giovedì 22 luglio 2010

Pensiero della settimana

Tutti i salmi finiscono in gloria, tutte le manovre finiscono in tasse.

mercoledì 21 luglio 2010

Rem acu tetigisti

“Uno qualunque” ha colto nel segno: quello che accadde all’inizio degli anni Settanta fu che il finanziamento del disavanzo cominciò ad essere realizzato grazie alla monetizzazione: la Banca d’Italia prese ad acquistare i titoli di debito pubblico “inoptati”, cioè non assorbiti dal mercato. Il gergo tecnico non tragga in inganno: la monetizzazione del debito non è altro che lo scambio di pezzi di carta fra il Tesoro, che offre obbligazioni di un debitore non particolarmente degno di credito, e la Banca d’Italia, che offre in cambio pezzi di carta sui quali, con scarso senso del ridicolo, è scritto “pagabile a vista al portatore”. Questo scambio vergognoso, come chiarito nel post “Einaudi tradito”, non è altro che il finanziamento delle pubbliche spese con la peggiore di tutte le imposte: l’inflazione.

Questa prassi ebbe persino la benedizione del Governatore della Banca d’Italia che nella annuale Relazione dichiarò: “Ci siamo chiesti e continuiamo a chiederci se la Banca d’Italia avrebbe potuto o potrebbe rifiutarsi di acquistare titoli del debito pubblico” ma il rifiuto avrebbe avuto l’apparenza di una decisione di politica monetaria ma sarebbe stato in realtà un “atto sedizioso” che avrebbe posto lo Stato nella impossibilità di pagare stipendi e pensioni.

Stimavo molto Carli ma non approvai mai questa sua affermazione. Anche a causa di essa, l’Italia venne sottoposta a oltre un decennio di inflazione a due cifre, cioè superiore al dieci per cento. Quell’incubo finì solo nella prima parte degli anni Ottanta ma, venuto meno il finanziamento inflazionistico e non diminuendo la crescita esponenziale delle spese, il debito esplose.

Le opinioni sul come debbano essere ripartite le responsabilità sono, ovviamente, tutte lecite. Ciò che non è ammissibile è negare l’evidenza: l’esplosione della spesa “sociale” fortemente propugnata dai cattocomunismi e dagli orfanelli di Stalin ha determinato i problemi non solo finanziari di oggi.

lunedì 19 luglio 2010

Risposta ai commenti

Gaetano Evangelista - Lei ha perfettamente ragione: nel 1961 arrivò e divenne presto egemone una versione semplificata della teoria keynesiana e la saggezza einaudiana nonché il dettato dell’articolo 81 della nostra Costituzione vennero dimenticati. Il mercato, lasciato a se stesso, provoca recessione e disoccupazione di massa; solo un’oculata politica di deficit spending può impedire il ripetersi della tragedia della Grande Depressione. Si arrivò al punto che nel 1969 un costituzionalista de sinistra teorizzò in un suo ponderoso volume che l’articolo 81 non imponeva né il pareggio del bilancio su base annua né la copertura delle spese con entrate di pari importo e, se la volontà del costituente (quale del resto emergeva dai lavori preparatori per bocca di Ezio Vanoni, dello stesso Einaudi e di quasi tutti i membri dell’apposita sottocommissione) fosse stata quella, avrebbe dovuto essere ignorata perché in contrasto con la “moderna teoria economica”. La vulgata keynesiana era più importante della Costituzione, a parere di quel futuro idolo della giurisprudenza costituzionale de sinistra (Valerio Onida, Le leggi di spesa nella Costituzione, A. Giuffrè editore, Milano 1969, specie capitolo II, n. 1). Le conseguenze sul disavanzo furono quasi immediate: sceso all’1,38% nel 1961 come conseguenza dei bilanci precedenti, prese subito a risalire, arrivando a quasi il 7% del pil (6,94%) nel 1971.

