martedì 26 ottobre 2010

Pensiero della settimana

Il genio del signor Coolidge per l’inattività raggiunge livelli altissimi. E’ lungi dall’essere un’inattività indolente. E’ tetra, determinata, laboriosa e tiene costantemente impegnato il signor Coolidge. Nessuno ha mai lavorato tanto per restare inattivo, né con tanta forza di carattere, con tale intransigente attenzione ai dettagli e coscienziosa aderenza all’obiettivo. Per Coolidge si tratta di una filosofia politica e di un programma di partito, e nessuno può scambiare la sua adesione adamantina a essa per un facile e pigro desiderio che gli eventi facciano il loro corso.

martedì 19 ottobre 2010

Posner, il mercato e Rossi

Il destino di Richard Posner è veramente cinico e baro. Per avere sostenuto in un’intervista che i mercati finanziari non avevano funzionato e che erano, almeno in parte, responsabili della crisi del 2007, è diventato l’idolo della sinistra colta orfana di Marx, Keynes e le adorate giustificazioni per una sempre maggiore invadenza dello Stato nella società. Conosco Posner e conservo religiosamente Economic Analysis of Law, il suo manuale che ha contribuito a diffondere l’analisi economica del diritto, nata in quella Chicago Law School che, oltre a Posner, ha annoverato la presenza di giganti del calibro di Ronald Coase premio Nobel per le scienze economiche.
Appare in questi giorni l’edizione italiana del suo ultimo libro La crisi della democrazia capitalistica (università Bocconi editore), impreziosito da una prefazione del mai abbastanza lodato supergiurista Guido Rossi. Quest’ultimo, nel presentare il libro, sostiene che “E’ merito di Posner l’aver smontato l’imbroglio ideologico, intricato nelle ragnatele dei fideistici principi del libero mercato, tessuti sulle dottrine monetarie e sulle politiche fiscali delle privatizzazioni e dell’anarchia degli strumenti finanziari e del sistema bancario, causa delle bolle immobiliari che hanno travolto una fragile impalcatura”.
Una frase questa che impressiona non solo per l’ampio spettro di dottrine in essa comprese e subito liquidate, ma anche e soprattutto per la sua forbita eleganza. Un siciliano come me di fronte a tanta superiore e colta raffinatezza non può evitare di essere assalito da un irresistibile impulso di lasciarsi andare a espressione latino-sicula con la quale si manifesta stupore: minchia!
In realtà, se cerchiamo il grano delle cose sotto la paglia delle parole, ci rendiamo facilmente conto che il grande Rossi sarà un eccelso giurista ma è digiuno di economia. La critica di Posner era sì rivolta alla teoria del mercato efficiente sostenuta da molti e importanti esponenti della Chicago Business School, ma non alla libertà del mercato. Se Rossi conoscesse la teoria dei mercati efficienti saprebbe che l’importanza del libero mercato non ha nulla a che fare con essa.
Quanto ai fideistici (sic) principi del libero mercato, chiunque è consapevole che tutte le alternative sono state tentate e ovunque hanno dato risultati catastrofici. Non c’è, per quanto ne sappia, nessuno che creda ancora alla pianificazione, al controllo di prezzi e salari, alle nazionalizzazioni. Al protezionismo, al controllo dei movimenti di capitale, alle restrizioni valutarie e alle altre innumerevoli sciocchezze del sinistrume non solo italico.
Quanto all’anarchia dei mercati finanziari e bancari, un profondo conoscitore del settore come Rossi sa benissimo che non è l’assenza di regole che li caratterizza. Sono, invece, molto numerose; se Rossi crede che non abbiano funzionato, perché se la prende con i mercati e non con chi quelle regole ha fatto? E, se ha individuato il motivo per cui non hanno funzionato, perché ce ne tiene all’oscuro?
Non solo Rossi ma moltissimi esponenti della sinistra migliore, sono convinti che la crisi del 2007 li abbia vendicati per quanto hanno dovuto patire nell’ultimo trentennio, il più prospero e dinamico dell’intera storia umana. La libertà di movimento dei capitali ha costretto i governi di tutto il mondo a tenere comportamenti più rispettosi delle libertà individuali: l’inflazione è diminuita ovunque, sono quasi scomparse le dittature, i disavanzi sono calati e ovunque si discute (anche se ci si guarda bene dal farlo) su possibili riduzioni delle tasse. Molti paesi hanno adottato, con eccellenti risultati, l’aliquota unica. La globalizzazione, che Rossi, citando Dahrendorf, accusa di essere incompatibile con la democrazia, è un fattore di grande sviluppo, specie per i paesi poveri.
Il fatto che queste politiche di segno opposto a quello auspicato dalle sinistre abbiano funzionato, se ha fatto piacere a noi monetaristi, liberisti e reazionari, ha anche arrecato indicibile sconforto a quanti non la pensano come noi, costringendoli a sperare in una crisi, magari non profonda quanto quella “fine del capitalismo” auspicata da Marx e dai suoi seguaci innumerevoli volte negli ultimi 150 anni, ma almeno sufficiente a rendere giustizia alla bontà delle loro ideologie.
Quello che il Nostro sostiene è che la crisi del 2007 è stata determinata dai mercati per assenza di regole e altre forme d’intervento pubblico. In realtà, la crisi è dovuta alla politica che ha impedito ai mercati di funzionare. La bolla immobiliare è nata nel 1999, quando Clinton esentò gli incrementi dei valori immobiliari fino a $500.000 ed è stata resa più acuta dalle politiche adottate da Fannie Mae e Freddie Mac, ispirate dalle decisioni della maggioranza democratica in Congresso, di concedere mutui immobiliari anche a chi non offriva le necessaria garanzie (subprime). Quanto alla bolla azionaria è stata semplicemente il risultato dell’insensata politica della Fed che, per tenere il tasso d’interesse all’uno per cento, ha condotto ad una rapida espansione monetaria.
Conosco, anche se solo superficialmente, Guido Rossi e lo stimo molto. Mi spiace non trovarmi d’accordo con lui e, se ho espresso questo mio disaccordo in modo brutale, me ne scuso, ma la tradizione di Chicago è questa: brutali nel dibattito sulle idee, civili nei rapporti umani.

