intervento.
L’assistenzialismo statale alle aziende in crisi versa, se non altro a parole, nel discredito generale. Il “welfare state” sta ovunque danno notevoli delusioni ai suoi sostenitori, con la conseguenza che un numero crescente di osservatori di tutte di tutte le tendenze è alla ricerca di alternative preferibili. Le politiche keynesiane di sostegno alla domanda attraverso deficit spending e “denaro facile”, che avevano dominato il clima intellettuale in Italia a partire dalla metà degli anni sessanta, sembrano essere rimaste senza fautori. Sembrerebbe proprio che gli statalisti non abbiano più rimedi credibili da offrire.
Non basta. A precludere un futuro alle tendenze stataliste prevalse negli ultimi vent’anni provvede una semplice considerazione aritmetica: quando lo stato assorbe già il 55-60 percento del reddito nazionale, è impensabile che il peso relativo della c.d. mano pubblica possa crescere ancora. Il tentativo di aumentare ulteriormente il grado di sfruttamento politico-burocratico non potrebbe restare senza conseguenza sull’atteggiamento della collettività, dando vita a fenomeni di reazione (che sono già largamente operanti: si pensi all’economia sommersa). Personalmente sono convinto che persino il mantenimento dell’attuale grado di statalismo sia molto difficile sia molto difficile.
Infatti, la crescita del rapporto spesa pubblica/reddito nazionale è stata finora possibile, senza reazioni da parte della collettività, per due ragioni: l’invisibilità delle imposte e l’aumento del “reddito effettivamente disponibile” in termini reali pro capite.
Queste circostanze sono, entrambe, in via di dissolvimento.
Infatti, quanto all’invisibilità delle imposte, essa è in fase di accelerata diminuzione, per via dell’accresciuta importanza assunta dalle imposte sul redito, resa ancora maggiore dal c.d.” fiscal drag” (o “bracket creep”) La crescita del peso relativo delle imposte dirette consente sempre più alla collettività di rendersi conto del costo effettivo dello statalismo, e spinge un numero crescente di contribuenti a chiedersi se la spesa sia giustificata.
In secondo luogo, definendo “reddito effettivamente disponibile” la percentuale di reddito affidata al controllo di decisioni “private” – la differenza cioè fra reddito nazionale e spesa pubblica complessiva – la situazione relativa mostra una chiara inversione di tendenza.
Il “reddito effettivamente disponibile” in termini reali pro capite è aumentato del 50% dal 1960 al 1970, di solo il 13% dal 1970 al 1980, e negli ultimi anni ha cominciato a diminuire.
La crescita avvenuta in passato riduceva l’incentivo per il singolo contribuente a essere esattamente informato sulle dimensioni del costo dello statalismo gravante su di lui.
Dato che in termini reali la sua situazione migliorava di anno in anno non aveva ragione di cercare di vedere aldilà dell’invisibilità delle imposte.
Se, tuttavia, il reddito reale a sua effettiva disposizione dovesse continuare a diminuire, è inevitabile che comincerebbe a chiedersi quanto personalmente gli costa l’attuale assetto statalista della società, e quanto gli rende.
Il confronto fra il costo astronomico degli attuali programmi e il loro deludente rendimento difficilmente potrebbe mancare di innescare forme di resistenza e di protesta.