Daniele Burzichelli - La belluina faziosità che è tipica del sinistrume italiota la spinge a ritenersi autorizzato a dare del bugiardo a chi la pensa diversamente. Ma sarebbe ingeneroso soffermarsi su questioni di stile. Nel mio post citavo dati e fatti e nulla nel suo pittoresco commento mette in discussione gli uni o gli altri. Quanto ai dati da lei richiamati, temo che non siano esatti: non è vero, infatti, che il debito totale “dal 1974 al 1983 è nuovamente diminuito”. Nel 1974 fu pari al 41,43% e nel 1983 al 68,47% del pil – un aumento considerevole. Quanto agli anni Ottanta, la mia affermazione secondo cui quegli anni “sono stati senza ombra di dubbio il decennio in cui più rapido è stato il deterioramento dei conti pubblici” non mi sembra smentita dalla sua invettiva. Lei sostiene che fu il fantomatico CAF il responsabile di quei bilanci sciagurati ma non è in grado di smentire due fatti da me richiamati. Primo fatto: è vero o non è vero che il Pci votò a favore del 95% delle leggi che imponevano nuove o maggiori spese? Secondo fatto: è vero o non è vero che nella piccola percentuale di casi in cui il Pci votò contro lo fece perché avrebbe voluto che si spendesse di più, non di meno? Se queste due affermazioni sono vere la sedicente opposizione comunista è responsabile del dissesto quanto la maggioranza. Il combinato disposto di catto-comunisti e comunisti tout court è ancora una volta alla base dei nostri problemi finanziari e non. Quanto al resto delle sue affermazioni, come le è stato ricordato dal commentatore anonimo, non avevo osannato il CAF né tanto meno la politica economica di questo governo. Lei ricorda che sono stato ministro del governo Berlusconi: ritiene che ciò le dia diritto a tacitare le mie critiche alle sinistre? Avesse letto anche solo gli altri post del mio blog saprebbe che sono sempre stato critico dell’operato del ministro dell’Economia e della politica economica del governo. Ma temo di avere sprecato tempo: parafrasando una vecchia massima keynesiana, si può portare un fazioso ai fatti ma non lo si può costringere a capirli.

domenica 18 luglio 2010

Mezzo secolo dopo

Il 16 luglio 1960, quasi esattamente cinquant’anni fa, è una data che mi è rimasta impressa per ragioni sia personali sia politiche. Quel giorno, infatti, avevo completato con successo gli esami di maturità ed ero felice: era la fine di un incubo, la prova d’esame più impegnativa della mia vita. Per anni i miei sogni angosciosi hanno continuato a essere dominati da quell’impegno.
La mia felicità fu offuscata quasi subito da un evento destinato ad avere ripercussioni importanti per l’Italia e a stimolare il mio interesse per la politica. Quel giorno, infatti, i comunisti scatenarono in quasi tutte le città italiane dei moti di piazza contro il governo Tambroni, reo di avere ottenuto la fiducia alla Camera grazie al voto determinante delle famigerate destre. La mia indignazione fu sensibilmente accresciuta dal comportamento di alcuni esponenti democristiani che, dopo avere sostenuto Tambroni, gli ritirarono la loro fiducia come atto di servilismo nei confronti del comunismo piazzaiolo.
Da quel momento si affermarono in Italia due principi destinati a produrre conseguenze assai gravi e impreviste: la sovranità del Parlamento era limitata nel senso che non poteva essere esercitata contro il volere della piazza, ed era lecito usare la violenza per impedire sviluppi indesiderati, anche se conformi alle regole costituzionali. Questi due principi hanno segnato la storia d’Italia per più di vent’anni.
La successiva caduta del governo Tambroni spianò la strada a una versione barricadiera dell’alleanza fra democristiani di sinistra e sinistre social - comuniste (il PSI di allora era molto diverso da quello dell’epoca successiva), una collaborazione che, in forme varie, ha dominato la politica italiana fin quasi ai nostri giorni e che è responsabile dei cambiamenti profondi intervenuti in questi cinquant’anni.
Nel 1960 le spese pubbliche totali furono pari al 32,7% del prodotto interno lordo, le entrate al 31,05%, il deficit all’1,65% e il debito totale superava di poco il 40% (40,01%). Mezzo secolo dopo, nel 2009, le spese hanno assorbito il 52,5% (un aumento di venti punti percentuali in cinquant’anni!), le entrate il 47,2% (un incremento del 50% nell’incidenza), il deficit è quasi quadruplicato, raggiungendo il 5,3%, e il debito è stato pari al 115,8% del pil.
Certo cinquant’anni sono un lungo periodo ma le dimensioni del deterioramento dei conti pubblici restano impressionanti. Possibile che tutto sia iniziato allora? Non nego che l’andazzo verso la rovina abbia avuto velocità diverse nei vari periodi e che, quindi, sarebbe riduttivo considerare l’avvento dei primi governi di centro sinistra responsabile della situazione odierna, ma sono convinto che il motore politico del dissesto sia da individuare nell’alleanza fra cattolici di sinistra e comunisti, anche se formalmente esclusi dal governo. Quanto più robusto è stato il legame fra queste due forze politiche tanto più rapida la corsa al dissesto.
Gli anni Ottanta sono stati senza ombra di dubbio il decennio in cui più rapido è stato il deterioramento dei conti pubblici. Basti pensare che nel 1980 la spesa pubblica e le entrate totali erano aumentate in misura non esorbitante rispetto a vent’anni prima (43,54% e 34,64% rispettivamente), ma non così il deficit (8,9%) e il debito (54,86%). Poi le cose peggiorarono velocemente: nel 1993 la spesa pubblica arrivò ad assorbire poco meno del 60% del pil (59,17%), le entrate quasi la metà (49,31%), il deficit sfiorò il 10% (9,86%) e il debito arrivò a un incredibile 117,14%!
I comunisti si affrettarono ad attribuire la responsabilità di tutto al CAF (sigla che individuava in Craxi, Andreotti e Forlani la causa di tutti i nostri mali) ma si trattava soltanto di plateale disinformazione. La verità era un’altra: il Pci aveva accettato il 95% di tutte le leggi di spesa approvate in quel decennio e nei pochi casi in cui si era opposto non lo aveva fatto perché preoccupato della solvibilità finanziaria dello Stato ma al contrario perché avrebbe voluto che si spendesse di più.
Fu il consociativismo, versione aggiornata del cattocomunismo, il responsabile vero di quegli anni di disastrosa irresponsabilità finanziaria, altro che CAF! Non credo che la significatività personale degli avvenimenti di quel 16 luglio 1960 abbia obnubilato la mia capacità di giudizio, credo invece che l’esperienza dei governi Prodi (1996-1998 e 2006-2008) confermi in modo lampante la fondatezza della mia tesi. Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo, qualche volta faremmo bene a guardare indietro in modo da capire in che direzione vogliamo andare avanti.




