martedì 17 agosto 2010

Dovere di informare, diritto a essere informati Antonio Martino, 17 agosto 2010

Nella campagna della quasi totalità della grande stampa contro il decreto sulle intercettazioni, sbrigativamente liquidato come “legge bavaglio”, si è sostenuto a gran voce il sacrosanto diritto dell’opinione pubblica a essere informata col connesso categorico dovere dei giornalisti di informare. Questi principi assoluti e inderogabili della democrazia, a parere dei professionisti della carta stampata, prevarrebbero sull’esigenza costituzionalmente garantita della inviolabilità delle comunicazioni delle persone fra di loro.
In realtà, l’atteggiamento dei nostri inflessibili tutori della sacralità dell’informazione puzza di ipocrisia e restituisce vitalità alla massima secondo cui se non leggi i giornali non sei informato ma se li leggi sei disinformato. Vorrei illustrare questa affermazione ricorrendo alla mia personale esperienza, cominciando col dovere di informare.
Il nove e dieci febbraio del 2006 vennero a Taormina, su mio invito, i ventisei ministri della Difesa dei paesi della Nato, il segretario generale dell’Alleanza, il ministro della Difesa e vice-primo ministro russo, il ministro della Difesa israeliano e sei ministri della Difesa di paesi arabi. Per la prima volta nella storia il ministro israeliano, i sei arabi e quelli dei paesi della Nato sedettero attorno allo stesso tavolo per discutere della sicurezza nel Mediterraneo. Per la prima volta nella storia il segretario generale della Nato salì a bordo di una nave militare russa, e, sempre per la prima volta, le flotte dei paesi Nato e la flotta russa condussero un’esercitazione congiunta.
La notizia venne puntualmente riferita dalla stampa estera, dalle televisioni e dalla stampa locale. Non una parola venne spesa per informare l’opinione pubblica dai grandi giornali, nemmeno una parola! Dall’ufficio stampa del ministero della Difesa cercarono di conoscere il motivo di questo clamoroso silenzio, ottenendo come unica risposta: “non possiamo certo fare un piacere a Berlusconi”! Ad aprile infatti si sarebbero tenute le elezioni politiche e i giornali più venduti, come il Corriere, Repubblica, la Stampa, il Sole 24 ore, e così via, si astennero unanimemente dal dovere di informare l’opinione pubblica. Eppure a Taormina tutti questi vendutissimi quotidiani aveva mandato i loro inviati che si godettero due splendide giornate di febbraio come solo la Sicilia sa offrire nell’incomparabile scenario di Taormina, riuscendo a resistere all’impulso professionale di scrivere anche solo una parola sull’avvenimento.
Passiamo alla disinformazione. Quando il partito di Haider, a seguito dell’esito delle elezioni politiche, entrò a far parte della coalizione governativa in Austria, i paesi dell’Unione Europea decisero di provare la loro fede nella democrazia e nelle libere elezioni sottoponendo l’Austria a una serie di sanzioni. Una giornalista di Repubblica molto brava, Barbara Jerkov, mi intervistò sull’argomento. L’intervista apparve l’indomani, impeccabile per il contenuto, ma sotto il titolo: “Martino: Jorg è uno di noi”! Quel titolo suggeriva una mia intimità con l’uomo politico austriaco (facevo riferimento a lui chiamandolo per nome) e il mio convincimento che il partito di Haider fosse simile a Forza Italia. Nessuna delle due cose trovava riscontro nel testo della mia intervista.
Telefonai al direttore e gli preannunciai un lettera di smentita che venne pubblicata l’indomani. Nel frattempo quel titolo era stato riportato dalla stampa tedesca diffondendo per l’Europa l’idea che, a parere di uno dei suoi fondatori, Forza Italia si riconosceva nelle tesi di Haider, che erano state presentate come filonaziste e xenofobe!
Non vengano quindi gli oppositori della “legge bavaglio” a raccontarci fandonie sul dovere di informare e sul diritto dei cittadini ad essere informati: i nostri pennivendoli sono bravissimi a disinformare, distorcendo in modo vergognoso i fatti, e altrettanto bravi a omettere del tutto l’informazione anche su fatti di rilievo. Non faccio riferimento solo a quel vendutissimo quotidiano-partito tanto caro al sinistrume salottiero ma anche a un non meno venduto giornale paludato con un grande passato, un deludente presente ed un futuro, temo, assai incerto.



