mercoledì 3 novembre 2010

Politica Monetaria Americana

Sono giorni di gloria questi per noi monetaristi: dopo una sventagliata di conati di ritorno allo statalismo, si è tornati a parlare di cose serie, come il dibattito ospitato dal Foglio sulla politica della Fed dimostra. Sembra persino essere riapparso il nome di Milton Friedman nel pubblico dibattito, al punto che il Wall Street Journal (28 ottobre) ospita un articolo di David Wessel che si chiede cosa avrebbe pensato Friedman dei progetti della Fed.
Il quesito di Wessel è donchisciottesco: come egli stesso ammette, riportando l’opinione di Robert Lucas, “Friedman era un pensatore talmente originale che era impossibile sapere come avrebbe reagito a una domanda.” Concordo con Lucas: era impossibile sapere cosa avrebbe detto Milton di qualsiasi decisione. Tuttavia, c’erano due principi costanti nel suo pensiero. Il primo che la moneta era troppo importante per essere affidata ai banchieri centrali; per questa ragione preferiva l’adozione di regole di condotta monetaria alla sua gestione arbitraria da parte di qualsivoglia autorità.
Il secondo principio, ancora più importante e largamente ignorato dai suoi successori, è che la moneta è importante non perché possa risolvere qualsiasi problema ma perché è in grado, se mal gestita, di fare danni enormi al regolare funzionamento dell’economia. La politica monetaria, nel pensiero monetarista, non è affatto una panacea; qualsiasi studioso serio che accetti l’impostazione friedmaniana preferirebbe che non ce ne fosse alcuna. Per questo il genio di Chicago avrebbe voluto l’abolizione delle banche centrali e considerava l’adozione di regole come second best rispetto alla soluzione ideale.
Per queste ragioni chiedersi cosa avrebbe detto Friedman dell’adozione da parte della Fed di una politica monetaria espansiva (quantitative easing) adesso è meno velleitario di quanto possa sembrare. Friedman avrebbe anzitutto spiegato per l’ennesima volta che la politica monetaria non è in grado di controllare durevolmente i tassi d’interesse reali ma solo quelli nominali e che quello che conta è la rapidità con cui si espande la massa di mezzi di pagamento in circolazione.
Avrebbe anche aggiunto che alla lunga la quantità di moneta non influisce sul reddito reale e sull’occupazione, i cui livelli dipendono da altre cause. Avrebbe in conseguenza di ciò guardato con scarso rispetto all’idea che l’adozione di una politica monetaria espansiva possa risollevare l’economia reale degli Stati Uniti.
Sarebbe stato d’accordo con Bisin: “la politica monetaria non ci salverà” e avrebbe bollato come assurda l’idea che la politica di bilancio (deficit spending) sia un’alternativa all’espansione monetaria. Per lui entrambi gli strumenti non servono a ridurre la disoccupazione o a promuovere lo sviluppo. Credeva nel pareggio del bilancio su base annua come regola per contenere le stravaganze e gli eccessi degli spendaccioni, nella crescita stabile della quantità di moneta per evitare inflazione e deflazione e nella riduzione delle aliquote d’imposta per stimolare risparmio, investimento, occupazione e sviluppo. Era uno dei promotori della “bilanced budget, tax limitation iniziative.
Sarebbe stato d’accordo con Bisin anche sul fatto che “le aspettative di nuove tasse abbattono i rendimenti attesi” e scoraggiano gli investimenti. In un esame di Economia 100 (il corso per principianti) avrebbe dato F (failure) sia a Bernanke sia allo staff di Obama. Quanto a questi ultimi, ci sarà pure una ragione per cui Christina Romer, economista keynesiana ma brava, si è dimessa dal prestigioso incarico di Chairman of the Council of Economic Advisors del presidente americano.
Quando penso al mio amico Milton mi rendo conto di quale immeritata fortuna sia stata conoscerlo. Paul Samuelson avrebbe voluto che sulla sua tomba fosse scritto “è stato uno studente di Gottfried Haberler”; non dovrebbe essere difficile immaginare cosa vorrei fosse scritto sulla mia!

2 commenti:

  1. Egregio professore,
    poiché è impossibile porre domande al fondatore della Scuola di Chicago (anché perché avrebbe sicuramente distolto lo sguardo dall'altro lato), chedo dunque a Lei cosa ne pensa del tasso nominale negativo che sarebbe prescritto alla politica monetaria americana dalla cosiddetta "Taylor rule", e se ciò non giustifichi appieno una politica monetaria straordinaria come quella nota come "QE2".
    Le chiedo inoltre il Suo parere in merito alla velocità di circolazione della moneta sempre negli Stati Uniti, la quale se non vado errato è sostanzialmente sui minimi degli ultimi trent'anni, in calo verticale negli ultimi dieci anni. Cosa possiamo fare per promuoverne la rivitalizzazione, posto che mi sembra ci sia una certa correlazione fra questo dato e il ritmo di crescita deludente dell'economia USA?

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  2. Egregio Ministro,
    non mi è chiaro perchè usare regole standard per regolare la "condotta monetaria" anzichè ancorare il bene della moneta ad un bene (o paniere di beni) fisso come i metalli preziosi.
    Questa seconda opzione non garantirebbe maggiore robustezza rispetto un insieme di regole che, per quanto ben meditato, sarebbe comunque frutto di una decisione frutto anche di ipotesi arbitrarie?

    Alessandro Puzielli

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