Antonio Martino, 19 luglio 2010

venerdì 16 luglio 2010

Pensiero della settimana

La politica è ozio senza riposo, fatica senza lavoro.

mercoledì 7 luglio 2010

Il costo vero della politica

Ho l’impressione che nella grande campagna nazionale volta a fustigare il malcostume politico si continui a mirare al bersaglio sbagliato invece di concentrarsi su quello giusto che è anche ovvio. Per chiarire questo punto prenderò le mosse da una constatazione che a sembra evidente: i politici fanno danno non quando incassano ma quando spendono.

Le somme più o meno lecitamente percepite dai nostri rappresentanti politici sono del tutto irrisorie rispetto a quelle spese. Non faccio riferimento a politici che spendono soldi propri, né m’interessa se siano o meno lecitamente entrati nella loro disponibilità, ma ai politici quando decidono di spendere denari altrui. La politica, infatti, si occupa soprattutto di decidere come spendere i soldi degli altri. Quando il politico incassa prebende anche se spropositate o persino fondi di provenienza illecita, il danno è contenuto. Non dimentichiamo invece che spende cifre assolutamente astronomiche che destina alle finalità che ritiene più importanti e che quei soldi vengono dalle nostre tasche. Le spese totali delle amministrazioni pubbliche l’anno scorso sono state pari a quasi 800 miliardi di euro, le somme a vario titolo incassate da tutti i politici rappresentano al massimo l’uno per cento di quel totale. Non sarebbe quindi più sensato chiederci se siano giustificate le spese pubbliche anziché concentrare la nostra attenzione sugli incassi del personale politico?

Sia ben chiaro: non sto facendo né una difesa d’ufficio della classe politica, né tanto meno sto imputando intenzioni malvagie a chicchessia. Le intenzioni dei parlamentari quando decidono di destinare risorse a una qualche finalità sono in genere nobilissime ed è molto difficile dissentire dalla generosità dell’intento. L’unico problema è che quella generosità mentre non costa nulla a chi la professa, grava interamente su ignari contribuenti che potrebbero anche non concordare su quell’uso del loro denaro.

