venerdì 17 maggio 2013

Non date da mangiare ai coccodrilli


Il consiglio dei ministri ha approvato, fra le tante cose, anche l’abolizione dello stipendio di ministro per quanti sono anche parlamentari. Non ho intenzione alcuna di rispondere al quesito se ciò sia “giusto” o “sbagliato”; si tratta di un problema del tutto irrilevante. Era un abuso, un ingiustificato privilegio, un’aberrazione della casta politica avere due lauti stipendi? La risposta non m’interessa per nulla.
Nel 2001 il genio di Sondrio, il maestro di tutti i consulenti tributari, il commercialaio più ricco d’Italia, dal ponte di comando della corazzata Economia, come primo provvedimento stabilì che il nostro compenso di ministri dovesse essere ridotto di mille euro. Inutilmente cercai di fargli comprendere che il provvedimento sarebbe stato privo di effetti sulle pubbliche finanze e che avrebbe prodotto conseguenze opposte a quelle da lui sperate. Il commento di tutti, sostenevo, sarebbe stato: “Se rinunziano a mille euro è perché ne intascano troppi e se ne vergognano. Perché non rinunziano a tutto?”
Il successore del mito dei padani ha fatto esattamente ciò e otterrà gli stessi risultati sia per la finanza pubblica sia quanto alle conseguenze: non è una previsione azzardata, è una certezza. Togliere ai ministri parlamentari uno dei due stipendi farà risparmiare nemmeno un minuto secondo di spese pubbliche e promuoverà le stesse reazioni del provvedimento tremontesco.
Infatti, se uno è aggredito da un coccodrillo affamato e, per difendersi pensa di conquistarne la gratitudine dandogli da mangiare, può essere certo che non sarà risparmiato. Il rettile è molto ingordo e, per quanto cibo gli si possa propinare, il suo insaziabile appetito non si esaurirà facilmente, sarà ancora affamato quando arriverà il turno di ingoiare il suo benefattore.
L’immagine è di Winston Churchill, che la riferiva ai sostenitori dell’appeasement, del dialogo con Hitler. Il dialogo fra una persona armata e una disarmata è inutile, perché chi è armato non ha interesse a dare retta al suo interlocutore. Dare da mangiare a un coccodrillo non ci può salvare ma solo ottenere di essere mangiati per ultimi.
Lo stesso per l’insensato tentativo di placare l’invidia, soddisfacendone le richieste. Non solo l’invidioso non sarà placato, ma diverrà ancora più famelico: le differenze che più odia non sono le grandi, sono le piccole, quelle che possono essere comprese persino dalla sua testa vuota. Quanto più la casta politica si autoflagellerà, tanto più renderà furiosi i malevoli, gli afflitti da Schadenfreude (parola tedesca intraducibile, che significa gioia per le altrui sciagure).
So già che persino qualcuno degli amici di questo blog sarà tentato a questo punto di pensare “Cicero pro domo sua”, sta difendendo la sua casta, anche lui soffre di spirito corporativo. Non credo sia necessario ricordare che non sono ministro, non spero di tornare a esserlo, che la politica mi ha nauseato e che, quindi, per quanto mi riguarda possono fare quello che credono. Nessuno, tuttavia, mi tapperà mai la bocca e continuerò a chiamare invidiosi e gretti quelli che lo meritano. Che razza di liberale sarei se mi autocensurassi?

