venerdì 28 maggio 2010

Pensiero della settimana

Noi liberali ci occupiamo di politica per "legittima difesa" (perché la politica si occupa di noi), ma sogniamo un Paese in cui nessuno sia costretto ad occuparsi di politica per difendere le sue libertà.

martedì 25 maggio 2010

Lettera al direttore del Corriere sulle intercettazioni

Caro direttore,
ho letto con grande interesse l’articolo di Piero Ostellino (“Il diritto collettivo di essere informati e quello individuale di evitare la gogna”, Corriere 23 maggio) e la Sua risposta. I due punti di vista sono stati presentati con sinteticità e chiarezza e, riguardando un tema d’interesse generale, meritano forse un breve commento. Premetto, per evitare equivoci, che non è lo spirito di parte a ispirare questa mia lettera: conosco poco il provvedimento in questione e non dubito che Ostellino abbia avuto ragioni valide per giudicarlo “tutt’altro che limpido”.
Temo di non essere d’accordo con Lei, caro direttore, e di condividere la posizione di Ostellino. Lei sostiene che “impedire che si dia notizia di un’inchiesta fino all’udienza preliminare o il rinvio a giudizio lede in profondità il diritto di cronaca, senza il quale non vi è un’opinione pubblica avvertita e consapevole”. Ma a me sembra che ciò sia esattamente quanto previsto dalle nostre leggi da moltissimo tempo. Le ricordo che l’avviso di garanzia è strumento a tutela della persona indagata e deve pertanto essere tenuto riservato, non pubblicato sui giornali ancor prima che l’interessato ne sia stato informato. Questo elementare principio di civiltà previsto dalla legge è stato sistematicamente ignorato dalla stampa italiana e il giornale da Lei diretto è stato in anni passati lungi dall’essere immune da tale malvezzo.
I processi, sostiene Ostellino si fanno in tribunale, non sui giornali. Come gli si potrebbe dare torto? Riconoscere questa ovvietà non significa affatto esporre un’opinione ma accettare quella che è la prassi di tutti i paesi civili. Negarla significa adottare, in questo caso certamente sì, un metodo che è stato proprio dei regimi liberticidi o tornare alla legge di Lynch. L’incolpato non deve difendersi dall’opinione pubblica ma dall’accusa documentata sostenuta nelle forme previste dal pubblico ministero in un’aula di giustizia.
Divulgare conversazioni private viola la Costituzione (art. 15), arreca danno a persone incolpevoli, trasforma i lettori di organi d’informazione in voyeuristi, e non fornisce loro notizie o informazioni ma insinuazioni, sospetti e pettegolezzi. Non è affatto un modo corretto di fare giornalismo.
Sia ben chiaro che nessuno nega l’utilità delle intercettazioni nel contrasto alla criminalità ma come dice Ostellino la loro diffusione. Quest’ultima, come Lei sa meglio di chiunque altro, caro direttore, viene sovente manipolata nella presentazione, nella titolazione e nell’evidenza allo scopo di utilizzarla come strumento di diffamazione di chi non ci è simpatico.
Lei sa bene che sono mosso a scrivere questa lettera unicamente dall’alta considerazione che ho della Sua persona e della qualità del Suo lavoro, e Le sarò grato se vorrà ospitarla.

Suo,


Antonio Martino
23 maggio 2010

sabato 22 maggio 2010

Pensiero della settimana

"La gente non mente mai così tanto come dopo la caccia, durante la guerra e prima delle elezioni" (Bismarck)

Manovre, riforme e rivolta fiscale

Su Libero (20 maggio) sono apparsi due articoli apparentemente non correlati ma certamente interessanti, di cui vale la pena occuparsi. Il primo a firma del direttore Maurizio Belpietro era significativamente intitolato “Di manovra in manovra ci siamo rovinati” e svolgeva con grande chiarezza considerazioni che non mi stanco di ripetere da molti anni anche su queste colonne.

Data l’incombenza di un’ennesima manovra, credo valga la pena spiegare perché la tesi di Belpietro è ineccepibile, anche se ignorata dalla maggioranza di politici e commentatori. Una manovra correttiva è appropriata quando l’andamento di un sistema economico fondamentalmente sano devia per circostanze imprevedibili dal suo normale andamento. La manovra corregge la deviazione, l’economia riprende il suo normale funzionamento e non sono necessari altri interventi. Se questo fosse il nostro caso, alla prima manovra non ne sarebbero seguite altre per un lungo periodo di tempo. Ma, come sappiamo tutti, le cose non stanno affatto in questi termini: questi rituali si succedono non meno di una volta l’anno da circa mezzo secolo, e il fatto che debbano continuamente essere ripetuti dimostra che non riescono a correggere gli squilibri che avrebbero dovuto eliminare.

L’ovvia verità è che siamo costretti a reiterare affannosamente, anno dopo anno, manovre correttive che evidentemente lasciano il tempo che trovano, perché i nostri problemi non sono causati da accidentali malfunzionamenti di un sistema sano, sono invece la naturale conseguenza dell’operare di un sistema sbagliato. Non quindi la fugace patologia di un’economia in buona salute ma la fisiologia di un sistema di rapporti fra politica ed economia profondamente sbagliato. Per curarne i problemi sono necessarie riforme non manovre, non episodici correttivi ma una radicale modifica. A non funzionare è l’esistente che non va quindi gestito ma riformato.

