domenica 20 aprile 2014

Sostituti d'imposta


Le discussioni in corso suggeriscono l’opportunità di ricordare un’ovvietà troppo spesso dimenticata. Sono contribuenti le persone fisiche e soltanto esse: sarebbe splendido se fossero le persone giuridiche a pagare le imposte, pagherebbero solo loro e noi saremmo esenti dai balzelli vari che ci vengono imposti a getto continuo. Sono invece sostituti d’imposta le persone, fisiche o giuridiche, che incassano senza compenso tributi che versano all’erario.
Sono sostituti d’imposta, per esempio, le imprese che versano al fisco le trattenute, sociali o tributarie, che operano sulla busta paga dei loro dipendenti. Con i radicali proponemmo un referendum per la loro abolizione, che non raggiunse il quorum. L’idea era che le imprese versassero l’intera somma corrispondente al costo del lavoro al dipendente e questi pagasse gli oneri contributivi e tributari all’erario.
Sarebbe stata un’operazione di trasparenza: i lavoratori avrebbero percepito chiaramente quanto il fisco sottraeva ai loro redditi. L’obiezione secondo cui, in un sistema siffatto, l’evasione sarebbe aumentata, è priva di fondamento. Se il fisco, in base alle dichiarazioni degli imprenditori avesse fatto pervenire ai lavoratori una bolletta indicante l’importo dovuto, gli interessati si sarebbero comportati come già fanno con le bollette di telefono, luce e gas: avrebbero pagato.
Oggi si discute dei provvedimenti adottati dal governo a danno delle banche e in genere ci si chiede se sia giusto o meno infierire sugli istituti di credito. La discussione è priva di senso: le banche, come le imprese, non pagano tributi, si limitano a esigerli. Banche e imprese sono solo intermediari di due flussi pecuniari: uno in entrata, proveniente dai loro clienti, l’altro in uscita, destinato ai proprietari dei fattori produttivi da esse impiegati – lavoratori, azionisti, creditori. Ciò che versano al fisco proviene dalle tasche dei clienti, che pagano prezzi più alti per quanto acquistano, o da quelle dei lavoratori, azionisti e creditori, che incassano meno di quanto avrebbero in assenza di imposte.
Tassare le banche o le imprese è espressione scorretta, i tassati sono esclusivamente persone fisiche; si dovrebbe dire tassare, per il tramite di banche o imprese, la gente. Quest’ovvietà non è stata evidentemente spiegata al dottor Renzi, né al ministro Padoan. Qualcuno dovrebbe farlo.
La celebre massima di Frank Knight, secondo cui “Il guaio non è che tanta gente sa così poco di economia, ma che sanno tante cose che sono sbagliate” vale anche per il nostro governo.
Intanto il governo Renzi procede implacabile con la sua azione riformatrice – come un “rullo compressore”, per usare l’espressione a lui cara. Ha abolito le province? Niente affatto, le ha solo ribattezzate; con risparmio per lo Stato? No, con un aumento delle spese. Ha elargito ottanta euro a milioni di persone ma nessuno sembra curarsi da dove vengano quei soldi. Il ministro dell’Economia sostiene che solo se l’elargizione sarà duratura i consumi aumenteranno. Non sembra curarsi del fatto che quanti, a causa di essa, avranno meno soldi spenderanno meno, e non è per nulla detto che l’effetto netto sia positivo, nullo o negativo.
Se volesse rilanciare reddito e occupazione il giovane toscano dovrebbe ridurre drasticamente i balzelli che gravano sugli immobili. Così facendo l’edilizia potrebbe poco per volta riprendersi, creando occupazione e reddito e facendo così aumentare gli incassi del fisco. Ma sembra che né Renzi né Padoan si siano dati la briga di seguire un corso d’introduzione all’economia.
C’è da sperare che, passata la sbornia di facili entusiasmi renzofili, quando le conseguenze di queste stupide velleità pseudo - riformiste verranno alla luce, si sia ancora in tempo per invertire la rotta e imboccare la via giusta, salvando l’Italia. Finché non la tasseranno, la speranza è un lusso che possiamo permetterci. Approfittiamone adesso, prima che sia troppo tardi.

