giovedì 30 dicembre 2010

Concertazione alla fine?

La vicenda dei contratti Fiat di Pomigliano e Mirafiori ha scatenato un’enorme quantità di commenti, che hanno occupato per giorni quasi tutti i quotidiani e gli altri organi di stampa. Si è parlato di una rivoluzione che ha investito il mondo delle relazioni industriali e che sembra destinata a contagiare la politica, di un’americanizzazione del mondo del lavoro, qualcuno è arrivato persino a paragonare l’amministratore delegato della Fiat a Mussolini e così via esagerando. A me sembra, tuttavia, che non sia stato colto un aspetto della vicenda che sarebbe stato meritevole di approfondimento.
Credo che sia molto importante che a quei contratti si sia arrivati senza fare ricorso, com’era usuale in passato, alla triade Big Business, Big Labor, Big Government, cioè al concorso del grande sindacato e della Confindustria con la benedizione del governo. Non si è utilizzata cioè la concertazione. Quest’ultima era il prodotto, fra l’altro, di alcune idee profondamente sbagliate che hanno dominato per decenni il mondo dell’economia italiana e che, poco per volta, stanno perdendo sostenitori. Vediamo.
Il punto di partenza era la radicata convinzione che l’inflazione fosse dovuta alla spinta dei costi (“cost-push”) e in particolare alla crescita eccessiva dei salari. Quando gli aumenti salariali eccedono la crescita della produttività del lavoro, secondo l’idea allora prevalente, s’innesca una spirale salari – prezzi che sfocia in inflazione. L’aumento dei costi si trasferisce sui prezzi e l’aumento di questi ultimi a sua volta genera un aumento dei salari e così via all’infinito. D’altro canto, se si fosse fatto ricorso a una politica monetaria prudente per impedire l’inflazione, la disoccupazione sarebbe diventata insostenibile.
Per evitare queste sciagure si riteneva quindi che fosse necessario un qualche meccanismo che riuscisse a moderare la crescita delle retribuzioni, convincendo i sindacati a moderare le loro pretese. L’idea nasce, non a caso, in Inghilterra ed è di derivazione Keynesiana. Il rimedio che gli inglesi ritenevano di avere individuato era la politica dei redditi. I rappresentanti dell’industria e del lavoro, con l’indispensabile assistenza del governo, dovevano sedersi a un tavolo e decidere la dinamica delle retribuzioni nei vari settori in modo da impedire l’inflazione o la disoccupazione. Questa formula, utilizzata con costanza degna di miglior causa per oltre un decennio, alla fine degli anni Settanta portò l’Inghilterra a essere il “malato d’Europa”, il paese europeo con l’economia più dissestata, con tassi d’inflazione e di disoccupazione a due cifre, superiori cioè al 10%. Poi arrivò la Thatcher.
In Italia, non avendo avuto la Thatcher, l’illusione della politica dei redditi ha avuto vita più lunga e nella sua versione italiana di concertazione è stata viva e vegeta fino a poco tempo fa. Marchionne ha, finalmente, preso atto che quel metodo era del tutto inappropriato e ha riportato il discorso sul terreno meno ideologico ma più importante dell’efficienza aziendale e della competitività internazionale. Nel mondo di oggi, come in quello di sempre, le relazioni industriali non possono prescindere dalla necessità di garantire l’economicità della produzione, pena l’esclusione dal mercato.
Il salario, come pure una volta si farneticava, non è una variabile indipendente, il suo livello compatibile con la vitalità dell’impresa non è arbitrario. Sarebbe molto bello se lo fosse - potremmo raddoppiarlo un paio di volte al mese senza ripercussioni negative per il bilancio aziendale – ma non è così. La “rivoluzione” di Marchionne è tutta qua: ha applicato il buonsenso di sempre al caso Fiat e non è quindi un caso che a sinistra molti si siano scandalizzati. Non si può spazzare via di colpo quello che per decenni costituiva un punto fermo delle loro ideologie e pretendere che non battano ciglio di fronte a quest’esproprio delle loro certezze.
Adesso credo che si possa fare un ulteriore passo avanti e prendere atto che il sindacato nazionale inteso come super-partito che mette bocca in tutte le decisioni di politica economica non è soltanto estraneo alla nostra Costituzione, è anche dannoso e quanto prima ce ne sbarazzeremo tanto meglio sarà per tutti. Lo stesso vale per la Confindustria che non è chiaro a chi possa essere utile e in conformità a quale norma costituzionale possa interferire nelle scelte politiche suggerendo o sconsigliando decisioni di politica economica di stretta pertinenza del governo e del Parlamento. Infine, avremmo finalmente dovuto accettare l’ovvio ma non banale fatto che il governo non è legittimato a interferire nei rapporti contrattuali fra privati né dispone di una particolare competenza in materia. Deve soltanto limitarsi a consentire atti di capitalismo fra adulti consenzienti!