Quanto poi al contenuto di queste manovre, è anch’esso disgustosamente ripetitivo: c’è sempre un appello alla lotta all’evasione, mitico Eldorado che risolve ogni problema, e l’eliminazione delle spese pubbliche immancabilmente superflue. Quanto alla prima non si ripeterà mai abbastanza che, essendo l’evasione un reato, va combattuta sempre, indipendentemente dallo stato delle pubbliche finanze, non solo occasionalmente quando lo Stato ha bisogno di quattrini. Non solo ma il fatto che venga continuamente reiterata suggerisce che i vari conati non hanno avuto successo e che non sarà quella la via per rimettere in sesto i conti pubblici. Stranamente, nessuno sembra aver mai pensato che l’esiguità delle entrate fiscali non sia da imputare alla malvagità degli evasori quanto piuttosto a un sistema tributario del tutto inefficiente e iniquo. Solo da un’autentica e coraggiosa riforma fiscale possiamo attenderci un rimedio, non certo dalle giaculatorie sulla cattiveria dei contribuenti.

Per ciò che riguarda invece il contenimento delle spese, non sarebbe male che i responsabili della nostra politica economica riflettessero sull’ovvia considerazione, recentemente ribadita dalla Corte dei Conti, che le spese pubbliche sulle quali il governo può operare discrezionalmente costituiscono una frazione molto piccola delle spese complessive e sono state già ampiamente compresse dalle manovre precedenti. Se, quindi, le amministrazioni pubbliche continuano a spendere troppo, se le spese continuano a crescere senza controllo, se la percentuale del reddito nazionale assorbita dalla politica e sottratta alla società si aggira sul 50%, non è togliendo a Forze Armate e forze dell’ordine i mezzi per il carburante, l’addestramento, la manutenzione dei mezzi che si risolverà il problema. Riforme non manovre ci vogliono. Solo il coraggio del cambiamento può salvarci; la timidezza dell’ordinaria amministrazione, le ardite operazioni d’ingegneria contabile non impediranno la prosecuzione dell’andazzo di sempre.

E vengo molto brevemente al secondo articolo di Respinti che dà notizia del primo”Tea Party” italiano, tenutosi a Prato il 20 maggio con la partecipazione di un centinaio di persone e che sarà seguito da altri. Rinviando ad altra occasione una più approfondita analisi del movimento, mi piacerebbe che servisse a ricordare ai sullodati responsabili che le rivolte fiscali sono pericolose: si sa come cominciano ma non come finiscono. Non credo di sbagliarmi: siamo alla vigilia di una rivolta dei contribuenti italiani che non tollerano più l’insensatezza del nostro fisco e rifiutano di continuare a pazientare nell’attesa di una riforma di cui non si vede nemmeno l’ombra.







Antonio Martino, 22 maggio 2010

sabato 15 maggio 2010

Eurofollia

Un sondaggio di Sky sostiene che la maggioranza degli italiani ha fiducia nelle autorità europee. Leggendo questo pezzo del settimanale The Economist scritto da un europeista dichiarato, viene da chiedersi se tale fiducia sia particolarmente fondata.

A blog by the author of our column on the European Union
Charlemagne's notebook
The euro crisis

Europe's 750 billion euro bazooka

May 10th 2010, 12:26 by Charlemagne

AT two in the morning on May 10th, European Union finance ministers agreed a huge increase in their political will to defend Europe's single currency, backed by a stunning €750 billion in aid for weak links in the 16 member eurozone. Simultaneously, the European Central Bank took a revolutionary shift away from its inflation-fighting mission, announcing a scheme to buy up government bonds on the financial markets.

That new sense of resolve is good news. The more troubling news is that it took 11 hours of bitter wrangling to get the ministers to that point, and—thanks to continued German anxiety about undermining eurozone discipline by bailing out the profligate—there will be three separate mechanisms to deliver that €750 billion, of such fiendish complexity that EU officials are still not quite sure how it will all work. In a nice irony, the ministers—who have spent weeks denouncing financial markets as wicked speculators—only stopped arguing and agreed a plan in the early hours of this morning because they knew markets were about to open in Asia, well-informed sources say.

Does the good news trump the troubling news? Yes: as long as lingering disagreements and uncertainties do not hold up the rescue plan. Europe is building its own financial bazooka to warn off the markets, to borrow Hank Paulson's image. If it is ready to fire when needed, then complexity probably does not matter for now.

What has been agreed?

First off, a €60 billion rapid reaction stabilisation fund, controlled by the European Commission, and able to send ready money to eurozone countries that are in a financing crunch. The mechanism is modelled on an existing scheme for non-euro economies, the "balance of payments facility". The money is borrowed by the commission on the markets, using the EU budget as collateral. Because the EU budget cannot legally go into the red, that means that all 27 EU members are on the hook if money from this €60 billion pot is disbursed and not paid back: to simplify, all members would have to pay extra into the budget to top it up. Britain, for instance, would be on the hook for 12% of any losses: Alistair Darling, still the British chancellor of the exchequer, approved this after consulting his Tory counterpart, George Osborne, by telephone.