martedì 4 marzo 2014

La Conferenza di Messina e la UE

Il 1° e 2 giugno del 1955, su iniziativa del ministro degli esteri italiano, si riunirono a Messina i ministri degli esteri della Comunità europea del carbone e dell’acciaio.. La ragione di quell’incontro era semplice: la mancata ratifica del Trattato istitutivo della CED da parte del Parlamento francese l’anno prima aveva impensierito tutti gli europeisti. Bisognava trovare il modo di fare uscire l’Europa dell’impasse.
Gli obiettivi dei sei erano chiarissimi: avendo vissuto la drammatica esperienza delle due guerre mondiali e la conseguente scomparsa dell’Europa dal contesto internazionale, volevano assicurarsi che catastrofi simili non avessero a ripetersi e che l’Europa tornasse a far sentire la propria voce, una sola, nella politica del mondo.
Presero atto che, dato lo smacco dell’anno precedente, puntare subito all’unione politica sarebbe stato velleitario, decisero quindi di optare sull’integrazione economica sia perché desiderabile in sé sia come via per raggiungere, quando i tempi fossero stati maturi, l’agognata unità politica.
L’obiettivo della pace, che aveva ispirato le conferenze di Messina del 1955 e di Venezia del 1956 e il Trattato di Roma del 1957, è senza dubbio stato realizzato. Così come l’apertura dei mercati nazionali alla concorrenza ha prodotti i suoi frutti, favorendo lo sviluppo. 
Come mai allora ci troviamo a dover fronteggiare questo diffuso e crescente scetticismo nei confronti dell’integrazione europea? E’ mia convinzione che la causa debba essere individuata nelle troppe cose fatte in nome dell’Europa che in realtà non hanno alcuna giustificazione. Mi limiterò a fare un solo esempio.
I cinquanta stati degli USA adoperano tutti la stessa moneta ma ognuno di essi è perfettamente libero di perseguire la politica tributaria e di bilancio che ritiene più adatta. In Texas, per esempio, non esiste l’imposta statale sul reddito, l’economia dello stato è prospera e in crescita e le finanze statali sono in ordine. Il tasso d’interesse sui titoli dello stato è basso.
In California, invece, la spesa pubblica è cresciuta a dismisura, il disavanzo è notevole, l’economia dello stato langue e molti californiani si trasferiscono in Texas per trovare lavoro. Le finanze dello stato sono in disordine e il tasso d’interesse corrisposto agli acquirenti di titoli pubblici è alto. La parola “spread” è inglese ma non conosco un solo americano che si sia mai preoccupato della differenza fra i tassi californiani e quelli texani.
A nessuno verrebbe in mente che, se la California non riesce a collocare titoli sul mercato, debbano essere i texani a farlo; né mai nessuno ha mai immaginato che sarebbe il governo federale a doverlo fare, o che la Fed dovrebbe monetizzare il debito della California. Se quest’ultima non riesce a indebitarsi, fallisce e quanti hanno acquistato i suoi titoli restano con un pugno di mosche.
Perché quello che funziona per gli Stati Uniti, che peraltro hanno un governo federale, non dovrebbe andar bene per l’Europa, che è ben lungi dall’averne uno? Il fiscal compact è il frutto di idee economiche errate, di una visione infondata dell’unità europea e della pretesa di cancellare la sovranità degli stati membri della UE.