domenica 5 maggio 2013

Coltivatore diretto di voti


L’ultimo segretario di mio padre, Pippo Cadili, eletto consigliere regionale con un enorme numero di voti di preferenza, si autodefiniva coltivatore diretto di voti. La definizione suggerisce alcune riflessioni sui sistemi elettorali e sul momento presente.
In uno dei suoi splendidi fondi per il Corriere della sera, Angelo Panebianco, riferendosi al Pd, sostiene che i suoi guai nascono dal fatto che la maggior parte dei suoi esponenti di spicco, democristiani di sinistra e comunisti, ragiona ancora in termini di blocco elettorale, che va coccolato e coltivato (appunto!) per essere mantenuto.
Era il tipico ragionamento dei partiti della prima Repubblica; allora, col proporzionale e voto di preferenza, l’elettorato si spostava pochissimo dal proprio partito. Votavano in massa (le percentuali di affluenza alle urne superavano il 90%) e votavano immancabilmente allo stesso modo, elezione dopo elezione. Un partito che aveva accresciuto la sua percentuale di consensi dello 0,1% si lasciava andare a parlare di “trionfo elettorale”. Il quadro politico era immutabile: la Dc sempre il maggiore partito di governo, il Pci sempre quello di opposizione. All’interno della Dc, le varie correnti cercavano in tutti i modi di non perdere voti rispetto alle altre e i suoi esponenti coccolavano i propri elettori, il proprio blocco elettorale.
A differenza di quanto accadeva, per esempio, in Germania, dove uno stesso partito poteva, secondo il risultato elettorale, andare al governo o tornare all’opposizione, in Italia lo stesso partito era sempre al governo (la Dc) o all’opposizione (il Pci).
In Germania, il partito socialdemocratico, per esempio, ragionava in termini di flussi elettorali, tentava cioè di conquistare più voti di quanti gliene facesse perdere una data politica. Il clientelismo, la coltivazione diretta dei voti non erano per nulla la regola in Germania, a differenza dell’Italia.
Matteo Renzi ha ragionato in termini di flussi, non di blocco, con ciò scandalizzando i leader del Pd, sia quelli di estrazione comunista, come Bersani o D’Alema, sia di origine cattocomunista (come Bindi), che si sono sentiti autorizzati a criminalizzarlo come “fascistoide” o “cripto- berlusconiano”.
Si trattava invece semplicemente di uno che aveva capito che la prima Repubblica non esisteva più e che, quindi, a nessuno era garantito di restare al governo o all’opposizione. Dal 1994 ad oggi, l’alternanza fra centro-destra e centro-sinistra è stata perfetta: 1994 vince il centro destra, nel 1996 il centro-sinistra, nel 2001 torna Berlusconi, nel 2006 Prodi, nel 2008 Berlusconi, nel 2013 Letta.
Se il Pd vuole avere un futuro, conclude Panebianco, non deve guardare al suo passato remoto, deve mirare al futuro; ciò non dovrebbe essergli arduo, perché gli ultimi vent’anni stanno lì a dimostrare che i coltivatori diretti di voti non sono più utili e nemmeno indispensabili, sono semplicemente fuori moda.
L’Italia, se vuole sperare nella fine di questa lunga agonia, deve sperare che a sinistra prevalgano quelli che ragionano sui flussi, a destra quanti sono convinti che la modernità richiede la rottamazione di quanto avanzato dalla prima Repubblica o dal fascismo. Sono dell’idea che sia lecito sperarlo, ma non sono per niente convinto che sia probabile.

martedì 30 aprile 2013

Germania, quo vadis?