Secondly, a "special purpose vehicle" (don't call it a fund or Eurobonds, or the Germans will be very cross), which will be created in the next few days by an intergovernmental agreement among eurozone members, and which will raise up to €440 billion euro on the markets using a blend of loans and loan guarantees from the 16 members of the single currency club. The European Commission wanted formal control of this warchest, using a clause of the Lisbon Treaty, Article 122 that allows the commission to rush emergency aid to countries hit by natural disasters or exceptional crises beyond their control (Article 122 will be used for the €60 billion pot).

The Germans, Dutch, Finns, Austrians and others, backed by the British, said no, and in the end won this argument: the commission may be invited to manage the warchest, which is also described as a temporary three year creation. The Germans were also insistent that the fund should work in the same way as the €110 billion rescue package just agreed for Greece: meaning it should involve money and budget discipline measures from the International Monetary Fund, and meaning that it should be a package of bilateral loans from each of the 16, rather than open-ended loan guarantees. The French, in particular, dreamed of open-ended loan guarantees and an EU-only structure: ie, something very close to a permanent Eurobond bailout instrument. Germany said no, but that may or may not look in the future like a victory on process, not on the substance.

Thirdly, the finance ministers demanded that Spain and Portugal should work harder on consolidating their budgets this year and next: that was politically very hard for the Spanish (who were nominally chairing the meeting). The Spanish have asked to come back with a plan next week.

Fourthly, there was a stunning announcement that the IMF would match every two euros of EU rescue money with one of its own. That could take the IMF contribution up to €220 or €250 billion, depending on whether they are matching the €60 billion too. In a slightly surreal moment, the Spanish economy minister Elena Salgado could not decide whether that extra €30 billion was part of the deal. Some of us are old enough (ie, we were alive three weeks ago) to remember when the EU as a whole thought €30 billion was enough money on its own to put on the table and order markets to back off.

Finally, and perhaps most importantly, the European Central Bank went off and agreed exactly the thing that banks and politicians had been urging it to do: ie, start buying up government bonds on the financial markets. Where does that leave ECB independence? In a tricky place, not to mention the ECB's central mission to fight inflation, which is in danger of being trumped by political demands from the national governments of the eurozone.

One of the gripping stories of this crisis has been the roller-coaster fortunes of the ECB boss, Jean-Claude Trichet. About nine months ago, Mr Trichet was one of the undisputed winners of the meltdown, hailed for his calm and decisive management of the banking crisis. The last few months have been brutal for this urbane Frenchman. First he said it would be a "humiliation" for the IMF to be involved in rescuing Greece, only to have to eat his words. Then he said it was as clear as a mountain stream that the ECB could not make an exception for Greece alone, when it came to accepting Greek debt as collateral even if it was downgraded to junk by credit rating agencies. Then he had to eat his words on that too.

So, what does this all mean politically? Is it the birth of Eurobonds, and a fiscal transfer union, in which the rich and strong pay for the weak? A sneaky way out of that question is to say that we have effectively had Eurobonds for ages, in the form of the balance of payments mechanism (which was used only recently for Hungary and Latvia) and that we have had transfers from rich to poor in the form of structural and cohesion funds (ie, aid for poorer regions).

But that would be a cowardly answer. I have been saying for ages that I did not believe that the political will was there to move to the sort of political or economic union that some in Brussels have always said was needed to make the euro work. Do I still think I am right?

I think that the politics have shifted dramatically in the last few days, and that the euro is looking less German and more French, even if Angela Merkel has won some late victories on process by insisting that national governments should not give open-ended loan guarantees to the European Commission to play with. I think that the EU has developed a much stronger external narrative, telling markets that they should treat the eurozone as a single whole, which is strong and solvent, and not try to pick off weaker members because they will get their fingers burned.

But, and I think this is still a big but, the political narrative inside the eurozone is still lagging way behind. If the markets outside are being told to treat the eurozone as a single fortress, defended by unlimited budgetary firepower from the rich members of the club, voters in places like Germany, the Netherlands or Finland are absolutely not being told that they now inhabit a single economic entity, in which big chunks of the budget are pooled.

Instead, the political messages being delivered internally are heading in quite different directions.

One, the Germans and co are still insisting that the point of constructing a vast bazooka is to avoid ever having to fire it. In other words, whether or not you think the leaders are stumbling backwards into a fiscal transfer union, that is certainly not their purported intention: the intention is for none of this money ever to be needed.

Two, the political ground is not being prepared for a fiscal union: Angela Merkel has not gone on German television to tell German voters that the euro is incredibly important to their way of life and their prosperity, and that defending it may cost painful amounts of money.

Instead, the anti-market rhetoric is being stepped up to fever pitch. Markets are wicked speculators, or "wolf packs" if you listen to the Swedish finance minister. there is an international conspiracy to destroy the euro, says Jean-Claude Juncker, prime minister of Luxembourg.

In concrete terms, leaders like Mrs Merkel have yet to make the positive case for saving the euro, instead preferring to make the negative case for punishing speculators (though, I note, those evil speculators magically turn back into "international markets" when the EU wants to raise €440 billion in a short space of time).

A political quid pro quo is being prepared to buy off voters furious at the idea of sending money to weak or profligate members of the club, involving much tougher regulation of those wicked markets. Mrs Salgado last night talked of probing the role played by credit ratings agencies, and much tougher regulation of derivatives. There is constant talk of financial transaction taxes. Nobody is denying that regulation will not need to change in the future, but the suggestions so far have much more to do with populism than common sense.