Benedetto XV era convinto che la prova dell’origine divina della Chiesa sia offerta dal fatto che il clero non è riuscito a distruggerla. La bontà dell’ideale europeo dei padri fondatori va cercata che le nefandezze commesse in nome dell’Europa non siano ancora riuscite a cancellarlo del tutto. Tuttavia, mentre Cristo ha promesso immortalità alla Chiesa, nessuno ha fatto lo stessa per l’ideale europeo. Chi in esso crede ha, oggi più che mai, il dovere di opporsi alle degenerazioni perpetrate dalla UE.

martedì 18 febbraio 2014

L'Europa e la UE

Sono stato recentemente invitato dalla AECR (Alleanza dei conservatori e riformisti europei) alla seconda Conferenza di Messina. La prima fu promossa da mio padre, Gaetano, l’1 e 2 giugno 1955. L’anno prima il Parlamento francese non aveva ratificato il trattato istitutivo della CED (comunità europea di difesa) e quel fallimento aveva gettato nello sconforto i federalisti europei. I sei ministri degli esteri di Italia, Francia, Germania, Olanda, Belgio e Lussemburgo, decisero che i tempi non erano maturi per puntare all’unione politica e decisero che era meglio cominciare con l’integrazione economica. Così la notte del 2 giugno all’hotel San Domenico di Taormina si arrivò alla decisione, perfezionata a Venezia nel 1956 e oggetto dei Trattati di Roma del 1957, di costruire il Mec (mercato comune europeo) e l’Euratom.
I parlamentari europei e nazionali di numerosi paesi si attendevano che il figlio di Gaetano Martino dicesse loro se l’Unione Europea avesse realizzato gli obiettivi dei sei ministri degli esteri del 1955. Per questo tennero la seconda conferenza proprio al San Domenico a Taormina. Feci il discorso inaugurale e quello conclusivo, sostenendo che chi crede nell’ideale europeo deve battersi perché le nefandezze perpetrate in nome dell’Europa siano smantellate. E’ in gioco il futuro dell’ideale stesso.
Ricordai che Benedetto XIV si diceva convinto che la prova dell’origine divina della chiesa era offerta dal fatto che il clero non fosse riuscito a distruggerla, e aggiungevo che, mentre alla chiesa Cristo aveva promesso l’immortalità, nessuno aveva fatto la stessa cosa per l’UE o l’ideale europeo.
I nodi sono ormai giunti al pettine: quanto gli eurocrati hanno fatto in nome dell’Europa ha gettato quest’ultima nel discredito totale. Cosa c’è di europeo nell’imporre la stessa targa automobilistica a tutti i paesi membri dell’UE? Cosa nel “preservativo europeo” o nella curvatura delle banane? Non basta: i 50 stati degli USA usano tutti la stessa moneta, il dollaro, ma ognuno di essi è libero di adottare la politica tributaria e di bilancio che ritiene. Le adotta e ne sopporta le conseguenze. In Texas non esiste l’imposta statale sul reddito, lo Stato è in rapida crescita, l’occupazione aumenta, le finanze statali sono floride. D’altro canto, la California ha un welfare state costosissimo, una fiscalità esagerata, un alto tasso di disoccupazione e le finanze in dissesto.
Nessuno ha mai suggerito che il differenziale fra i tassi d’interesse sul debito statale californiano e quelli texani sia un problema. A nessuno è mai venuto in mente di proporre che i texani paghino i debiti della California, o che il governo federale (che negli USA, a differenza della UE, esiste e da oltre due secoli) debba “aiutare” la California o che la Fed debba monetizzarne il debito. Spread è termine inglese, ma nessun americano si è mai occupato dello spread fra i titoli dello stato della California e quelli del Texas. Perché noi non sembriamo interessati ad altro che la differenza fra l’interesse sui Bund tedeschi e i BTP italiani?

 Il discredito della UE ha fatto crescere il numero e le dimensioni dei movimenti antieuropeisti, come l’UKIP in Gran Bretagna, il M5S e la Lega in Italia, l’AFD in Germania o il partito di Marine Le Pen in Francia. Non è da escludere che nel Parlamento europeo che verrà eletto a maggio, gli antieuropeisti siano, se non la maggioranza, in numero consistente e ben rappresentato.