E questo uno sbocco che ogni sincero democratico deve temere: come Giorgio III e Luigi XVI confermerebbero, le rivolte fiscali si sa come cominciano, ma non si sa come finiscono.
E da credere che, date queste premesse, il tentativo di allargare l’ambito delle decisioni pubbliche a danno di quelle “private”, di aumentare la percentuale di reddito assorbita dal settore pubblico, potrebbe essere perseguito solo col ricorso alla forza, solo limitando e restringendo la democrazia in Italia. A quel punto, è da credere che tutti i sinceri democratici – liberisti, liberali ortodossi, o socialisti – non potrebbero che far fronte comune nella difesa della libertà e della democrazia contro il pericolo, oggi denunziato solo dai liberisti, dello statalismo crescente.
Non basta. Che l’attuale grado di statalismo sia difficilmente mantenibile, si evince facilmente dal dissesto del bilancio. Qui le cifre forniscono un autentico monumento alla saggezza del più illustre liberista italiano del recente passato: Luigi Einaudi.
Anche per questa ragione, quindi, lo statalismo non ha un futuro: non solo è dubbio che possa aumentare ulteriormente, è assai probabile che non possa nemmeno continuare a rimanere ai livelli attuali.
A questo punto, l’accordo fra liberisti, liberali tradizionali, e democratici di varie tendenze dovrebbe essere, se non facile, certo possibile. Come l’analisi di Pareto surriferita dimostra, infatti, la crescita incontrollata dello statalismo, non è dovuta alla malvagità o incompetenza della “classe politica”, ma è il normale, prevedibile effetto dell’operare del sistema d’incentivi in una democrazia “illimitata”, non sottoposta, cioè a vincoli costituzionali. Fu questa considerazione a suggerire a Luigi Einaudi l’opportunità di introdurre nella Costituzione l’ultimo comma dell’art. 81 (voluto anche, ed è significativo, da Ezio Vanoni), come “rigoroso baluardo” della solvibilità finanziaria dello stato.
Se si accetta questa impostazione, e non vedo come alla luce delle cifre si possa rifiutare, la soluzione non può essere trovata in base a provvedimenti contingenti di piccolo cabotaggio, ma va ricercata nell’ambito di quella “riforma istituzionale” di cui tanto si è parlato, nel ripristino cioè, in forma aggiornata, di una costituzione fiscale e monetaria, che disciplini e vincoli l’attività finanziaria dello stato e fissi regole precise di politica monetaria.
È questo un campo in cui le elaborazioni teoriche e le proposte concrete degli economisti liberisti hanno moltissimo da offrire: da H. Simons a M. Friedman, da J. Buchanan a F. Hayek, si tratta di una mole considerevole di studi che copre diversi decenni di elaborazione. Si potrà ignorare i liberisti come persone, ma per uscire dalla crisi attuale si dovranno fare i conti con le loro idee.
Conclusione
La modifica dell’articolo 41 della Costituzione, volta a concedere la liberta’ di fare ciò che non viene espressamente vietato, rappresenterebbe per le ragioni suesposte una svolta storica, anche se dubito che avrebbe conseguenze immediate di rilievo. Per porre rimedio ai problemi attuali servono misure concrete, non affermazioni di principio.