Tutti i Paesi della zona dell’euro sono entrati, anche se in misura diversa, nella più profonda depressione economica della storia. La disoccupazione è in forte aumento, il tasso di sviluppo è per molti di essi negativo da troppi mesi, tutti gli indicatori suggeriscono che le conseguenze dell’adozione di politiche recessive adottate simultaneamente si rafforzano vicendevolmente. La causa è quella indicata da John M. Keynes nel 1936:
Le idee degli economisti e dei filosofi politici, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto si ritenga comunemente. In realtà il mondo è governato da poche cose all’infuori di quelle. Gli uomini della pratica, i quali si credono affatto liberi da qualsiasi influenza intellettuale, sono usualmente schiavi di qualche economista defunto.”.
Vediamo.I tedeschi in genere, la Cancelliera Merkel in particolare, sono convinti che i Paesi che hanno adottato l’euro siano legati da un vincolo di solidarietà che imporrebbe ai paesi “virtuosi” di accollarsi i debiti dei paesi spendaccioni. La convinzione diffusa è che, se un paese dell’eurozona non riesce a onorare i suoi debiti, sia preciso dovere degli altri paesi di aiutarlo per impedire che fallisca. La tesi è rafforzata dal convincimento che il fallimento di un paese avrebbe un effetto domino su tutti gli altri. Queste tesi sono non solo del tutto infondate ma anche contrarie alla lettera e allo spirito  dei Trattati di Maastricht.
I Trattati, infatti, dopo avere stabilito che la Bce deve porsi l’obiettivo della stabilità monetaria, coerentemente introduce il divieto per la stessa di monetizzare il debito degli Stati membri, acquistandone i titoli di debito pubblico. Queste ammirevoli disposizioni sono inequivoche: la stabilità dei prezzi e della moneta sono affidate alla responsabilità della Bce, le decisioni in materia tributaria e di bilancio competono esclusivamente all’autonomia degli Stati nazionali. Politica monetaria europea, politica di bilancio nazionale.
Ma allora che senso ha il “fiscal compact”? Come giustificare il grottesco tentativo di espropriare gli Stati nazionali della sovranità in materia di bilancio? Nulla nei Trattati lo autorizza ed è contrario a ogni logica ed al buon senso.
I cinquanta Stati americani usano la stessa moneta, il dollaro, ma ognuno di essi è perfettamente libero di adottare le politiche tributarie e di bilancio che crede. Le adotta e ne sopporta le conseguenze. In Texas non esiste l’imposta statale sul reddito, lo Stato è in rapida crescita, l’occupazione aumenta, le finanze statali sono floride. D’altro canto, la California ha un welfare state costosissimo, una fiscalità esagerata, un alto tasso di disoccupazione e le finanze in dissesto.
Nessuno ha mai suggerito che il differenziale fra i tassi d’interesse sul debito statale californiano e quelli texani sia un problema. A nessuno è mai venuto in mente di proporre che i texani paghino i debiti della California, o che il governo federale (che negli USA, a differenza della UE, esiste e da oltre due secoli) debba “aiutare” la California o che la Fed debba monetizzarne il debito.
Le politiche di uniformazione, standardizzazione, armonizzazione perseguite in Europa sono ingiustificate, nocive e ridicole. Ogni stato degli USA ha la sua targa automobilistica, a nessuno è mai passato per la testa che fosse necessario renderle tutte identiche per unificare l’America!
In conclusione, gli euro-bigotti che vogliono che persone di dimensione diverse adottino tutte un vestito della stessa taglia, che basandosi non su serie teorie ma su fanfaluche stanno facendo precipitare centinaia di milioni di europei nel baratro della depressione, meritano di essere trattati per quello che sono: dozzinali ciarlatani pomposi e ignoranti che hanno la pretesa di imporre a cittadini di libere democrazie le loro fantasie.
Quanto prima si comprenderà che tutto questo non solo è infondato e grottesco ma nulla ha a che spartire con l’ideale europeo, tanto meglio sarà per tutti. Benedetto XV era convinto che l’origine divina della chiesa fosse provata dal fatto che il clero non era riuscito a distruggerla. La sopravvivenza dell’ideale europeo alle mascalzonate degli eurosauri ne dimostra la validità. Stiamo attenti, tuttavia: alla chiesa Cristo aveva promesso l’immortalità, che nessuno ha promesso alla UE.