venerdì 24 gennaio 2014

Uno Sguardo al Passato

Ritengo che possa essere utile guardare indietro, all’andamento della spesa pubblica nel tempo, per comprendere il presente e cercare di capire cosa ci riserva il futuro. Affinchè il confronto storico sia omogeneo, mi riferisco all’andamento storico dei pagamenti complessivi del bilancio dello stato, espressi in euro del 2009. Nel 1862 le spese pubbliche totali   ammontarono a poco più di quattro miliardi di euro (4.055.155,8); cinquantasei anni dopo, nel 1918, a poco meno di trentotto (37.878.866,5). Un aumento notevole di oltre nove volte (9,3) in un periodo denso di avvenimenti importanti per l’Italia: il completamento dell’unità, l’avvicendamento fra il periodo della Destra storica (1861 – 1876) e il trasformismo, il periodo giolittiano, l’ingresso dei cattolici e dei socialisti in politica., e la grande guerra. Tutto sommato, quindi, si trattò di una crescita niente affatto tumultuosa.
Vediamo cosa accadde dopo. Nel 1919 le spese furono pari a meno all’equivalente di trentaquattro miliardi (33.935.975,6) del 2009: rispetto all’anno precedente erano cioè diminuite di oltre quattro miliardi. Nel 1938 le spese totali del settore pubblico non erano aumentate di molto rispetto al 1919, furono infatti inferiori a trentaquattro miliardi, come nel 1919, sotto quota trentaquattro (33.945.623,4). I disordini del 1920 e 1921, l’occupazione delle fabbriche, la marcia su Roma e sedici anni di fascismo non avevano fatto aumentare la spesa pubblica. Eppure in quei primi sedici anni di regime furono realizzate opere pubbliche come mai era accaduto prima (né dopo) – la bonifica dell’agro pontino, il Naviglio a Milano, via dei Fori Imperiali e via della Conciliazione a Roma, quasi tutte le stazioni ferroviarie e molto altro ancora – furono poste le basi del welfare italiano e si dotarono le forze armate di mezzi e capacità moderne e imponenti!
Andiamo oltre e vediamo quanto le avventure coloniali, la seconda guerra mondiale, la guerra civile e la fine del fascismo influirono sul totale della pubblica spesa. Nel 1939 le pubbliche spese superarono il valore di quaranta miliardi del 2009attestandosi a poco meno di quarantuno (40.919.049,2). La spesa pubblica, per via dello sforzo bellico, raggiunse un massimo nel 1942, quando superò i settanta miliardi (70.144.416,8). A conti fatti, quindi, anche la seconda guerra mondiale non ebbe conseguenze catastrofiche per le pubbliche finanze. Passiamo ora al secondo dopoguerra.
Nel 1951 il settore statale spese circa trentadue miliardi (32.423.008) di euro del 2009, dieci anni dopo, nel 1960, le spese furono pari a oltre cinquanta miliardi (52.403.756): in dieci anni di centrismo la spesa crebbe del 61,6%. Dai poco più di cinquanta del 1971 si passò agli oltre centoventicinque del 1971 (126.970.886), un incremento del 142,3%. Gli anni dei primi governi di centrosinistra adottarono la politica dello spendi, tassa e fai debiti che era prima sconosciuta persino in tempo di guerra. Questo è niente, tuttavia, se confrontato a quanto accadde nel decennio successivo.
Nel 1980 la serie storica a cui mi riferisco sfiorò i trecentocinquanta miliardi (349.726.860), nel 1991 superò i cinquecentosettanta (573.638.531), un incremento del 64% rispetto a dieci anni prima. I comunisti attribuirono lo sfascio di quegli anni al CAF (Craxi, Andreotti, Forlani), ma la loro era solo una vergognosa opera di disinformazione. I tre politici incriminati dai comunisti, in realtà, se non erano stati capaci, o non avevano nemmeno tentato, di frenare l’andazzo corrente, non ne furono gli artefici. A fare crescere esponenzialmente le spese, i balzelli e i debiti, furono i comunisti alleati con i catto-comunisti della maggioranza: il 90% delle leggi che fecero aumentare le spese fu approvato col voto dei comunisti. Era il consociativismo a pieno regime, quando la sinistra si opponeva solo quando voleva maggiori, non minori, spese. A confronto con quel decennio i quattordici precedenti e i due successivi appaiono decisamente virtuosi: dal 1991 al 2002 la spesa in termini reali è cresciuta “solo” del 23% e, nei dieci anni successivi di un “misero 4%.