Democrazia aspirazione universale

Tutti ricordiamo le geremiadi dei “pacifisti” al tempo della guerra in Iraq prima e della missione italiana poi: l’idea di esportare la democrazia è una forma di colonialismo, il tentativo di imporre un nostro modello di organizzazione sociale a paesi che non sono interessati né preparati ad adottarlo. Solo l’ingenua dabbenaggine di un guerrafondaio texano può far credere che con la brutalità della guerra si possa trasformare l’Iraq in una democrazia di tipo occidentale. E così via blaterando.
Poca o nulla attenzione fu prestata al fatto che prima gli afghani poi gli iracheni al rischio della vita, si fossero recati in massa a votare, per la prima volta nella loro storia. Il settimanale inglese The Economist alla vigilia delle elezioni irachene ne previde l’inevitabile fallimento, perché il segno sulle dita era fatto di un inchiostro che sarebbe rimasto per giorni, consentendo l’identificazione di quanti erano andati a votare ed esponendoli alla violenza dei terroristi. La profezia fu clamorosamente smentita.
Sostenni allora che i “pacifisti” avevano torto: la democrazia non è per nulla uno dei tanti sistemi politici, è un’aspirazione universale. Ovunque ne abbiano la possibilità le persone desiderano esprimere in qualche modo il proprio parere sul governo del loro paese. Finora l’unico metodo che possa garantire quanto tutti vogliono è il voto in libere elezioni, che solo la democrazia consente.
Quanto accaduto in Tunisia, Egitto, Algeria, Yemen, Bahrein e ora in Libia è la prova indiscutibile che anche in nord-Africa, anche nel mondo arabo, gli esseri umani preferiscono decidere del proprio futuro anziché affidarlo a un dittatore, non importa se selvaggio e sanguinario o se bonario e tollerante. Almeno negli slogan delle piazze la libertà e la democrazia sono le richieste dei dimostranti. Purtroppo, non sempre le piazze ottengono quanto desiderano: i francesi volevano la libertà e l’eguaglianza e ottennero il Terrore; i russi volevano liberarsi dell’autocrazia degli zar e si beccarono Stalin, ed è possibile che le richieste di libertà e democrazia finiscano col condurre alla teocrazia: è quanto successo in Iran, dove la cacciata dello Scià è costata l’avvento al potere degli islamisti più sanguinari e retrogradi del pianeta.
Bush aveva ragione: la democrazia è aspirazione universale ed è anche contagiosa, perché tende a estendersi agli stati vicini. Sarebbe difficile negare che i fatti che in Tunisia hanno condotto alla cacciata di Ben Ali non abbiano avuto un importante ruolo ai successivi eventi in Algeria, Egitto e altrove. Era anche per questa ragione che Bush faceva riferimento al medio oriente allargato, era consapevole che la democrazia in uno dei paesi avrebbe potuto incoraggiare altri a imitarlo.
E’ impossibile dire quale sarà l’esito dei sommovimenti storici che scuotono il nord-Africa e non solo, ma a me sembra che almeno una cosa sia chiara: i soloni che ironizzavano sulla tesi di George W. Bush non appaiono particolarmente intelligenti alla luce di quanto sta accadendo. Altrettanto chiaro mi sembra che gli “Obamaniaci”, gli entusiastici adoratori dell’attuale presidente americano farebbero bene a chiedersi se sia stata saggia la scelta del loro idolo di cercare a tutti i costi rapporti con i nemici dell’America, arrivando persino a tollerare la sistematica violazione dei diritti umani. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha ripetutamente sostenuto che “l’America non presume di sapere cosa sia meglio per tutti”; una tesi che equivale a una dichiarazione di neutralità fra libertà e servitù, democrazia e dittatura, rispetto dei diritti e delle libertà personali e loro violazione, e che non importa molto a chi ha già la fortuna di vivere in un Paese libero e democratico ma che può fare la differenza altrove. Infine, come se non bastasse, l’essersi affrettato a mollare Mubarak ha insegnato a tutti quanto valga l’alleanza con gli Stati Uniti.
Mi auguro, come credo tutte le persone sensate, che gli eventi odierni preludano a una diffusione della democrazia e dei suoi valori di libertà, tolleranza e separazione fra religione e politica, ed è possibile che, almeno in alcuni paesi, il nostro augurio venga soddisfatto. Comunque vada, tuttavia, il cambiamento per noi più urgente è quello del presidente americano; finché l’attuale deciderà la politica estera degli Stati Uniti, il mondo non sarà al sicuro.