sabato 20 aprile 2013

Scampato pericolo


Antonio Martino, 18 aprile 2003

Romano Prodi non ce l’ha fatta, ma vale lo stesso la pena di occuparsi di lui. Il suo debutto ebbe luogo con la vittoria del concorso a cattedra di Economia politica, al quale si era presentato producendo un solo lavoro sul mercato delle piastrelle di Sassuolo (sic). Il responsabile di questa nefandezza, perpetrata per gli indubbi meriti cattocomunisti del candidato (Beniamino Andreatta), se ne vergognava talmente che non consentì mai al Nostro di dargli del tu. In conseguenza, Prodi presidente del Consiglio si rivolgeva al ministro della Difesa così: “Cosa ne pensa lei, professor Andreatta?”
Candidato del centro-sinistra alla presidenza del Consiglio nel 2006, il suo curriculum in rete nella prima versione recitava: “Divenuto professore associato in età giovanissima…”. Peccato che la figura di professore associato sia stata creata alcuni decenni dopo che Prodi aveva vinto la cattedra! Il curatore della sua biografia si vide quindi costretto a ridimensionare il suo modello, degradandolo a professore incaricato. Né Prodi ha smesso di abbellire il suo curriculum: recentemente Giuliano Ferrara ha raccontato sul foglio come sul sito della Brown University a Prodi venivano attribuite due lauree e un Ph. D. alla London School of Economics. Salvatore Merlo fece quindi alcune ricerche dalle quali fu evidente che la laurea era una sola e che il Ph. D. alla Lse non era mai stato conseguito. La risposta della Brown al quesito su come mai la bufala apparisse sul loro sito si limitò ad addossarne la responsabilità a precedenti dipendenti dell’università. E quella piccata della segreteria di Prodi è consistita nel sottolineare la loro completa estraneità alla vicenda. Il povero Oscar Giannino, evidentemente, ha ancora molto da imparare.
Il Nostro è stato presidente dell’IRI dal 1982 al 1989 e dal 1993 al 1993. In passate occasioni si è detto orgoglioso della sua gestione, che considera "modello" per l'Italia Dal 1982 al 1989 l'IRI è passata da un passivo di 2.610 miliardi di lire a un attivo di 1.664. Risanamento? Non proprio: ha ridotto l'occupazione di circa 140 mila unità; l'indebitamento complessivo è passato da 32 mila a 45 mila miliardi, pur avendo ricevuto cospicui aiuti statali. Dal 1982 al 1989 l'IRI ha ricevuto dallo Stato ben diciottomila miliardi. La cessione dell'Alfa Romeo (1986) fu un regalo alla Fiat: venduta per 550 miliardi, una società nella quale l'anno prima l'IRI aveva "investito" 700 miliardi! Lo stesso Prodi aveva definito, nel settembre 1993, l’IRI "un Vietnam personale" (Giuseppe Sarcina, "L'Iri, il Vietnam del Professore", Corriere della Sera, 25.2.1996). Sorvolo sulla (s)vendita della Cirio, altro capolavoro del mitico presidente dell’IRI, e passo ai successivi trionfi del grande figlio di Bologna. [1]
Nel 1996, grazie al ribaltone alla defezione della Lega e con la benedizione del presidente della Repubblica, avendo il centrosinistra “vinto” le elezioni, Prodi diventa presidente del Consiglio. Tuttavia, la sua performance non entusiasma i suoi sostenitori del Pds e così, nell’ottobre del 1998, l’azione congiunta di Massimo D’Alema e Fausto Bertinotti riesce a por termine al governo Prodi, passando a un esecutivo presieduto da D’Alema e del quale inizialmente faceva parte anche il missino Misserville (costretto quasi subito alle dimissioni per aver paragonato D’Alema a Benito Mussolini, sic). Per compensare Prodi del danno arrecatogli, D’Alema accettò un aggravio del contributo italiano all’Europa di circa quattromila miliardi, ottenendone in cambio la nomina del suo predecessore a presidente della Commissione europea.
In questa veste, Prodi fu inizialmente oggetto di consigli e di critiche della stampa internazionale che poi, scoraggiata per non avere ottenuto risultato di sorta, passò a sbeffeggiarlo, schernirlo e ridicolizzarlo. Nel 2001 a una cena a Bruxelles la rappresentante permanente alla NATO di un grande paese europeo mi chiese: “Lei capisce il presidente Prodi?” Per carità di patria, le suggerii che forse lei aveva difficoltà a capirlo per via della barriera linguistica. La risposta fu: “Il presidente Prodi è incomprensibile in tutte le lingue”!
Quanto sopra è solo una versione sintetica e lacunosa dei prodigi operati da RP. Manca del tutto un riferimento alla sua attività di ministro dell’Industria, alla creazione della GEPI, ai mirabili studi di Nomisma, all’insegnamento in Cina, ai due governi da lui presieduti (durati entrambi diciotto ingloriosi mesi) ai rapporti con la Russia, al lavoro svolto nel Mali, eccetera. Ma credo, che pur nella sua parzialità, dovrebbe essere sufficiente a comprendere perché non possiamo privarci di un uomo della sua levatura.





