sabato 27 novembre 2010

L'euro e il suo destino: colpa dell'Irlanda o degli eurosauri?

L’accettazione irlandese dell’intervento europeo prelude, a mio avviso, alla fine della moneta europea perché apre le porte all’accettazione di una prassi molto pericolosa e diametralmente opposta alle ragioni che ne hanno motivato la creazione. Vediamo di chiarire.
L’ideale dei fautori della moneta comune, a partire da Luigi Einaudi, era di porre fine alla monetizzazione del debito, cioè al finanziamento dei disavanzi pubblici con l’inflazione. Fu per questa ragione che i Trattati di Maastricht posero a base dell’autonomia della Bce il divieto di acquistare titoli di Stato dei paesi membri. E fu sempre per la stessa ragione che vennero imposte regole, magari stupide per un noto genio bolognese, ma rigide per la condotta fiscale dei governi: un tetto al rapporto deficit/pil e uno a quello del debito.
Queste regole, già gravemente compromesse in passato, vengono ora abbandonate: l’UE compra di fatto titoli pubblici irlandesi e, anche se l’entità è modesta, opera una monetizzazione del debito, violando lo spirito e la lettera del trattato. Il fatto che, a quanto pare, l’intervento europeo invece di risolvere il problema abbia scatenato un’ondata di speculazione, conferma la mia tesi: gli speculatori, a differenza degli eurosauri, vedono aldilà del loro naso.
Sanno benissimo che quanto fatto per Dublino e Atene verrà replicato per altri paesi finché l’UE dovrà cambiare le regole monetarie e fiscali e ciò potrebbe preludere all’esclusione dei paesi con gravi problemi fiscali dall’Europa monetaria. Oppure, preso atto che la monetizzazione dei debiti pubblici è inevitabile se si vuole “salvare” l’euro, la si renderà compatibile con i trattati. In entrambi i casi il destino dell’euro sarebbe segnato.
Spero sinceramente che i fatti smentiscano questa mia pessimistica opinione: la fine dell’euro sarebbe disastrosa per noi in entrambi i casi. Mi limito, quindi, a fare rilevare che nell’immediato l’operazione di salvataggio europeo non è stata ispirata da filantropia o altruismo e nemmeno per evitare un assai poco probabile contagio, ma, molto più semplicemente, per lo scoperto desiderio di fare abbandonare all’Irlanda la sua politica di basse aliquote d’imposta sulle società.
I lettori del Foglio forse ricorderanno che ebbi modo di polemizzare sul tema con l’allora commissario europeo, il mio amico Mario Monti, proprio su queste colonne. Monti era fortemente convinto che fosse necessaria l’armonizzazione europea delle politiche fiscali, io ero (e continuo a essere) favorevole alla concorrenza fra politiche tributarie diverse come garanzia di contenimento delle stesse in tutta Europa.
La Svizzera ha un spesa pubblica e una fiscalità contenute, che le hanno consentito di prosperare più degli altri paesi europei, grazie alla concorrenza fiscale fra i cantoni. Né mi sembra sensato costringere paesi che hanno dotazioni di capitale in rapporto al lavoro molto diverse ad adottare le stesse aliquote. Non credo, infine, che un carico fiscale che la Lombardia sopporta a stento possa essere imposto alla Calabria o ad altre regioni del sud. Per dirla brutalmente, Ferrara e Fassino non possono indossare un vestito della stessa taglia!
Sono convintamene europeista ma non sono disposto a sostenere corbellerie soltanto per essere ritenuto tale anche dai benpensanti; mi si chiami pure euroscettico quanto si vuole ma mi si risparmi lo strazio di vedere gli ideali europeisti buttati nella spazzatura solo per compiacere le velleità dei dirigisti di tutti i colori.