Antonio Martino, 17 agosto 2010

venerdì 6 agosto 2010

Repetita iuvant

“La riduzione delle aliquote d’imposta mette in moto un processo che produce benefici per tutti, determinati dall’impiego di risorse che resterebbero altrimenti inutilizzate – lavoratori disoccupati, aziende agricole e imprese industriali prive di mercato. Malgrado ciò, molti contribuenti sembrano propensi a negare alla nazione i vantaggi dello sgravio fiscale perché non credono alla ragionevolezza finanziaria di una riduzione di imposte quando il bilancio federale è in deficit. Voglio dire chiaro e tondo perché, nell’economia di oggi, la prudenza e la responsabilità finanziaria richiedono un taglio delle aliquote anche se temporaneamente causa di un aumento del disavanzo – perché ridurre le aliquote è il modo migliore di spianare la strada ad aumenti di reddito.”
Reagan? Thatcher? No: John F. Kennedy, gennaio 1963! Kennedy aveva ragione e non era né il primo né l’ultimo a pensarla così. A partire dal 1978 gli Stati Uniti hanno ridotto l’aliquota massima sul reddito delle persone fisiche dal 50% al 35%, quella sui guadagni in conto capitale dal 50% al 15% e quella sui dividendi dal 70% al 15%. Da allora il gettito erariale dall’uno per cento più ricco dei contribuenti è salito dall’uno e mezzo per cento del pil nel 1978 al 3,3% nel 2007! Contemporaneamente, il carico fiscale gravante sul 95% meno ricco dei contribuenti è sceso dal 5,4% al 3,2% del pil!
Questi dati, richiamati da Arthur Laffer in un editoriale del Wall Street Journal (3 agosto), non sono affatto sorprendenti. Il conato giustizialista di “far piangere i ricchi” aumentando le aliquote a loro carico fa invariabilmente diminuire la percentuale di reddito assorbita dal fisco. I ricchi hanno mille modi per evitare di sopportare aliquote che reputano eccessive; in questo sono molto più bravi dei contribuenti meno fortunati (anche perché hanno più da perdere). Si rivolgono ad avvocati e consulenti tributari e riescono a modificare il luogo, il tempo e le modalità del reddito da sottoporre a tassazione, cambiandone anche l’entità e la composizione.
Il senatore del Massachusetts John Kerry, già candidato democratico alla presidenza degli USA e campione della crociata per tassare i ricchi, avendo acquistato uno yacht da sette milioni di dollari, non lo ha registrato nel suo stato ma nel vicino Rhode Island. Così facendo, ha risparmiato $487.500 di imposta statale sulle vendite e un’accisa annua di $70.000! Il senatore dell’Ohio Howard Metzenbaum, acceso fautore dell’imposta di successione, sentendosi prossimo alla fine, ha spostato la sua residenza in Florida, dove quell’imposta non esiste. Conclude Laffer: “i contribuenti gravati dalle aliquote più alte, anche se di estrema sinistra, sono molto più sensibili al livello delle aliquote di quanto siano gli altri.”
La riduzione dell’aliquota massima sul reddito delle persone fisiche effettuata da Kennedy, dal 91% al 70%, portò il gettito proveniente dall’uno per cento più ricco dei contribuenti dall’1,3% del 1960 all’1,9% nel 1968. I tagli alle aliquote degli anni Venti (dal 73% del 1921 al 25% del 1928) fecero passare il carico gravante sull’uno per cento più ricco dallo 0,6% all’1%.
L’idea non è solo americana. In Italia era stata sostenuta da Alberto dè Stefani negli anni Venti e da Luigi Einaudi nel secondo dopoguerra. E’ stata applicata con successo in un gran numero di paesi, specie quelli che hanno adottato la flat tax, l’aliquota unica. Poche proposte di politica economica sono corroborate dal numero di riscontri di cui gode questa.
Non si può negare l’evidenza: alte aliquote d’imposta non fanno pagare i ricchi più ma meno e producono proprio quella miseria e quella disoccupazione che dicono di volere curare. Kennedy non era “di destra”, Einaudi e dè Stefani non erano di sinistra: possibile che questa ovvietà, suffragata da una mole impressionante di conferme storiche, continui ad essere ignorata sia dalla sinistra sia dal centro-destra nel nostro Paese? C’è solo da sperare che Silvio Berlusconi, che è da sempre consapevole del problema, riesca a fare accettare al governo questa riforma che non è più rinviabile.




Antonio Martino, 6 agosto 2010

domenica 1 agosto 2010

Risposta ai commenti sui fatti politici del giorno.

A proposito dei commenti relativi all’attualità politica.

Il prezzo della coerenza è elevato ma credo ampiamente giustificato. In un mondo in cui è usuale adattare le proprie opinioni (almeno quelle espresse) alle convenienze del momento chi resta fedele alle proprie convinzioni si trova talvolta isolato. Essere in minoranza non mi ha mai preoccupato: nel Pli ero in una minoranza costituita da una sola persona! Quello che viceversa mi turba è essere all’interno di una maggioranza priva di dissenso. Da sempre credo che se due persone la pensano allo stesso modo una delle due è superflua.
Detto questo, convinto come sono che l’unica democrazia degna di questo nome debba basarsi su due partiti in modo da dare agli elettori la possibilità di scegliere chi debba governare e a chi spetti il compito non meno importante di fare opposizione, sono disposto a pagare il prezzo di trovarmi in minoranza in quello dei due partiti che sia meno lontano dalle mie idee.
Non è affatto piacevole, tuttavia, scoprire che un movimento politico che hai contribuito a fare nascere e nel quale hai militato per sedici anni, arrivato al governo grazie a idee e slogan liberali, finisca col gestire l’esistente anziché cambiarlo. Se l’imbarazzo o meglio il disappunto profondo che ciò mi provoca dovesse rivelarsi intollerabile non credo proprio che passerei ad altro partito o cercherei di crearne un altro; mi limiterei a considerare conclusa questa fase della mia vita e mi occuperei di altro.
Spero di avere risposto così ai garbati commenti che mi sono stati rivolti.


1° agosto 2010