Antonio Martino, 22 febbraio 2011

lunedì 14 febbraio 2011

L'ispirazione del 1994 e la coesione della maggioranza

Vorrei guardare alle vicende della legislatura in corso per cercare di interpretarle secondo considerazioni non contingenti. Che cosa sia accaduto lo sappiamo bene, il perché non è altrettanto chiaro. Il centro-destra ha vinto con largo margine le elezioni, anche grazie alle peculiarità della legge elettorale, la maggioranza era composta da due partiti, Pdl e Lega, concordi sul programma; malgrado ciò, dopo appena due anni, la maggioranza si è disgregata non perché sia venuta meno l’intesa con la Lega ma perché il Pdl è stato lacerato da una, sia pur piccola, scissione. Il quesito diventa: cosa garantisce la coesione della maggioranza ovvero a quali condizioni prevalgono le forze disgreganti?
Un maggioranza, e non importa se composta da uno o più partiti, può essere coesa o per ragioni positive – perché tutti al suo interno condividono il programma e sono impegnati a realizzarlo – o per ragioni negative, quando la presenza di un’opposizione coesa, autorevole e aggressiva fa prevalere lo spirito di conservazione: se il governo non ha successo, l’opposizione ne prenderà il posto. Nessuna di queste due ragioni di coesione ha operato in questa legislatura. Evidentemente gli scissionisti del Pdl non condividevano a fondo il programma che avevano accettato prima delle elezioni, oppure erano pervenuti alla conclusione che non potesse o dovesse essere realizzato. D’altro canto, una minoranza divisa, chiassosa ma inconcludente, non rappresenta un’alternativa credibile: la possibilità che possa sostituirsi all’attuale appariva remota e non mi sembra che lo sia meno dopo le ultime vicende.
Per ridare slancio alla, sia pure esigua, maggioranza sopravvissuta alla defezione dei futuristi, non potendo fare affidamento sul timore di un’opposizione autorevole, che continua a non esserci, bisogna puntare sui fattori positivi di aggregazione: impegnarsi a fondo alla realizzazione di uno o più punti del programma che siano tali da unire quanti sostengono il governo e dividere quanti lo combattono. Si deve trattare cioè di obiettivi qualificanti e di alto profilo, che restituiscano smalto all’azione del governo e mettano a nudo l’inconsistenza delle opposizioni.
Giuliano Ferrara sta combattendo un’importante battaglia volta a convincere Berlusconi a recuperare l’ispirazione del 1994 e mi ha coinvolto, chiedendomi di farne oggetto di un articolo per il Foglio, cosa che ho fatto molto volentieri. Intervenendo a “La telefonata” su Canale 5, Berlusconi (14 febbraio) così risponde all’appello di Ferrara: “Io lo spirito del ’94 non l’ho mai smarrito, ma nel centrodestra in questi anni ci sono stati tanti frenatori, a partire da Casini e Fini. E quindi sono sicuro che da adesso in avanti, dopo la diaspora di Fini, potendo contare su una maggioranza che è sì esigua ma certamente più coesa di prima, potremo portare a Termine quella rivoluzione liberale che inseguiamo dal ’94 e che gli italiani fortissimamente vogliono.”
Sarei tentato di dire che non avrebbe potuto essere detto con maggiore chiarezza: il centrodestra ha vinto tre elezioni con lo stesso programma; è evidente, quindi, che la maggioranza degli italiani si riconosce in quelle idee. Nel ’94 il ribaltone, nel 2001-06 l’ostruzionismo del’Udc sulla riforma tributaria e di An su quella della giustizia, adesso la defezione futurista hanno finora impedito di realizzare quanto gli italiani vogliono. Berlusconi ha ragione: saremo sì pochi ma, se nessuno remerà contro e realizzeremo anche solo la riforma tributaria e quella della giustizia, questi quasi due decenni non saranno trascorsi invano.




Antonio Martino, 14 febbraio 2011

giovedì 10 febbraio 2011

Messaggio alla manifestazione di Milano

Caro Direttore,
come sa un altro impegno mi impedisce di partecipare alla manifestazione da Lei promossa. Tengo, tuttavia, a evidenziare che plaudo sentitamente alla Sua iniziativa. Battersi contro “la repubblica della virtù” significa, secondo me, difendere l’essenza della libertà. Gli esseri umani non si sono dati un governo perché imponga loro di comportarsi come i detentori del potere reputano opportuno ma per proteggere la loro autonomia, la possibilità di decidere come impiegare la propria vita. In una società liberale il muro che difende la sfera privata deve essere invalicabile salvo che siano in gioco i diritti e le libertà di altre persone. Come lapidariamente sostenuto da un giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti: “il mio diritto di tirare un pugno è limitato dalla prossimità della tua mascella”.
Non possiamo consentire che quel muro sia demolito né possiamo accettare di andare avanti lungo una china scivolosa che porta direttamente alla schiavitù. La libertà ha molto più da temere quando le motivazioni dei suoi nemici appaiono nobili che non dalla sete di potere del tiranno.
Sono con Lei in spirito, caro direttore, come credo siano quanti hanno a cuore il destino dell’Italia.

