giovedì 1 luglio 2010

Egidio Sterpa

Ho conosciuto Egidio Sterpa molti anni fa quando, come esponente di una minoranza composta di una sola persona, militavo nel Partito liberale italiano. Il Pli a quel tempo era dominato dalla figura di Giovanni Malagodi, segretario nazionale e poi presidente ad honorem. Malagodi reggeva il partito grazie alla sua eloquenza e alla gestione dell’apparato considerata allora autoritaria (oggi sarebbe ritenuto un capo partito tollerante e permissivo).
Il Pli di Malagodi aveva avuto il suo maggiore successo nelle elezioni politiche del 1963 quando si presentò come l’!alternativa liberale” al centro-sinistra, arrivando a conquistare 39 deputati e 19 senatori. La propaganda elettorale del Pli in quelle elezioni era incorsa in un infortunio che merita di essere ricordato: al nostro slogan “un uomo libero vota liberale” i socialisti replicarono con un manifesto che sosteneva che “un uomo vegeto vota vegetale”! Ma l’esito fu comunque straordinariamente favorevole per il Pli.
Tuttavia, quel successo (un milione di voti in più) non si tradusse nel cambiamento di governo in cui Malagodi (e non solo) sperava: il centro-sinistra, anche se con una maggioranza meno consistente, continuò a governare. L’unica conseguenza dell’esito delle elezioni del 1963 fu che, grazie anche alle argomentazioni dei liberali, i governi di centro-sinistra divennero meno truculenti di quelli che avevano preceduto le elezioni.
Malagodi, invece di trarre profitto da quell’esperienza, si convinse che per “rientrare in gioco” il partito avrebbe dovuto spostarsi a sinistra, cosa che personalmente fece con grande decisione. Fu grosso modo a questo punto che entrai a fare parte del partito che era stato di Einaudi, Croce e mio padre. Scoprii subito con raccapriccio che la mia non era stata una decisione saggia: quel partito, con poche eccezioni, non era liberale. Una delle eccezioni era appunto Egidio Sterpa che guidava una delle due minoranze che criticavano Malagodi “da destra” (l’altra faceva capo a Raffaele Costa).
Per avere un’idea di quanto il Pli somigliasse poco a un partito liberale, si pensi che nelle elezioni americane del 1980 Malagodi tifava per Carter, il più screditato presidente degli Stati Uniti prima dell’attuale. Decisi così di mandare una lettera al Giornale di Montanelli nella quale sostenevo che la decisione di Malagodi avrebbe fatto reiterare a Churchill il famoso commento “è la prima volta che vedo un ratto che sale su una nave che affonda”. Montanelli la pubblicò senza commento (il che lasciava intendere che fosse d’accordo) nella pagina dei lettori. Malagodi rispose con una letteraccia che venne pubblicata.
Fra me e il leader del Pli non correva buon sangue: era molto orgoglioso di essere presidente dell’Internazionale liberale e non gli piacque la definizione che ne diedi “partiti che hanno in comune solo due cose: si dicono liberali e perdono sempre le elezioni”!
Sterpa era diverso: non faceva parte del coro dei malagodiani, anche se si comportò sempre con grande correttezza nei confronti del leader (non sono certo che sia stato ripagato della stessa moneta). Ma soprattutto aveva un’interpretazione del ruolo del liberalismo italiano che, se non coincideva con la mia, era certamente plausibile e sensata. Scriveva benissimo e con grande ponderazione; a differenza di molti giornalisti, riusciva a essere prolifico senza essere mai superficiale.
Era legato al Giornale che in quegli anni era una delle poche voci fuori dal coro (assieme a “Radio Belva”, il GR2 di Gustavo Selva e il Tempo di Gianni Letta) e ospitava le firme di molti liberali autentici ed autorevoli, come Enzo Bettiza, Cesare Zappulli e poi Nicola Matteucci, oltre a tanti altri. Sterpa si riconosceva in quell’ambiente, il che costituiva un ulteriore motivo di simpatia fra di noi, dato che era su quelle colonne che cominciavo la mia attività di collaborazione alla carta stampata.
Ho il rimorso di non essere riuscito a raccogliere il suo invito, ripetutamente reiterato negli ultimi anni, di partecipare a incontri di liberali dissenzienti dall’andazzo corrente. Sono convinto che qualsiasi iniziativa sarebbe stata destinata al fallimento ma mi avrebbe fatto piacere rinnovare il rapporto, anche se dialettico, con un esponente del Pli dei miei anni giovanili, con un amico sincero e disinteressato. Lo ricordo e continuerò a rammentarlo con simpatia.




Antonio Martino, 1° luglio 2010

3 commenti:

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  2. On. Martino,
    non è mai troppo tardi. Oggi ancora esiste un Partito Liberale Italiano, che forse non sarà quello di Malagodi, per numero e programma, non sarà quello immaginato da Lei, ma esite.
    Perchè non tentare ancora, di raccogliere sotto la stessa bandiera, i liberali protagonisti di un tempo, per dare a noi novelli liberali la possibilità di affermare quei valori, in cui credo che ancora oggi Lei crede?
    Cordialmente
    Stella Giuseppe, Segreteria Regionale PLI Sicilia

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  3. Caro Onorevole Martino,
    seguo il PLI da quando avevo 15 anni (era il 1990 o giù di li) e vissi con estrema sofferenza la chiusura del partito nel '94. Diventai liberale proprio leggendo il "Giornale" di Montanelli, di Sterpa e li leggevo anche lei con estremo piacere insieme a Scognamiglio, a Caputo, a Pelanda ed a molti altri. Dopo quel Congresso all'Ergife, che non mi diede nemmeno il tempo di prendere la tessera che tanto agognavo, anch'io mi convinsi che il futuro dei liberali italiani era in Forza Italia, forse era venuto il tempo del grande partito liberale di massa. Mi sbagliavo. Non capivo che Silvio Berlusconi aveva necessità dei liberali per darsi una veste politica, in realtà a lui non frega nulla del liberalismo o del socialismo o di qualsiasi altra idea. Lui è convinto che la sola idea buona nel mondo sia il Berlusconismo. Non ci trovo nulla di liberale e se per lei Malagodi era un riferimento con cui non andare molto d'accordo non capisco davvero come faccia ad andare d'accordo con Berlusconi. Oggi sono un Consigliere Nazionale del PLI e personalmente, da Siciliano, sono orgoglioso di cercare seguire l'esempio e l'abnegazione, nella vita come nella politica, del suo carissimo papà, il mai troppo compianto Gaetano Martino, del quale conserviamo, nella nostra nuova sede nazionale, un bellissimo e grande ritratto, insieme ad altri padri del liberalismo italiano.
    Non credo sia tempo di nostalgia, ma sia tempo che i liberali si riapproprino della propria tradizione per le loro battaglie mai necessarie come oggi e per domani. Alla fine lei stesso ammette che l'"andazzo corrente" per i liberali è ben gramo. Noi del PLI ci sforziamo, con i pochissimi mezzi a disposizione, di dire che questo paese può avere un'altra prospettiva, una prospettiva liberale. Perchè non fa con noi questo pezzo di strada, credo che forse la nostra sia casa sua (e di Biondi e di Costa e di tanti altri) molto più di quanto non lo sia il nord-coreano PDL.
    Con stima.

    Enzo Lombardo - Consigliere Nazionale PLI Catania.

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