lunedì 18 ottobre 2010

Cavour economista liberale

Discorso tenuto ad Asti il 15 Ottobre 2010

Quasi esattamente dieci anni orsono, il 22 settembre del 2000, venni invitato qui ad Asti a ricordare il centenario della morte di Isacco Artom. In quell’occasione iniziai il mio discorso con queste parole:
Il conte di Cavour, ministro della marina, dell’agricoltura e del commercio del Regno di Sardegna, alla Camera dei deputati di Torino il 15 aprile 1851, dichiarò:
“Signori, la storia moderna, quella in ispecie dell’ultimo secolo, dimostra evidentemente essere la società spinta fatalmente nella via del progresso. Le leggi che regolano questa meta non hanno potuto finora essere determinate né dai filosofi più sapienti, né dagli uomini di Stato i più sagaci. In mezzo a tanta incertezza questo però v’ha di certo, che l’umanità è diretta verso due scopi, l’uno politico, l’altro economico. (…) Nell’ordine economico essa mira evidentemente al miglioramento delle classi inferiori, ad un miglior riparto dei prodotti della terra e dei capitali.
Onde arrivare a questo scopo due mezzi si presentano. Tutti sistemi ideati nei tempi moderni dagli intelletti i più saggi e più audaci possono ridursi a due. Gli uni hanno fede nel principio di libertà, nel principio della libera concorrenza, del libero svolgimento dell’uomo morale e intellettuale. Essi credono che colla sempre maggiore attuazione di siffatto principio debba conseguirne un maggiore benessere per tutti, ma in ispecie per le classi meno agiate. Questa è la scuola economica… Un’altra scuola professa principii assolutamente diversi. Essa crede che le miserie dell’umanità non possano venire sollevate, che la condizione delle classi operaie non possa essere migliorata se non col restringere ognora più l’azione individuale, se non coll’allargare smisuratamente l’azione centrale del governo, nella concentrazione generale delle forze individuali.
Questa, o signori, è la scuola socialistica. Non conviene illudersi: quantunque questa scuola sia giunta a deduzioni funeste e talvolta atroci, non si può negare che essa abbia nei suoi principii qualche cosa di seducente pegli animi generosi ed elevati. Ora, il solo mezzo di combattere questa scuola, che minaccia di invadere l’Europa, o signori, è di contrapporre ai suoi principii altri principii. Nell’ordine economico, come nell’ordine politico, come nell’ordine religioso, le idee non si combattono efficacemente se non colle idee, i principii coi principii.”
Credo che di quest’affermazione del grande conte debbano essere sottolineati alcuni punti a mio parere molto significativi. Anzitutto, i liberali piemontesi non sprecavano il pubblico denaro: Cavour era titolare di tre ministeri, il che consentiva al governo di risparmiare i costi di due ministeri! Del resto la parsimonia dei liberali piemontesi non è stata tipica soltanto del XIX secolo né limitata al denaro pubblico. Un altro grande liberale piemontese, a me molto caro, Luigi Einaudi, ha lasciato al riguardo lezioni indimenticabili. E’ nota la storia raccontata credo da Flaiano di quando a un pranzo al Quirinale, arrivata la frutta, sotto lo sguardo allibito dei camerieri in polpe, si sentì la voce del presidente: “chi dividerebbe una pera con me? Il commento di Flaiano fu lapidario: “con lui è finita l’epoca delle mezze pere”!
Sembra che quando De Gasperi e altri illustri esponenti del Parlamento andarono a trovarlo per chiedergli di recarsi alla Camera perché avevano deciso di eleggerlo presidente della Repubblica, Einaudi si schermì dichiarando: “stamattina non mi sono potuto rasare perché ho mandato il pennello a riparare”!