Antonio Martino
25 nov. 10

venerdì 26 novembre 2010

Una precisazione dovuta

Il mio intervento alla Camera e il post che ho inserito nel mio blog hanno suscitato un gran numero di reazioni, per lo più indignate o furibonde, da parte di docenti universitari che si sono sentiti offesi da quanto da me detto. Nella maggior parte dei casi gli indignati non hanno titoli accademici per esserlo: sono soltanto persone mediocri che considerano ricerca (da finanziare con le tasse) fare ciò che gli pare. Ma un’elevata percentuale degli indignati ha ottime ragioni per essersi sentiti offesi dalle mie affermazioni. Mi hanno mandato curriculum di rilievo e svolgono il loro lavoro coscienziosamente, con compensi irrisori e spesso alle dipendenze di cattedratici molto meno qualificati. A questi chiedo scusa e li prego di considerare che, dato il contingentamento dei tempi, non potevo non essere dogmatico. Le generalizzazioni sono inevitabilmente parzialmente false.
Resto tuttavia dell’opinione che la proliferazione di università e corsi d’insegnamento sia stata molto negativa, riducendo sensibilmente le qualità media dell’istruzione universitaria e del personale docente. Esistono punte di eccellenza, sarebbe impossibile negarlo, ma la media nazionale è certamente più bassa di quanto fosse mezzo secolo orsono. La colpa è delle “riforme” che si sono succedute nel tempo e che hanno rappresentato picconate che gradualmente hanno demolito l’esistente senza riuscire a innovare.
L’aspetto paradossale è che la quantità di laureati è nettamente inferiore agli standard occidentali e la loro qualità (il tasso di disoccupazione dei laureati è superiore a quello dei non laureati) deludente. Se i furibondi commentatori, invece di prendere le mie tesi come un insulto diretto alla loro persona, avessero considerato la cosa per quello che voleva essere, una generalizzazione della situazione a livello nazionale, si sarebbero risparmiati la fatica di ostentare la loro indignazione.

giovedì 25 novembre 2010

Resoconto stenografico 25 novembre 2010

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Antonio Martino. Ne ha facoltà.
ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, apprezzo molto le considerazioni che hanno ispirato gli interventi dei colleghi Zazzera, Granata e Mario Pepe (PdL), ma temo che essi non abbiano riflettuto sulla situazione dell'università italiana.
Vede, signor Presidente, al tempo dei baroni, quando si usava tale termine, la commissione composta da cinque membri nominava tre idonei; se non veniva chiamato il primo non poteva essere chiamato il secondo, se non veniva chiamato il secondo non poteva essere chiamato il terzo. Il potere dei baroni era limitatissimo perché il concorso era per una sola materia e, quindi, era agevole mettere a confronto i titoli di candidati diversi. Essi, inoltre, non potevano procedere alla nomina dei vincitori, dipendeva dalla libera scelta dell'università stabilire se una persona fosse idonea o meno a ricoprire quella cattedra.
Ebbene, quando vigeva questo metodo, nel 1966 mio padre, rettore dell'università La Sapienza di Roma, ricevette un
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appello dal preside della facoltà di medicina che gli disse «Ma Martino, se arriviamo a quindici professori ordinari, il consiglio di facoltà diventa ingovernabile». Nel 1966, quindi, erano quindici, ma sapete quanti sono adesso gli ordinari (n.d.a. ovviamente intendevo di ruolo; conosco la differenza fra ordinari e associati, anche il commento di un lettore pignolo ne dubita) di prima e seconda fascia all'università La Sapienza di Roma, facoltà di medicina, con i nuovi metodi di chiamata? Sono ottocento!
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Non la chiamata diretta è responsabile di questo scempio: ne è responsabile il fatto che i concorsi sono per raggruppamento di materie; ed è assolutamente impossibile mettere a raffronto i titoli di un candidato di economia dei trasporti con quelli di un candidato di economia dello sviluppo (Applausi di deputati del gruppo Popolo della Libertà)!
Parentopoli? Mio padre era professore universitario di fisiologia umana; io sono stato professore ordinario di economia politica; mio fratello, che è morto da poco, era professore ordinario di clinica medica. Parentopoli? Un accidenti! Sono andato in cattedra nel 1976, mio padre era andato in cattedra nel 1933; mio fratello è andato in cattedra molto dopo di me.
Colleghi dell'Italia dei Valori, non basta che esistano legami di sangue affinché si abbiano delle scorrettezze nelle nostre chiamate universitarie. Le scorrettezze le possono benissimo compiere, e le compiono, i colleghi, gli amici dei colleghi, i parenti degli amici dei colleghi. Bisogna tornare viceversa al concorso per singola materia (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)!