[1] Per un più dettagliato resoconto delle prodiane prodezze, rimando al bell’articolo del Foglio di sabato 20 aprile.

domenica 14 aprile 2013

Come volevasi dimostrare, 14 Aprile 2013


Gli amici di questo blog non avranno difficoltà a confermarlo: da sempre non mi sono stancato di ripetere che ci stavamo avviando verso una depressione che avrebbe fatto impallidire quella del 1929-33. Ci siamo: dal ’29 al ’34 il reddito pro-capite diminuì di oltre il 5%, nell’ultimo quinquennio è diminuito di ben oltre il 6%. Le imprese muoiono come le mosche, la disoccupazione è enormemente aumentata (sono quasi tre milioni i senza lavoro), i consumi sono tornati al livello del 1997 e le famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese sono un numero imponente.
L’Italia non ha un governo, o meglio sarebbe preferibile che non avesse nemmeno questa parodia di uno. L’esecutivo Monti, dopo essersi coperto di gloria con la vicenda dei marò con conseguenti dimissioni del ministro degli esteri, dopo aver goduto di un consenso plebiscitario per quasi un anno, ha distrutto questa popolarità per via di una campagna elettorale che il presidente del Consiglio ha condotto all’insegna della volgarità e degli insulti gratuiti. Con modestia insuperabile, aveva dichiarato che a molto rinunziava per “salire in politica” ma gli elettori, invece di essergliene grati, gli hanno regalato una bruciante sconfitta. I suoi due sodali sono stati puniti – Gianfranco Fini in Tulliani non è stato nemmeno eletto, Pierferdinando Alcide Casini è stato talmente ridimensionato che ha dovuto riconoscere di avere sbagliato tutto – e la coalizione centrista ha ottenuto un consenso marginale. Complimenti super - Mario!
Vengo adesso a cose serie (le vicende del governo non lo sono per nulla). La mia previsione era basata su un ragionamento ovvio: l’idea che, per salvare l’euro, gli Stati membri dovessero rinunziare alla sovranità in materia di politica tributaria e di bilancio era priva di senso. Come ho più volte ricordato, i cinquanta Stati degli USA adoperano la stessa moneta ma sono completamente liberi di decidere la loro politica tributaria e di bilancio. Ogni Stato sopporta le conseguenze delle sue decisioni in materia e gli altri Stati non se ne occupano. Non se ne occupa il governo federale (che, a differenza del nostro caso, in USA esiste), né la Fed (la banca centrale americana).
L’Unione Europea, una finzione dietro la quale si cela il nulla salvo una masnada di burosauri strapagati ed esentasse, vuole adesso anche occuparsi di lotta all’evasione fiscale! Pretende di dare vita all’unione bancaria, togliendo il potere di vigilanza alle banche centrali nazionali (che continuano ad esistere e pagare profumatamente i dipendenti). Prima o poi, chiederà di mettere bocca nella politica industriale (che sarebbe comunque meglio se non esistesse affatto), e tornerà a chiedere l’armonizzazione fiscale.
Intanto, per via dell’isterismo teutonico, i paesi membri dell’eurozona stanno perseguendo simultaneamente politiche recessive, le cui conseguenze vengono pertanto amplificate e l’intera zona marcia con decisione verso la depressione. “Avere ragione, mi disse una volta Urbani, in politica non conviene mai, specie se hai l’impudenza di averla prima”!
La povertà non mi fa paura, sono stato più povero di adesso per tutta la vita; ho, invece, il terrore della schiavitù verso la quale temo che ci stiamo avviando. Il terrorismo tributario, l’intrusione nella nostra sfera privata condotta con mezzi aberranti per “snidare l’evasione”, la graduale eliminazione dello spazio privato, personale, inviolabile mi fanno paura e ribrezzo. Ci hanno disarmato, privati del diritto di difenderci dalle aggressioni, considerati incapaci di guidare un veicolo, un natante o un cavallo senza preventiva autorizzazione, ci ritengono tanto imbecilli da non sapere che il casco in certe situazioni potrebbe salvarci la vita, e al tempo stesso infallibili giudici dell’interesse nazionale votando. Dubito che persone che non riescono a valutare correttamente il proprio interesse siano invece capaci di farlo quando si tratta dell’interesse di tutti.
Lo Stato non è quasi mai la soluzione, ma spesso il problema: affamiamo la bestia, solo una ribellione diffusa e, se necessario, violenta può salvarci.