The idea of a publicly funded European Credit Rating Agency, supported by France and Germany, is particularly asinine: if the ECRA is much more bullish about EU sovereign debt than the commercial ratings agencies, markets will assume it is no more than a man next to a fax machine, taking orders from Paris and Berlin. In which case it is not obvious what good it will do. On the other hand, if its ratings match those of the commercial ratings agencies, it will change nothing in the markets, and it is not obvious what good it will do.

I think this bellicose talk of fighting battles with markets and being at war with perfidious bankers (to quote Mrs Merkel) may point to a useful analogy for what is going on in terms of political integration here, at least at this point. I wonder if this new intergovernmental warchest of €440 billion, working with the intergovernmental IMF, is a bit like the mutual defence clause, Article 5, in the NATO treaty, that says an attack on one member of NATO is an attack on all. That is hugely important, and commits each member government to big and serious things. But it is not the same as those member countries agreeing to pool their militaries.

A wise colleague makes the point that the oddity for years was that markets gave all eurozone countries almost the same rates, ie assumed (wrongly) that default risk had gone. In many ways the past few months have been healthy as that assumption no longer holds. But the corollary is indeed the discovery that heavy borrowers can lose some of their independence. But, he points out, big borrowers often lose some sovereignty, because markets set limits on debts. Greece has lost fiscal independence not because it is moving towards being a part of a federal state but because it cannot any longer raise money in the markets.

venerdì 14 maggio 2010

Pensiero della settimana

Scriveva Indro Montanelli nel fondo del Corriere della sera di martedì 6 giugno 1995, a proposito di Di Pietro: "quando si personalizza una causa incarnandola in un uomo quale che sia, si espone quest'uomo ad ogni sorta di speculazioni, fraintendimenti ed equivoci, che si riflettono, corrompendola e condannandola al fallimento, sulla causa." E’ una riflessione che forse vale anche per altri casi.

martedì 11 maggio 2010

Il futuro dell'Europa monetaria

Ho già espresso su queste colonne le mie perplessità sul piano anticrisi varato dai ministri economici dell’UE che domenica notte.Non l’avevo fatto a cuor leggero, ero consapevole di sostenere una tesi minoritaria che avrebbe pottuto costarmi una scomunica da parte dei benpensanti. Una serie di articoli apparsi sul Wall Street Journal (11 maggio) mi ha rassicurato, confermando che le mie perplessità erano condivise, per esempio da Axel Weber, presidente della Bundesbank (la banca centrale tedesca) e candidato a succedere a Jean-Claude Trichet, l’attuale presidente della Banca centrale europea; i suoi dubbi sono stati pubblicamente espressi, un fatto che non ha precedenti in un’istituzione che gelosamente tiene riservate le divisioni riguardanti le sue scelte.
Del resto, che la cosa fosse assai poco condivisa si evince dalla posizione dello stesso Trichet che nella conferenza stampa mensile tenuta giovedì della scorsa settimana aveva dichiarato che la possibilità che la Bce intervenisse acquistando titoli per soccorrere i paesi in difficoltà non era stata nemmeno contemplata e negando poi, a pochi giorni di distanza, che la banca europea fosse stata oggetto di pressioni politiche: “Siamo decisamente e totalmente indipendenti. La decisione è del consiglio della Bce e non è dovuta a pressioni di sorta.”. Le due affermazioni sono incompatibili e la seconda è difficilmente credibile. Trichet, evidentemente, è consapevole che si è violato spudoratamente il trattato di Maastricht che vieta queste operazioni, indebolendo l’affidabilità della Bce e la fiducia nella solidità dell’euro.
Supponiamo, tuttavia, che l’operazione abbia successo e che non sia destinata a ripetersi (due ipotesi da verificare); resta il problema di appurare perché si sia arrivati a questo punto e quale sia una via d’uscita tale da impedire di ricadere nelle stesse difficoltà. La risposta al primo quesito è scontata: la responsabilità della crisi non è della moneta europea, anche se avrebbe potuto essere costruita in modo meno approssimativo, ma delle politiche economiche e finanziarie dei paesi che la usano. I membri dell’unione monetaria sono tutti in deficit e, complessivamente considerati, hanno un disavanzo di 565 miliardi di euro, il 6,3% del prodotto interno lordo totale. Sono cioè tutti responsabili di gestione disinvolta del bilancio. Naturalmente, alcuni sono più, altri meno, irresponsabili, ma la causa della crisi finanziaria è la stessa per tutti: spendono troppo e s’indebitano.
Il problema finanziario è tuttavia meno grave di quello reale: l’Europa cresce poco e non fa nulla per stimolare lo sviluppo e liberare le forze produttive dai troppi vincoli dirigistici che le paralizzano e sollevarle da un carico fiscale eccessivo. La crisi è dovuta allo statalismo, alla mania dei politici di conferire rendite ai gruppi d’interesse con regolamentazioni che li favoriscano, alla loro propensione a spendere e spandere per acquisire (o acquistare?) consenso, all’invasione della politica nelle vite delle persone.
Se questa impostazione non viene radicalmente cambiata, se si continuerà l’andazzo di sempre, la crescita continuerà a essere bassa o nulla e la possibilità di finanziare le larghezze della politica continuerà ad essere dubbia. Un’economia dinamica e prospera non ha difficoltà a prestare ai governi le risorse necessarie per gli investimenti pubblici essenziali ma non si può chiedere ai contribuenti e ai produttori di sopportare i costi astronomici di uno stato assistenziale ipertrofico, inefficiente e corrotto e di una pubblica amministrazione che, mentre si guarda bene dall’assolvere i suoi compiti essenziali, continua ad invadere sfere di attività che non le competono.
E’ certamente più vero in alcuni paesi europei che in altri ma è indiscutibile che abbiamo troppo Stato in termini di costo, il carico fiscale non è mai stato così elevato, e troppo poco in termini di risultato: si pensi a settori essenziali come la difesa, la sicurezza, la scuola, la giustizia, la ricerca, o l’università. L’una cosa è causa dell’altra abbiamo troppo poco Stato in termini di fornitura dei servizi pubblici essenziali perché ne abbiamo troppo in termini di costo. Uno Stato che ha la pretesa di provvedere a tutto e a tutti finisce col fallire proprio laddove sarebbe necessario. In politica opera “la legge della futilità marginale crescente “: ogni nuovo compito che viene ad aggiungersi agli altri è via via sempre meno importante.
Non è vero, quindi, come da molti si sostiene che i problemi dell’euro nascono dall’assenza di un super-Stato europeo: se venisse creato con ogni probabilità imporrebbe anche ai paesi virtuosi le politiche care agli altri e lo statalismo aumenterebbe anziché diminuire. Chi non ci crede rifletta sulle direttive comunitarie e sulla loro insensatezza. E’ vero invece che se si abbandonerà l’andazzo prevalso sinora, si riscoprirà l’importanza di una gestione prudente e parsimoniosa del denaro pubblico rinunziando alla velleità di rendere tutti felici spendendo denaro altrui, e si riprenderà la via dello sviluppo, moneta e finanza non daranno più problemi. Se queste cose ovvie non si fanno, non speriamo che altri possano rimediare alle nostre inadempienze.