Il futuro dell'università

Il disegno di riforma delle università proposto dal governo che è in discussione alla Camera rappresenta un tentativo di rimediare ai guasti enormi che si sono accumulati nell’ultimo mezzo secolo per colpa delle innumerevoli riforme che hanno distrutto quanto c’era di buono nel nostro sistema universitario e dato vita a una situazione che ha dell’incredibile.
Intervenendo ieri sul provvedimento ho creduto doveroso fare presente il mio punto di vista. Ho dichiarato: “Onorevoli colleghi, avendo passato nell'università la gran parte della mia vita - vi sono entrato da studente nel 1964 e ne sono uscito nel 2002 -, credo di conoscere abbastanza bene il processo di deterioramento che ha colpito i nostri atenei. Le università oggi obbediscono a quella che ormai è diventata una regola generale in questo Paese; cioè, non vengono studiate e progettate nell'interesse dei loro utenti, cioè degli studenti, ma per la comodità e l'interesse di coloro che vi trovano lavoro. Servono a dare occupazione a persone altrimenti inoccupabili perché incapaci e semianalfabeti.

Sforniamo migliaia di giovani che sono condannati alla disoccupazione perché inoccupabili. L'università insegna cose che non servono a nessuno e, in più, inculca nelle loro menti l'idea bizzarra che lo Stato debba dar loro un'occupazione degna del titolo di studio. Ho letto sui giornali che ci sono state mille domande per tre posti di operatore ecologico: molti di questi erano dei laureati. Non vi vergognate di difendere l'esistente, il proliferare di università inutili, di facoltà inutili, di professori incapaci”.

Il lettore che ha avuto la pazienza di seguirmi da queste colonne sa che, occupandomi dell’argomento, ho sostenuto che l’università italiana prima che i conati di riforme miracolose ne facessero strame era una istituzione culturale valida, anche se certamente poco moderna. La magagne cui i sinistri volevano porre rimedio erano tali solo ai loro occhi, di persone cioè sovente poco informate di cose universitarie per non averle mai frequentate.

Si inventarono il problema del potere dei “baroni”, i cattedratici, che sopprimevano la vita democratica nelle università. Ritenevano vergognoso che gli studenti, il personale non docente e gli uscieri fossero esclusi dai consigli di facoltà e dai processi decisionali che si occupavano dell’amministrazione delle università. Nello stolto tentativo di placare la contestazione studentesca, s’impegnarono a fondo nella distruzione di un’istituzione che aveva una storia plurisecolare.

Abolirono la libera docenza, che forniva ai giovani assistenti un incentivo a produrre pubblicazioni scientifiche (se non conseguivano la docenza entro dieci anni, erano destinati all’insegnamento scolastico) e ne mettevano a prova le capacità didattiche (per superare l’esame si doveva fare una lezione). Il titolo non costava un centesimo allo Stato e non si capisce perché abbiano deciso di abolirlo. Una delle conseguenze di questa scelta infausta fu che gli assistenti ordinari divennero subito di ruolo per la vita, senza più essere sottoposti ad alcun esame-

Quanto ai “baroni”, si può avere una chiara idea del loro strapotere dal fatto che nel 1966 la Facoltà di Medicina dell’università di Roma aveva meno di dieci professori ordinari, oggi solo quella della “Sapienza” ne annovera ben ottocento, fra associati e ordinari, cui vanno aggiunti quelli delle altre facoltà romane di medicina. Quest’esplosione del numero dei docenti non è stata decisa perché sia cresciuto esponenzialmente il numero degli studenti (che anzi è diminuito per via dell’esame di ammissione) ma perché la “democratizzazione” delle procedure concorsuali ha consentito un aumento astronomico delle cattedre.

Credo, quindi, che le mie affermazioni alla Camera non siano state spropositate e suggerirei al ministro Gelmini di sostituire la sua riforma con una più semplice e più radicale, composta da un solo articolo: “Ogni italiano, compiuto il venticinquesimo anno d’età, è laureato. Può ritirare il diploma di sua scelta presso qualsiasi ufficio postale, previo il pagamento di un ticket, la cui entità viene decisa ogni anno dal ministro dell’Istruzione.” Essendo tutti laureati, all’università andrebbero solo quelli che vogliono imparare qualcosa e pretenderebbero che i professori fossero in grado di insegnarla, pena la perdita di studenti. Elementare, no?