La conclusione sul passato è limpida: né le guerre, né il fascismo, né i costi del risorgimento e della unità d’Italia hanno influito molto sul dissesto finanziario del settore pubblico. I colpevoli impuniti dello sfascio d’Italia sono i comunisti, cattolici o meno, gli statalisti di tutti i partiti. La frittata è stata fatta dalla fine degli anni Settanta alla metà dei  Novanta. Quanto accaduto dopo è solo la coda di un processo che, fino all’avvento dei primi governi di centrosinistra, era sconosciuto in Italia. Fu allora che venne aperto il vaso di Pandora; se vogliamo salvare l’Italia dobbiamo meticolosamente disfare tutto ciò che è stato perpetrato da allora: regioni, servizio sanitario nazionale, moltiplicazione di enti locali, autorità indipendenti e consimili bellurie. Se vogliamo che l’Italia abbia un futuro, dobbiamo tornare alla saggezza del passato.

domenica 5 gennaio 2014

Ecoballe di Capodanno


Antonio Martino, 3 gennaio 2014
L’anno comincia bene, allietato da una notizia che ci fa scompisciare dalle risate. La racconta un bell’articolo di Piero Vietti sul Foglio (3 gennaio). L’autore si occupa della tragicomica vicenda della nave rimasta incagliata nei ghiacci dell’Antartide e dell’atteggiamento dei “Climatomani quattrinari in preda a una crisi moralista”. Il sociologo e scienziato dell’ambiente Robert Brulle, da sempre sostenitore della tesi del riscaldamento globale antropico, per screditare gli scettici che, sulla base dei fatti, sostengono l’inesistenza di tale fenomeno, li accusa di ricevere fondi “di oscura origine” da fondazioni e istituti conservatori. Omette di menzionare che gli ecocatastrofisti come Gore non solo sono stati sostenuti dal coro unanime dei media, si sono anche arricchiti grazie ai quattrini ricevuti dai produttori di energie alternative e di gas.
“Al Gore ha accusato gli scettici di essere finanziati con dark money. Cinque giorni prima, la sua organizzazione no profit The Climate Reality Project aveva annunciato festosa l’arrivo di una ingente donazione anonima al progetto che ‘rivela tutta la verità sulla crisi climatica’”.
I cinquantadue passeggeri della nave Akademik Shokaiskiy sono stati finalmente tratti in salvo; erano rimasti intrappolati nei ghiacci dell’Antartide dal 24 dicembre scorso. L’obiettivo della missione dei ricercatori a bordo della nave era di appurare con quanta rapidità si stessero sciogliendo i ghiacci dell’Antartide!!
In passato i cinquantadue passeggeri e i ventidue membri dell’equipaggio, che hanno tanto sottovalutato la crescita dei ghiacci polari sarebbero andati a morte certa. Invece, oggi sono tutti salvi, grazie allo sviluppo di quelle tecnologie che molti di loro accusano di causare il riscaldamento globale! E’ questa l’opinione del Wall Street Journal, e sarebbe difficile non essere d’accordo.
L’obiettivo della missione guidata da Chris Turney, climatologo dell’università del Nuovo Galles Meridionale, era quello di dimostrare che lo strato dei ghiacci dell’Antartico orientale si stava sciogliendo. Il suo sito allarmisticamente sosteneva che una “crescente mole d’indizi mostra che il riscaldamento degli oceani sta provocando lo scioglimento dei ghiacciai e il loro crollo”.
Lo scienziato australo-asiatico e la sua squadra di giornalisti e turisti a pagamento, tutti preoccupati per il futuro della Terra condannata dal riscaldamento globale, hanno passato le feste di fine anno intrappolatinel ghiaccio anziché occuparsi delle conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai. Il loro problema ha un’origine non nuova: madre natura si è rifiutata di stare al loro gioco, di recitare la parte che loro le avevano imposto.
Sfortunatamente per loro, il loro viaggio, lungi dall’essere una marcia trionfale nel futuro da loro previsto, si è concluso con l’ovvia considerazione che “gli scienziati del riscaldamento globale sono stati costretti a riconoscere la sconfitta inflitta loro dall’eccesso di ghiaccio.”
Il 2014 non poteva cominciare meglio: le fosche profezie dei professionisti delle previsioni catastrofiche sono annegate in un mare di ghiaccio. Al Gore avrà guadagnato milioni, il premio Oscar e il Nobel per la pace ma, alla luce dell’accaduto, è evidente che non è altro che uno squallido ciarlatano, non degno di essere preso in seria considerazione.
Il movimento più pericoloso per le libertà esce, ancora una volta, sconfitto, come già accaduto sul buco dell’ozono, sull’imminente piccola glaciazione, sull’Aids, sul nucleare e su mille altre fanfaluche con le quali ha cercato di criminalizzare le attività umane, sostenendo la ridicola tesi che, se non ci fosse l’umanità e i guai da essa prodotti, madre Terra sarebbe perennemente in perfetto equilibrio.
Tuttavia è meglio non cullarsi sugli allori: gli ecocatastrofisti, gli statalisti di tutti i colori e i tassassini non dormono mai. Sono sempre attivissimi a cogliere qualsiasi occasione per privarci delle libertà essenziali alla nostra esistenza.