Antonio Martino, 11 maggio 2010

lunedì 10 maggio 2010

Einaudi Tradito

La decisione assunta ieri dai ministri delle finanze europei di consentire alla Banca centrale europea di intervenire a soccorso dei Paesi in via di bancarotta acquistando titoli del loro debito pubblico è stata quasi unanimemente elogiata. Temo di non condividere tale diffusa opinione e cercherò di spiegare perché.
Per farlo vorrei avvalermi dell’autorità di uno degli europeisti italiani più autorevoli, Luigi Einaudi che sintetizzava così la ragione per cui credeva alla desiderabilità di una moneta europea: “Il vantaggio del sistema non sarebbe solo di conteggio e di comodità nei pagamenti e nelle transazioni interstatali. Questo sarebbe piccolo in confronto di un altro di gran lunga superiore, che è l’abolizione della sovranità monetaria dei singoli Stati in materia monetaria. Chi ricorda il malo uso che molti Stati avevano fatto e fanno del diritto di battere moneta non può aver dubbio rispetto all’urgenza di togliere ad essi siffatto diritto, Esso si è ridotto, in sostanza, al diritto di falsificare la moneta, cioè al diritto di imporre ai popoli la peggiore delle imposte. Se la federazione europea riuscirà a togliere ai singoli Stati federati la possibilità di far fronte alle opere pubbliche facendo gemere il torchio dei biglietti e li costringerà a provvedere unicamente con le imposte o con i prestiti volontari, avrà per ciò solo compiuto opera grande.”
In altri termini, Einaudi era consapevole che la causa fondamentale dell’instabilità monetaria risiede nella “monetizzazione del debito”, nella possibilità cioè degli Stati di finanziare le proprie spese con l’inflazione, e vedeva nell’Europa monetaria la soluzione del grave problema. Se la politica monetaria è affidata a una banca centrale autonoma, i singoli Stati non potranno più finanziare le loro spese creando quattrini, cioè inflazionando la propria moneta. Era questa l’ispirazione anche dei fautori delle regole del Trattato di Maastricht: la Bce in base ad esse non può “venire in soccorso” di uno Stato in gravi difficoltà finanziarie acquistandone quei titoli di debito che non riesce a collocare sul mercato.
La decisione dell’Ecofin di creare un ”fondo anticrisi” dotato di oltre 600 miliardi di euro, assunta malgrado il parere contrario della Gran Bretagna, di fatto autorizzando la Bce – con buona pace dei trattati! – ad acquistare, sia pure indirettamente, titoli di Stato, è pericolosissima per due ordini di ragioni. Il primo è che così facendo si autorizza di fatto la monetizzazione del debito a livello europeo, annullando il pilastro sul quale si sarebbe dovuta basare la stabilità dell’euro e rendendo possibile a livello europeo quell’inflazione che ha caratterizzato in varia misura la sovranità monetaria nazionale. Un’inflazione in un singolo Paese è gravissima, l’inflazione estesa a tutta Europa sarebbe una catastrofe di grandi proporzioni.
In secondo luogo, con la decisione di ieri viene sancito il principio che l’Europa impedirà ad ogni costo la bancarotta di uno dei suoi Stati membri. Quali conseguenze questa scelta avrà sulla condotta finanziaria dei singoli Paesi non è difficile immaginare: sapendo di potere fare affidamento sull’intervento europeo saranno di gestire tranquillamente il loro bilancio senza scrupoli.
Qualcuno potrebbe obiettare che gli aiuti saranno subordinati all’impegno di risanare, entro un periodo predeterminato, le pubbliche finanze. Sarà certamente così ma è difficile credere che i governi nazionali s’impegneranno in provvedimenti immancabilmente impopolari solo per rispettare gli impegni assunti con l’Europa. Quegli impegni esistevano già e sono stati disattesi anche prima che l’Europa avesse deciso di soccorrere gli Stati in difficoltà, è quindi presumibile che lo saranno ancor più adesso dopo la scelta di ieri.
Scimmiottare il Fondo monetario internazionale non ha senso; il cosiddetto fondo anticrisi europeo opera all’interno dell’Europa. E’ come se lo Stato italiano desse vita a uno speciale istituto incaricato di pagare i debiti degli enti locali stampando quattrini, sarebbe insensato.
Se la mia tesi è valida, la cura sarà enormemente peggiore del male: la bancarotta di uno o pochi Paesi europei e la loro momentanea uscita dall’euro sarebbero stati un problema grave ma circoscritto e limitato nel tempo; la soluzione individuata prelude a difficoltà generalizzate e durature.