Antonio Martino
25 nov. 10

domenica 21 novembre 2010

Pensiero della settimana

Le convinzioni, più delle menzogne, sono nemiche pericolose della verità. (Nietzsche)

sabato 20 novembre 2010

Il destino dell'euro

Quanto sta accadendo in Irlanda merita una riflessione. Giovedì funzionari statali di alto livello hanno ammesso che il paese sta a malincuore accettando un pacchetto internazionale di “salvataggio” di dimensioni cospicue. Patrick Honohan, governatore della Banca Centrale, parla di “decine di miliardi” di euro e c’è chi arriva addirittura a ipotizzarne cento. Sembrerebbe, quindi, che abbia prevalso la saggezza dell’orda di funzionari della Banca centrale europea, della Commissione europea e del Fondo monetario internazionale calati in massa su Dublino per vincere le resistenze dei locali all’aiuto internazionale.

Il lettore ricorderà che, in occasione del referendum europeo, sostenni che sarebbe stata auspicabile una vittoria del no. Quanto alla moneta europea, ho sempre manifestato le mie obiezioni; non intendo ripetere quanto sostenuto ad nauseam. La crisi attuale, tuttavia, mi sembra confermi il mio scetticismo: l'euro, infatti, ha almeno una parte di responsabilità. Se, infatti, l'Irlanda non avesse adottato la moneta comune, una svalutazione tempestiva, anche se modesta, avrebbe corretto lo squilibrio e la disoccupazione non sarebbe ai livelli attuali. Un grave errore di politica economica ha aggiunto benzina al fuoco della crisi. Nel settembre 2008 il governo irlandese, nella sua infinita sapienza, ha pensato bene di garantire i debiti di tutte le banche, grandi o piccole. Così facendo, i debiti delle banche sono diventati a tutti gli effetti statali.

Adesso l'Irlanda non è in grado di accrescere i suoi debiti perché il mercato rifiuta di acquistare titoli di Stato; il tasso d'interesse dell'otto per cento sui titoli decennali è solo simbolico, perché si realizza sul mercato secondario, non su quello ufficiale, e non riguarda quindi lo Stato irlandese. Come se non bastasse, sono molto pochi i temerari disposti ad acquistare titoli di Stato sebbene il tasso sia molto attraente.

L'Europa avrebbe voluto intervenire subito per salvare le banche irlandesi ma in questo caso, a differenza di quanto avvenne per la Grecia, i potenziali beneficiari furono, almeno inizialmente, restii ad accettare. Le loro perplessità, apparentemente strane, erano in realtà molto opportune per tutti i paesi europei. La tesi dell'Unione europea era che occorreva "stabilizzare i mercati" per impedire il diffondersi del "contagio".

Tuttavia, le possibilità che i problemi dell'Irlanda possano esercitare un effetto di domino sull'intera UE sono assai modeste: il paese è troppo piccolo perché determini conseguenze catastrofiche per un'area monetaria che ha circa cento volte la sua popolazione. Inoltre, se un paese europeo ha una situazione precaria nei suoi conti pubblici, non sarà il "salvataggio" delle banche irlandesi a risolverla. Infine, se s’interviene per l'Irlanda, perché non anche per la Grecia, il Portogallo, la Spagna o l'Italia? Se seguisse questa regola, l'UE finirebbe per accollarsi i debiti di tutti i paesi membri e questo comprometterebbe davvero la stabilità dell'euro, cosa che i guai irlandesi da soli non potrebbero mai fare.

Che cosa significhi tutto ciò per l’Italia sarà oggetto di un prossimo articolo; a questo punto mi sento solo di assicurare il lettore che, malgrado gli enormi errori dei nostri politici e banchieri, i nostri risparmi non corrono pericoli gravi … proprio perché esistono e sono abbondanti. La frugalità delle formiche private (le nostre famiglie e le imprese) finora è riuscita a neutralizzare i danni enormi derivanti dagli sperperi delle pubbliche cicale. Tuttavia, dobbiamo augurarci che la maledetta moneta europea superi la prova e sopravviva alle attività dei politici europei. Se crollasse, saremmo nei guai, purtroppo, anche noi incolpevoli.