Fu questo rigore nella gestione della cosa pubblica, che praticavano anche a casa loro, che portò i liberali dell’Ottocento, specie i piemontesi, a credere fortemente nel pareggio annuale del bilancio pubblico non per ragioni economiche ma per fondamentali motivi di etica pubblica, garanzia di trasparenza delle pubbliche finanze e garanzia della solvibilità dello Stato. Per loro le regole che presiedono alla correttezza dei comportamenti privati dovevano a maggior ragione valere nell’amministrazione dello Stato. Questo principio è stato comune a Cavour, alla Destra storica che si suicidò per difenderlo, ma anche alla Sinistra storica (il ministro delle Finanze Grimaldi si dimise perché si rese conto che la promessa di abolire la tassa sul macinato era irrealizzabile: “l’aritmetica non è un’opinione”) e soprattutto a Luigi Einaudi, che volle il principio iscritto nella Costituzione all’articolo 81.
In secondo luogo, non sfugge credo a nessuno la straordinaria modernità del conte: nel 1851 aveva previsto con esattezza la natura del problema che avrebbe afflitto il XX secolo. Avere compreso già allora che il socialismo, pur pervenendo a “deduzioni funeste”, sarebbe apparso seducente agli “animi generosi ed elevati”, ha semplicemente dell’incredibile.
Inoltre, a me non dispiace per nulla che Cavour distinguesse la “scuola economica” da quella socialistica. Non mi spiace come economista perché concordo con Maffei Pantaleoni che era convinto che di scuole in economia ce ne fossero solo due, in costante guerra fra loro, quella di coloro che la sanno e quella di quanti non la sanno! Come liberale poi sono anch’io dell’idea che il problema degli statalisti sia soprattutto quello di ignorare l’economia.
Gli economisti, infatti, studiano soprattutto le conseguenze non intenzionali dell’azione umana; gli statalisti, invece, si concentrano sulle intenzioni. Atteggiamento questo pericolosissimo perché premessa necessaria dell’intolleranza: se, infatti, quello che conta sono le intenzioni, i guai dell’umanità sono la prevedibile conseguenza d’intenzioni malvagie, mentre le cose buone succedono perché volute da spiriti nobili. Dato che le mie intenzioni sono per definizione buone, chi la pensa diversamente sarà certamente un mascalzone. E’ inutile quindi argomentare pacatamente e razionalmente con gli avversari politici, sono ignobili reazionari al soldo dei capitalisti e vanno combattuti come nemici, se necessario anche con la forza. Terroristi, rivoluzionari a bombaroli agiscono secondo questa certezza.
Il conte, invece, da autentico liberale aveva perfettamente chiaro che l’essenza del liberalismo è la tolleranza: bisogna “contrapporre ai principii altri principii, alle idee altre idee”. Sostenere questa tesi nel 1851 era a dir poco ancora una volta rivoluzionario. L’Ottocento ha conosciuto non pochi liberali maneschi, convinti che gli avversari politici dovessero essere combattuti con la forza, anche se non credo che Bava Beccaris credesse di essere liberale!
Infine, ed è questo il punto fondamentale, Cavour aveva capito qualcosa di essenziale che ancora oggi sfugge a molte persone, anche intelligenti e colte: la differenza fondamentale fra sistemi politici è quella fra libertà e coercizione, fra il principio della concorrenza e quello che affida la soluzione di tutti i problemi all’”azione centrale del governo”. Il principio della concorrenza per un liberale è essenziale in tutti i campi; egli crede alla concorrenza fra idee che non è altro che la tolleranza di cui dicevo prima e della convinzione che solo dal libero confronto fra idee diverse si possa giungere gradatamente, attraverso tentativi ripetuti e mai conclusi, allo sviluppo del pensiero umano. Il liberale crede anche alla concorrenza fra persone: questa è la ragione per cui il liberale è democratico nel senso che i cittadini debbono poter scegliere fra progetti politici diversi, ma devono anche essere in grado di selezionare le persone che li rappresenteranno. (Non solo chi parla ma moltissimi liberali, fra cui Luigi Einaudi, sono perciò convinti sostenitori di un sistema maggioritario uninominale, che metta in competizione non solo due diversi insiemi d’idee ma anche due diverse persone.)