domenica 29 dicembre 2013

Comunicato Stampa


“il 31 dicembre spegni il Presidente & manda in onda il Tricolore”
Constatiamo con sconcerto e amarezza che le continue esternazioni del Capo dello Stato appaiono sempre più come il segno dell’abbandono del suo ruolo istituzionale di garanzia per porsi invece come paladino e tutore della sopravvivenza e delle istanze di una maggioranza e di un governo non scelti dai cittadini; interventi forti e vibranti questi, mai portati peraltro a sostegno di altri governi quelli sì scelti dal voto democratico degli italiani. 
Apologia della Stabilità di un governo di palazzo, velata minaccia di dimissioni, auguri che si trasformano in manifesti politici e programmatici, interventi sui dibattiti parlamentari sulle fiducie, condanna della “dannata moda” di invocare le elezioni, imposizione di ormai mini-intese alchemiche con ramanzine spruzzate di paternalismo per chi non è d’accordo, e chi più ne ha più ne metta; facciamo quindi nostre le parole dell’allora onorevole Giorgio Napolitano quando, il 29 novembre del 1991, sostenne che “Si é totalmente smarrito il senso della misura al Quirinale”
Per queste ragioni, e proprio per la franchezza che il rispetto nei confronti della istituzione del Presidente della Repubblica impone, daremo vita fino al 31 dicembre all’iniziativa “il 31 dicembre spegni il presidente & manda in onda il tricolore” che consisterà nel lanciare una forma di dissenso spontaneo, libero, democratico e pacifico nei confronti del Presidente Napolitano, dissenso che vogliamo esercitare attraverso una scelta: la sera del 31 dicembre scegliamo di non ascoltare il messaggio di fine anno del Presidente Napolitano, la sera del 31 dicembre scegliamo di appendere il tricolore alle nostre finestre ed ai nostri balconi; la bandiera tricolore, la bandiera dell’Italia, la bandiera di tutti, la nostra bandiera. www.facebook.com/mandainondailtricolore e @accendiltricolor #accendiiltricolore 

Roma, 27 dicembre 2013                                                            Giuseppe Moles