sabato 8 maggio 2010

La lezione del 1992

Sembrerebbe che la crisi finanziaria della Grecia sia destinata a diventare crisi dell’intera Europa dell’euro. Per comprendere un importante aspetto della vicenda può essere utile uno sguardo al passato e, in particolare, alla crisi della lira del 1992. Vediamo.
Il 16 settembre di quell’anno mandai al Giornale (diretto da Montanelli ma in realtà di fatto realizzato dal vicedirettore Federico Orlando) un articolo nel quale sostenevo che la parità di cambio della lira era indifendibile e che, invece di dilapidare riserve ufficiali nel vano tentativo di impedirne la svalutazione, la Banca d’Italia avrebbe dovuto chiudere il mercato dei cambi e lasciare fluttuare la lira. Orlando mi telefonò nella mattinata dicendomi che non poteva essere pubblicato “perché crediamo nell’Europa e, quindi, anche nella creazione di una moneta europea”. Risposi che lo avrei modificato per tenere conto di questa posizione. Lo feci, scrivendo “crediamo nell’unità europea e, a certe condizioni, nella sua unione monetaria, però ... la Banca d’Italia deve chiudere il mercato dei cambi e lasciare fluttuare la lira”!
Orlando mi richiamò nel pomeriggio per informarmi che neanche così andava bene “perché crediamo che sia necessario difendere la lira”. A quel punto desistetti e mi rassegnai all’idea che il mio pezzo non sarebbe stato pubblicato. Ma la storia non era finita: la sera sul tardi Orlando mi richiamò: la Banca d’Italia aveva chiuso il mercato dei cambi e lasciava fluttuare la lira; pertanto il mio pezzo sarebbe stato pubblicato in prima pagina!
La mia non era irragionevole testardaggine ed era confortata non solo dalle più banali considerazioni di teoria economica ma suffragata anche dai dati e dal diffuso parere di molti osservatori: la nostra posizione finanziaria internazionale non era sostenibile a quel tasso di cambio. Era quindi preferibile adottare subito una misura comunque inevitabile, invece di bruciare miliardi per guadagnare tempo. La Banca d’Italia alla fine addivenne a questo consiglio ma non prima di avere bruciato sessantamila miliardi di lire nell’illusione di potere rinviare, così facendo, la svalutazione della lira.
I responsabili di quella follia furono Giuliano Amato, presidente del Consiglio, e Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia. Com’è noto in seguito vennero premiati per quella decisione: Ciampi divenne presidente del Consiglio prima, della Repubblica poi; Amato è stato considerato innumerevoli volte per le più alte cariche ed è tornato a fare il presidente del Consiglio qualche anno dopo.
Che cosa suggerisce quell’esperienza? Il risanamento di uno squilibrio finanziario internazionale può essere realizzato senza variare la parità del cambio dalla diminuzione generale dei prezzi e dei redditi interni. Com’è ovvio, tuttavia, è molto più semplice che sia il cane a scodinzolare la coda anziché la coda il cane; meglio che vari un prezzo solo, il tasso di cambio, anziché tenere fermo il cambio e far diminuire tutti i prezzi e redditi.
La crisi della Grecia è dovuta al fatto che i suoi squilibri finanziari richiederebbero la svalutazione della moneta ma questa eventualità è preclusa per l’ovvia ragione che non ha una moneta sua. E’ quindi costretta a tentare di far sì che siano prezzi e redditi interni a diminuire. Questo spiega le proteste diffuse di quanti non hanno nessuna intenzione di rinunziare al tenore di vita cui sono abituati e si oppongono alle misure di austerità che il governo ha annunziato.
La puerile idea che paesi disparati con dinamiche interne difformi potessero marciare assieme uniti indissolubilmente dalla stessa moneta senza squilibri di sorta sta mostrando in modo indiscutibile la sua insensatezza. La Grecia che, anche grazie a conti finanziari “creativi”, ha speso più di quanto potesse, non riesce a pagare i suoi debiti. Il famigerato Trattato di Maastricht vieta alla Banca centrale europea di venire in soccorso acquistando titoli del debito pubblico greco, ma non vieta che ciò possa essere fatto dagli altri stati europei.
Se, tuttavia, lo stesso problema si riproponesse per altri paesi, sarebbe a dir poco dubbio che la stessa operazione di “salvataggio” potrebbe essere realizzata anche a loro favore. Non credo che i trattati europei consentano l’”opting out”, la possibilità che uno Stato esca anche solo temporaneamente dall’euro e resusciti una sua moneta nazionale, consentendo che assuma nei confronti dell’euro un valore sostenibile. Temo, tuttavia, che questo è quanto accadrà e non solo per la Grecia. Le mie perplessità sull’euro forse giustificavano l’accusa di euroscetticismo, ma l’entusiasmo dei suoi fautori credo li qualifichi come euro-sciocchi, certamente in buona fede ma altrettanto certamente del tutto sprovveduti.