Dietro le nobili intenzioni dei ministri economici europei che vorrebbero a tutti i costi "salvare" l'Irlanda per proteggere l'euro c'è una politica che lo distruggerebbe.

Vengono in mente le immortali parole di Thoreau che, nel mettere in guardia dagli altruisti, scriveva: "Se sapessi per certo che qualcuno viene a casa mia per farmi del bene, scapperei a gambe levate." La morale di ciò e semplice: l'interventismo politico nel funzionamento dei mercati, pernicioso a livello nazionale, diviene catastrofico se europeo. La vita sarebbe molto più semplice se governanti e politici passassero il loro tempo in luoghi di villeggiatura, anche a spese dei contribuenti; il costo per questi ultimi della loro eterna vacanza sarebbe incommensurabilmente minore di quello prodotto dalla loro normale attività!




Antonio Martino
19 novembre 2010

venerdì 19 novembre 2010

Risposta al commento di Antonazzi

Caro Antonazzi,
il mio pezzo sulla crisi irlandese non ha tenuto conto del suo commento perché l'ho letto dopo averlo scritto. Lei sa che sono pienamente d'accordo.
Cordialmente,
am

giovedì 11 novembre 2010

Risposta ai commenti

Ringrazio Gaetano Evangelista per questo commento che, come i precedenti, fornisce informazioni utili e spunti di riflessione. Il dentista di provincia aggiunge una riflessione importante e lo ringrazio.
Quanto a Francesco, temo che anch’egli sia preda dell’illusione della “diversità italiana” (non è detto che qualcosa che funziona altrove possa avere successo da noi perché siamo diversi) o americana (queste sono americanate, da noi non funzionerebbero mai). Mi spiace, ma non sono d’accordo.
E’ certamente vero che le differenze fra nazioni diverse esistono e sono molto rilevanti, ma è anche vero che tutte le persone, non importa di quale nazionalità, tendono a rispondere razionalmente alle circostanze.
Immagini Francesco che il sistema elettorale americano venga improvvisamente introdotto in Italia e, dopo pochi mesi, gli italiani siano chiamati a votare. Supponiamo che i partiti fingano che il sistema elettorale sia rimasto invariato e, quindi, si presentino separatamente, senza allearsi. Nel collegio dove Francesco è chiamato a votare ha di fronte Martino per il Pdl, Franceschini per il Pd, Bernardini per i radicali, Donadi per l’Idv e Granata per Fli. Se nessuno di questi è suo amico, se non ha fiducia in alcuno di essi o se le sue idee politiche differiscono da quelle di tutti i candidati, non andrà a votare. Se, invece, decide di farlo, sceglierà il candidato le cui idee siano più vicine alle sue e del quale si fida. Lo stesso accadrà in tutti i collegi.
Se i partiti vogliono vincere e hanno capito che il sistema elettorale è cambiato avranno interesse a scegliere per ogni collegio il candidato più adatto. Si avrà così un miglioramento delle candidature e la libertà di scelta degli elettori. Basterebbe questo a rendere il sistema elettorale all’americana migliore di molti altri e anni luce lontano dalla barbarie del nostro.
Non è affatto certo, ovviamente, che ipso facto si produrrà una chiara maggioranza parlamentare ma non si vede perché non dovrebbe accadere. Quanto, infine, alla possibilità che i partiti in Parlamento siano più di due mi riesce difficile crederlo. Accade spesso in Inghilterra ma non mi risulta sia mai accaduto in America.