Alcune settimane orsono, la Camera ha approvato un provvedimento che anticipa l’età del pensionamento di quanti hanno parenti disabili; la votazione fu unanime con una sola nota stonata: la mia astensione. Non avendo avuto la possibilità di motivarla, i colleghi avranno ritenuto che avessi sbagliato a votare. Non avevo sbagliato, la mia astensione era intenzionale. Ovviamente non ho altro che rispetto, comprensione e simpatia per i nostri simili meno fortunati. Non capisco perché continuiamo ad inventare sempre nuovi e più ipocriti eufemismi per designarli: dopo handicappati o portatori di handicap, disabili o diversamente abili, siamo arrivati a non vedenti invece di ciechi, non udenti invece di sordi e per decenza mi astengo dall’immaginare come definiremo gli impotenti.

Ma queste considerazioni sull’umana ipocrisia nulla tolgono alla nobiltà delle intenzioni dei sostenitori del provvedimento. La mia opposizione a esso è basata sulle prevedibili conseguenze non intenzionali di quella legge. Non solo a Napoli o nel sud d’Italia, ma ovunque i casi di persone multate per eccesso di velocità che percepivano una pensione per cecità non sono infrequenti: se aumenta la domanda di disabili, l’offerta di disabili con ogni probabilità aumenterà anch’essa. Non credo sia necessaria molta immaginazione per comprendere quali conseguenze avrà sul numero di titolari di pensioni di anzianità quella nobile iniziativa.
In occasione della discussione del provvedimento a favore delle “comunità giovanili” (associazioni di persone di età inferiore a trent’anni) presentato dal ministro per le Politiche Giovanili Giorgia Meloni, ho ritenuto di dovere intervenire per ricordare che non è ammissibile chiedere ai cittadini di mettere le mani al portafogli per aiutare l’Italia a uscire dalla crisi nonché ridurre le risorse destinate alle finalità essenziali dello Stato … per poi dilapidare denari in provvedimenti della cui non dico utilità ma addirittura serietà è lecito dubitare.

Non mi sento di biasimare il giovane ministro: cercava, anche se in modo maldestro, di giustificare l’esistenza del suo ministero. Confesso che il tentativo mi sembra assolutamente velleitario: non vedo a cosa serva un ministero delle Politiche Giovanili; né mi è chiaro peraltro quale sia la ragion d’essere del ministero della Semplificazione, di quello dell’Attuazione del Programma, per non parlare del Federalismo, le Pari Opportunità e così via.

Quando un politico incassa fa l’interesse proprio e in qualche caso anche il nostro danno ma è soprattutto quando spende che ci danneggia. Attribuire ai politici il 5% delle riduzioni di spesa arricchirebbe loro e noi: risparmieremmo novantacinque mila euro con una spesa di soli cinque mila: non sono molti gli investimenti che garantiscono un rendimento di questa entità!