mercoledì 11 dicembre 2013

Ancora sul futuro dell'Euro e dell'Europa

Vorrei tornare a occuparmi della moneta europea e del suo futuro. Sono dell’opinione che l’intera costruzione europea sia giunta a un punto di svolta: se ci si rende conto di avere marciato per troppo tempo nella direzione sbagliata e si agisce in conseguenza, l’ideale europeista sopravviverà; se, invece, si persiste nell’andazzo sin qui prevalso, l’UE e con lei l’ideale europeista saranno condannati a sparire.
La ragione è semplice: l’unione politica dell’Europa non è voluta (con la possibile eccezione del Lussemburgo) da nessuno degli Stati membri. Nessuno di essi, infatti, è disposto a rinunciare alla sovranità nazionale sulla politica estera e sulla difesa. Ora, nella storia plurimillenaria dell’umanità sono esistiti Stati senza scuole pubbliche, ospedali statali, pensioni pubbliche e via dicendo ma non è mai esistito in nessun paese al mondo uno Stato che non avesse una difesa e una politica estera. Questi due campi non rappresentano una parte dei compiti dello Stato, essi sono lo Stato!
Dal momento che nessuno Stato europeo è disposto a rinunciare alla sua sovranità in queste due materie, l’unione politica dell’Europa è impossibile. Dell’ideale europeista resta però sempre valida l’intuizione della necessità di garantire la libertà del commercio e il libero movimento delle persone e dei capitali fra le nazioni d’Europa. Le competenze europee, dunque, dovranno limitarsi a garantire queste fondamentali libertà, anche adottando di comune accordo dei meccanismi idonei allo scopo.
Ho in mente la “commerce clause” che attribuisce al Presidente degli USA il potere di impedire che i singoli Stati introducano impedimenti al commercio con gli altri Stati, erigendo barriere doganali, quote o altri ostacoli al commercio interno della federazione. Per l’Europa aggiungerei lo smantellamento della tariffa esterna comune, della politica agricola e della pletora di direttive inutili, insensate e ridicole che sono state introdotte nella errata convinzione che ci avrebbero resi più uniti. Nessuno ha mai chiarito perché adottare una targa automobilistica uguale per tutti gli Stati dovrebbe contribuire alla loro unione, e lo stesso vale per il preservativo “europeo”.
E la moneta comune? Dirò subito che la sua adozione, mentre ha dato un contributo dubbio al funzionamento dell’economia europea, ha anche prodotto molti danni che sarebbero potuti essere evitati. Si dirà che ormai esiste da oltre dieci anni e che rinunziarci sarebbe rischioso e costoso. Ciò è vero ma solo fino a un certo punto. Come sostenuto in varie occasioni, il ritorno alle monete nazionali creerebbe per ogni Stato due problemi da affrontare – la stabilità monetaria e l’equilibrio della bilancia dei pagamenti con gli altri Stati d’Europa – ma darebbe loro anche due strumenti di politica economica dei quali non dispongono adesso: la politica monetaria e le variazioni del cambio.
Queste ultime non vanno confuse con le “svalutazioni competitive”, che sono soltanto il vano tentativo di acquisire vantaggi commerciali rispetto a altri paesi, che provocano una risposta identica in un lungo circolo vizioso. Il cambio è il prezzo di una moneta in termini di un’altra e, come tutti i prezzi, il suo compito è di variare per garantire l’uguaglianza della domanda e dell’offerta di valuta, cioè l’equilibrio dei conti con l’estero. Se la banca centrale non interviene, acquistando o vendendo valuta, le variazioni di cambio realizzano l’equilibrio.
Ciò non significa che l’euro debba essere abbandonato, anche perché la gravissima crisi in cui sono precipitati molti paesi europei è di responsabilità più nazionale che europea. Se in Italia la spesa pubblica assorbisse il 30% del reddito nazionale, come negli anni ’50, l’economia potrebbe crescere anche col bilancio in pareggio. Dato, invece, che quel rapporto è prossimo al 55%, l’economia non può che recedere, con o senza il pareggio del bilancio, con o senza l’euro.

Il lettore avrà compreso lo spirito delle mie considerazioni: proprio dal momento che credo alla nobiltà dell’ideale europeistico, anche per ovvie ragioni genealogiche,  non voglio che gli euro-idioti ne distruggano la credibilità. Quanti credono nell’Europa devono avversare l’UE e quanto ha fatto per screditare l’Europa. L’alternativa, niente affatto remota, è che gli antieuropeisti stravincano, spazzando via anche quello che di buono c’è nella costruzione europea.