Suo,

Antonio Martino

martedì 8 febbraio 2011

Vittimismo ingiustificato

Domenica 6 febbraio in un articolo di prima pagina sul Sole 24 ore Giuliano Amato denuncia “il profluvio di dichiarazioni, articoli, anatemi e scongiuri” che si sarebbe scatenato attorno alla sua idea di imposta una tantum. Denuncia anche di essere stato fatto oggetto “com’è normale in questa Italia rissosa, di dileggio personale e di excursus biografici volti a confermare che il vecchio Dracula è ancora malauguratamente fra noi.” L’articolo è opportunamente titolato “Patrimoniale: pena di morte per chi vuole discuterne?”
Conosco Giuliano Amato da molto tempo, insegnavamo entrambi nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma (oggi “La Sapienza”) e mentirei se negassi di avere provato stima e simpatia per lui. Una cosa ci ha sempre divisi: il rispetto delle competenze. A me non verrebbe mai in mente di avventurarmi a trattare temi di diritto pubblico, Amato invece non si sottrae alla tentazione di pontificare di questioni attinenti la politica economica quando non addirittura l’analisi economica. Dal momento che ritengo che egli avesse in mente l’articolo da me dedicato alla sua proposta di introdurre un’imposta patrimoniale (lo ammetto: sono colpevole di avere ricordato episodi imbarazzanti per Amato, “excursus biografici” per dirla con lui), vorrei rassicurarlo: non avevo intenzione alcuna di demonizzarlo né auspico che venga ghigliottinato sulla pubblica piazza.
Sempre Il Sole 24 ore aveva pubblicato (sabato 5 febbraio) il parere del senatore Nicola Rossi e mio sul tema (“Una patrimoniale senza ragione alcuna”). Nicola Rossi milita nel Pd, io nella maggioranza, la nostra collocazione politica è quindi agli antipodi; tuttavia, Nicola ed io abbiamo in comune il fatto di occuparci professionalmente di economia. I nostri due corsivi erano quasi identici: senza sapere l’uno dell’altro, sostenevamo la stessa tesi e con le medesime motivazioni. La cosa dovrebbe suggerire che quanto abbiamo in comune è più rilevante di ciò che ci divide. Stando così le cose, non credo sia esagerato sostenere che l’economia è una disciplina scientifica: come due matematici, anche se di opinioni politiche antitetiche, concordano sui teoremi della loro scienza, due economisti di visioni politiche contrastanti possono essere d’accordo su proposte di politica economica. Del resto, lo stesso Amato concorda sul fatto che le critiche alla sua proposta sono state, se non unanimi, certo assai diffuse: persone diverse, con motivazioni a volte uguali, hanno criticato l’idea. Non sarebbe, quindi, stato più prudente astenersi dall’entrare in un campo non di sua competenza?
Amato sostiene che la crescita della spesa per interessi impedisce allo Stato di dedicare risorse a scopi importanti (fra i quali stranamente include “il ricambio di un personale pubblico sempre più invecchiato”, quasi che le tendenze demografiche negative e la generosità del nostro sistema pensionistico fossero invenzioni di una mente crudele!). Da qui la necessità di reperire risorse, di “usare un po’ della ricchezza dei più ricchi per abbassare il debito”. Come giustamente rileva Rossi, non è vero che lo Stato sia privo di risorse; è vero, invece, che non ne ha mai avute tante: la spesa pubblica assorbe la metà del reddito nazionale!
Temo che il mio (ex?) amico Giuliano Amato abbia sciupato un’ottima occasione per tacere, sottraendosi all’accusa di superficialità e irresponsabile violazione del principio di competenza. Un’imposta patrimoniale, peraltro addirittura quantificata, non risolverebbe nessuno dei problemi esistenti e ne creerebbe di nuovi, gravissimi. Per risanare le pubbliche finanze bisogna ridurre le spese pubbliche totali; ciò non è possibile fare, come incomprensibilmente ritiene Tremonti, agendo solo su quella parte delle spese che il governo è in grado di controllare a legislazione invariata: è una percentuale troppo piccola del totale. Bisogna modificare la legislazione che comporta spese incontrollabili, dobbiamo cioè riformare lo “Stato sociale” – sanità, previdenza, enti locali, aziende municipalizzate – e blaterare di “macelleria sociale” non ci sottrae all’obbligo di farlo se vogliamo salvare l’Italia, impedendone la bancarotta.
Il guaio di credere che tutti possano vivere sulle spalle degli altri è che gli altri prima o poi finiscono. Se dimentichiamo questa ovvietà thatcheriana non usciremo mai dai nostri guai. Lo Stato non può spendere denaro che non ha e, come i casi di Grecia, Portogallo e Irlanda confermano, anche la possibilità di fare debiti alla fine si esaurisce. Chi vuole davvero che il debito diminuisca, invece di proporre nuove imposte che servirebbero solo a finanziare nuove spese, chieda che sia dismesso l’enorme patrimonio pubblico e che il ricavato sia usato per ritirare titoli del debito pubblico.