Antonio Martino, 7 lug. 10

lunedì 5 luglio 2010

Statica e dinamica nella politica di bilancio

L’anno scorso le amministrazioni pubbliche hanno speso quasi 795 miliardi di euro e ne hanno incassati poco più di 718, con un conseguente disavanzo di poco meno di ottanta miliardi. E’ evidente che se ne avessero incassati 795 il bilancio sarebbe stato in pareggio: questa è la visione statica del bilancio. Quello che è vero per l’anno scorso, tuttavia, non lo è necessariamente per l’anno prossimo: è tutt’altro che vero, infatti, che un aumento delle tasse e del gettito di ottanta miliardi garantirebbero il pareggio del bilancio l’anno prossimo. Questo per l’ovvia ragione che qualsiasi aumento di entrate viene inevitabilmente speso, anche prima che si sia realizzato. Volete qualche esempio? L’aumento dell’età pensionabile delle donne è visto da sempre con grande favore, fra gli altri, da Emma Bonino che ha già deciso … come andrebbe speso il connesso risparmio. L’aumento delle entrate determinato dail’introduzione dei pedaggi sul raccordo anulare di Roma è considerato accettabile dalla Polverini ma … a condizione che sia speso per le infrastrutture nel Lazio. E così via ad nauseam.
Il destino immancabile di ogni aumento di entrata è di suggerire ai politici nuove spese. Non è affatto detto, quindi, che quando aumentano le entrate il deficit si riduca: la storia dell’ultimo mezzo secolo è lì a dimostrare che se il gettito aumenta anche il deficit aumenta perché i politici spenderanno tutto l’aumento e anche qualcosa in più. Sembrerebbe che se vogliamo davvero fare qualcosa per limitare il deficit dobbiamo ridurre le spese; chi sostiene il contrario non sa nulla della storia del pubblico bilancio in Italia (e non solo):
Il risanamento, come ho avuto modo di ripetere senza sosta su queste colonne, va perseguito nella crescita, non nella recessione. Soltanto una vigorosa politica favorevole allo sviluppo economico può risolvere i nostri problemi finanziari; il tentativo di farlo anche a costo di rallentare lo sviluppo è condannato al fallimento. Gli Stati Uniti d’America hanno avuto un tasso di crescita annuo del 3% dal 1959 a oggi. Se l’Italia avesse fatto altrettanto, il Pil nel 2009 avrebbe superato gli 8.000 miliardi invece di fermarsi a meno di 7.500! Naturalmente, questa è una semplificazione grossolana, ma meno di quanto possa apparire: dal 1961 al 1990 il nostro tasso medio annuo di crescita è stato di poco inferiore al 5%, solo negli ultimi vent’anni è sceso molto sotto il 3%. In ogni caso, anche se semplificato, il calcolo illustra un fatto d’importanza cruciale: solo la crescita economica può tirarci fuori dai problemi finanziari. E’ quindi sbagliato considerare il bilancio in una prospettiva statica, rivolgendo lo sguardo al passato; bisogna guardare al futuro, alle conseguenze non volute delle scelte di politica economica.
Un aumento delle tasse non solo non riduce il deficit perché è inevitabilmente speso, ha anche conseguenze negative sulla crescita economica perché punisce il lavoro, il risparmio, l’intraprendenza e gli investimenti. Nessun paese ad alta fiscalità cresce rapidamente, nessun paese a bassa fiscalità ristagna.
Il federalismo fiscale di cui oggi tanto si discute dovrebbe trasferire potere impositivo dal centro alla periferia. Negli Stati Uniti, dove peraltro il federalismo è stato molto diluito nel corso del ventesimo secolo, negli ultimi anni il governo federale ha assorbito poco più del 20% del reddito nazionale. Se il nostro governo nazionale adottasse un’aliquota unica del 20% e lasciasse agli enti locali il potere di decidere autonomamente che tributi adottare e di che entità, scoprirebbe presto che i suoi incassi aumenterebbero e che i trasferimenti agli enti locali potrebbero essere considerevolmente ridotti se non azzerati.
Pensare, invece, di potere lasciare tutto invariato grazie ad aumenti d’imposte è insensato: non risanerà i conti pubblici, bloccherà ulteriormente la crescita, continuerà a fare aumentare le spese e, quanto al federalismo fiscale, creerà le condizioni perché non si realizzi mai.
C’è chi crede che il vantaggio dell’esperienza è di farti fare errori nuovi anziché ripetere i vecchi, ma questo vantaggio evapora se s’ignorano le più evidenti lezioni del passato. Per oltre mezzo secolo abbiamo continuato testardamente a ripetere gli stessi errori col risultato che il settore pubblico oggi assorbe la metà del reddito nazionale invece del 30% come nei ‘Cinquanta, la pressione tributaria media è di quasi il 45% ma, dal momento che grava soltanto su una popolazione di non molti sfortunati contribuenti, si sostanzia per chi le tasse le paga in un balzello del 50-60%, il tasso di sviluppo è di poco superiore all’errore statistico e la disoccupazione aumenta. Viene voglia di suggerire ai responsabili della politica economica di provare a commettere sbagli nuovi anziché incaponirsi a ripetere quelli di sempre!




Antonio Martino, 5 luglio 2010

domenica 4 luglio 2010

Pensiero della settimana

"La libertà significa consentire alle persone di fare ciò che credi sia sbagliato. La libertà di fare ciò che il governo considera giusto è una che Stalin avrebbe concesso con gioia." (M. Parris, The Times, 25 luglio 1997)