Antonio Martino, 11 novembre 2010

mercoledì 10 novembre 2010

La vera lezione americana

Il lettore che ha avuto la pazienza di seguirmi avrà notato il mio assordante silenzio (mi si perdoni il logoro ossimoro) sulla disfatta del ragazzo prodigio della Casa Bianca in occasione delle elezioni di mid-term. Il fatto è che “l’avevo detto io” è l’ultimo rifugio degli imbecilli e ricordare di avere previsto ad nauseam quanto sarebbe accaduto mi è parso non all’altezza della mia stupidità.
Le proporzioni della sconfitta dei democratici sono senza precedenti, quanto accaduto quest’anno fa apparire il crollo del 1994 come una bazzecola, se non una quisquilia o una pinzillacchera. Ben sessanta deputati sono passati ai repubblicani, dando loro la maggioranza alla Camera dei rappresentanti e ponendo termine al biennio di gloria della speaker più sinistrorsa di tutti i tempi, Nancy Pelosi, tanto amata in Italia quanto detestata negli Stati Uniti.
Ma non è questo il punto. Il fatto è che nel sistema elettorale americano e non solo è considerato molto improbabile che uno sfidante detronizzi l’uscente. Quest’ultimo in genere ha avuto molti anni per farsi conoscere dai suoi elettori e conoscerli. In moltissimi casi ha usato il suo voto in Congresso per procurare alla sua base elettorale favori di ogni genere. Per questo è ritenuto donchisciottesco il tentativo di scalzarlo. Invece, un gran numero di deputati, senatori e governatori democratici ha dovuto fare le valigie, lasciare Washington e tornare al proprio collegio a mani vuote. Le ragioni di questo radicale cambiamento saranno forse oggetto anche di un mio prossimo articolo.
Per ora mi limito a rilevare un aspetto che non mi sembra abbia ricevuto adeguata attenzione da parte dei nostri commentatori. Eppure si tratta di un tema attualissimo per noi in un momento in cui da più parti s’invoca una riforma elettorale. Il sistema uninominale, maggioritario a un solo turno, vigente in USA, non è immune da difetti, ma i suoi pregi a me sembrano del tutto evidenti.
Ogni due anni gli americani sono chiamati a giudicare i loro rappresentanti e l’esecutivo, rinnovando per intero la Camera, un terzo del Senato e un gran numero di governatori. Col voto del 2 novembre gli americani hanno sonoramente bocciato il Presidente Obama, la sua amministrazione, il suo partito e mandato a casa i suoi complici in Congresso.
L’hanno fatto perché potevano farlo, dato che il loro sistema offre una scelta semplice, chiara e elementare: vuoi uno dei rappresentanti della maggioranza o preferisci un altro che a quella maggioranza si oppone? Credi che ti abbia rappresentato bene John Smith o ritieni che farebbe meglio James Jones? Essendo i collegi elettorali di dimensioni ragionevoli, ogni elettore ha la possibilità di fare una scelta informata e razionale. Votare non è un obbligo, ma un diritto non automatico, soggetto com’è alla registrazione dell’elettore.
Quel sistema ha consentito agli elettori americani di indicare con grande chiarezza le loro preferenze politiche e le persone che meglio possano rappresentarle. Sono queste le banalissime ragioni per cui da sempre sono fautore di quel sistema elettorale e che mi hanno portato ad aderire con entusiasmo al comitato per il maggioritario promosso da Marco Pannella e di cui fanno parte autorevoli esponenti della sinistra, come Pietro Ichino, commentatori veramente indipendenti come Ernesto Galli della Loggia e un gran numero di persone di valore difficilmente etichettabili come partigiane o faziose.
Sempre per questi motivi aderii con entusiasmo all’iniziativa di Massimo Severo Giannini e contribuii a fondare il partito del referendum e, in seguito, sono sempre stato accanto a Mario Segni, Giovanni Guzzetta e altri, sostenendo le innumerevoli iniziative che sono state prese Continuerò a credere in tutto questo, anche se non sono certo che ci sarà data retta: lorsignori hanno tutto l’interesse a impedire che gli elettori contino e possano effettivamente controllarli. Se, tuttavia, vogliamo sperare in un futuro per la nostra Italia, dobbiamo continuare a insistere, senza esitare mai.