martedì 26 marzo 2013

Agli Amici di questo Blog


Cari amici di questo blog, vi sono grato per l’assiduità con cui molti di voi commentano i (sempre meno numerosi) miei post, trasformando questa in un’area di dibattito e scambio d’idee fra persone che hanno in comune valori e idee. Vi scrivo perché temo che, dato il mio stato d’animo attuale, distratto come sono da molte e irrilevanti faccende, non mi riuscirà di tornare ai livelli di produzione di post che mi erano soliti negli anni scorsi. Ma, anche se il mio contributo dovesse continuare ad essere poco rilevante in termini di quantità, mi farebbe piacere che voi continuaste a frequentare questo spazio, che è più vostro che mio.

Come sapete, Giuseppe Moles non è stato rieletto; vi racconterà lui, se ne ha voglia, com’è andata e perché non è più parlamentare. Tuttavia, d’ora in avanti, forse per non molto tempo, avrà una maggiore possibilità di fare cose serie, anziché schiacciare bottoni in aula. Se comprendo bene le sue intenzioni, ha in mente di coinvolgervi e di chiedere il vostro aiuto. Carlo Cordasco, amministratore del blog e curatore di Semplicemente liberale, Liberalismo quotidiano e una terza, e molto più ampia raccolta dei miei scritti (che sta per vedere la luce), è in Inghilterra a completare il Ph. D.. E’ il tipo di giovane (under 30) su cui faccio affidamento per il futuro dell’Italia, così come sono certo di potere contare su di voi.

Il mio tempo sta scadendo, ma non mi lamento. Sono convinto con W. B. Yates che “Ask where man’s glory most begins and ends, and say my glory was I had such friends.” Voi siete alcuni dei miei amici di cui vado orgoglioso. Grazie,

am

venerdì 1 marzo 2013

Fine di un'epoca, 28 febbraio 2013


A bocce ferme, digeriti i dati delle elezioni, vorrei fare qualche considerazione di carattere generale a commento del risultato e per quanto riguarda i possibili scenari futuri. Anzitutto, l’affluenza è diminuita ma non si è avuto il crollo da molti paventato. Gli italiani non hanno votato in massa, come succedeva in passato, ma non hanno nemmeno disertato in massa le urne. Forse la spiegazione è meno complicata di quanto si potrebbe supporre: i disgustati e gli indignati hanno preferito l’antipolitica alla non-politica.