Antonio Martino, 8 maggio 2010

venerdì 7 maggio 2010

Ambientalismo Assassino

In aprile è stata celebrata la giornata mondiale della malaria. In genere detesto questa celebrazioni che servono quasi esclusivamente a gratificare la vanità dei promotori, ma questo è un caso molto diverso perché siamo in presenza di un problema planetario e di dimensioni raccapriccianti: ogni anno la malattia uccide quasi un milione di esseri umani e causa dolori e febbri ad altri 500 milioni. Ne danno notizia in un editoriale del Wall Street Journal (9 aprile) Richard Tren, direttore di “Africa Fighting Malaria”), e Donald Roberts, che è stato professore di entomologia e sanità pubblica ambientale.

Questa tragedia fornisce una eloquente illustrazione della regola secondo cui anche le intenzioni più nobili possono avere conseguenze devastanti. Quel milione di essere umani che perdono la vita ogni anno, infatti, non devono la loro morte ad un deliberato sterminio ordinato da un folle dittatore; vengono invece uccisi dalle conseguenze di politiche ispirate al bene dell’umanità Può sembrare un paradosso ma non lo è per chi abbia anche soltanto una conoscenza approssimativa dei rudimenti dell’analisi economica.

Da sempre, infatti, gli economisti non si stancano di ripetere una solo apparentemente ovvia verità: non è vero che le conseguenze dell’azione umana siano corrispondenti esattamente alle intenzioni dell’attore. Imprenditori mossi dall’egoistica ricerca del profitto possono benissimo produrre conseguenze positive per gli altri, senza nemmeno volerlo. Statisti ispirati dalla ricerca del bene pubblico, d’altro canto, talora danno vita a provvedimenti che, anche quando raggiungono lo scopo voluto (il che non sempre accade) producono anche conseguenze non intenzionali nefaste. E’ questa l’essenza del teorema di Adam Smith: "non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio che possiamo aspettarci il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse". In base alla stessa logica sosteneva: “non sono a conoscenza di buoni risultati prodotti da coloro che sostengono di operare per il bene pubblico”.

Le politiche che uccidono quel milione di persone sono state adottate da politici bene intenzionati anche se male informati che hanno tratto la loro ispirazione da un celeberrimo volume pubblicato nel 1962, Primavera silenziosa (Silent Spring). L’autrice era una zoologa americana, Rachel Carson (1907-1964), che paventava danni incalcolabili all’ambiente ed alla salute umana derivanti dall’uso dei pesticidi e in particolare del DDT:

Il DDT (diclorodifeniltricloroetano) ha compiuto autentici miracoli, salvando la vita a molti milioni di persone e contribuendo oltre mezzo secolo fa alla eliminazione della malaria endemica dall’Europa e dagli Stati Uniti.

Naturalmente, quelle nobili ispirazioni da sole non avrebbero prodotto questi devastanti risulati, a completare l’opera hanno provveduto decisioni politiche errate. L’agenzia americana per la protezione dell’ambiente (EPA) negli anni Settanta bandì il DDT contribuendo a stimolare un movimento globale contro l’uso di insetticidi; nel 1997 l’organizzazione mondiale della sanità ha adottato una risoluzione che invita tutti i paesi a ridurre l’impiego di insetticidi nella lotta alle malattie, e una diecina di anni dopo (2009) il Parlamento europeo ha approvato nuove regole volte a vietare l’uso di alcune sostanze chimiche nella produzione di pesticidi. Queste regole, data la loro nebulosità che le rende difficili da interpretare ed applicare, hanno avuto la conseguenza di scoraggiare i produttori e non solo in Europa: il 75 % degli insetticidi usati in agricoltura è stato ritirato dal mercato.
Com’è ovvio, ciò ha reso più cari e rari i prodotti chimici usati come pesticidi: proprio quando la loro necessità in settori cruciali di sanità pubblica aumentava il loro numero si è drasticamente ridotto.

La Carson temeva che la diminuzione degli insetti si sarebbe tradotta nella scomparsa degli uccelli insettivori e in “primavere silenziose”, non allietate dal canto degli uccelli. Gli ambientalisti sono andati oltre paventando danni per la salute umana, malgrado la totale assenza di studi che attribuiscano l’insorgere di malattie alla esposizione al DDT. I burocrati dell’agenzia americana e dell’OMS, gli europarlamentari sono stati più realisti del re e hanno completato l’opera, dando un colpo di grazia alla produzione degli insetticidi. Nessuno di questi soggetti ha voluto uccidere un milione di persone all’anno; nobili o meno le loro intenzioni, non si tratta di criminali assassini: sono solo male informati e ispirati dalla convinzione che tutto ciò che è fatto dall’uomo, come i prodotti chimici, è artificiale e nocivo.