I liberali credono alla concorrenza interna e internazionale fra prodotti diversi: fautori da sempre del libero commercio interno e internazionale che non è altro che un’applicazione della libertà, della convinzione che consista nell’esistenza di alternative. Un acquirente è tanto più libero quanto più numerosi sono i venditori e questi ultimi possono essere liberi solo se hanno di fronte a sé molti compratori. Questo liberale crede profondamente nella competizione fra politiche alternative; per questo sono favorevole a un sistema federale come quello svizzero che consente ai contribuenti di spostarsi verso cantoni meno esosi. La concorrenza in questo caso garantisce un limite automatico alla fiscalità perché se un cantone è troppo esoso perde contribuenti, non può quindi abusare della sua potestà impositiva. Per la stessa ragione sono contrario alla armonizzazione fiscale nell’Unione Europea perché ciò toglierebbe ai contribuenti quella protezione efficace che è costituita dalla possibilità di spostare i propri investimenti nei paesi meno ingordi sul piano fiscale.
Cavour credeva che la concorrenza valga anche per le credenze religiose: libera chiesa in libero Stato non è altro che la convinzione che qualsiasi credo religioso abbia diritto di cittadinanza in un paese libero e che il confronto fra fedi diverse non sia soltanto lecito ma anche benefico perché consente ai credenti di religioni diverse di mettere a confronto la propria con l’altrui con beneficio reciproco. Cavour cioè era laico non anticlericale, voleva la separazione fra Stato e chiesa ma voleva anche libertà di religione per tutti. Liberale viceversa non era Pio IX che scomunicò i liberali, convinto evidentemente di liberarsene così. Quel “non expedit” è stata una delle cause prime dei problemi politici del Novecento. Se i cattolici fossero stati liberi di partecipare alla vita politica dell’Italia unita fin dall’inizio, probabilmente non avremmo avuto il fascismo né quell’aberrazione che è stato il cattocomunismo, caratterizzato da atavica avversione per il liberalismo, che ha portato l’Italia in circa vent’anni dallo sviluppo rapido alla recessione, dalla solidità finanziaria dello Stato alla quasi bancarotta.
Se qualcuno mi chiedesse se sono liberale, risponderei “sì, cavourriano ed einaudiano”. In altri termini, anche se sono nato più vicino a Tunisi che a Roma, vorrei essere considerato un liberale piemontese!
L’anno prossimo non ricorre soltanto il 150° anniversario della morte del grande conte né il 200° della nascita; la ricorrenza più importante è quella del 150° del suo capolavoro: l’unità d’Italia.
L’Italia è sì uno Stato unitario relativamente recente ma è anche una delle nazioni più antiche d’Europa. Non mi riferisco a Roma, come naturalmente potrei, ma a epoca successiva. Già nel 13° secolo era evidente ai grandi italiani che la loro era una nazione. Petrarca, nella canzone all’Italia, dice: “Italia mia, benché il parlar sia indarno alle piaghe mortali che nel bel corpo tuo sì spesse veggio, piacemi almen che i miei sospir sian quali spera il Tevere e l’Arno e il Po, ove doglioso e grave or seggio…” E Dante aveva già osservato: “Ahi serva Italia di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di province ma bordello..”
L’Italia nazione è una da sempre, chi sostiene il contrario è un incolto, il grande merito di Cavour è stato quello di fare di una nazione uno Stato.
Sono siciliano, vorrei essere considerato un liberale piemontese e mi sento europeo ma, prima di tutto sono orgogliosamente italiano. So bene, come tutti, che dobbiamo tutto all’Italia: la nostra lingua, la nostra civiltà, la nostra cultura, il più straordinario patrimonio artistico del mondo; le libertà e il benessere di cui godiamo sono il risultato del lavoro e dei sacrifici delle generazioni d’italiani che ci hanno preceduto. Fra noi e la nostra patria le regole della partita doppia non valgono: non ci sono due colonne, quelle del dare e dell’avere, ce n’è una sola, quella del dare. Il nostro fine è cercare di ricambiare almeno in parte quanto dall’Italia abbiamo avuto.
Per questo oggi grido:
Viva Cavour!
Viva l’Italia!