Grillo e il suo movimento hanno ottenuto un successo enorme e assai poco giustificato dal loro programma elettorale, inesistente nella parte migliore e demenziale nel resto. Con loro ha vinto il partito dell’ingovernabilità che consegna l’Italia a un futuro assai incerto. Tuttavia, bisogna riconoscere che a favore di Grillo e dei suoi ha giocato anche l’insensatezza della costruzione della moneta unica europea, la resa della nostra sovranità nazionale alla Germania e la recessione profonda e prolungata che ha determinato anche una disoccupazione elevata. Sono le stesse ragioni che spiegano la non entusiasmante prova elettorale di Monti, Casini e Fini.

Ancora: i traditori (come Fini) sono stati puniti con l’esclusione dal Parlamento, i giustizialisti (Ingroia, Di Pietro) hanno fatto la stessa fine e con loro gli ultra-comunisti (Diliberto) e i verdacchioni (Bonelli). La Lega ha subito un autentico tracollo, causato dalle note vicende giudiziarie, per esempio in Veneto (il che ha portato acqua al mulino di Grillo), ma alleandosi col Pdl ha vinto in Lombardia, la regione più grande d’Italia, con quasi dieci milioni di abitanti. Il Pd di Bersani, pur ottenendo un buon risultato, ha mostrato tutti i limiti di un’assenza di proposte programmatiche credibili e innovative.

Infine, ma molto rilevante, è stato confermato un dato che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni: Berlusconi è di gran lunga il leader più popolare: era stato gettato nel pozzo dell’oblio ed è tornato a galla grazie alla sua indiscutibile capacità di comunicatore. Lo davano per spacciato e per soli 100.000 voti non ha fatto nuovamente il pieno, conquistando Camera e Senato. Tuttavia, ha ragione Angelo Panebianco che, sul Corriere della sera (28 febbraio), sostiene che il centrodestra non può continuare a basarsi solo sul carisma personale di Berlusconi, ma, se vuole esercitare il ruolo politico che il suo seguito gli assegna, deve dotarsi di strutture di partito adeguate, di un programma capace di restituire speranza e voglia di partecipazione e di un meccanismo in grado di selezionare il leader più idoneo.

Quanto alla natura del programma del centrodestra del futuro, non credo ci siano dubbi: gli elettori vogliono un’Italia meno statalista e più privata, vogliono che famiglie, imprese e persone possano scegliere per quanto riguarda le loro cose senza le catene dei divieti politici o le loro assurde imposizioni. L’hanno detto in maniera chiara dal 1994 a oggi. Uno statalismo di destra piace ai nostalgici del ventennio fascista ma non agli italiani, i quali non vogliono che l’esistente sia gestito, vogliono che sia cambiato. Non vogliono sentire parlare di manovre, vogliono riforme vere e profonde.
E adesso? Formare una maggioranza politica è da ritenersi molto difficile se non impossibile, tornare a votare con questo sistema elettorale assurdo. Bisogna prendere atto, tutti assieme, che con queste regole l’Italia è ingovernabile, com’era la Francia prima dell’ultima Costituzione. Noi non abbiamo un De Gaulle, un leader di tale prestigio da unire tutto il Paese, ma dobbiamo superare lo stallo pena una catastrofe economica politica e morale. Se la maggioranza dei parlamentari, anche se divisi sulle questioni politiche, riconosce che le regole vanno modificate, cambi il sistema elettorale, scegliendone uno meno insensato e più controllato dagli elettori, e modifichi almeno in parte l’assetto istituzionale in modo da rendere governabile l’Italia.

Quanto a me, vorrei cogliere quest’occasione per ringraziare di cuore gli elettori della circoscrizione Sicilia 2, che hanno voluto premiare la nostra lista, confermandomi per la sesta volta la loro fiducia. Grazie.