Antonio Martino, 8 febbraio 2011

lunedì 7 febbraio 2011

Per la verità, per Israele

Le considerazioni di Claudio Saragozza, che condivido, mi hanno suggerita di inserire un post con le brevi osservazioni da me fatte alla maratona oratoria "Per la libertà, per Israele".

Una ovvietà e due considerazioni. L’ovvietà è: i nemici di Israele sono nostri nemici, non vogliono colpire il piccolo Satana, vogliono colpire l’Occidente, la modernità, la democrazia, la libertà, l’emancipazione della donna.

La prima delle due considerazioni riguarda la percezione del pericolo nel nostro paese. Uno dei due ministri degli esteri italiani non laureati, come primo suo atto si recò a Teheran per dichiarare inalienabile il diritto dell’Iran al nucleare. Dopodiché andò a Beirut a passeggiare con un caporione di Hezbollah per le strade di Beirut. Infine ha sempre sostenuto che Hamas dovrebbe essere incluso nel dialogo di pace.

La seconda considerazione riguarda due lezioni che la storia ci ha lasciato e che non dovremmo dimenticare. Primo: è terribilmente pericoloso sottovalutare le parole dei fanatici: dicono di volere quello che effettivamente vogliono. Ahmadinejad non è Hitler, ma parla come lui. Ahmadinejad non vuole solo distruggere gli ebrei, non sostiene soltanto che la fine dei giorni si avrà quando l’ultimo degli ebrei sarà stato ucciso. Si è anche dotato, in spregio alle condanne dell’Onu e della comunità internazionale, di missili a lunga gittata e di capacità nucleari. Sottovalutare Ahmadinejad significa cadere nella logica di Chamberlain e di Monaco.

La seconda lezione non è del diciannovesimo secolo ma è molto più antica ed è stata provata vera nel diciannovesimo secolo. Si vis pacem para bellum: è molto meglio essere preparati quando c’è tempo che essere costretti a prepararsi quando non ce n’è più. Se gli inglesi avessero dato retta a Churchill e l’Inghilterra si fosse riarmata per tempo, forse le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale sarebbero state minori.

Non è vero che con il dialogo, è cioè con le chiacchiere, si possono risolvere tutti i problemi. Il dialogo è utile quando c’è l’altra parte pronta a dialogare, ma quando l’altra parte vede un imbelle pronto al dialogo lo ignora.

L’Europa spende per la difesa il 50 per cento di quello che spendono gli Stati Uniti d’America, ottiene, perché spende male, soltanto il 10 per cento delle capacità degli Stati Uniti d’America. Come se non bastasse non fa altro che criticare la politica estera dell’America e si aspetta che l’America la difenda. Lo so, gli americani sono quello che sono, ma sono anche gli unici americani che abbiamo.

Grazie.