mercoledì 3 novembre 2010

Politica Monetaria Americana

Sono giorni di gloria questi per noi monetaristi: dopo una sventagliata di conati di ritorno allo statalismo, si è tornati a parlare di cose serie, come il dibattito ospitato dal Foglio sulla politica della Fed dimostra. Sembra persino essere riapparso il nome di Milton Friedman nel pubblico dibattito, al punto che il Wall Street Journal (28 ottobre) ospita un articolo di David Wessel che si chiede cosa avrebbe pensato Friedman dei progetti della Fed.
Il quesito di Wessel è donchisciottesco: come egli stesso ammette, riportando l’opinione di Robert Lucas, “Friedman era un pensatore talmente originale che era impossibile sapere come avrebbe reagito a una domanda.” Concordo con Lucas: era impossibile sapere cosa avrebbe detto Milton di qualsiasi decisione. Tuttavia, c’erano due principi costanti nel suo pensiero. Il primo che la moneta era troppo importante per essere affidata ai banchieri centrali; per questa ragione preferiva l’adozione di regole di condotta monetaria alla sua gestione arbitraria da parte di qualsivoglia autorità.
Il secondo principio, ancora più importante e largamente ignorato dai suoi successori, è che la moneta è importante non perché possa risolvere qualsiasi problema ma perché è in grado, se mal gestita, di fare danni enormi al regolare funzionamento dell’economia. La politica monetaria, nel pensiero monetarista, non è affatto una panacea; qualsiasi studioso serio che accetti l’impostazione friedmaniana preferirebbe che non ce ne fosse alcuna. Per questo il genio di Chicago avrebbe voluto l’abolizione delle banche centrali e considerava l’adozione di regole come second best rispetto alla soluzione ideale.
Per queste ragioni chiedersi cosa avrebbe detto Friedman dell’adozione da parte della Fed di una politica monetaria espansiva (quantitative easing) adesso è meno velleitario di quanto possa sembrare. Friedman avrebbe anzitutto spiegato per l’ennesima volta che la politica monetaria non è in grado di controllare durevolmente i tassi d’interesse reali ma solo quelli nominali e che quello che conta è la rapidità con cui si espande la massa di mezzi di pagamento in circolazione.
Avrebbe anche aggiunto che alla lunga la quantità di moneta non influisce sul reddito reale e sull’occupazione, i cui livelli dipendono da altre cause. Avrebbe in conseguenza di ciò guardato con scarso rispetto all’idea che l’adozione di una politica monetaria espansiva possa risollevare l’economia reale degli Stati Uniti.
Sarebbe stato d’accordo con Bisin: “la politica monetaria non ci salverà” e avrebbe bollato come assurda l’idea che la politica di bilancio (deficit spending) sia un’alternativa all’espansione monetaria. Per lui entrambi gli strumenti non servono a ridurre la disoccupazione o a promuovere lo sviluppo. Credeva nel pareggio del bilancio su base annua come regola per contenere le stravaganze e gli eccessi degli spendaccioni, nella crescita stabile della quantità di moneta per evitare inflazione e deflazione e nella riduzione delle aliquote d’imposta per stimolare risparmio, investimento, occupazione e sviluppo. Era uno dei promotori della “bilanced budget, tax limitation iniziative.
Sarebbe stato d’accordo con Bisin anche sul fatto che “le aspettative di nuove tasse abbattono i rendimenti attesi” e scoraggiano gli investimenti. In un esame di Economia 100 (il corso per principianti) avrebbe dato F (failure) sia a Bernanke sia allo staff di Obama. Quanto a questi ultimi, ci sarà pure una ragione per cui Christina Romer, economista keynesiana ma brava, si è dimessa dal prestigioso incarico di Chairman of the Council of Economic Advisors del presidente americano.
Quando penso al mio amico Milton mi rendo conto di quale immeritata fortuna sia stata conoscerlo. Paul Samuelson avrebbe voluto che sulla sua tomba fosse scritto “è stato uno studente di Gottfried Haberler”; non dovrebbe essere difficile immaginare cosa vorrei fosse scritto sulla mia!