Antonio Martino, 30 dic. 10

domenica 19 dicembre 2010

Europa: prospettive inquietanti

I problemi creati dal dissesto dei conti pubblici in Grecia prima e in Irlanda poi (e domani chissà in quanti altri paesi dell’area dell’euro) lungi dallo stimolare un dibattito sui limiti della costruzione monetaria europea e a individuarne possibili rimedi, hanno resuscitato vecchi miti duri a morire. Gli sviluppi di questa resurrezione sono potenzialmente assai più pericolosi dell’attuale crisi finanziaria. Vediamo di chiarire.
Come tutti gli europeisti sanno bene, da sempre si discute se l’Unione Europea debba mirare all’allargamento o all’approfondimento, se cioè debba porsi come obiettivo quello di includere il maggior numero possibile di paesi, accrescendo le sue dimensioni, o se, invece, non debba restringere il numero di membri a quei paesi disposti ad accettare un maggior numero di regole comuni, un’Unione più approfondita, cioè dotata di compiti e vincoli comuni maggiori.
Questa discussione, surreale come quasi tutte le questioni che stanno a cuore agli eurofanatici, si trascina stancamente da decenni, alternando periodi di assenza a vigorose riprese di vitalità. La crisi finanziaria ha fatto rialzare la cresta ai fautori dell’approfondimento, convinti che si sia esagerato nell’includere paesi chiaramente non all’altezza degli standard dell’Unione e che sia necessario costringerli ad accettare regole comuni più vincolanti e restrittive, pena la fine della moneta comune.
L’esempio più preoccupante di questa iniziativa “approfondista” si è avuto in occasione del recentissimo incontro di Friburgo fra Sarkosy e Merkel, al termine del quale è stata riaffermata la salda determinazione di difendere la moneta comune, adottando a tale scopo una armonizzazione dei regimi fiscali e delle regole dei mercati del lavoro valida in tutti i paesi dell’eurozona.
Questa velleità non è nuova ma non per questo è meno pericolosa: il tentativo di uniformare fisco e normative attinenti al lavoro in paesi diversissimi, lungi dal rafforzare l’euro, avrebbe conseguenze drammatiche. E’ assai dubbio, infatti, che i sindacati dei paesi ricchi sarebbero disposti ad accettare “garanzie” e “diritti” inferiori a quelli di cui già godono, l’uniformazione quindi quasi certamente avrebbe luogo al rialzo, imponendo cioè anche ai paesi meno ricchi le generose condizioni prevalenti negli altri.
Il risultato certo di quest’operazione sarebbe un cospicuo aumento della disoccupazione nei paesi meno prosperi, che non potrebbero sopportare l’improvviso e ingiustificato aumento del costo del lavoro. Di fronte a una disoccupazione improvvisamente diventata di massa i governi interessati non potrebbero restare inerti: quasi certamente, quindi, la spesa pubblica di quei paesi aumenterebbe per fare fronte all’emergenza, aggravando la crisi finanziaria.
Suggerirei a quanti in Italia auspicano l’adozione di “regole europee” per i mercati del lavoro di riflettere: non è affatto detto che il processo renderebbe meno gravoso il costo del lavoro e più efficienti i mercati: quasi certamente le conseguenze per quasi tutti i paesi sarebbero esattamente opposte.
Non meno devastanti sarebbero le conseguenze dell’armonizzazione fiscale. Giacché è perlomeno dubbio credere che come standard europeo sarebbero scelte le aliquote più favorevoli e che è invece quasi certo che anche in questo caso l’armonizzazione si farebbe al rialzo, con l’adozione di aliquote più gravose, è prevedibile un calo degli investimenti, della produzione e dell’occupazione. Anche in questo caso, l’effetto sulla crisi finanziaria e sulla stabilità monetaria sarebbe diametralmente opposto a quello auspicato. Né si può escludere che, avendo reso l’UE un inferno fiscale e contributivo, le misure di armonizzazione potrebbero benissimo determinare la fuga dall’euro e la diminuzione del suo valore internazionale.
Questo tema è stato oggetto di una divergenza di opinioni col mio amico Mario Monti al tempo in cui era commissario europeo. Monti era convinto che fosse necessaria l’armonizzazione europea delle politiche fiscali, io ero (e continuo a essere) favorevole alla concorrenza fra politiche tributarie diverse come garanzia di contenimento delle stesse in tutta Europa.
La Svizzera ha una spesa pubblica e una fiscalità contenute, che le hanno consentito di prosperare più degli altri paesi europei, grazie alla concorrenza fiscale fra i cantoni. Né mi sembra sensato costringere paesi che hanno dotazioni di capitale in rapporto al lavoro molto diverse ad adottare le stesse aliquote. Non credo, infine, che un carico fiscale che la Lombardia sopporta a stento possa essere impunemente imposto alla Calabria o ad altre regioni del sud. Per dirla brutalmente, Ferrara e Fassino non possono indossare un vestito della stessa taglia!




Antonio Martino, 20 dicembre 2010