venerdì 4 febbraio 2011

L'ispirazione del 1994

Il momento attuale mi ha fatto ripensare a un articolo che scrissi per il Foglio il 7 gennaio 1996. L’articolo riprendeva le tesi sostenute in un pezzo, scritto l’anno precedente, subito dopo la caduta del governo Berlusconi, per la rivista americana National Review, che il direttore della rivista aveva pensato bene di intitolare ricorrendo alla parola più lunga della lingua inglese: "Antidisestablishmentarianism Italian Style." La tesi che sostenevo era così riassunta: “Cosa sia l'establishment credo sia noto a tutti: un gruppo esclusivo e potente che controlla o influenza fortemente il governo, la società, o un settore di attività. Disestablishmentarian è chi cerca di rompere il potere dell'establishment, di spezzare il sistema di rapporti che gli consente di controllare governo e società; antidisestablishmentarians sono quanti tentano di difendere l'establishment contro la minaccia di chi vuole sovvertirlo. La parola è, volutamente, complessa e ironica; il concetto che essa esprime è, a mio avviso, appropriato al caso italiano. Berlusconi è un disestablishmentarian, i "poteri forti" dell'Italia di oggi non possono essere definiti meglio che come antidisestablishmentarians.”
Credo che la via d’uscita dai problemi del presente sia offerta dal recupero dell’ispirazione del 1994 che era profondamente legata alla necessità di sovvertire l’establishment, di cambiare l’esistente non di gestirlo lasciandolo invariato. Berlusconi è stato il primo ad ascoltare le mie tesi condividendole, le ha fatte proprie e le ha anche adeguate alle esigenze di una battaglia politica che mi sembrava assolutamente donchisciottesca. Fu così che il neonato partito, Forza Italia, si presentò alle sue prime elezioni con un programma di riforme liberali quale non si era mai visto prima in Europa.
Berlusconi sostenne in tutti i suoi discorsi che il suo obiettivo era di restituire spazio e risorse all’economia privata, alle famiglie e alle imprese, riducendo l’invadenza dello Stato sprecone e tartassatore e l’influenza della politica nella vita delle persone. Da liberale convinto sosteneva che la concorrenza non è necessaria solo per ovvie ragioni di efficienza economica ma anche e soprattutto per ragioni di libertà, per garantire alle persone la libertà di scegliere fra alternative diverse.
Per questo proponevamo il sistema dei “buoni” in alternativa all’assistenzialismo monopolistico esistente. Un buono scuola per mettere in condizioni tutte le famiglie, non solo le agiate, di scegliere fra scuole diverse, sottoponendo le scuole, pubbliche o private che fossero, alla disciplina della concorrenza. Avevamo anche in mente un “buono sanità” che sottraesse questo delicato settore al malcostume e agli sprechi tipici degli apparati statalistici. E poi anche un buono casa, un’integrazione all’affitto pagato dagli inquilini meno abbienti che consentisse loro l’accesso al mercato delle locazioni.
In campo tributario, fu per insistenza di Berlusconi che la proposta di ridurre il numero e il livello delle aliquote divenne rivoluzionaria, anticipando quanto poi è stato realizzato con successo in molti Paesi. Ma non proponevamo una finanza allegra, tutt’altro. Volevamo che la spesa pubblica in rapporto al reddito nazionale fosse fissata con norma costituzionale e che l’articolo 81 della Costituzione venisse applicato in conformità al volere del legislatore costituente che, per bocca di Luigi Einaudi e Ezio Vanoni, doveva essere inteso come garanzia di pareggio del bilancio su base annua.
Credevamo che dalla privatizzazione delle troppe attività statali si sarebbero ricavate risorse per ridurre l’immenso stock di debito pubblico e che, grazie anche alle liberalizzazioni, avrebbero dato un impulso alla crescita. Fin dal primo giorno sostenemmo che il principio della divisione dei poteri che è alla base della democrazia dovesse essere ripristinato, riconducendo l’attività giudiziaria nel suo ambito e garantendo l’indipendenza del potere legislativo ed esecutivo da inammissibili interferenze. La separazione delle carriere di accusatori e giudici è sempre stata uno dei punti centrali del nostro programma.
Tutto questo avrebbe dovuto essere realizzato grazie anche a riforme costituzionali capaci di restituire al popolo sovrano il suo inalienabile diritto a scegliere il proprio futuro attraverso il voto. Un sistema elettorale, quindi, compiutamente maggioritario (Berlusconi in diverse occasioni aveva sostenuto “il maggioritario sono io”), e una riforma presidenziale che desse al popolo la possibilità di scegliere il suo Presidente, capo sia dello Stato sia del governo.
Molte di queste proposte sono rimaste prive di attuazione: l’immatura fine del governo Berlusconi nel 1994, dovuta alla prepotenza dell’establishment, l’opposizione di alleati che avevano “scroccato un passaggio” per arrivare al potere solo per poi remare contro la realizzazione del programma da loro sottoscritto, nei governi del 2001-06, fino alle ultime paradossali vicende che finora impedito al governo di operare al massimo delle sue possibilità.
Il passato non può essere riscritto ma possiamo ancora influire sul futuro; non possiamo lasciare incompiuta una rivoluzione che gli italiani fortemente vogliono (dal 1994 a oggi il centro-destra ha vinto tre elezioni e ne ha perse due per il rotto della cuffia). Le condizioni potrebbero non apparire ideali, data l’esiguità della maggioranza ma, sia che la legislatura venga interrotta sia che giunga al suo termine naturale, soltanto se ritroveremo l’ispirazione del 1994 e sapremo tradurla in proposte concrete seguite da risultati potremo ritenere di aver fatto il nostro dovere per il bene dell’Italia.




Antonio Martino, 2 febbraio 2011