giovedì 1 luglio 2010

Egidio Sterpa

Ho conosciuto Egidio Sterpa molti anni fa quando, come esponente di una minoranza composta di una sola persona, militavo nel Partito liberale italiano. Il Pli a quel tempo era dominato dalla figura di Giovanni Malagodi, segretario nazionale e poi presidente ad honorem. Malagodi reggeva il partito grazie alla sua eloquenza e alla gestione dell’apparato considerata allora autoritaria (oggi sarebbe ritenuto un capo partito tollerante e permissivo).
Il Pli di Malagodi aveva avuto il suo maggiore successo nelle elezioni politiche del 1963 quando si presentò come l’!alternativa liberale” al centro-sinistra, arrivando a conquistare 39 deputati e 19 senatori. La propaganda elettorale del Pli in quelle elezioni era incorsa in un infortunio che merita di essere ricordato: al nostro slogan “un uomo libero vota liberale” i socialisti replicarono con un manifesto che sosteneva che “un uomo vegeto vota vegetale”! Ma l’esito fu comunque straordinariamente favorevole per il Pli.
Tuttavia, quel successo (un milione di voti in più) non si tradusse nel cambiamento di governo in cui Malagodi (e non solo) sperava: il centro-sinistra, anche se con una maggioranza meno consistente, continuò a governare. L’unica conseguenza dell’esito delle elezioni del 1963 fu che, grazie anche alle argomentazioni dei liberali, i governi di centro-sinistra divennero meno truculenti di quelli che avevano preceduto le elezioni.
Malagodi, invece di trarre profitto da quell’esperienza, si convinse che per “rientrare in gioco” il partito avrebbe dovuto spostarsi a sinistra, cosa che personalmente fece con grande decisione. Fu grosso modo a questo punto che entrai a fare parte del partito che era stato di Einaudi, Croce e mio padre. Scoprii subito con raccapriccio che la mia non era stata una decisione saggia: quel partito, con poche eccezioni, non era liberale. Una delle eccezioni era appunto Egidio Sterpa che guidava una delle due minoranze che criticavano Malagodi “da destra” (l’altra faceva capo a Raffaele Costa).
Per avere un’idea di quanto il Pli somigliasse poco a un partito liberale, si pensi che nelle elezioni americane del 1980 Malagodi tifava per Carter, il più screditato presidente degli Stati Uniti prima dell’attuale. Decisi così di mandare una lettera al Giornale di Montanelli nella quale sostenevo che la decisione di Malagodi avrebbe fatto reiterare a Churchill il famoso commento “è la prima volta che vedo un ratto che sale su una nave che affonda”. Montanelli la pubblicò senza commento (il che lasciava intendere che fosse d’accordo) nella pagina dei lettori. Malagodi rispose con una letteraccia che venne pubblicata.
Fra me e il leader del Pli non correva buon sangue: era molto orgoglioso di essere presidente dell’Internazionale liberale e non gli piacque la definizione che ne diedi “partiti che hanno in comune solo due cose: si dicono liberali e perdono sempre le elezioni”!
Sterpa era diverso: non faceva parte del coro dei malagodiani, anche se si comportò sempre con grande correttezza nei confronti del leader (non sono certo che sia stato ripagato della stessa moneta). Ma soprattutto aveva un’interpretazione del ruolo del liberalismo italiano che, se non coincideva con la mia, era certamente plausibile e sensata. Scriveva benissimo e con grande ponderazione; a differenza di molti giornalisti, riusciva a essere prolifico senza essere mai superficiale.
Era legato al Giornale che in quegli anni era una delle poche voci fuori dal coro (assieme a “Radio Belva”, il GR2 di Gustavo Selva e il Tempo di Gianni Letta) e ospitava le firme di molti liberali autentici ed autorevoli, come Enzo Bettiza, Cesare Zappulli e poi Nicola Matteucci, oltre a tanti altri. Sterpa si riconosceva in quell’ambiente, il che costituiva un ulteriore motivo di simpatia fra di noi, dato che era su quelle colonne che cominciavo la mia attività di collaborazione alla carta stampata.
Ho il rimorso di non essere riuscito a raccogliere il suo invito, ripetutamente reiterato negli ultimi anni, di partecipare a incontri di liberali dissenzienti dall’andazzo corrente. Sono convinto che qualsiasi iniziativa sarebbe stata destinata al fallimento ma mi avrebbe fatto piacere rinnovare il rapporto, anche se dialettico, con un esponente del Pli dei miei anni giovanili, con un amico sincero e disinteressato. Lo ricordo e continuerò a rammentarlo con simpatia.




Antonio Martino, 1° luglio 2010