martedì 2 novembre 2010

Tea Party Milano intervento del Prof. Antonio Martino

Un colpo d'ala

Parlare di politica oggi è rischioso per diverse ragioni. Anzitutto c’è il rischio che quanto scritto sia smentito prima di essere pubblicato; la velocità con cui cambiano i dati della situazione è tale che ciò che è vero la sera potrebbe rivelarsi del tutto infondato la mattina successiva. In secondo luogo, è quasi certo che qualsiasi cosa si dica sia giudicata offensiva da alcuni, ovvia e scontata da altri. Infine, è quasi inevitabile ripetersi, dato che chiunque sostenga alcunché quasi certamente lo abbia già fatto prima.
Sono disposto a correre questi rischi perché ritengo non credo che sia ancora arrivata la “fine della seconda repubblica” e perché la gravità del momento lo impone. Comincerò con gli elementi principali, quelli ovvi. I problemi che affliggono l’Italia sono gravi e la loro soluzione può essere rinviata solo accettando che divengano ancora meno trattabili; vanno affrontati ora e da noi.
Seconda ovvietà: il problema politico maggiore è l’assenza di un’opposizione in grado di offrire un’alternativa credibile all’attuale maggioranza o di costringerla con le sue proposte a smetterla di cincischiare, eludendo le sue responsabilità. Se l’avessimo, avremmo anche un governo migliore o la possibilità di sostituirlo. Ma non abbiamo nessuna delle due cose e la maggioranza si comporta come se potesse infischiarsi delle sue inadempienze e contraddizioni.
Terza e ultima banalità: la polemica incentrata sul politicamente (e penalmente) irrilevante nuoce a tutti perché distoglie l’attenzione dai problemi veri e la dirotta sull’insignificante. Infine, una considerazione non ovvia- A Silvio Berlusconi la politica ha offerto una possibilità che, credo, gli sta molto a cuore: iscrivere il suo nome nella storia d’Italia in positivo, essere ricordato come uno statista, non un’eccentricità poco esaltante. Quanto ha fatto gliene dà diritto fin d’ora, ma sarà la conclusione della sua “discesa in campo” che finirà col contare di più, col determinare il segno del giudizio complessivo.
Stando così le cose, quello che Berlusconi dovrebbe evitare a tutti i costi è di continuare a galleggiare, sperando che siano gli eventi a toglierli le castagne dal fuoco. Non lo faranno in ogni caso, ma anche se ciò potesse accadere, i suoi avversari e nemici lo impedirebbero comunque.
Cosa farei io se fossi al suo posto? Molto semplicemente farei saltare il tavolo (seguendo il suggerimento di Maurizio Belpietro), prenderei atto che l’esperimento del Pdl non ha avuto successo e che ha notevolmente contribuito a imbarbarire sia la rappresentanza parlamentare sia il tono del dibattito, e abbandonerei l’idea. Rifonderei Forza Italia, lasciando le porte aperte a chiunque condivida a fondo un programma impegnativo (ma con un efficace filtro per scoraggiare l’ingresso ai non pochi indegni). Quel programma è già scritto, partendo da quello iniziale del 1994 e tenendo conto di tutte le aggiunte e le modifiche intervenute da allora. Lo stilerei in forma inequivocabile in modo da evitare il ripetersi di furbesche adesioni di comodo da dimenticare il giorno dopo le elezioni e starei a vedere chi lo accetta.
A questo punto porterei in Parlamento una delle proposte più significative; se venisse accettata andrei avanti, altrimenti informerei il capo dello Stato dell’impossibilità di continuare a governare. Nella prima ipotesi, recupererei il controllo di maggioranza e governo, nel secondo aspetterei la pantomima dei tentativi di evitare le elezioni e, quando essi fossero falliti, mi batterei nelle elezioni, circondato da persone che valgano non meno di quelle degli inizi, e ne attenderei fiducioso l’esito.
Se Berlusconi ha a cuore il suo futuro prossimo, ma soprattutto quello remoto, a mio avviso non ha alternative: ritorni in se e sfoderi la migliore grinta. Non abbia timore che una qualche mascalzonata giudiziaria o di altra natura possa impedirglielo. Ernesto Galli della Loggia ha scritto bene sul Corriere (1° novembre): ”Non è più il tempo dei camerieri zelanti e bugiardi. E’ giunto il tempo della verità.” Berlusconi segua il consiglio di Goethe: “Mentre il volgo s’indugia sgomento, segui tu la difficile via; chi conosce ed afferra il momento, non v’è prova che dura gli sia.”