Siamo in presenza semplicemente di un’ennesima variazione sul tema di fondo dell’ambientalismo: la natura sarebbe sempre in uno stato di idilliaco equilibrio se non esistessero gli uomini; sono loro e le loro attività ad alterare gli equilibri naturali provocando disastri; se vogliamo davvero salvare Madre Terra dobbiamo mettere gli esseri umani in condizioni di non nuocere, anche a costo della loro vita





Antonio Martino, 5 maggio 2010

mercoledì 5 maggio 2010

"Che sta succedendo?" Articolo del 5 Maggio 2010

Le quotazioni dei titoli europei sono scese drasticamente il 4 maggio a causa delle preoccupazioni relative al pacchetto di salvataggio per la Grecia e per i timori sulla possibilità che anche altri Paesi europei siano costretti a chiedere aiuto: l’indice medio europeo ha perso quasi il 3%, quello greco quasi il 7% e così gli altri indici, incluso il nostro. Che succede?
La Grecia aveva accettato domenica di adottare drastiche misure di austerità in cambio di un prestito di 110 miliardi di euro, ma anche a parere del ministro delle Finanze tedesco Schaeuble la Grecia potrebbe finire nella impossibilità di fare fronte ai suoi debiti se non rispettasse un rigido piano di rientro dall’attuale deficit. In effetti, il prestito stanziato dai paesi della zona dell’euro e dal Fondo monetario internazionale, a conti fatti, non sarebbe sufficiente a coprire le passività greche, almeno secondo quanto appurato da un’analisi dei conti pubblici di quel paese.
Nel 1978 venne pubblicato un libro di due studiosi: Richard Rose, economista inglese, e Guy Peters, politologo americano, dal significativo titolo: Lo Stato può fallire? Gli anni Settanta furono, infatti, gli anni delle follie finanziarie in moltissimi paesi occidentali, il che fece sorgere il quesito sulla possibilità che uno Stato facesse bancarotta.
Uno Stato è finanziariamente fallito quando non riesce a onorare i suoi impegni, a pagare i suoi debiti. Lo Stato ha tre forme di finanziamento: le tasse, i prestiti e l’inflazione. Nel sistema dell’euro un singolo Stato non può pagare i suoi debiti stampando quattrini, non gli restano quindi che le tasse e i debiti. Se ha già abusato della potestà impositiva tartassando i suoi cittadini, per pagare i suoi debiti può solo fare altri debiti. Tuttavia, ciò gli è possibile solo se trova qualcuno disposto a fargli credito, acquistando i suoi titoli di debito pubblico. Se questo non accade nemmeno offrendo tassi d’interesse principeschi, lo Stato non può pagare i suoi debiti ed è tecnicamente in condizioni di bancarotta.
Questa era la situazione greca prima del prestito e potrebbe continuare ad esserlo anche dopo se sono vere le analisi di cui si è detto. Ma non è solo la Grecia a rischiare la bancarotta, anche Portogallo e Spagna corrono lo stesso rischio. Quanto a noi, ancora una volta le follie nella gestione del bilancio pubblico, lo sterminato debito e il forte deficit per il momento non determinano rischi analoghi grazie alla parsimonia delle famiglie italiane. In occasione dell’ultimo collocamento di titoli di Stato, la domanda ha largamente superato l’offerta, il che significa che gli italiani sono più che disposti a prestare soldi allo Stato finanziandone le prodigalità. Per il momento, quindi, l’Italia, a differenza di Grecia Portogallo e Spagna, non è sull’orlo della bancarotta. Quanto ciò possa durare è difficile dirlo ma per ora non abbiamo motivo di lasciarci andare al panico.
La preoccupante situazione dei paesi a rischio è dovuta anche alla frettolosità con cui si diede vita alla moneta unica, che impedì ai super-esperti di rendersi conto dei tremendi rischi che la loro superficialità determinava per l’intera Europa. Avere privato della sovranità monetaria paesi che continuavano a detenere quella in materia di bilancio li ha privati di un modo, certo pericolosissimo e iniquo, per trarsi fuori da situazioni disperate: l’inflazione. Non potendo stampare quattrini, sono costretti a tassare o indebitarsi e non sempre ciò è possibile.
Non basta. Quando la moneta è unica, un singolo paese non ha nemmeno la possibilità di fare ricorso ad un altro rimedio, non proprio desiderabile ma certamente meno doloroso delle alternative: la svalutazione. Se la Grecia avesse ancora la sovranità monetaria, ricorrerebbe alla svalutazione della dracma che, per quanto non priva di conseguenze negative, è certamente preferibile alla bancarotta o alla riduzione generale di prezzi e salari interni.
Se gli onniscienti mandarini che crearono l’euro avessero prima affrontato seriamente il problema delle regole monetarie e di bilancio atte a garantirne la solidità, forse tutto ciò ci sarebbe stato risparmiato. Il lettore che ha avuto la bontà di leggere quanto da tempo immemorabile scrivo sull’argomento sa che da sempre critico l’euro per il modo con cui è stato introdotto e per la debolezza, per non dire altro, delle sue basi fiscali e monetarie. Tuttavia, mi auguro che questa maledetta moneta unica sopravviva alla tempesta in corso perché se, invece, fallisse, non sarebbe solo la fine dell’Europa monetaria, sarebbe la fine dell’unità europea e forse addirittura l’inizio della disgregazione di alcuni Stati nazionali.