giovedì 7 ottobre 2010

Clemenceau e Friedman

Milton Friedman, parafrasando Clemenceau, sosteneva che “la politica monetaria è troppo importante per lasciarla ai banchieri centrali”. La sua tesi era basata su considerazioni che allora apparivano paradossali ma che oggi con un attimo di riflessione sembrano quasi scontate. La prima è la tesi, tipica di tutti i liberali da sempre, dell’importanza dell’accountability, della responsabilità diretta di chi prende decisioni. Libertà e responsabilità sono la stessa cosa: chi non è libero non può essere considerato responsabile, chi non è responsabile non merita di essere libero. Una persona non eletta dal popolo e che risponde solo a Dio del suo operato non può essere titolare di decisioni che hanno conseguenze enormi. Per questo era convinto che l’optimum sarebbe l’abolizione delle Banche centrali. Quando rifiutai di fare il segretario generale della Nato mi mandò una mail di complimenti: “hai dato prova di coraggio morale, quella non è una carica elettiva”!
La seconda tesi era la più nota: quasi solo la politica monetaria ha conseguenze sulla domanda globale, sul reddito monetario. La politica di bilancio si limita a mutare la composizione del reddito, spostandone una parte dal settore privato a quello pubblico, ma non influisce sul suo livello complessivo. Affidare, quindi, un potere enorme a persone che nessuno ha eletto gli ripugnava. Finì con l’optare per una soluzione alternativa più moderata: la crescita a tasso costante della massa monetaria e la flessibilità del tasso di cambio.
Quest’ultimo aspetto della teoria di Friedman è il meno compreso, malgrado le innumerevoli, inconfutabili prove a suo sostegno, ed è al centri del dibattito in questi giorni. Vediamo di chiarire, ricorrendo a una breve premessa.
E’ convinzione diffusa che sia nell’interesse di un paese avere un saldo attivo nei suoi conti con l’estero e una sciagura avere un passivo. La tesi è talmente radicata nella testa della gente, almeno dai secoli del mercantilismo, che metterla in dubbio appare assurdo. Tuttavia, se fosse vera dovremmo concludere che il commercio internazionale è un gioco a somme zero: i vantaggi di chi guadagna (i paesi con un surplus) sono identici a quelli dei paesi che ci rimettono (quelli in deficit. Se questa fosse la conclusione perverremmo all’ulteriore conseguenza che tutti paesi devono cercare di realizzare un attivo. Ma se tutti vogliono vendere agli altri e nessuno vuole comprare, il commercio finirebbe. Per vendere, infatti, ci vuole un compratore: se tutti vogliono vendere, in assenza di compratori, nessuno può vendere.
Non basta: siamo anche certi che sia nell’interesse nazionale avere un attivo nei conti con l’estero? Non è così: chi vende al resto del mondo più di quanto non acquisti riduce il reddito reale dei suoi cittadini, perché quanto dà agli altri paesi vale più di quanto riceva. La differenza oggi è rappresentata da cambiali di uno stato che finiscono nelle riserve ufficiali dello stato in attivo. Quest’ultimo ha cioè scambiato beni e servizi di valore in cambio di pezzi di carta (soprattutto dollari) che non rendono alcunché e che possono perde di valore. Bell’affare!
Non è vero che sarebbe nell’interesse del resto del mondo se la Cina rivalutasse la propria moneta, sarebbe nell’interesse dei cinesi se Pechino consentisse alla sua moneta di raggiungere il suo valore di equilibrio in risposta alla domanda ed all’offerta internazionale; e prima o poi sarà il mercato a costringere i governanti cinesi a vedere la luce.
C’è una sola eccezione a quanto detto prima: quando un paese utilizza le sue risorse (lavoro e capitale) in misura inadeguata, sarebbe utile se la sua moneta perdesse valore sul mercato dei cambi, perché questo stimolerebbe le esportazioni e rimetterebbe in attività il lavoro e il capitale sottoutilizzati. All’UE converrebbe, quindi, un euro meno forte per stimolare l’economia europea. Significa questo che la Bce dovrebbe attivarsi, magari con una politica monetaria espansiva, per far diminuire il valore dell’euro sul mercato dei cambi? Certamente no, se cercasse di farlo, con ogni probabilità produrrebbe solo disastri. La Bce deve astenersi dall’adottare decisioni ispirate a influire sul cambio dell’euro e limitarsi rigorosamente a tutelare la stabilità monetaria interna, esattamente come previsto dai Trattati europei. Anche Trichet non è stato eletto da nessuno e non risponde a nessuno delle sue decisioni. Si limiti a essere, per quanto può, un umile esecutore, realizzando l’auspicio di Keynes che riteneva ideale che gli attori di scelte di politica economica avessero la competenza di un buon odontotecnico.